Storia di un peschereccio che ha affondato un sommergibile – Parte III

Dal sito Ocean4future la terza parte di una curiosa storia della Seconda Guerra Mondiale dal racconto dell' Ammiraglio Scialdone, MOVM.

mas egeo 1

Per iI Sant’Antonio ha così inizio una relativamente lunga permanenza a Syra. Il lavoro è abbastanza simpatico: qualche giorno di ascolto idrofonico poi un giro per isolotti e scogli per accertare che non vi siano stati cambiamenti sospetti ed infine 3 o 4 giorni di riposo a Syra (Syros). Ogni tanto vengono un paio di MAS a darmi man forte, di solito quando è previsto il passaggio di qualche nostra nave. Syra viveva di commerci ed ora è terribilmente impoverita. Alle ore dei pasti sulla banchina si radunano vecchi, donne e bambini

SYRA

Vedo che il cuoco cucina più di quanto è necessario ed alcuni ragazzi provvedono a distribuire il di più. Alla fine la situazione sfiora il ridicolo. A bordo abbiamo due tavoli e quattro panche. Alle ore dei pasti vengono sistemate a terra con dei piatti e qualche posata ed uno o due dei marinai più giovani provvedono alla distribuzione. Ora in ogni trasferimento peschiamo e nei vari paesetti faccio comperare qualunque cosa sia commestibile. Tranne che per qualche libro in inglese o francese, che trovo nella libreria di Syra, tutto il mio stipendio se ne va in quegli acquisti. D’altra parte a che mi servirebbe?

I pomeriggi di riposo li passo al “Restaurant a la Place” nella piazza principale. È un posto simpatico ed ancor più simpatico lo rendono le tre figlie del proprietario: Eva, di 23 anni, Irene di 19 ed Elena di 16. Ahimè sono tutte estremamente sagge. Comunque rappresentano pur sempre una piacevole compagnia ed Eva si prende la briga di insegnarmi un pò di greco, quel poco che può servirmi per fare gli acquisti e chiedere indicazioni. Un mattino sono al ristorante per aspettare l’ora di pranzo. Il tempo è veramente pessimo ed i due MAS ed io abbiamo dovuto rinforzare gli ormeggi. Vedo che la piazza si sta animando e la gente è molto agitata. Chiedo ad Eva che cosa succede. Anche lei si mostra preoccupata e mi dice che al largo dell’isola vi è il motoveliero che assicura i collegamenti con Ie altre isole ma che soprattutto porta i viveri e che dalla riva appare in gran difficoltà. La prego di accompagnarmi a vedere cosa accade. Altro che difficoltà. A circa due miglia dal molo esterno vi è un tre alberi di circa 300 tonnellate. Eva si è portata un binocolo. Me lo faccio prestare e vedo che è alla deriva ed ha lo scafo quasi totalmente sommerso. Sentendo i vari discorsi Eva mi riferisce che era atteso un carico preziosissimo: limoni, frutta e farina. Se quella nave si perde per Syra (Syros) è la fame. Certo è una brutta situazione. Non ci metto molto a decidermi. Lascio Eva e vado di corsa a bordo. La gente è tutta in coperta e commenta ciò che vede. Dico soltanto: al posto di manovra e tutti si muovono celermente. Dopo un paio di minuti il motopesca è in moto, molliamo gli ormeggi e salpiamo l’ancora. Il capitano è già al timone. Io mi metto al suo fianco. Mi dice solo: li andiamo a prendere? Gli rispondo: Sì, e se ce la facciamo lo portiamo dentro. Mi risponde: si può sempre provare. Uscire dal porto col mare quasi in prua non è cosa facile ma alla fine siamo fuori e ci avviciniamo al veliero. Sugli alberi invece delle vele ci sono tutti i membri dell’equipaggio muniti di salvagente. Con una laboriosa manovra ci portiamo sopravvento all’altezza della sua prora e ci avviciniamo sino ad una distanza di sicurezza.  Intanto abbiamo preparato due cavi da rimorchio, un cavo di posta ed alcune sagole fissate a dei salvagente.

antonio scialdone

Il tenente di vascello Antonio Scialdone

Col megafono grido loro di andare a prendere i rimorchi, ma non sembra abbiano molta voglia di scendere sulla coperta spazzata dalle ondate e raggiungere il castello. Dopo un pò mi stanco di gridare e dico al mitragliere di sparare un paio di colpi in prossimità degli alberi. Il metodo si dimostra convincente. Ora si precipitano tutti a prora. Filiamo le sagole. Sui salvagente abbiamo fissato dei pezzi di tela che funzionano come piccole vele spingendoli verso il veliero. Con delle gaffe ne prendono un paio. Il primo passo è fatto. Mandiamo la messaggera e dietro di essa il cavo da rimorchio. È un cavo molto pesante ma lo abbiamo alleggerito fissandovi ogni quattro metri circa i gavitelli delle bombe da getto ed alla fine riescono a portarlo sul castello ed incappellarlo all’argano. Gli scogli si stanno facendo un pò troppo vicini per i miei gusti ma non voglio mettere in tiro prima di aver fissato anche il cavo guardiano. Questo è più piccolo e maneggevole e viene fissato presto alle bitte. Dico loro di dare volta anche alla messaggera, poi cominciamo a tirare.

Avrei preferito che i cavi fossero già alla lunga prima di iniziare il rimorchio ma gli scogli sono veramente troppo vicini. Al primo momento sembra non accadere nulla, solo dei gran strattoni ai cavi che si tendono come corde di violino, ma poi a poco a poco il veliero accosta e mette la prua al mare. E’ un gran respiro di sollievo per tutti. Quando ci siamo allontanati di circa 300 metri riduciamo al minimo, giusto per tenere le prore al mare e cominciamo a filare i cavi. Filare i rimorchi col mare grosso è una manovra pesante e difficile e che non auguro a nessuno di dover fare. Ma alla fine è fatta anche questa. Fine del secondo atto. 

Alla folle velocità di circa un nodo prendiamo posizione un pò sopravento all’imboccatura del porto, che per fortuna è abbastanza ampia. Tenendo sempre i cavi in tensione ruotiamo il nostro treno di 180 gradi. Ora il veliero è in prossimità dell’imboccatura. Ci spostiamo un pò lateralmente in modo che sia giustamente centrato e riduciamo la velocità fino a scadere adagio ed il veliero entra in porto con la poppa. Un paio di pescherecci gli gettano delle cime e con esse guidano la sua poppa mentre noi ci lasciamo scadere sempre più adagio finché entriamo in porto di poppa anche noi. Ormai sono in tanti a tenere il veliero. Appena dentro ordino: fila tutto per occhio ed appena liberi torniamo all’ormeggio. Sono le 16.45. Seduto su di una tramoggia dico al capitano: questa tua barca è veramente un catorcio, abbiamo impiegato sei ore a fare sì e no 4 miglia. Mi risponde: Signurì, una cosa è sicura, tu si pazzo ed io pure che vengo dietro a te. Poi grida al cuoco di preparare qualcosa. Piano piano sulla banchina si raduna una quantità di gente e vi è anche un tizio che fa una specie di discorso. Quando finisce gli risponde il capitano dicendo: Va bene, tu si bravo, noi siamo bravi, ma ridatemi i cavi. Ma la sua è una inutile preoccupazione. Dopo mezz’ora si accosta un peschereccio e trasborda tutti i nostri cavi comprese le sagole ed i salvagente. Il giorno dopo mi alzo tardi e vado a fare un giro per vedere cosa è successo del veliero ma prima passo a prendere Eva perché mi faccia da interprete. Va tutto bene. Il capitano mi dice che il veliero si è allagato perché i boccaporti non tenevano. Per fortuna le cassette di limoni hanno contribuito a tenerlo a galla.

Chiedo ad Eva se può procurarmi un paio di bottiglie di rakì da mandare a questo equipaggio. Mi guarda un pò stranamente poi dice di sì. La riaccompagno all’albergo e suo padre mi costringe a restare a pranzo con loro ed alcuni amici. Quando torno a bordo scopro che è stato mandato un pranzo anche all’equipaggio. Chiedo loro cosa ne abbiano fatto e mi dicono di aver distribuito ciò che avevano preparato ed essersi mangiato il regalo ed il capitano aggiunge: però abbiamo tenuto una bottiglia per bercela insieme. Il tempo si calma e la vita riprende a scorrere normalmente fino all’arrivo dell’altra nave civetta che ci sostituisce. Baci, abbracci e le solite promesse che non saranno mantenute. Si torna a Lero. Prima di partire Zanoni mi dice: io so un pò di greco, sai come chiamano qui il Sant’Antonio: “Il caicco furbo“. Forse è la loro traduzione di Nave Civetta, o forse no.

Antonio Scialdone

Antonio Scialdone Nato a Rimini il 6 Gennaio 1917, l’Ammiraglio Antonio Scialdone. dopo aver ottenuto il diploma di Capitàno Marittimo nel 1935, entrò all’ Accademia Navale di Livorno conseguendo la nomina a Guardiamarina. All’inizio del conflitto servì nella 12ˆ Squadriglia MAS dislocata ad Imperia, poi nella squadriglia MAS di base ad Augusta ed infine, nel Febbraio 1941 nella 3ˆ squadriglia MAS di Lero. Promosso STV ed imbarcato sempre sui MAS, operò sulle coste della Sicilia e dell’Africa Settentrionale conseguendo brillantissimi risultati con l’affondamento di due unità nemiche tra cui un incrociatore (15/8/1943). Durante la cobelligeranza operò costantemente e con grandi rischi in alto adriatico appoggiando azioni dietro le linee nemiche. Dopo la guerra ebbe il comando della fregata CÀNOPO e quindi, da Capitano di Vascello. il comando dell’Incrociatore GARIBALDI. Con la promozione a Contrammiraglio assunse il Comando del Gruppo Subacqueo Incursori del Varignano che mantenne anche da Amm. di Divisione fino all’assunzione del Comando Marittimo Autonomo della Sicilia. ll 5 Gennaio 1977 venne promosso Amm. di Squadra. Grande ricercatore, ottenne encomi ed avanzamenti per meriti scientifici. Detentore di brevetto di sommozzatore, incursore, palombaro e paracadutista civile,  l’Ammiraglio Scialdone è stato decorato con Medaglia d’Oro, due Medaglie d’Argento, due di Bronzo e quattro Croci di Guerra.  Si è spento a La Spezia nel 1992.

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