itenfrderorues

Brevi Imbarchi sulle Nave Scuole Della Marina Militare "Amerigo Vespucci e la Palinuro"

In attesa del ritorno alla normalità, per chi fosse interessato ci sono queste bellissime opportunità.

Vespucci e Palinuro olio su tela 2003 696x560

Brevi imbarchi sulle Navi Scuola Vespucci e Palinuro

Lo svolgimento dell’attività a favore dei giovani Soci A.N.M.I. è subordinata all’evolversi dell’emergenza sanitaria in atto.

Covid-19 permettendo, lo Stato Maggiore della Marina riproporrà anche per quest’anno la possibilità di imbarcare giovani Soci A.N.M.I., di età compresa tra i 16 e i 26 anni, di nazionalità italiana, sulle Navi Scuola Vespucci e Palinuro nel corso delle navigazioni che esse effettueranno nei periodi “fine maggio - fine giugno” e “metà settembre – fine ottobre”.

Tali imbarchi sono effettuati nell’ambito della promozione pro-arruolamento nella Marina Militare e consentono ai giovani candidati di sperimentare la vita marinara a bordo delle stesse Navi Scuola, utilizzate dalla Marina Militare per l’addestramento pratico estivo degli Allievi delle proprie Scuole di Formazione.

I Presidenti di Gruppo sono pregati di divulgare l’iniziativa, raccogliere e selezionare le adesioni dei giovani sulla base di criteri di merito che tengano conto di:

  • Interesse per il mare e la Marina;
  • Serietà e convinzione nei riguardi dell’iniziativa;
  • Risultati scolastici conseguiti;
  • Domande di imbarco già presentate in precedenza.

Si rammenta che il successo dell’iniziativa e, quindi, il suo prosieguo nei prossimi anni sono condizionati dal buon comportamento a bordo dei giovani partecipanti, di cui risulterà garante il Presidente di Gruppo che ha effettuato la selezione.

Potranno essere, altresì, avanzate candidature di Soci di età superiore a 28 anni per ricoprire l’incarico di accompagnatore e di accompagnatrice dei giovani durante i periodi di imbarco. L’elenco dei giovani candidati, stilato in base a un ordine di priorità che tenga conto dei criteri di merito precedentemente esposti, dovrà essere inoltrato da parte dei Presidenti dei Gruppi A.N.M.I., entro il 30 aprile 2022.

Successivamente, la Presidenza Nazionale suddividerà i giovani nei vari turni di imbarco prendendo in opportuna considerazione i periodi richiesti e, dopo aver ricevuto dalla Marina Militare le date esatte e i porti di imbarco/sbarco, richiederà via e-mail ai prescelti di confermare la loro partecipazione al turno assegnato e di presentare al più presto al Presidente del proprio Gruppo la Domanda di Partecipazione debitamente compilata e firmata.

Nel caso di un numero di domande superiore al numero di posti disponibili verrà data priorità ai giovani candidati che risultano da più tempo iscritti all’ANMI.

I giovani accettanti:

  • dovranno sottoporsi a visita medica per ottenere un certificato medico di “sana e robusta costituzione” da presentare a bordo della nave al momento dell’imbarco;
  • non dovranno soffrire di particolari forme di allergia/intolleranza non compatibili con la vita/l’ambiente di bordo (polvere, manila, canapa, nylon ecc.).

Si ricorda che mentre la permanenza a bordo delle Navi Scuola non comporta oneri per gli interessati, le spese per i trasferimenti per/da i luoghi di imbarco/sbarco sono a totale carico dei partecipanti e nulla sarà dovuto dall’Associazione/Amministrazione Difesa a rimborso di tali spese in caso di annullamento dell’attività, per motivi di carattere tecnico-operativo.

Al termine dell’imbarco, i Partecipanti riceveranno dal Comando di bordo un “Attestato di imbarco”. Inoltre, al rientro presso la propria residenza, essi potranno richiedere al Presidente del proprio Gruppo A.N.M.I. una dichiarazione su carta intestata che confermi che: “lo studente _________________ha svolto l’ imbarco sulla Nave Scuola __________________, dal ______ al _________, durante il quale ha preso conoscenza della vita operativa e logistica della nave, in porto e in mare, e ha partecipato alle varie attività di bordo durante la navigazione e le manovra marinaresche”.

Per ogni altra informazione potete chiedere alla vostra sezione ANMI di apparteneza.

Ecco il modulo da scaricare e compilare

Cliccate sul logo Pdf

pdf

 

Il Milite Ignoto

La storia del Milite Ignoto

100 anniversario milite

Esattamente 100 anni fa, il 4 novembre 1921, ebbe luogo la tumulazione del Milite Ignoto nel sacello dell’Altare della Patria.

Dopo la 1^ guerra mondiale, le Nazioni che vi avevano partecipato vollero onorare i sacrifici e gli eroismi delle collettività nella salma di un anonimo Combattente, caduto armi in pugno. In Italia l’allora Ministero della guerra dette incarico ad un’apposita commissione di esplorare tutti i luoghi nei quali si era combattuto e di scegliere una salma ignota e non identificabile per ognuna delle zone del fronte: Rovereto, Dolomiti, Altipiani, Grappa, Montello, Basso Piave, Cadore, Gorizia, Basso Isonzo, San Michele, tratto da Castagnevizza al mare.

Undici salme, una sola delle quali sarebbe stata tumulata a Roma al Vittoriano, furono trasportate nella Basilica di Aquileia. Qui venne operata la scelta tra undici bare identiche. A guidare la sorte fu chiamata una popolana di Trieste, Maria Bergamas, il cui figlio Antonio – disertore dell'esercito austriaco e volontario nelle fila italiane – era caduto in combattimento senza che il suo corpo potesse essere identificato.

Il Feretro prescelto fu trasferito a Roma su ferrovia, con un convoglio speciale a velocità ridotta sulla linea Aquileia-Venezia-Bologna-Firenze-Roma, ricevendo gli onori delle folle presso ciascuna stazione e lungo gran parte del tracciato.

Tutte le rappresentanze dei combattenti, delle vedove e delle madri dei Caduti, con il Re in testa, e le Bandiere di tutti i reggimenti attesero l’arrivo del convoglio nella Capitale e mossero incontro al Milite Ignoto per renderGli solenne omaggio.

Il Feretro fu poi scortato da un gruppo di dodici decorati di Medaglia d'Oro fino alla Basilica di Santa Maria degli Angeli, al cui interno rimase esposto al pubblico.

L’epilogo avvenne il 4 novembre 1921 con una solenne cerimonia.

Più di trecentomila persone accorsero per quel giorno a Roma da ogni parte d’Italia e più di un milione di italiani fece massa sulle strade della Capitale.

Il corteo avanzò lungo Via Nazionale, lungo la quale erano rappresentati i soldati di tutte le armi e di tutti i servizi dell’Esercito.

Dinanzi al gran monumento, in piazza Venezia, uno smisurato picchetto fu schierato in quadrato, mentre 335 Bandiere dei reggimenti attendevano il Feretro.

Prima della tumulazione, un soldato semplice pose sulla bara l’elmetto da fante.

I militari presenti e i rappresentanti delle nazioni straniere erano sull’attenti, mentre tutto il popolo in ginocchio.

Il feretro del Milite Ignoto veniva quindi inserito nel sacello e così tumulato presso quel monumento che poteva ora ben dirsi Altare della Patria.

FONTE: Logo Difesa

Palazzo Marina torna ad aprire le porte al pubblico 2-3 ottobre 2021

Palazzo Marina torna ad aprire le porte al pubblico 2-3 ottobre 2021 

Palazzo marina

Visita guidata gratuita presso la storica sede della Marina Militarealla scoperta di dipinti, cimeli, foto, divise storiche e antichi strumenti della marineria.
Sabato 2 e domenica 3 ottobre la Marina Militare parteciperà alla nona edizione della manifestazione di architettura, arte e cultura denominata Open House Roma Battito Urbano 2021, aprendo le porte di Palazzo Marina alla cittadinanza e offrendo visite guidate gratuite.
Open House Romaè un evento annuale che, in un solo week-end, consente l’apertura gratuita di circa 200 siti di qualunque epoca della Capitale, notevoli per le loro caratteristiche architettoniche e solitamente inaccessibili, con visite guidate gratuite. La Marina, grazie a Open House, ha la possibilità di mostrare ai cittadini con quale passione mantiene e valorizza questo patrimonio storico, artistico e culturale: il “palcoscenico decorato della vita marittima della Nazione”.
Una visita che porterà gli ospiti a scoprire i luoghi caratteristici della sede dello Stato Maggiore della Marina: dal cortile interno al monumentale Scalone d’Onore, dai lunghi corridoi screziati dai marmi all’elegante Biblioteca Storica, fino ad arrivare alle imponenti ancore nere provenienti dalle corazzate austroungariche Teghettoff e Viribus Unitis, simbolo della vittoria italiana sul mare nella Prima Guerra Mondiale, che per i romani rendono Palazzo Marina il “Palazzo delle Ancore”.
Le visite sono su prenotazione e l’ingresso avverrà dall’entrata in Lungotevere delle navi 17 (lato Ancore), dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 18,dove verrà effettuato il controllo del Green Pass necessario per la visita.
In occasione dell’evento sarà presente un punto informativo presso il quale sarà possibile ricevere materiale promozionale e conoscere i prodotti editoriali della Marina Militare come il Notiziario della Marina, Rivista Marittima e i volumi dell’Ufficio Storico, insieme al personale di Forza Armata che illustrerà le opportunità professionali che questa offre. Chi come me ha avuto la fortuna di visitarlo si sente in dovere di consigliarlo. Credetemi. Ne vale veramente la pena.

FONTE:anmi terracina ANMI Terracina

"Nessuno può uscire", l'equipaggio "perduto" nell'inferno in fondo al mare

Nella prima estate del secolo, il sottomarino russo K-141 Kursk, orgoglio a propulsione nucleare della Flotta del Nord, scompare nel nulla. Serviranno giorni per individuarlo e anni per fare chiarezza sul misterioso "incidente" che scosse i gelidi fondali del Mare di Barents

Kursk

 

5 Dicembre 2021 

"Ore 15.45. Qui è troppo buio per scrivere, ma ci proverò a tentoni. A quanto pare non ci sono possibilità di salvarsi. Forse solo dal 10 al 20 per cento. Speriamo che almeno qualcuno leggerà queste parole. Qui ci sono gli elenchi degli effettivi che adesso si trovano nella nona sezione e tenteranno di uscire. Saluto tutti, non dovete disperarvi". Il messaggio scarabocchiato in cirillico su un foglietto verrà ritrovato nella tasca di un ufficiale della Voenno-Morskoj flot, Dimitry Kolesnikov. Sono le ultime parole venute alla superficie da quelli che furono gli "eroi del sottomarino Kursk": 107 marinai sfortunati che trovarono la morte nelle acque gelide e poco profonde del Mare di Barents nell’agosto del 2000.

La ragione della loro dipartita, nascosta in un primo momento alla Russia e al mondo interno, è ancora avvolta da un velo di mistero. Un mistero che, come spesso accade, vede al centro di un ipotetico intrigo, armi segrete e venti da Guerra Fredda. Perché nonostante l’epoca sovietica fosse terminata, quel vento non aveva smesso di soffiare.

Mentre nei porti strategici della penisola di Kola, gigantesche installazioni di cemento armato che un tempo accoglievano alla fonda la più potente flotta del mondo, gli incrociatori lanciamissili e sottomarini nucleari della vecchia marina sovietica arrugginiscono - spesso cannibalizzati per mantenere operative le più necessarie unità schierate dalla giovane Federazione Russa - il fiore all’occhiello della Flotta del Nord, il sottomarino a propulsione nucleare K-141 Kursk (classe Oscar I/II secondo la classificazione Nato), si prepara a essere impegnato in una grande esercitazione navale che, secondo alcune fonti dell’intelligence di allora, dovrebbe mostrare a emissari cinesi la potenza dei nuovi sottomarini di fabbricazione russa e la letale capacità dei loro nuovi siluri. Era il 12 agosto.

Entrato in servizio nel 1995 e assegnato alla base di Severomorsk, il Kursk - che deve il suo nome alla città omonima dove l’Armata Rossa sconfisse in una battaglia decisiva l’esercito tedesco - è un sottomarino a propulsione nucleare lungo ben 154 metri con un dislocamento 13.500 tonnellate e un equipaggio di 107 tra ufficiali e marinai. Progettato per lanciare dai suoi tubi verticali missili da crociera armabili con testate nucleari (i П-700 Granit, ndr), trasporta una assortimento di siluri per la guerra sottomarina. Compresi - sebbene non sia mai stato certificato - dei siluri sperimentali che sfruttavano la “supercavitazione”: ossia l’effetto di una volta di gas che diminuendo l’attrito dell’acqua fa correre un siluro verso il suo bersaglio a una velocità mai registra prima. La missione di quel giorno per il Kursk, prevede lo sparare una salva di siluri contro un ipotetico bersaglio di superficie, rappresentato dall’incrociatore nucleare classe Kirov, Pietro il Grande, per poi dileguarsi nel mare di Barents mentre il resto della flotta gli avrebbe dato la caccia.

Esplosioni vere durante una guerra per gioco

Quel sabato mattina a nord della Russia il tempo era buono e il mare estremamente calmo. Anche se per il Kursk, che è in immersione già da ore e può rimanerci per intere settimane, navigando approssimativamente per sempre grazie ai due reattori nucleari che lo spingono, non fa alcuna differenza. Sono le 11.28 (le 7.28 secondo il fusorio Utc) quando vengono lanciati i siluri inerti per simulare l’attacco all’incrociatore Pietro in Grande. Nello stesso momento i sismografi norvegesi registrano una forte esplosione. Il Kursk intanto, secondo il resto delle unità russe, è già scomparso nell’abisso poco profondo del mare di Barents. Senza lasciare alcuna traccia penseranno i russi, come da copione nelle esercitazioni. Ma cosa è esploso là sotto?

Presumibilmente uno dei siluri veri che erano alloggiati nella sezione anteriore del sottomarino. L’esplosione che viene registrata è associabile a quella di 100 e i 250 chilogrammi di Tnt, e produce un'onda sismica di intensità di 2,2 secondo la scala Richter”. Ma non l’unica. Appena 135 secondo dopo, ne segue un’altra, d’intensità compresa tra i 3,4 e 4,4 della scala Richter”, una potenza misurabile tra le 3 e le 7 tonnellate di Tnt. Nonostante questo, per diverse ore nessuno si preoccupa del silenzio radio (e sonar) del Kursk - che non ha lanciato nessun tipo di richiesta di soccorso - e che sembra essersi limitato a dileguarsi in attesa di riprendere contatto radio alle ore 18, come previsto dai piani dell’esercitazione.

Quando le unità di superficie non hanno ricevuto né chiamate né risposte all'orario prestabilito, tra i comandanti della Flotta del Nord sorge il dubbio che il Kursk sia in difficoltà. Un aereo da ricognizione Ilyushin per la guerra antisommergibile, dotato di particolari sensori per rilevare la presenza di sottomarini, si alza in volo per perlustrare l’area e individuare una qualsiasi traccia del gigante dei mari che invece giace sul fondale, impotente e coperto da alcuni detriti prodotti dalla seconda esplosione, a circa 135 chilometri dalla costa di Severomorsk, in acque neutrali. Coordinate 69°40′N 37°35′E.

1638537327 13992300 medium

 

Si trova a una profondità esigua, di 108 metri. Qualcuno a posteriori ricorderà che, se si fosse posato in verticale, impuntandosi, considerata la sua lunghezza, le eliche e parte della sezione di poppa sarebbero riaffiorate in superficie. Il Kursk, come abbiamo detto, misurava 154 metri di lunghezza. Come era possibile dunque che non fosse stato individuato immediatamente dalla Flotta che, pur avendone perso le tracce, prima lo braccava e dopo addirittura ne era alla disperata ricerca? Il dubbio permane. Dovranno passare 24 ore prima che il relitto del Kursk venga localizzato dalla spedizione di ricerca che arriverà a contare oltre venti navi, il doppio degli aerei e ben tremila uomini. Tra queste era comparsa anche la Mikhail Rudnitsky, nave appoggio sottomarini della marina russa che svela agli occhi indiscreti degli osservatori occidentali - ci sono navi spia nelle acque di Barents - come doveva esserci stato qualche problema. Le ricerche frenetiche di quel genere, già viste in passato, possono significare solo una cosa: Mosca ha perso uno dei suoi sottomarini.

Era il 13 agosto e secondo gli esperti di Mosca, se ci sono dei superstiti come ci si augura, le riserve d’ossigeno possono durare fino al 18 agosto. L’importante è che non ci siano state perdite al reattore nucleare. Per quanto riguarda le testate nucleari dei missili non c’è problema, dicono, a bordo non ce n’erano. Nessuna fuga radioattiva viene registrata. Sarebbe stata una Chernobyl sottomarina altrimenti.

Un’operazione di salvataggio complessa

superstiti ci sono. Secondo la storia sono 23, sigillati dai portelloni nello scompartimento numero nove. Tutti gli altri a bordo, equipaggio e specialisti imbarcati apposta per l’occasione (si parla di 118 persone in tutto, ndr) sono morti. A rivelare che qualcuno è ancora vivo là sotto, un messaggio con il segnale morse, un Sos, battuto con insistenza con un corpo metallico sulla paratia del Kursk. E poi quei biglietti rinvenuti a posteriori in ottobre, quell’ultimo diario di bordo del capitano Kolesnikov: “Ore 13.15 Tutto il personale dai compartimenti sei, sette e otto è stato spostato nel nono. Qui siamo in 23. Abbiamo preso questa decisione in seguito all'incidente. Nessuno di noi può uscire”. Lo Stato maggiore della Flotta del Nord annuncerà la presenza di quei sopravvissuti solo il 16 agosto però. Accendendo da un lato la speranza nelle famiglie dell’equipaggio e della Russia intera, che ora sapeva: un sottomarino giace sul fondo del mare. E dall'altra parte le polemiche legare al ritardo e a quella segretezza che ricordavano le vecchie psicosi sovietiche.

Come in ognuno di questi incidenti in fondo al mare, è sempre questione di tempo e di tecnologia per il salvataggio e il recupero: tecnologia che viene subito offerta al neo presidente Vladimir Putin, che è in villeggiatura a Sochi, ma gentilmente rifiutata. Secondo il Cremlino il Kursk contiene troppi segreti al suo interno per consentire a un inglese o a un americano di avvicinarsi. Meglio una tomba d'acciaio che una vaso di Pandora nucleare. E poi la grande Madre Russia ha tutto l’occorrente per recuperare il suo sottomarino. Il rimorchiatore d’altura Nikolay Chiker, che dispone di una fotocamera da immersione, ottiene le prime immagini dello scafo e vengono immediatamente convocate sul posto le capsule di salvataggio Pritz Bester. Tutti e quattro i tentativi di avvicinamento e aggancio falliscono. Le condizioni meteorologiche si sono rese avverse. E poi ci sono quei detriti.

La situazione comincia a farsi disperata. Il capo della Flotta del Nord avverte Putin, che a sua volta accetta le offerta d’aiuto pervenute dall'estero. Saranno una nave speciale norvegese equipaggiata e un batiscafo di fabbricazione inglese, l’LR5, ad avvicinare il relitto del Kursk. L’aggancio avviene con successo, ma la situazione è impietosa: il sottomarino è completamente allagato e non è rimasto in vita alcun superstite. Sono tutti morti. Era il 19 agosto, l’ossigeno doveva essere finito nello scompartimento numero nove dove si erano asserragliati gli ultimi eroi del Kursk. Le ultime ispezioni avvengono il giorno 21. Questa consapevolezza straziante toccherà il cuore di tutta la Russia, le famiglie dei sommergibilisti vogliono delle risposte: sul corso degli eventi, sui segreti, sul ritardo dei soccorsi. Ma le risposte sono poche ed essenziali. Durante un noto talk-show dell’epoca, alla domanda "Cosa è successo al Kursk?”, il giovane Vladimir Putin risponderà semplicemente: "È affondato". Senza lasciare quartiere a ulteriori domande sull'accaduto.

 Un duello in fondo al mare? Il mistero dei due sottomarini americani
 
1638537284 13992299 medium
 

Se la versione ufficiale sull’affondamento del Kursk viene attribuita, anche in seguito al recupero del relitto con l’aiuto di una società norvegese, all’esplosione interna del combustibile chimico di un siluro difettoso, che si sarebbe propagata in tutta la sezione anteriore facendo allagare l’intero vascello; la presenza nell’area operazioni di due sottomarini d’attacco classe Los Angeles della Marina americana, lo Uss Memphis e lo Uss Toledo, ha sempre spinto diversi ufficiali della marina russa, e numerosi ricercatori, a ipotizzare un duello negli abissi scatenato da alcune manovre azzardate.

Il Kursk poteva aver urtato un vascello straniero in immersione. Uno dei due sottomarini americani che erano stati inviati nel mare di Barents per osservare l’esercitazione (come se da un sottomarino si potesse “guardare”), ma soprattutto per mandare un messaggio a Mosca: ci siamo e non approviamo. L’ipotesi di una collisione venne sostenuta al tempo ministro della difesa Sergeyev e dall'allora primo ministro Ilya Klebanov. Ma ancora peggio, venne ipotizzato che a seguito delle manovre aggressive che avevano condotto alla collisione, uno dei sottomarini americani avrebbe lanciato almeno un siluro Mark 48 sul Kursk, che per parte sua aveva “aperto i suoi tubi”, e dunque si preparava lanciare a sua volta, affondandolo.

Washington, dove era insediata l’amministrazione Clinton, negò sia l’ipotesi della collisione, sia quella assai più fantasiosa e scabrosa di un duello in fondo ai mari. Secondo gli americani, i loro due sottomarini erano a una distanza di cinque miglia nautiche. Altri esperti ricordano che se un sottomarino russo classe Oscar avesse urtato un sottomarino americano classe Los Angels (metà della stazza, ndr), a Washington avrebbero dovuto preparare 141 bare per i loro marinai. Secondo i sostenitori di questa secondo teoria, lo scontro segreto sarebbe stato insabbiato in cambio di un indennizzo di 10 miliardi di dollaria favore di Mosca. Un vecchio debito cancellato. Una conclusione presentata anche in libro di un vecchio ufficiale russo dal titolo esplicito, come quello di alcuni articoli di giornale che si susseguirono in Russia, “Chi ha sparato al Kursk?

 La commissione d’inchiesta e la versione ufficiale

La commissione d'inchiesta guidata dal procuratore generale Vladimir Ustinov, concluse nel 29 giugno del 2002 che il sottomarino a propulsione nucleare K-141 Kursk era affondato in seguito all'esplosione causata dalla fuoriuscita di perossido d'idrogeno, propellente di un siluro difettoso, mentre era impegnato in una esercitazione. L'esplosione della sola carica avrebbe innescato una reazione a catena che investì l'intero sottomarino. I pochi superstiti compreso il capitano Kolesnikov, nelle tasche del quale vennero ritrovati i due biglietti con i messaggi testé riportati, sarebbero morti appena 8 ore dopo l'incidente. Asfissiati. La tempestività dei soccorsi non avrebbe fatto alcuna differenza.

Alle stesse conclusioni giunse in seguito un'equipe di ricercatori inglesi. Il foro concentrico presente della parte anteriore del relitto, poi recuperato, non era stato causato da un siluro avversario lanciato contro il Kursk da un ipotetico sottomarino straniero. La spia americana rilasciata a Putin in concomitanza degli eventi non aveva alcun legame con l'accaduto. Dopo oltre vent'anni dall'incidente però, in molti in Russia continuano a credere che nelle basse profondità del mare di Barents, come nei piani alti del Cremlino, contraddizionicoincidenze e ritardi nella rivelazione dei fatti, come nella loro spiegazione, siano sentori di un tentativo d'insabbiamento. Nonostante il velo di mistero che permane su ciò che accadde in quel 12 agosto del 2000, il presidente a vita Vladimir Putin aveva ragione: il Kursk è affondato.

 

FONTE:Logo Ilgiornalepuntoit

“Documenti della Nato ceduti ai militari di Mosca in cambio di 5mila euro”: ufficiale della Marina italiana fermato per spionaggio. L’ambasciatore russo convocato dalla Farnesina

I carabinieri del Ros li hanno fermati immediatamente dopo la cessione di documentazione classificata. È stata l'Aisi a innescare l'indagine: il servizio segreto ha ricevuto un input sui rapporti tra i due qualche mese fa da quel momento sono scattate le procedure per i controlli dei movimenti dei due. La Farnesina convoca l'ambasciatore russo ed espelle i due funzionari. Mosca: pronti a rispondere

spionaggiorussia

Una vicenda nebulosa spiegata solo con un breve comunicato. Certo è che l’affaire che vede coinvolti un cittadino italiano, ufficiale della Marina, e un cittadino russo, ufficiale accreditato all’ambasciata di Mosca a Roma, rischia di diventare un caso diplomatico dagli esiti imprevedibili. I due uomini sono stati fermati dagli militari del Ros, il gruppo operativo speciale dei carabinieri, in quello che viene definito incontro clandestino. Beccati subito dopo la cessione di documentazione classificata della Nato. Che tipo di documenti? Carte sui sistemi di telecomunicazione militare. Materiale classificato, alle quali – secondo quanto si apprende da fonti qualificate – il capitano di fregata avrebbe avuto accesso in quanto era in servizio allo Stato maggiore della Difesa. In cambio il militare ha intascato 5mila euro che gli sono stati allungati da un ufficiale delle Forze Armate russe in servizio all’ambasciata della Capitale. Il cittadino russo, protetto dalla guarentigie diplomatiche, è in consegna all’ambasciata. Il cittadino italiano è in stato di fermo per spionaggio e rivelazione di segreto.

C’era un’inchiesta più ampia, si è trattato di una soffiata? Gli unici dati al momento disponibili sono mere informazioni di cronaca. I due sono stati bloccati nella serata di ieri dai carabinieri del Ros, sotto la direzione della Procura di Roma. Ma in passato c’erano già stati alcuni incontri secondo quanto apprende il fattoquotidiano.it. L’operazione, condotta dall’Agenzia Informazioni Sicurezza Interna nell’ambito di una prolungata attività informativa con il supporto dello Stato Maggiore della Difesa, ha riguardato i due militari che avrebbero organizzato vari incontri nelle settimane precedenti. È stata l’Aisi a innescare l’indagine: il servizio segreto ha ricevuto un input sui rapporti tra i due qualche mese fa da quel momento sono scattate le procedure per i controlli dei movimenti. L’ufficiale italiano avrebbe ceduto, tra i dossier riservati, anche documenti Nato, quindi inerenti la sicurezza di altri paesi oltre l’Italia. Al momento è attesa la convalida del fermo del cittadino italiano, richiesta dal pm titolare dell’indagine Gianfederica Dito, e sulla vicenda anche la Procura militare ha ovviamente aperto un fascicolo per rivelazione di segreti militari a scopo di spionaggio e procacciamento di notizie segrete, a scopo di spionaggio. L’interrogatorio di di garanzia davanti al giudice per le indagini preliminari potrebbe tenersi già domani: a quanto si apprende al momento il militare italiano è difeso d’ufficio. Solo dopo la convalida del fermo si potranno conoscere più dettagli.

Intanto la Farnesina rende noto che il Segretario Generale del Ministero degli affari esteri, Elisabetta Belloni, ha convocato al ministero questa mattina – su istruzioni del ministro Luigi Di Maio – l’ambasciatore della Federazione Russa presso la Repubblica Italiana, Sergey Razov. Dall’altra parte arriva il riscontro positivo dei fatti: “Confermiamo il fermo il 30 marzo a Roma di un funzionario dell’ufficio dell’Addetto Militare e sono in corso le verifiche delle circostanze dell’accaduto. Per adesso riteniamo inopportuno commentare i contenuti dell’accaduto. In ogni caso – dicono dall’ambasciata all’Adnkronos – ci auguriamo che quello che è successo non si rifletta sui rapporti bilaterali tra la Russia e l’Italia”. Il ministro, Luigi Di Maio, ha annunciato l’espulsione di due funzionari russi: “In occasione della convocazione al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale dell’ambasciatore russo in Italia, abbiamo trasmesso a quest’ultimo la ferma protesta del governo italiano e notificato l’immediata espulsione dei due funzionari russi coinvolti in questa gravissima vicenda”. Il Cremlino, da parte sua, ha inviato un comunicato per dire che la Russia spera che i legami con l’Italia possano essere “preservati” nonostante la vicenda di Roma. Il ministero degli Esteri russo, inoltre, ha fatto sapere: “Ci dispiace per l’espulsione da Roma di due dipendenti dell’ambasciata russa. Stiamo approfondendo le circostanze di questa decisione. Faremo un ulteriore annuncio sui nostri possibili passi in relazione a questa misura, non adeguata al livello delle relazioni bilaterali, saranno annunciati in seguito”. Sulla vicenda si schiera anche il Regno Unito, con il ministro degli Esteri Domic Raab che esprime “solidarietà” all’Italia e alle azioni intraprese “contro le attività maligne e destabilizzanti della Russia che puntano a danneggiare il nostro alleato nella Nato”

FONTE: Logo Fattoquotidiano

 

“Proiezioni e Obiettivi”, è in arrivo il calendario 2022 della Marina Militare

Nell’hangar della portaerei Cavour si è svolta la presentazione del nuovo prodotto editoriale

01calendarioMM 2021

30 ottobre 2021 Daniela Napoli

​365 giorni tra cielo, terra, mare e abissi.

A bordo della portaerei Cavour - rientrata a Civitavecchia a termine della "Mare Aperto", il più importante appuntamento addestrativo annuale della Forza Armata -  è stato presentato "Proiezioni e obiettivi", il calendario Marina Militare dalle immagini esclusive, vissute sulla scia dell'esercitazione aeronavale appena conclusa.

Dodici mesi da trascorrere - attraverso gli scatti inediti e suggestivi di Massimo Sestini- con la capacità di proiezione del cosiddetto "tridente", un insieme di tecnologia, addestramento e fattore umano in grado di esprimere le capacità portaerei, anfibia e il binomio sommergibili-forze speciali.

Caratteristiche proprie di uno strumento operativo aero-navale che può intervenire ovunque sia necessario, sul mare e dal mare, anche a grande distanza laddove si sviluppino le crisi per garantire la libertà di navigazione, la pace e la stabilità internazionale.

Nel calendario si potranno apprezzare, il rinnovamento della componente aerotattica imbarcata sulla portaerei, il peculiare apporto della Brigata Marina San Marco e l'alta specializzazione del Gruppo Incursori che operano in modo occulto in simbiosi con i più moderni sottomarini. Una predisposizione naturale a declinarsi nelle quattro dimensioni, che fa della Marina Militare una Forza Armata completa sotto tutti i punti di vista.

Con il Calendario 2022 la Marina sostiene la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, realtà militare e civile che si incontrano nel comune intento di proteggere e aiutare chi è in difficoltà.

 

 

FONTE:Logo Notiziario online

 

1° seminario per ufficiali ammiragli ed ufficiali superiori

1° seminario per ufficiali ammiragli ed ufficiali superiori impiegabili come titolari di comandi complessi a connotazione operativa e Force Commander

SeminarioMM1

27 luglio 2021 Francesco Zampieri

Nell’ambito delle attività di formazione superiore e avanzata propedeutiche all’assunzione di incarichi per l’alta dirigenza, dal 19 al 23 luglio presso il Comando in Capo della Squadra navale a Roma, si è svolto il "1° seminario per ufficiali ammiragli ed ufficiali superiori impiegabili come titolari di comandi complessi a connotazione operativa e Force Commander".

Il seminario ha rappresentato un momento formativo di altissimo livello, unico esempio in campo nazionale, a similitudine di quanto fatto per i Flag Commanders della Marina degli Stati Uniti nel Combined Force Maritime Component Commander organizzato dallo US Naval War College.

L’iniziativa è stata molto apprezzata dai partecipanti e anche da alcuni dei relatori di spicco, tra i quali il generale Claudio Graziano, presidente del Comitato militare dell’Unione Europea, che ha sottolineato come una simile iniziativa rappresenti un’eccellenza assoluta a livello nazionale.

Il percorso didattico proposto ai frequentatori ha privilegiato contenuti di carattere strategico-geopolitico – con particolare riferimento alle alleanze di riferimento, NATO e Unione Europea – ma ha affrontato anche tematiche di carattere operativo, organico e "datoriale", quali l’organizzazione e la gestione del personale, l’approntamento delle Forze, il supporto logistico, il diritto internazionale marittimo e dei conflitti armati, la comunicazione istituzionale e le problematiche di tipo giuridico-amministrativo.

Nel corso del seminario si sono alternati docenti universitari, diplomatici - tra i quali l’ambasciatore Francesco Talò, rappresentante permanente italiano presso il Consiglio Atlantico - e alte personalità nel ruolo di conferenzieri e discussant nei dibattitti che hanno animato l’iniziativa.

Molto apprezzate la tavola rotonda conclusiva – alla quale sono intervenuti i principali comandanti operativi e Force Commanders, attualmente impegnati nelle varie operazioni che vedono protagonista la Marina Militare – e gli interventi dell’ammiraglio (USN, Ret.) James G. Foggo, già comandante dell’Allied Joint Force Command di Napoli, e del sottocapo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio di squadra Aurelio De Carolis, che hanno presentato le rispettive esperienze nell’approntamento e nella gestione di comandi complessi.

Nella giornata conclusiva, il contributo del comandante in capo della Squadra Navale, ammiraglio di squadra Enrico Credendino e l’intervento di chiusura del capo di Stato Maggiore della Marina Militare, ammiraglio di squadra Giuseppe Cavo Dragone.

 

10 dicembre 1917 a Trieste la Marina affonda la corazzata austro-ungarica Wien

104 anni fa venivano scritte le pagine di un successo italiano della Grande Guerra sul mare

Corazzata wien1

10 dicembre 2021 Stefano Febbraro

A causa dello sfondamento austriaco (nell'ottobre 1917) avvenuto a Caporetto, il fronte italiano ripiegava dall'Isonzo e stabiliva una linea di resistenza sul corso del fiume Piave. Questa estrema linea di difesa era considerata vitale, poiché superata, avrebbe portato le truppe austro-tedesche in poche ore a Venezia e a Vicenza, e forse a dilagare nella Pianura Padana, disegnando terribilmente le sorti del primo conflitto mondiale. Temendo un aggiramento da parte nemica gli italiani avevano fortificato l'isolotto di Cortellazzo, posto alla foce del fiume.

E così fu. I comandi imperiali decisero di neutralizzare la posizione italiana di Cortellazzo bombardandola con i grossi calibri delle corazzate “SMS Wien" e la gemella “SMS Budapest", navi da battaglia da difesa costiera.

Gli italiani avevano previsto tale possibilità e per questo avevano dislocato nella zona una squadriglia di Mas, piccole imbarcazioni di circa 10 metri motosiluranti molto veloci e molto manovriere al comando del capitano di fregata Costanzo Ciano; il quale intercettate le corazzate nemiche le affrontò senza infliggere loro particolari danni ma le costrinse a desistere dall'azione pianificata e a ripiegare a Trieste.

La mattina del 09 dicembre una ricognizione aerea individuò le due corazzate austro-ungariche, all'ancora nel vallone di Muggia. La notizia venne trasmessa alla Regia Marina che non si perse di animo e nella notte fra il 9 e il 10 dicembre del 1917 diede ordine al MAS 9 (comandato dal tenente di vascello Luigi Rizzo, ideatore sin dalla primavera di quell'impresa, lungamente studiata) e al MAS 13 (condotto dal Capo timoniere 1^ cl. Andrea Ferrarini) di salpare da Venezia, sotto la scorta delle torpediniere 9PN e 11PN e di attaccare le due unità nemiche a Trieste.

Giunti fuori al porto di Trieste, dopo quasi due ore di duro e silenzioso lavoro di taglio a mano, dei cavi delle ostruzioni del porto, i due MAS penetrano nel Vallone di Muggia, navigando lentamente e senza rumore utilizzando i motori elettrici. Dopo un'ultima ricognizione, destinata a confermare la mancanza di reti parasiluri nel bacino portuale, i MAS lanciano i siluri a distanza ravvicinata. Alle 2.32 la Wien affondò rapidamente colpita a centro nave, mentre la Budapest riportò solo lievi danni.

Terminata l'incursione i MAS riuscirono a sottrarsi al fuoco nemico e rientrare a Venezia. Per questa operazione militare, il Tenente di Vascello Luigi Rizzo fu insignito della prima Medaglia d'Oro al Valor Militare.

L'affondamento di questa corazzata è il primo grande successo italiano della Grande Guerra sul mare. L'azione, ben pianificata, venne abilmente comunicata e valorizzata in modo da sottolineare l'inversione di tendenza del conflitto a quasi due mesi dai fatti di Caporetto.

Ideatore e convinto sostenitore della strategia della "battaglia in porto" era l'ammiraglio Paolo Thaon di Revel (Capo di Stato Maggiore della Marina nel 1915 e nuovamente nel 1917-1919). Sempre in prima linea, il futuro Grande Ammiraglio si dimostrò costantemente aperto alle innovazioni, dall'aviazione navale ai sommergibili fino ai MAS e ai treni armati, e incoraggiò l'iniziativa dei propri marinai, non esitando a verificare di persona le operazioni di forzamento dei porti avversari. Come quando una notte del settembre 1917, si spinse, a bordo di un motoscafo, a poche centinaia di metri dalle ostruzioni triestine nel corso della redazione finale del piano di Rizzo.

 

 

 

FONTE:Logo notiziario online nuovo

 

Info abbonamenti

logo rivista matrittima abb

Logo Notiziario online Abb

103 anni fa gli uomini della Marina affondarono la corazzata Viribus Unitis

A Pola, una delle più memorabili imprese, ai danni dell'Impero Austro-Ungarico, ad opera dei precursori delle forze speciali della Marina italiana

viribus

31 ottobre 2021 Marco Sciarretta

In una notte senza Luna, fra il 31 ottobre e il 1 novembre 1918, si compie una delle più memorabili imprese ad opera dei precursori delle Forze Speciali della Marina. 

In quella fase del primo conflitto mondiale la Marina Austro Ungarica, evitando lo scontro frontale, preferisce mantenere le proprie unità maggiori al sicuro nella ben difesa base di Pola. La Marina italiana mette quindi a punto un ardimentoso piano per colpire le navi nemiche direttamente nei loro porti, impegnandosi nello sviluppo di Unità insidiose quali, oltre ai celebri M.A.S., mezzi speciali come il barchino saltatore del tipo Grillo e la torpedine semovente detta Mignatta”.

La Mignatta è per l'epoca un mezzo "anticonvenzionale" di nuovissima concezione: un galleggiante munito di sistema propulsivo e dotato spinta positiva molto limitata, per poter navigare in maniera occulta a fior d’acqua, provvisto di due cariche esplosive con timer di scoppio, da applicare alle carene delle navi nemiche dai due operatori di equipaggio

La prima missione è organizzata per attaccare le rimanenti navi maggiori della Marina avversaria. Equipaggio della missione il Maggiore Raffaele Rossetti e il Tenente Raffaele Paolucci. Uno, ingegnere del Genio Navale, inventore dei mezzi speciali insidiosi. L’altro, medico, studioso delle tecniche e della fisiologia del nuoto d’assalto. Insieme possono essere considerati i precursori del concetto di Forze Speciali.

Nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre 1918,approfittando della scarsissima visibilità notturna causata dall'assenza della luna, una spedizione composta dai M.A.S. 94 e 95 e dalla torpediniera 65 PN, con a bordo la torpedine semovente Mignatta, dirige sulla base navale nemica di Pola.

Giunta a breve distanza dal porto, la torpediniera mette a mare la Mignatta che viene accompagnata fin sotto le dighe foranee dai M.A.S., che lì rimangono in attesa. Superate le ostruzioni, in parte a nuoto e in parte servendosi del motore della Mignatta, i due operatori penetrano nello specchio d’acqua interno e dirigono verso lo scafo di una delle più grosse unità all’ormeggio, la corazzata Viribus Unitis, che minano con una delle cariche.

Compiuta l’operazione, mentre si accingono a rientrare sono scoperti da un proiettore; vista inevitabile la cattura, affondano il mezzo che, trasportato dalla corrente, finisce con la seconda carica innescata, sotto lo scafo del piroscafo Wien, causandone la perdita. All’ora prevista la prima carica scoppia causando l’affondamento della nave da battaglia avversaria; i due operatori sono catturati e considerati prigionieri di guerra.

Due giorni dopo l’impresa di Pola, l’Impero asburgico cedeva le armi, nel 1929 l'ancora della corazzata Viribus Unitis fu posta all'ingresso di Palazzo Marina a Roma, qualche mese dopo la sua inaugurazione, per ricordare a tutti la impresa di Pola.

 

 

FONTE: Logo Notiziario online

130 anni di storia per i Sommergibili della Marina

Uno spirito ancora vivo e che anima gli equipaggi dei battelli dopo piu di un secolo di storia al servizio del Paese

 Sommergibili5

16 ottobre 2020 Giovanni Peruzzini
80 anni fa, il 16 ottobre del 1940, la MOVM C.C. Salvatore Todaro e l’equipaggio del Regio Sommergibile Cappellini si resero protagonisti di una vicenda straordinaria i cui confini superano il quadro delle vicende belliche. Marinai fuori dal comune, vittoriosi tra le insidiose acque dell’Oceano Atlantico ma dotati di una rara umanità che li spinse ad affrontare situazioni di grande pericolo per portare in salvo i naufraghi del piroscafo armato Kabalo, fiero avversario fino a pochi istanti prima dell'affondamento. Una decisione non facile e rischiosa da portare a compimento, ma che rispecchia in maniera indelebile l’essenza del sommergibilista e del marinaio italiano. Uno spirito ancora vivo e che anima gli equipaggi dei battelli dopo 130 di storia al servizio del Paese. Quest’anno ricorre infatti l’anniversario della fondazione della Componente Sommergibili, coincidente con l'impostazione nel 1890 del Regio Sommergibile Delfino, prima Unità Subacquea Italiana e tra le prime al mondo in assoluto. Il progetto rappresentò l’inizio di un epopea tecnologica ed operativa che ha attraversato, con quasi 200 sommergibili, due Guerra Mondiali e la Guerra Fredda. Il sig. Capo di Stato Maggiore ha reso lustro alla celebrazione odierna rivolgendo un pensiero riconoscente agli Equipaggi, al personale di terra, militare e civile, agli uomini e le donne della Componente che sono impegnati quotidianamente, 365 giorni all’anno, nel garantire la tutela sul mare degli interessi vitali del Paese e la sicurezza degli spazi marittimi. Uomini e donne con la loro dedizione, senza risparmi di energia, in maniera continua e in perfetta condivisione di intenti, si adoperano per il conseguimento degli obiettivi comuni e per il bene della Nazione.

La componente sommergibili nazionale è una compagine saldamente ancorata alle proprie tradizioni e alla gloriosa storia, ma, al contempo, impegnata nello sviluppo dei nuovi sottomarini U212 NFS che saranno unità all’avanguardia, tecnologicamente allo stato dell’arte e quindi costantemente proiettata al futuro.

FONTE: Logo Marinamilitare

14 dicembre 1941, rotta Sud per il sommergibile Scirè. L'Impresa di Alessandra è ormai vicina

La missione GA3 entra nel vivo per il sommergibile e per gli incursori imbarcati

Scire 14dicembre1

14 dicembre 2021 Emanuele Bianchi

​Tratto dal “Mediterraneo e oltre” di Enrico Cernuschi e Andrea Tirondola.

Dopo la navigazione da La Spezia a Lero, il rifornimento e le riparazioni nell'isola greca, il comandante del sommergibile Scirè, capitano di corvetta Junio Valerio Borghese era impaziente di salpare per raggiungere Alessandria d’Egitto e far partire la fase operativa dell'azione.

A Lero, poche ore prima della partenza salirono a bordo del sommergibile i 10 incursori, che avrebbero dovuto condurre i maiali. Lo Scirè ne imbarcava 3, contenuti in cilindri metallici posti sulla coperta del battello (scopri di più sui Siluri a Lenta Corsa - maiali).

Pochi minuti dopo l'imbarco degli incursori lo Scirè lasciava gli ormeggi. La navigazione, questa volta, doveva essere il più possibile occulta, emergendo soltanto di notte per ricaricare gli accumulatori, rigenerare l’aria e fare le osservazioni astronomiche per calcolare il punto nave. Nel frattempo gli incursori della X MAS riposavano, in vista della missione. Il mattino del 16, giunto a circa 30 miglia a nord di Alessandria, il comandante Borghese decise di rimandare l’azione di 24 ore. La nuova data fu imposta sia dalle condizioni del mare sia dalla perdurante assenza di informazioni sulla presenza in porto degli obiettivi.

Possiamo cogliere dalle parole dello stesso Borghese, riportate sul diario di bordo, i passaggi salienti della navigazione che precede l'impresa di Alessandria (tratto da “Lo Scirè, un sommergibile… un uomo…”, di Luciano Ridolfi).

  • 14 dicembre 1941
    • 07.00: gli operatori della X MAS imbarcavano sullo Scirè: T.V. Luigi De La Penne e Capo Pal. 3^ Emilio Bianchi (equipaggio SLC n° 221); Cap. A.N. Vincenzo Martellotta e 2° C° Pal. Mario Marino (equipaggio SLC n° 222); Cap. G.N. Antonio Marceglia e Pal. Spartaco Schergat (equipaggio SLC 223); 1° equipaggio di riserva: Ten. D.M. Luigi Feltrinelli e Pal. Armando Favale; 2 equipaggio di riserva: S.T. medico Giorgio Spaccarelli e S.C. Pal. Armando Memoli;
    • 07.20: mollo ed esco dal porto.
  • 14-15 dicembre
    • navigazione in superficie e in immersione, calcolo coordinate attraverso osservazione astronomica.
  • 16 dicembre 1941
    • 01.30: per non sottoporre a eccessivo tormento il materiale e soprattutto il personale operatore, a causa delle cattive condizioni del mare prendo immersione;
    • 06.05: emersione per osservazione astronomiche
    • 06.25: immersione per navigazione occulta. In seguito al mare grosso e alla mancanza di notizie precise sulla consistenza delle unità nemiche in porto decido di rimandare di 24 ore l’azione, posticipandola dalla notte fra il 17 e il 18, alla notte fra il 18 e il 19 dicembre 1941;
  • 17 dicembre
    • 05.05: emersione, osservazione astronomica. Viste le condizioni metereologiche favorevoli decido l’azione per la sera del 18 dicembre 1941 sperando ricevere, frattanto, informazioni precise sulla presenza di navi in porto;
    • 06,06: immersione;
    • 06,16: lontane esplosioni;
    • 07,20: agli idrofoni motori a scoppio;
    • 13,20: due serie di quattro esplosioni lontane;
    • 14,00: inizio navigazione di avvicinamento;
    • 18,00: emersione, carica;
    • 19.06: telegramma da Atene mi da conferma presenza 2 obiettivi in porto Alessandria;
    • 19,30: all’orizzonte proiettili traccianti, ammesso che provengano da Alessandria confermano la mia giusta posizione.


Nel prossimo articolo passeremo all'ultima fase della missione GA3, l'attacco alle navi nemicheche passerà alla storia come l'Impresa di Alessandria.

 

 

FONTE:Logo notiziario online nuovo

 

Info abbonamenti

logo rivista matrittima abb

Logo Notiziario online Abb

17 novembre 1860, un primo importante passo verso la Marina unitaria

Una tappa cruciale di un lucido e lungimirante percorso economico e politico

4marina unitaria

17 novembre 2021 Marina Militare

«Il sottoscritto, preposto all’amministrazione delle cose di mare di uno Stato collocato in mezzo al Mediterraneo, ricco di invidiabile estensione di coste e di una numerosa popolazione marittima, sente il dovere di dare il più ampio sviluppo alle risorse navali del Paese»

Queste furono le parole scritte dal Presidente del Consiglio, Camillo Benso Conte di Cavour, presentando il bilancio della Marina del 1860.

Ma non erano solo le parole del Presidente del Consiglio: il 17 marzo 1860,  il Ministero della Marina era stato separato e reso autonomo rispetto a quello della Guerra, tradizionalmente in mano all'Esercito. Il primo titolare del nuovo Ministero fu proprio Cavour, e non fu un caso. Quel Presidente del consiglio, da attento economista, non voleva certo delegare ad altri quel prezioso strumento navale in vista dei prossimi, ormai intuibili grandi avvenimenti che sarebbero culminati, di lì a poco, nell'unità del Paese a cui in molti ancora non credevano.

Esattamente otto mesi dopo un'altro cruciale passo verso l'unificazione della Marina militare italiana. 17 novembre 1860, furono emanati i Regi Decreti n. 4419, 4420 e 4421 che fusero in un unico corpo gli ufficiali provenienti dalle flotte Sarda, Partenopea, Siciliana, Toscana e (per la parte adriatica soltanto) Pontificia, organizzando altresì amministrativamente la Regia Marina. L'intenzione di costiture una Forza Armata di mare unica al servizio del Regno d'Italia, anticipò dunque di quattro mesi la formale costituzione di quest'ultimo.

Non fu certo la definitiva nascita di una Marina unitaria, ma un'importante tappa di un lucido e lungimirante percorso economico e politicoInfatti il processo di accorpamento di tutte le Marine preunitarie potra essere considerato concluso il 1 gennaio 1861, come sancito con Regio Decreto del successivo 10 gennaio, cui seguirà l’assunzione formale da parte della Marina del Regno d’Italia del titolo di "Regia", conseguente alla proclamazione di poco successiva dell’Unità nazionale: 17 marzo 1861 dal parlamento italiano riunito a Torino che ora includeva anche i deputati delle nuove provincie.

Ma com'era composta la neonata Marina militare unitaria? In essa confluivano su base paritaria le Marine dei precedenti Stati italiani, definiti "Antiche Province": le Marine sabauda - da poco unitasi a quella toscana - siciliana, napoletana e, in parte, pontificia, già impegnate – talvolta anche congiuntamente - nel corso delle guerre per l’indipendenza nazionale. Stabilita la valenza di leggi, regolamenti e pregresse anzianità, e quindi la diretta continuità istituzionale della Marina Militare rispetto a queste ultime, essa può essere fatta risalire almeno al Medioevo. La stessa ebbe infatti come precedenti – oltre alle equivalenti organizzazioni militari delle Repubbliche Marinare (Amalfi, Pisa, Genova, Venezia) – soprattutto anche la Marina militare di Federico II imperatore e re di Sicilia, fondata nel 1231 per effetto di quanto prescritto, in maniera organica e per la prima volta in Occidente, nel Liber Constitutionum di Melfi: norme di rango costituzionale di organizzazione di uno Stato non più di matrice feudale, in qualche modo ancora alla base del Regno delle Due Sicilie preunitario.

Con la nascita della Regia Marina, l’Italia cominciò a perseguire la creazione di un adeguato quanto vitale Potere Marittimo nazionale. Superati i primi, più duri anni e la Terza guerra d’indipendenza, la nuova Forza Armata acquisisce un proprio significativo prestigio, grazie anche all’azione di grandi personalità, quali gli ammiragli Augusto Riboty Simone Pacoret de Saint Bon. Figura di primissimo piano dell’epoca, gloria nazionale e internazionale nel campo dell’ingegneria, il Generale del Genio Navale, e Ministro della Marina, Benedetto Brin: insigne progettista e organizzatore, in primo piano nella creazione di un’industria pesante nazionale, favorisce in ogni modo le misure che riescono ad affrancare la nazione dall’industria straniera, varando un poderoso programma navale, rivoluzionario sia a livello concettuale sia tecnologico, inteso a formare uno strumento potente e bilanciato. In poco più di un ventennio il fervore di rinnovamento e potenziamento della linea navale e delle infrastrutture faranno sì che, nel 1895, l’Italia arrivi ad occupare il rango di terzo posto fra le potenze marittime mondiali.

Un percorso di nascita che puntando fin da subito al Potere Marittimo, collateralmente attivò un volano per lo sviluppo economico del Paese.

 

 
 

18-19 dicembre 1941: l'Impresa di Alessandria

Sei uomini scrivono le pagine di un successo nella storia della  Marina e in quella navale di tutti i tempi

20201218 18 19 dicembre 1941 l Impresa di Alessandria

18 dicembre 2021 Salvatore Murolo

Nella notte fra il 18 e il 19 dicembre 1941, 6 incursori della Marina Militare portarono a termine l'Impresa di Alessandria, ai danni della flotta britannica nel Mediterraneo (Mediterranean Fleet), scrivendo un finale culminante per l'operazione G.A.3. Questa operazione fu frutto di una meticolosa preparazione di mezzi e di addestramento.

L'attento studio delle difese avversarie era iniziato già dall' estate di quell'anno, utilizzando sia delle decrittazioni dei messaggi radio avversari, sia delle catture di documenti e mappe inglesi ottenuti nelle forme più diverse. Uno dei casi più eclatanti è senz'altro l'avventuroso recupero dal fondo del mare della documentazione segreta custodita a bordo del relitto del cacciatorpediniere britannico Mohawk, silurato e affondato dal caccia italiano Tarigo.

L'operazione prende il via con l'imbarco dei mezzi d'assalto Siluri a Lenta corsa (SLC), poi universalmente noti come "Maiali", sul sommergibile Sciré, che, al comando del tenente di vascello Junio Valerio Borghese, parte dalla Spezia alle 23:00 del 3 dicembre 1941, diretto alla base italiana di Lero, dove arriva la sera del 9 dopo un tragitto non privo di imprevisti. Avvistato da un aereo britannico, sfugge all'identificazione salutando allegramente il velivolo avversario salvo trasmettere prontamente, con il proiettore, il corretto segnale di riconoscimento inglese del giorno, ovviamente ottenuto grazie all'opera del Servizio Informazioni Segrete della Marina, come scopriranno con raccapriccio gli investigatori britannici il mese successivo dopo aver esaminato tutti i rapporti dei ricognitori del novembre-dicembre 1941. 

Alle 07:00 del 14, imbarcati gli operatori, il battello lascia gli ormeggi e inizia la navigazione occulta verso Alessandria, emergendo solo di notte per ricaricare le batterie e verificare la rotta. La sera del 17 dicembre 1941 arriva la conferma della presenza in porto di due navi da battaglia da parte del comando centrale della Marina e, caricate al massimo aria ed energia elettrica, lo Scirè inizia la sua incredibile corsa sottomarina attraverso gli sbarramenti minati, sempre al di sotto dei 60 m di profondità e su fondali rapidamente decrescenti, per emergere, infine, in posizione perfetta a 1.3 miglia nautiche per 356° dal fanale di Alessandria.

I sei uomini del gruppo d'assalto, in coppie su ogni maiale, iniziarono così il loro transito occulto verso i bersagli. Sul maiale 221 il tenente di vascello Luigi Durand De la Penne con il Capo Palombaro Emilio Bianchi, sul maiale 222 capitano delle Armi Navali Vincenzo Martellotta con il Capo Palombaro Mario Marino e sul maiale 223 ilcapitano del Genio Navale Antonio Marceglia con il Sottocapo Palombaro Spartaco Schergat.

De La Penne: "Come va Bianchi?"

Bianchi: "Bene comandante"

De La Penne: "Hai paura?"

Bianchi: "Si comandante"

De La Penne: "Anch'io, Bene, andiamo!"

Durand de la Penne e Bianchi puntarono alla nave da battaglia Valiant. Nell'ultimo tratto della corsa subacquea de la Penne fu costretto a trascinare sul fondo il proprio mezzo avendo perso il supporto di Bianchi colpito da un malore a causa di malfunzionamento al respiratore. Riuscì a posizionarne la carica esplosiva sotto la nave ma fu catturato. Poco dopo fu catturato anche Bianchi e i due furono chiusi nel pozzo catene della nave. I due non rivelarono la posizione dell'ordigno ma a mezz'ora dallo scoppio, de la Penne si fece condurre dal comandante della nave per informarlo del rischio corso dall'equipaggio; ciò nonostante questi fece riportare l'ufficiale italiano dov'era. L'esplosione fu puntuale e squarciò la carena della corazzata ma i due italiani riuscirono ad uscire dal locale e ad andare in coperta da dove vennero evacuati insieme al resto dell'equipaggio.

Martellotta e Mario Marino, furono costretti a navigare in superficie a causa di un malore del capo equipaggio e riuscirono a posizionare la carica per la petroliera Sagona senza riuscire a sfuggire alla cattura degli egiziani. Intorno alle sei del mattino successivo ebbero luogo le esplosioni. Quattro navi furono gravemente danneggiate nell'impresa: oltre alle tre citate anche il cacciatorpediniere HMS Jervis, ormeggiato a fianco della Sagona, fu infatti vittima delle cariche posate dagli assaltatori italiani.

Marceglia e Schergat riuscirono infine a portare a termine senza imprevisti l'attacco alla Queen Elizabeth. Dopo aver piazzato la carica esplosiva raggiunsero terra e riuscirono ad allontanarsi da Alessandria ma vennero riconosciuti e catturati anche loro il giorno successivo.

Il bilancio finale dei danni fu il seguente: affondamento di due navi da battaglia britanniche HMS Queen Elizabeth (33.550 tonnellate) e HMS Valiant da (27.500 tonnellate) e danneggiamento della petroliera Sagona (7750 tonnellate) e del cacciatorpediniere Jervis (1690 t). Un'impresa epica e una straordinaria vittoria nei confronti di quella che era, all'epoca, la maggiore Marina del mondo. Non un atto singolo, ma un'azione inquadrata in una strategia che, insieme alle efficaci azioni offensive dei mesi successivi contro i convogli britannici diretti a Malta, consentì all'Italia di esercitare il Potere Marittimo nel Mediterraneo.

«...sei italiani equipaggiati con materiali di costo irrisorio hanno fatto vacillare l'equilibrio militare in Mediterraneo a vantaggio dell'Asse.» (Winston Churchill)

Il 1st Battle Squadron della Mediterranean Fleet, tradizionale fiore all'occhiello della Royal Navy, non esiste più dal dicembre 1941.

Il valore dei nostri eroi fu apprezzato anche da chi subì la loro azione. Tre anni dopo, i sei protagonisti dell'impresa vennero decorati a Taranto con la medaglia d'oro al valor militare in modo del tutto singolare: ad appuntare la medaglia sul loro petto fu il commodoro Sir Charles Morgan, già comandante della HMS Valiant al tempo dell'operazione.

 

 

FONTE:Logo notiziario online nuovo

 

Info abbonamenti

logo rivista matrittima abb

Logo Notiziario online Abb

1921 - 2021: 100° Anniversario del Milite Ignoto

"Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria 

 civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese,

 prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie

 e cadde combattendo senz'altro premio sperare

 che la vittoria e la grandezza della patria."

 

boxvideo boxfoto
boxlettere boxstoria

 

Logo del centenario

 Locandina 

Documento ricavato da ricerche effettuate da Comune di Polesella (RO)
relativo al comitato di accoglienza del convoglio

Clicca sull'immagine 

MIL IGN1cop

 

FONTE: Logo Difesa

22 maggio 1941: la lunga notte della Torpediniera Lupo

Nel Mar Egeo, una memorabile azione notturna contro una formazione inglese, dimostrando audacia e prontezza straordinarie

2.jpgLupo

22 maggio 2022 Natalia Marra

Ottantuno anni fa, nel Mar Egeo, la Regia Torpediniera Lupo, con al comando il capitano di fregata Francesco Mimbelli, si rese protagonista di una memorabile azione notturna nel corso della battaglia di Creta. Con mirabile audacia ed eccezionale prontezza, affrontò una formazione inglese, composta dagli incrociatori Ajax, Orion, Dido e dai cacciatorpediniere Hereward, Hasty, Janus e Kimberley,riuscendo a tenere testa al nemico e proteggendo il convoglio.  

Alle 22.33 del 21 maggio, in prossimità di Capo Spada, il Lupo, avvistato improvvisamente ad una distanza di circa 1.000 metri un cacciatorpediniere inglese, iniziò a distendere una cortina fumogena a protezione delle piccole unità scortate. Subito dopo, fu avvistato ad una distanza di 700 metri un incrociatore britannico che aprì il fuoco contro la torpediniera italiana. Il Lupo rispose con tutte le armi e lanciando un siluro. Durante lo scambio di cannonate, comparve improvvisamente a brevissima distanza un secondo incrociatore su cui la torpediniera concentrò il fuoco delle sue artiglierie lanciando un secondo siluro, mentre apparivano via via nella foschia, causata dalla cortina fumogena, altre sagome di navi nemiche.

Nel mezzo della mischia, ritenendo che uno dei siluri fosse andato a bersaglio e mentre le unità nemiche nell'evidente confusione creata dalla scarsa visibilità, invece di concentrare il fuoco sull'unità italiana, si scambiavano cannonate fra di loro, il Lupo riuscì a sfuggire abilmente all'impari lotta. Durante il combattimento, il Lupo, ripetutamente colpito dalla reazione avversaria, ebbe due caduti e numerosi feriti gravi tra l'equipaggio. Allontanatasi la formazione britannica, il Lupo ritornò sulla scena d'azione per recuperare i naufraghi.  

Per questa azione straordinaria, la bandiera di guerra del Lupo venne decorata con la Medaglia d'Argento al Valor Militare e al comandante Mimbelli venne decretata  la Medaglia d'Oro al Valor Militare. 

Il rapporto di missione della Regia Torpediniera Lupo, redatto dal comandante Mimbelli in uno stile asciutto ed elegante, è custodito dall'Ufficio Storico della Marina Militare a Roma, per le attuali e future generazioni.

 

FONTE:Logo notiziario online nuovo

Info abbonamenti

logo rivista matrittima abb

Logo Notiziario online Abb

26 luglio 1941, ottant’anni fa l’attacco a Malta: il sacrificio di Teseo Tesei

E’ con piacere che pubblichiamo un articolo di Tiziano Ciocchetti, apparso originariamente su DIFESAONLINE, sull’attacco a Malta che avvenne 80 anni fa da parte dei reparti navali e subacquei della X Flottiglia MAS

teseo tesei 1

Sebbene l’articolo si centri sulla figura di Teseo Tesei, colgo l’occasione per ricordare che, dei diretti partecipanti all’incursione, solo 11 naufraghi del MAS 452, riuscirono a raggiungere l’Avviso Diana al largo di Capo Passero, e da lì il porto di Augusta. Un’azione eroica per la quale furono conferite il maggior numero di Medaglie d’oro al Valor militare (1 a vivente e 8 alla memoria) in un’unica missione.

Operazione Malta 2

Il vicegovernatore di Malta, sir Edward Jackson, ricordando l’episodio scrisse: “Nel luglio scorso gli italiani hanno condotto un attacco con grande decisione per penetrare nel porto, impiegando MAS e “siluri umani” armati da “squadre suicide” (…). Questa impresa ha richiesto le più alte doti di coraggio personale“.

CLAUDUS SAN ELMO

l’esplosione dl ponte di San Elmo alla Valletta

26 LUGLIO 1941, ATTACCO A MALTA: IL SACRIFICIO DI TESEO TESEI … scritto da Tiziano Ciocchetti

L’isola di Malta – nella narrazione post bellica della Seconda Guerra Mondiale – rappresenta una sorta di roccaforte inespugnabile, capace di frustrare i tentativi di rifornimento navale dell’Afrika Korps, impegnato in una lotta mortale contro le forze del Commonwealth in Nord Africa. Eppure, almeno fino alla primavera del 1941, Malta non rappresenta alcuna minaccia alle vie di comunicazione tra l’Italia e la Libia. La situazione cambia radicalmente in seguito allo spostamento di forze aeree italo-tedesche sul fronte greco, che si sarebbe allargato, poi, a tutta la penisola balcanica. Inoltre, il X Corpo Aereo della Luftwaffe, si stava mobilitando per l’imminente invasione dell’Unione Sovietica (22 giugno 1941), quindi aveva dovuto diminuire sensibilmente la sua presenza nel Mediterraneo meridionale.

Andrew Cunningham 1947 768x1024

l’ammiraglio Andrew Cunningham

Visto l’alleggerimento della minaccia delle forze aeree dell’Asse, il comandante della Mediterranean Fleet, l’ammiraglio Cunningham, decide di dislocare a Malta quattro cacciatorpediniere. Dopo i primi successi contro il naviglio italiano, Cunningham si convince di mandare nell’isola una divisione leggera composta da incrociatori e caccia (avvalendosi di radar), per attaccare i convogli carichi di rifornimenti destinati alle truppe italo-tedesche in Libia. Successivamente viene stanziata a Malta un’intera divisione di incrociatori leggeri e una flottiglia di cacciatorpediniere: una seria minaccia per il naviglio impiegato per il rifornimento delle forze dell’Asse in Nord Africa. Tale minaccia preoccupa non poco SUPERMARINA, e il cambiamento strategico nel Mediterraneo meridionale emerge in tutta la sua drammaticità nella notte tra il 15 e il 16 aprile 1941,quando quattro cacciatorpediniere della Royal Navy attaccano il convoglio Tarigo distruggendolo completamente.

Dopo questo tragico evento, gli analisti di SUPERMARINA, si convincono che Malta sarebbe diventata la base di partenza di unità di superficie veloci che avrebbero attaccato in modo sistematico i convogli diretti in Africa settentrionale. Sintomatico il promemoria n.65 S/RRP emesso da SUPERMARINA: “ si impone l’aumento di agguati di nostri sommergibili nelle acque che circondano l’isola e anche, campi minati permettendolo, all’interno di quelle più prossime ai suoi accessi portuali, le stesse dove dovrebbero operare con maggiore e più costante frequenza nostri mezzi insidiosi”.

Raffaele De Courten official

ammiraglio Raffaele De Courten

Dopo qualche giorno la diffusione del promemoria, l’ammiraglio Raffaele De Courten, responsabile dei mezzi d’assalto, contatta il comandante della X Flottiglia MAS, Vittorio Moccagatta, per ordinargli la pianificazione di una incursione dei mezzi d’assalto contro Malta. L’isola costituisce un obiettivo di estrema difficoltà, soprattutto per il superamento delle ostruzioni e per i sistemi difensivi presenti sulla costa.

Tesei e moccagatta

Il comandante della X Flottiglia MAS, Vittorio Moccagatta, in data 26 aprile 1941, invia a De Courten una comunicazione riservata in cui illustra le possibilità operative per condurre l’attacco a Malta. Nella relazione, Moccagatta, individua negli MT (Motoscafo Turismo) gli unici mezzi in grado di eludere il sistema difensivo dispiegato a La Valletta, precisando, tuttavia, l’impossibilità di un’azione di sorpresa, viste le dimensioni dell’ingresso del porto. Caldeggiando quindi l’ipotesi un’azione di forza, con l’impiego di almeno otto MT, di cui tre o quattro sacrificati per la distruzione delle ostruzioni.

Italian E boat 26 July 1941

MT italiani

Nonostante le perplessità sulla missione, espresse dagli ambienti di SUPERMARINA, la X Flottiglia MAS viene autorizzata a procedere nella pianificazione. Per verificare in maniera appropriata il sistema di sbarramenti che difendono l’obiettivo, Moccagatta invia, il 25 e il 28 maggio, due MAS in ricognizione esplorative delle coste maltesi, senza comunque acquisire elementi in grado di agevolare la missione. Viste le scarse informazioni acquisite, SUPERMARINA decide di posticipare l’attacco.

attaccco a malta MT 36 lug 1941 682x1024

L’attacco degli M.T. contro la Valletta: la direttrice in nero indica il piano studiato;
quelle colorate indicano le evoluzioni dei barchini davanti al viadotto di Sant’Elmo
ed i punti di affondamento – fonte USMM Vol. XIV I mezzi di assalto ediz. 1972

Il 26 giugno i MAS 451 e 452 compiono una nuova ricognizione, arrivando fino a circa un miglio e mezzo dalla costa maltese. Dalle informazioni ottenute si decide di procedere nell’attuazione dell’operazione. Il 30 giugno, dalla base di Augusta, salpa una formazione navale ma una serie di avarie ai mezzi costringe SUPERMARINA all’annullamento della missione.

 teseo tesei e1549389057666
 
Maggiore del Genio Navale Teseo Tesei, il padre degli S.L.C.
A luglio, comunque, ricominciano i preparativi con un nuovo piano d’attacco. A questo punto entra in scena il maggiore del Genio Navale Teseo Tesei, il padre degli S.L.C. (Siluri a Lenta o Lunga Corsa). Questi riesce a convincere Moccagatta ad inserire nell’operazione, a fianco degli MT, anche gli SLC.. Quindi, contro Malta, si sarebbe svolta un’operazione combinata, rendendola con ciò ancora più complessa e rischiosa.

Perché Moccagatta accetta di modificare il piano (in quello originale gli S.L.C. erano stati scartati per l’impossibilità di inserimento con i sommergibili a causa della scarsa conoscenza dell’ubicazione delle mine nemiche) e accetta le richieste di Tesei? 
Credo che a tal proposito siano illuminanti le parole dell’ammiraglio Virgilio Spigai: “Teseo Tesei riuscì a far accogliere anche la propria idea di partecipare alla spedizione con semoventi subacquei che erano stati esclusi dai progetti primitivi, contemplanti solo l’impiego dei barchini esplosivi: Spaventosamente provato nel fisico dalle prove superate nel dramma dell’Iride e nella seconda spedizione dello Scirè contro Gibilterra, dichiarato idoneo per sei mesi al servizio di sommozzatore per grave vizio cardiaco, egli voleva bruciarlo, quel resto di cuore che gli restava, in una memorabile impresa da eroe… Non era più padrone che del resto dei resti della sua originale possente salute. I superiori non osarono impedirgli di spenderlo in modo degno. Così fu deciso che anche due semoventi partecipassero alla spedizione, che risultò terribilmente complessa.

La spiegazione di Spigai getta una luce su un’incursione che rappresenta, senza ombra di dubbi, un chiaro fallimento tattico. Il 23 luglio, la ricognizione aerea della Regia Aeronautica segnala una forte presenza di naviglio nemico a Malta: è l’occasione attesa per lanciare l’attacco.

Il giorno X è fissato per il 26 luglio 1941.La sera del 25 luglio la formazione navale lascia Augusta diretta verso Malta. Ovviamente, né a SUPERMARINA né al comando della X Flottiglia sono a conoscenza della presenza dei radar, i quali annullarono l’effetto sorpresa dell’attacco e mise gli Inglesi nella condizione di tendere una sorta di agguato ai mezzi italiani.

Alcide PedrettiTralasciando le vicende degli altri componenti della missione, ci soffermeremo sul crollo del ponte di Sant’Elmo che è direttamente collegato alla scomparsa di Teseo Tesei e del suo secondo, Alcide Pedretti. Dal rapporto del tenente di vascello Costa,pilota di uno degli SLC: “alle 4,30 esatte la rete doveva saltare perché ciò era previsto nelle operazioni di insieme, combinate anche con un contemporaneo attacco aereo che avrebbe dovuto mascherare l’esplosione della rete.

Tesei, in quella circostanza, mi ha detto le seguenti parole che valgono a testimoniare, mediante la mia deposizione, la fede e il coraggio di tale ufficiale, portati fino al sacrificio [presumo che non farò in tempo altro che a portare a rete il mio SLC. Alle 4,30 la rete dovrà saltare e salterà. Se sarà tardi spoletterò al minimo]. Egli partiva alle 3,45 circa. Non ha potuto avere il tempo di arrivare a rete per eseguire le operazioni di spolettamento con un conveniente anticipo per allontanarsi dalla zona di esplosione. Alle 4,45 ho udito lo scoppio. Il maggiore Tesei ha volutamente, per la riuscita dell’azione, sacrificato la sua vita, con quella del suo secondo uomo che con lui ha voluto eseguire la missione fino alla fine, spolettando al minimo e saltando con il suo ordigno“.

malta san elmo

Il Ponte di San Elmo dopo il crollo dovuto all’esplosione

Sulla fine di Teseo Tesei, e del suo secondo, Alcide Pedretti, permangono seri dubbi, visto che la spolettatura dei maiali era generalmente regolata a 30 minuti, in modo da permettere agli assaltatori di allontanarsi dal luogo dell’esplosione. È da escludere, quindi, una volontaria deflagrazione della carica esplosiva.

mas 452

Dei due MAS partecipanti all’attacco, il 451 affondò mentre il 452 fu catturato dagli inglesi mentre ripiegavano verso la Sicilia subito dopo la conclusione dell’attacco  a Malta. Il capitano di fregata Moccagatta venne ucciso insieme a molti membri dell’equipaggio del MAS 452 dalle raffiche di mitragliatrice di un caccia Hurricane. Nel 1960, Nave Proteo riportò in patria i resti di Vittorio Moccagatta, Giorgio Giobbe , Giobatta Parodi, Bruno Falcomatà, Leonildo Zocchi, Luigi Costantini, Vincenzo Montanari, Federico Fucetola che furono sepolti nel sacrario militare di San Michele nei pressi di Cagliari.

Negli anni ‘50 dello scorso secolo – ad opera dell’esperto navale Joseph Caruana – venne ripescato il relitto di un S.L.C., ancora munito della testa esplosiva, portato poi sfortunatamente ad affondare in alti fondali, insieme ad altri residuati bellici rinvenuti in vicinanza della costa.

Le conclusioni più veritiere sembrano essere ancora una volta quelle di Spigai: “risulta…accertato in sede tecnica che la regolazione minima delle spolette degli apparecchi era di 30 minuti. Anche regolando al minimo, l’operazione avrebbe dovuto avere tempo sufficiente per sottrarsi all’effetto dell’esplosione. E allora? Poiché l’apparecchio risulta certamente distrutto si deve pensare che il pilota sia stato colto da malore sulle ostruzioni oppure ucciso per lo scoppio di cariche diverse da quella del suo apparecchio? “. Mistero.

Io ritengo inutile indagare troppo su come si svolsero i fatti. Teseo Tesei è un eroe chiamato dal destino della sua vocazione alla gloria umana e alla pace del Cielo.

Tiziano Ciocchetti

articolo pubblicato in origine su www.difesaonline.it

Immagini da USMM e da Wikipedia

FONTE:Logo Ocean4future

27 novembre 1940 - La battaglia di Capo Teulada

Una delle prime risposte della flotta italiana contro quella britannica dopo gli eventi della "Notte di Taranto"

5capoteulada

27 novembre 2021 Desirée Tommaselli

La battaglia, detta anche di Capo Spartivento, rappresenta una delle prime risposte italiane alla “notte di Taranto” del precedente 11 novembre.

Già il 17 novembre la Squadra Navale italiana, guidata dalle Navi da Battaglia Vittorio Veneto e Giulio Cesare, aveva causato il fallimento di una operazione inglese di rifornimento dell’isola di Malta, costringendo ad una precipitosa ritirata la formazione navale avversaria composta da due portaerei ed un Incrociatore da battaglia, provocando tra l’altro la perdita per esaurimento del combustibile di 9 velivoli britannici lanciati prematuramente.

L‘azione di Capo Teulada trae origine dal successivo tentativo britannico di rifornire Malta, con l’utilizzo di un vasto schieramento di forze tra cui una portaerei, due corazzate, sette incrociatori e dodici unità di scorta. Ancora una volta la Squadra italiana prende il mare per intercettare il convoglio nemico, che viene avvistato alle 09:45 del 27 novembre da un ricognitore lanciato dall’incrociatore Bolzano. Sono presenti in mare, oltre al Vittorio Veneto e al Giulio Cesare, gli incrociatori pesanti Bolzano, Fiume, Gorizia, Pola, Trento e Trieste, scortati da 14 cacciatorpediniere.

Lo scontro, iniziato alle 12:22, si risolve in un’azione d’inseguimento in cui gli incrociatori pesanti nazionali, superiori per velocità e potenza di fuoco, ingaggiano i corrispettivi avversari tirando a partire da 23.500 metri e mettendo a segno 2 proiettili da 203 mm sull’incrociatore pesante Berwick che ha una torre fuori uso ed un incendio a bordo tale da richiedere oltre un’ora per lo spegnimento; viene inoltre danneggiato, seppur meno gravemente, l’incrociatore Manchester. Da parte italiana, il cacciatorpediniere Lanciere rientra alla base dopo avere incassato 3 proiettili da 152 mm, senza subire vittime a bordo.

Il tentativo britannico di salvare la giornata stringendo le distanze con le unità maggiori viene frustrato dall’intervento dei grossi calibri del Vittorio Veneto che tirano sette salve, da 27.000 metri, sugli incrociatori avversari. Alla quarta salva le navi britanniche, già perfettamente inquadrate, emettono fumo e rompono il contatto.

La battaglia di Capo Teulada, pur se conclusa senza una netta prevalenza, dimostra come la “notte di Taranto” non abbia intaccato la capacità della Regia Marina di assicurare il controllo del Mediterraneo centrale.

Inoltre evidenzia il fatto che la flotta britannica, persino nel suo momento più favorevole, abbia rifiutato un combattimento in condizione di parità di forze con la Marina italiana.
Una interessante notazione: le eccezionali riprese raccolte dai cineoperatori italiani durante l’azione sono state utilizzate per la realizzazione del bellissimo film “La Nave Bianca”, prodotto dal Centro Cinematografico della Marina con la collaborazione, in qualità di aiuto regista, di un giovane Roberto Rossellini. Il film, di enorme successo nelle sale italiane, può essere a pieno titolo considerato il primo atto del cinema neorealista.

 

28-29 marzo 1941 – La battaglia di Capo Matapan

81 anni fa lo scontro navale fra la Regia Marina e la Royal Navy in cui persero la vita oltre 2300 marinai

04Capo Matapan

29 marzo 2022 Marco Sciarretta - Eloisa Covelli

Nel pomeriggio del 28 marzo del 1941, al rientro da un'azione nelle acque di Gaudo a Sud di Creta, la Squadra Navale italiana è fatta oggetto di una serie di attacchi aerei da parte dei velivoli britannici, sia imbarcati sia di base a terra.

Nel corso dell'ultimo attacco, l'incrociatore Pola viene colpito da un siluro lanciato da un velivolo avversario e perde il contatto con il resto della formazione.

La 1^ Divisione incrociatori pesanti, della quale faceva parte il Pola, composta dagli incrociatori Zara e Fiume, e dai cacciatorpediniere Alfieri, Gioberti, Oriani e Carducci, dirige nella notte per soccorrere l'unità sorella rimasta immobilizzata.

Attaccate di sorpresa da una forza nemica di molto superiore, le unità italiane soccombono al tiro avversario. Il sacrificio di ZaraPola e Fiume, e dei cacciatorpediniere Alfieri e Carducci, ha comunque permesso il rientro alla base del resto della Squadra Navale, e in particolare della nave da battaglia Vittorio Veneto, anch'essa in precedenza colpita da un aerosilurante.

Lo scontro di Matapan pose in rilievo le esistenti limitazioni nelle capacità di combattimento notturno e, soprattutto, le drammatiche deficienze nella cooperazione aeronavale.

Il tragico evento, nel quale persero la vita oltre 2300 uomini, non compromise tuttavia le capacità operative delle nostre Forze navali da battaglia, né risultarono scalfiti lo spirito combattente e la determinazione della Regia Marina.

Leggi l'approfondimento sulla battaglia a questo link

 

 

FONTE:Logo notiziario online nuovo

 

Info abbonamenti

logo rivista matrittima abb

Logo Notiziario online Abb

30 Ottobre 1940 - Gibilterra, missione B.G.2

slc MM(di Marina Militare) Nell’autunno del 1940 il sommergibile Scirè viene designato per la prima missione di attacco contro Gibilterra, designata B.G.1, con l'impiego di tre Siluri a Lenta Corsa (SLC). Partita dalla Spezia il 24 settembre, la missione venne interrotta per la riscontrata assenza di unità nemiche in porto.

Il successivo 21 ottobre il sommergibile, al comando del capitano di corvetta Borghese, riprende nuovamente il mare, diretto a ponente, per l’operazione B.G.2: questa volta era confermata la presenza a Gibilterra della nave da battaglia Barham, di un incrociatore e di alcune altre unità. Le coppie di operatori erano formate da: tenente di vascello Birindelli e secondo capo palombaro Paccagnini; capitano G.N. Tesei e sergente palombaro Pedretti; sottotenente di vascello Durand de la Penne e secondo capo palombaro Bianchi; operatori di riserva, tenente G.N. Bertozzi e secondo capo Viglioli. Alle ore 02.19 del 30 ottobre gli operatori partono dallo Scirè a bordo dei propri SLC, mentre il battello si allontana in immersione. Riemergerà alle 19, a 35 mg da Punta Europa, per trasmettere al comando centrale, supermarina, la comunicazione di avvenuto svolgimento della missione. Gli operatori, nel frattempo, avevano intrapreso la corsa di avvicinamento: Birindelli doveva attaccare la Barham, Tesei l’incrociatore, mentre De la Penne, eseguita una prima ricognizione alla ricerca di altri eventuali bersagli, avrebbe dovuto attaccare anch'egli la nave da battaglia.

SLC MM1La coppia Birindelli-Paccagnini incontra subito diverse difficoltà con la governabilità del mezzo e, dopo un'ora di sforzi, arriva alle ostruzioni: Birindelli, solo, a causa dell’esaurimento dell’autorespiratore di Paccagnini, giunge a 70 m dalla Barham prima che il mezzo si immobilizzi definitivamente sul fondo. Innescata la carica esplosiva, l’ufficiale raggiunge quindi il molo cercando di mescolarsi con gli operai spagnoli all’opera nel porto. Catturato, così come Paccagnini, riesce a resistere agli interrogatori conservando il segreto sulla missione compiuta.
La coppia De la Penne-Bianchi esegue la prevista ricognizione ma, causa avaria, il mezzo affonda senza che si riesca, malgrado gli estremi sforzi, ad avvicinarlo ad un bersaglio. I due operatori, evitata la cattura grazie all’aiuto di alcuni pescatori, raggiungono successivamente il territorio spagnolo.
Anche Tesei e Pedretti accusano una serie di avarie agli autorespiratori ed all'SLC, e per non danneggiare l'azione degli altri operatori, decidono di rinunciare. Anch’essi riescono quindi a riparare in Spagna. Il mezzo, indirizzato verso il largo per farlo scomparire in alto mare, cambierà in qualche maniera rotta finendo con l’arenarsi su di una spiaggia spagnola, venendo sottratto alle attenzioni degli informatori britannici grazie al fermo atteggiamento delle autorità iberiche.
Pur nell’apparente insuccesso della missione, a causa del materiale non ancora a punto, l'operazione B.G.2 segnava un notevole progresso rispetto alle precedenti, giacché per lo prima volta si era arrivati a mettere in mare i mezzi insidiosi nel punto previsto, vincendo notevoli difficoltà naturali e gli apprestamenti difensivi del nemico, e uno degli equipaggi era riuscito a penetrare nell'interno della base avversaria, giungendo pochi metri dal suo obiettivo.
Qualche tempo dopo, da molto lontano, giungerà a casa una lettera del tenente di vascello Gino Birindelli: "Dite a mio fratello che ripeta gli esami di laurea; provando e riprovando deve riuscire; preparandosi bene, non troverà ostacoli insuperabili".
Una profezia che si sarebbe presto avverata.

FONTE: Logo difesaonline

30 ottobre 1940: Gibilterra, missione B.G.2

Le gesta del tenente di vascello Gino Birindelli che gli valsero la Medaglia d'Oro al Valor Militare

7gibilterraBG2

30 ottobre 2021 Ufficio Storico della Marina

Nell’autunno del 1940 il sommergibile Scirè viene designato per la prima missione di attacco contro Gibilterra, designata B.G.1, con l'impiego di tre Siluri a Lenta Corsa (SLC). Partita dalla Spezia il 24 settembre, la missione venne interrotta per la riscontrata assenza di unità nemiche in porto.

Il successivo 21 ottobre il sommergibile, al comando del capitano di corvetta Borghese, riprende nuovamente il mare, diretto a ponente, per l’operazione B.G.2: questa volta era confermata la presenza a Gibilterra della Nave da battaglia Barham, di un incrociatore e di alcune altre unità. Le coppie di operatori erano formate da: tenente di vascello Birindelli e secondo capo palombaro Paccagnini; capitano G.N. Tesei e sergente palombaro Pedretti; sottotenente di vascello Durand de la Penne e secondo capo palombaro Bianchi; operatori di riserva, tenente G.N. Bertozzi e secondo capo Viglioli. Alle ore 02.19 del 30 ottobre gli operatori partono dallo Scirè a bordo dei propri SLC, mentre il battello si allontana in immersione. Riemergerà alle 19, a 35 mg da Punta Europa, per trasmettere al Comando centrale, supermarina, la comunicazione di avvenuto svolgimento della missione. Gli operatori, nel frattempo, avevano intrapreso la corsa di avvicinamento: Birindelli doveva attaccare la Barham, Tesei l’incrociatore, mentre De la Penne, eseguita una prima ricognizione alla ricerca di altri eventuali bersagli, avrebbe dovuto attaccare anch'egli la Nave da battaglia.

La coppia Birindelli-Paccagnini incontra subito diverse difficoltà con la governabilità del mezzo e, dopo un'ora di sforzi, arriva alle ostruzioni: Birindelli, solo, a causa dell’esaurimento dell’autorespiratore di Paccagnini, giunge a 70 m dalla Barham prima che il mezzo si immobilizzi definitivamente sul fondo. Innescata la carica esplosiva, l’ufficiale raggiunge quindi il molo cercando di mescolarsi con gli operai spagnoli all’opera nel porto. Catturato, così come Paccagnini, riesce a resistere agli interrogatori conservando il segreto sulla missione compiuta.

La coppia De la Penne-Bianchi esegue la prevista ricognizione ma, causa avaria, il mezzo affonda senza che si riesca, malgrado gli estremi sforzi, ad avvicinarlo ad un bersaglio. I due operatori, evitata la cattura grazie all’aiuto di alcuni pescatori, raggiungono successivamente il territorio spagnolo.

Anche Tesei e Pedretti accusano una serie di avarie agli autorespiratori ed all'SLC, e per non danneggiare l'azione degli altri operatori, decidono di rinunciare. Anch’essi riescono quindi a riparare in Spagna. Il mezzo, indirizzato verso il largo per farlo scomparire in alto mare, cambierà in qualche maniera rotta finendo con l’arenarsi su di una spiaggia spagnola, venendo sottratto alle attenzioni degli informatori britannici grazie al fermo atteggiamento delle autorità iberiche.

Pur nell’apparente insuccesso della missione, a causa del materiale non ancora a punto, l'operazione B.G.2 segnava un notevole progresso rispetto alle precedenti, giacché per lo prima volta si era arrivati a mettere in mare i mezzi insidiosi nel punto previsto, vincendo notevoli difficoltà naturali e gli apprestamenti difensivi del nemico, e uno degli equipaggi era riuscito a penetrare nell'interno della base avversaria, giungendo pochi metri dal suo obiettivo.

Qualche tempo dopo, da molto lontano, giungerà a casa una lettera del tenente di vascello Gino Birindelli: «Dite a mio fratello che ripeta gli esami di laurea; provando e riprovando deve riuscire; preparandosi bene, non troverà ostacoli insuperabili».

Una profezia che si sarebbe presto avverata.

 

Ti piace l'articolo? Condividilo

Facebook TwitterPinterest
Il mare nel cuore

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Non arrenderti mai amico mio, impare a cercare sempre il sole, anche quando sembra che venga la  tempesta ... e lotta!

Mi trovate anche nei Social

Disclaimer

Si dichiara, ai sensi della legge del 7 Marzo 2001 n. 62 che questo sito non rientra nella categoria di "Informazione periodica" in quanto viene aggiornato ad intervalli non regolari.
Web master: Giancarlo Montin
Le immagini dei collaboratori detentori del Copyright © sono riproducibili solo dietro specifica autorizzazione.
Il contenuto del sito, comprensivo di testi e immagini, eccetto dove espressamente specificato, è protetto da Copyright © e non può essere riprodotto e diffuso tramite nessun mezzo elettronico o cartaceo senza esplicita autorizzazione scritta da parte dello staff di ”Il Mare nel cuore”
Chi vuole può contribuire al miglioramento del sito, inviando foto o video all’amministratore, accompagnato dalle liberatorie e/o autorizzazioni scritte dei relativi proprietari del copyright.
L’eventuale pubblicazione è a discrezione del proprietario del sito. Il materiale cartaceo non verrà restituito.
Copyright © All Right Reserve

In classifica

sito

Torna alla Home

Su questo sito usiamo i cookies. Navigandolo accetti.