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Folco Quilici: “Ho viaggiato e ho fatto immersioni per dimenticare il mio inconscio”

Il racconto dello scrittore e documentarista, dalla Ferrara in cui nacque, figlio di un giornalista che morì insieme a Italo Balbo, alla scoperta del mare.

di ANTONIO GNOLI

QuiliciMentre osservo la placida rotondità del volto mi torna alla mente Robert Byron, viaggiatore inglese che non solo amava viaggiare per non stare fermo, ma trovava nel viaggio la sola consolazione al detestabile incalzare della civiltà. Anche Folco Quilici rientra nella categoria dei viaggiatori. Una pedagogia ovattata, a volte cartolinesca, spesso sincera, a tratti avventurosa, ha accompagnato le sue incursioni nel mondo.

Chi è davvero quest'uomo che ha attraversato deserti, addolcito foreste, solcato mari, ammansito squali, reso l'esotico un prêt á porter per paradisi televisivi capaci di gustare l'intelligenza di un documentario? Gli siedo davanti. Gli dico: ogni volta che penso a lei non posso fare a meno di immaginarla con bombole e muta mentre si immerge in qualche mare del globo. Ha mai pensato al significato dell'immersione? Mi guarda come se la domanda non lo riguardasse. Poi capisco che è un problema di comprensione uditiva. Infila l'apparecchietto. Sorride. Ed è come se la vita dopo un fermo immagine riprendesse a scorrere.

Sono affascinato da chi sa scendere nelle profondità, sia del mare che della terra.
"Pensa che sia lì il segreto della vita?"

Penso che la fatica di immergersi, per bipedi abituati all'orizzontalità, sia qualcosa che valga la pena indagare.
"Non mi tirerà fuori la questione dell'inconscio. Tutta la vita ho viaggiato per dimenticare il mio inconscio. Certo, non è la stessa cosa immergersi in una vasca da bagno e in un mare infestato dagli squali. Se l'ho fatto è stato esclusivamente per dare un'emozione a chi quelle cose le ha sempre sognate senza averle mai viste. Parlo degli anni Cinquanta e Sessanta. Oggi ci interessa meno il meraviglioso, l'inedito, l'irraggiungibile. Pretendiamo però di salvare il pianeta. Comodamente seduti in poltrona!" .

È mutata la sensibilità. Il messaggio.
"No, guardi, è mutato il "format". Oggi il leone o l'orso bianco li devi vedere minacciati dalla sparizione per fotografarli. Tra un po' neppure quello. Abbiamo trasferito le nostre ansie, le nostre paranoie sul mondo animale. Lo abbiamo antropologizzato".

Non è che lei non umanizzasse?
"Ma non fino a questo punto. Si passano intere giornate per filmare due moscerini che fanno sesso. La voce fuoricampo grave o insinuante racconta l'atto. La presa di possesso. L'orgasmo. La morte in agguato. Non sai mai se stai in un film di Hitchkock o alla rappresentazione scollacciata del Bagaglino. Mi dispiace. Tutta la mia attività di documentarista  -  e ne ho fatte di cose che non mi piacevano  -  è sempre stata guidata dal sogno di bambino: scoprire, meravigliarsi, fantasticare ".

Dove è nato?
"A Ferrara. Nel 1943 la nostra casa fu distrutta da una bomba. Non esplose. Come un pugno gigantesco l'attraversò tutta. Si salvò, in parte, solo la biblioteca di mio padre".

Letterato?
"No, giornalista. Nello Quilici: direttore del Corriere Padano ".

Un leghista ante litteram?
"Ma no, un fascista di sinistra. Molto legato a Italo Balbo. Lo chiamò per quell'ultimo dannatissimo volo. Accennò a una missione. Si sfracellarono sotto il fuoco amico della contraerea italiana".

Provi a fornire qualche dettaglio.
"Cosa vuole sapere?"

Fu un incidente?
"Non si è mai chiarito. Sorvolavano Tobruk. Il trimotore entrò in un corridoio vietato. Si abbassò, forse sconsideratamente, e alla fine venne colpito. Scese giù, dicono i testimoni, in fiamme. C'era Balbo. E c'era mio padre. Era il 28 giugno 1940. Fu un attentato? Un complotto? Un errore? È difficile da spiegare. Papà teneva un Diario che fu ritrovato. Mancano le ultime quattro pagine. Cosa c'era scritto? Ho tentato di ricostruire tutto questo".

Perché?
"Perché è stata la mia ossessione. Ogni volta che ascoltavo qualche testimonianza era come se avvertissi le urla dentro quell'aereo colpito. Voci straziate che ho immaginato e che mi hanno accompagnato per anni nel dolore e nella rabbia. Ricordo quando apprendemmo la notizia".

Dov'era?
"A Ferrara. Venne a trovarci Michelangelo Antonioni. Giovane. Elegante. Silenzioso. Mi abbracciò. Strinse me e miei fratelli. Scriveva per il Corriere Padano . Mio padre gli aveva dato una rubrica di cinema. Ferrara pareva una città irreale. Nel caldo incombente di quei giorni Michelangelo scrisse che udì la voce di una contadina pronunciare in dialetto: "I dis ch'è mort Balbo". È probabile che morì per i contrasti con il Duce".

Restaste a Ferrara?
"No, dopo un po' sfollammo in un paesino sopra Bergamo. In una casa di campagna dove mio padre ogni tanto andava. E lì per la prima volta lessi un lungo racconto sul mare. Venti mesi a caccia di balene , si intitolava. Non era ancora il tempo di Melville. Ma quel libro  -  impolverato e seminascosto  -  mi aprì un mondo sconosciuto e affascinante. Anche se non ne sei consapevole c'è sempre un momento in cui le cose iniziano. Il mio rapporto col mare fu lì che ebbe origine. Poi giunse la liberazione".

Cosa fece?
"Ci trasferimmo a Roma. Era il 1945, avevo 15 anni. Feci in tempo per iscrivermi al Tasso. Non so se Roma mi piacesse. Era disperatamente frenetica. Un'estate andammo da uno zio a Levanto. Giornate quiete davanti a un mare bellissimo. Lo zio era un uomo curioso. Un sognatore passivo. Non chiese nulla solo che la sera gli raccontassi ogni volta un film diverso. Alla fine il repertorio si esaurì. Cominciai a inventare storie marine, popolate di pesci enormi e di onde gigantesche".

Era il mare che tornava.
"Tornò davvero quando vidi un ufficiale americano con pinne e maschera scendere in acqua. Mi avvicinai e dopo un po' gli chiesi se poteva prestarmele. Fu così che tentai la mia prima immersione. E da allora ho dovuto attendere la vecchiaia per smettere".

È stato tra i primi, forse il primo, a raccontare cosa accadeva in quei mari vicini e lontani.
"Tutto cominciò con delle foto subacquee che piacquero a Ulrico Hoepli. Poi venne il primo film: Sesto continente .
Era la prima volta che la gente vedeva i fondali marini. Gli squali. Impiegai un anno a girarlo. Sul Mar Rosso. Il film andò a Venezia. Avevo 24 anni e mi sembrava che la fortuna avesse cominciato a prendermi sul serio".

Dopo c'è stata una lunga e onorevole carriera.
"Lunga sì, con alti e bassi".

C'è qualcosa di cui si pente?
"Il mio lavoro ha tenuto conto di qualche compromesso. Sotto ricatto di un produttore girai per esempio Dagli Appennini alle Ande . Fu un viaggio bellissimo. Ma realizzai un brutto film".

Ricatto perché?
"Chi ha i soldi spesso vuole metter bocca. Ma non tutti i produttori erano così. Goffredo Lombardo, che finì protestato, è quello con cui ho lavorato meglio. Tra le tante cose girai con lui Tikoyo e il suo pescecane ".

Fu un film di grande successo.
"Goffredo, che aveva ereditato la Titanus, mi disse: ho letto un libro che parla di un'amicizia tra uno squalo e un ragazzo. Potrebbe diventare un film? Goffredo amava il mare e mi propose di girarlo alle Antille. Gli dissi guarda che la storia funziona se l'ambientiamo in Polinesia. Facemmo un sopralluogo e alla fine partimmo. Il problema era lo squalo e chi avrebbe sceneggiato la storia".

Lo squalo perché?
"Dovevamo addomesticarlo. Decidemmo di usare uno squalo finto. Fu Amilcare Rambaldi a realizzarlo. La prova generale avvenne nel mare di Ponza. Un disastro. Andava a fondo e per poco non morirono affogati i tecnici che dovevano assisterlo. Rambaldi era imperturbabile. Noi disperati. Disse semplicemente: non vi preoccupate ve lo spedisco a Tahiti. E così fece".

E a quel punto?
"Lo esibimmo sulla piazza principale nella curiosità degli isolani. Intanto la sceneggiatura era completata ".

Chi la scrisse?
"Italo Calvino. Gliela chiesi e dopo qualche insistenza riuscii a vincere la sua ritrosia. Gli piaceva quell'atmosfera fantastica da favola oceanica. Mi disse soltanto che lo squalo avrebbe dovuto strizzare l'occhio. Quello di Rambaldi a momenti neanche apriva la bocca. Decidemmo di usare un piccolo squalo vero. In quei posti è abbastanza normale che i bambini giocassero con questi animali. Buttammo in una piscina uno squalo tigre. Lo filmammo. Era totalmente disinteressato a noi".

E strizzò l'occhio?
"Bè sì. Chiuse l'iride e poi la palpebra. Sono tra i pochi pesci dotati di palpebra".

Con Calvino ha lavorato ancora?
"Per il mio programma L'Italia vista dal cielo gli chiesi di scrivere il testo sulla Liguria. Arrivarono poche pagine intense, chiare, bellissime. Parlavano di una regione complicata, cresciuta in altezza e in lunghezza. E di mille paesini inserrati l'uno nell'altro per proteggersi dal pericolo che arrivava dal mare. Oggi le acque sono un pericolo ben diverso. Ma Italo aveva capito tutto".

Lo dice con una certa ammirazione.
"Ho amato sia lui che Sciascia. Due forme di introversione e di genialità. Ma Sciascia era certamente più generoso ".

Nel senso?
"Rassegnato alla natura umana. I suoi silenzi non nascevano dal sospetto verso l'altro. Ma da una condizione tragica. Perciò se ne fregava. Chiedi e ti sarà dato. Italo, del quale divenni un po' amico, era esasperato dai rapporti con le persone. Un giorno gli dissi che mi sarebbe piaciuto portare sullo schermo Il barone rampante o Il visconte dimezzato. Mi guardò come se lo avessi insultato. Non devi chiedermelo mai più. Sono storie che devono restare sulla carta, disse con una voce rabbiosa che non ammetteva repliche".

Difendeva il suo lavoro.
"Ma sì, lo capisco. E poi, come seppi, prima di me decine di registi avevano chiesto la stessa cosa. Comunque ci rimasi male. Sono stato anche molto amico di Fernand Braudel che ha collaborato al mio lavoro sul Mediterraneo. Era una persona eccezionale. Generosa. Ironica. Disponibile a valutare le idee degli altri. Ho imparato molto dal suo lavoro di storico. Chi invece era insopportabile per tutta la sua prosopopea, era Jacques Cousteau. Lo conobbi e per tutto il tempo lo sentii sparlare di tutti e ribadire che lui era il migliore".

Forse nell'esplorazione dei mari lo era.
"Era bravo. Ma grazie ai mezzi illimitati che gli forniva la marina francese. Quello che io ho realizzato è sempre stato frutto di sforzi economici pazzeschi. Oggi se mi guardo indietro mi vedo come uno che ha interpretato un certo modo di viaggiare. Non c'era ancora il turismo di massa. Ma c'era già l'immaginario di massa. Sono stato in mezzo a queste due esigenze".

C'è stato in che modo?
"Mi mettevo nella condizione del bambino. Per capire gli altri. Per dir loro: ecco, guardate cosa c'è lontano dalle vostre case. Li invitavo a sognare. Ma per sognare devi educare la curiosità. Una volta a Roma conobbi un cacciatore di savana. Vidi che sparava su delle fotografie della fidanzata. Poi si calmò.
A quel tempo volevo girare un film sui popoli primitivi dell'Africa. E la conversazione finì su questo. Lui mi disse che aveva conosciuto una popolazione di pigmei che cacciava il bufalo e l'elefante con l'arco e le frecce. E poi mi disse: c'è una donna che vive in Somalia. Una bianca che può aiutarti nelle tue ricerche. Quella donna divenne mia moglie ".

E il film?
"Fu girato: L'alba dell'uomo . Raccontai un continente straordinario che oggi non c'è più. Anna, mia moglie, aveva il padre che viveva in Somalia. Fu ucciso in una delle ricorrenti stragi a Mogadiscio. Penso che quelle terre siano incapaci di prendere sonno. Non dormono più. Ma non vivono neanche più. Mi piacerebbe oggi raccontare tutto questo".

Perché non lo fa?
"Perché tranne qualche gloriosa prefazione nessuno più mi dice: Folco raccontaci una nuova storia. Non sono patetico. Ho un grande archivio. In parte donato ad Alinari. Dei figli che stanno avendo successo. E intatto è restato l'amore per Anna. Presto ci trasferiremo in campagna. Venderemo la casa romana. Non ho più molte cose che mi legano a questa città. Dove potrei immergermi, in quale acqua che non sia quella stantia del tempo che passa?"

Cosa vorrebbe dalla vecchiaia?

"Accidenti, cosa vorrei? Ho finito di scrivere un romanzo.

FONTE: Logo Rep.itCultura

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Morto Folco Quilici, l'ultimo documentarista.

folco quilici morto

Morto Folco Quilici, l'ultimo documentarista. Aveva 87 anni.

"Un italiano innamorato del suo Paese"

E' morto Folco Quilici, esploratore, documentarista, filmmaker, scrittore e giornalista. Si è spento stamani all'ospedale di Orvieto. Aveva 87 anni. 

Figlio del giornalista Nello Quilici e della pittrice Emma Buzzacchi, dopo aver iniziato un'attività di tipo cineamatoriale, si è specializzato in riprese sottomarine, diventando molto popolare anche al di fuori dei confini nazionali. Ha studiato regia presso il Centro sperimentale di cinematografia. Nel 2006, la Rivista FORBES lo ha inserito tra le cento firme più influenti del mondo grazie ai suoi film e ai suoi libri sull’ambiente e le culture. Era un collaboratore del Messaggero.

«Con Folco Quilici se ne va una delle figure più importanti del giornalismo, del documentarismo e della cultura italiana. Un pioniere in tutti i progetti che ha avviato, sempre anni avanti rispetto agli altri, un italiano innamorato del proprio paese e un ferrarese innamorato della propria terra in cui era l'erede della grande tradizione giornalistica del padre Nello». Così il ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini, ricorda il documentarista e scrittore morto oggi. «Ci mancherà - sottolinea Franceschini - ma i suoi lavori resteranno per sempre come guida e insegnamento per le giovani generazioni».

Fonte: Logo Leggo

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Ecco le navi romane del metrò di Napoli salvate in un metro d’acqua dolce

Relitti Navi Romane

Le immagini inedite degli eccezionali reperti ritrovati durante i lavori della metropolitana e custoditi in un deposito a Piscinola

Le due barche d’epoca romana lunghe 11 metri, ritrovate nel 2004 a piazza Municipio durante gli scavi per la metropolitana, ora sono sommerse dall’acqua. Un metro d’acqua dolce copre per intero i due reperti ritrovati interi e conservati in due grandi vasche, all’interno di un capannone costruito apposta nei depositi della metro a Piscinola, aperto in esclusiva per “Repubblica”. Vasche svuotate e riempite ogni due settimane, regolate alla temperatura costante di 8 gradi da un impianto di raffreddamento. È l’unico modo per non farle sbriciolare, l’unica possibilità di conservazione nell’attesa del restauro. Custodite per millenni in acqua, a tre metri sotto il livello del mare, sono ritornate a mollo. Protette dall’occhio delle telecamere di un impianto di videosorveglianza, telecamere puntate e guardianìa all’ingresso.

I relitti delle navi recuperati nello scavo della metropolitana di piazza Municipio a Napoli

 Un patrimonio da tutelare, in attesa che tutti possano vederle in un museo. «Si tratta di ritrovamenti eccezionali – spiega Daniela Giampaola, funzionario responsabile del centro storico di Napoli per la sezione archeologica della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e paesaggio di Napoli – perché è generalmente rara la conservazione di reperti organici in legno antichi che normalmente deperiscono se non inseriti in ambiente umido. In piazza Municipio la presenza della falda acquifera ha preservato i relitti nel corso dei secoli, sino al momento dello scavo».

I legni in resina, consumati ma intatti nella forma a scafo, si vedono chiaramente nello specchio d’acqua che li circonda. Sono 7 in tutto le barche affondate e ritrovate nel fango degli scavi della metropolitana a piazza Municipio tra il 2003 e il 2005. Soltanto una, la più piccola, è in restauro all’Istituto centrale di Roma. Le altre sono conservate tutte in queste vasche speciali, due intere, le altre in pezzi perché rinvenute in pessime condizioni e per questo smontate dopo un accurato scavo ed il rilievo analitico con il laser scanner. Frammenti separati, catalogati, sommersi anch’essi da un metro d’acqua in vasche refrigerate. «I relitti sono stati trovati nel nodo di interscambio di Municipio tra le stazioni di linea 6 e linea 1 ed il porto attuale – prosegue la Giampaola - Ben altra complessità ha avuto il recupero delle grandi e ben conservate imbarcazioni rinvenute nel 2004 nell’area della stazione di linea 1. Sono state prelevate intere, inserite in un guscio di vetroresina, a sua volta collocato in una struttura di acciaio. Ricordo ancora con piacere il giorno del sollevamento delle barche dallo scavo e del loro trasporto: una sorta di festa popolare con le principali istituzioni ed i cittadini. In Italia questi rinvenimenti sono stati pochi, per citarne solo alcuni: Comacchio, Portus, Nemi, Pisa».

Migliaia di reperti archeologici sono conservati qui, nei capannoni di Piscinola, nelle centinaia di cassette gialle sugli scaffali. Nella stanza dei marmi, con la gru che li sovrasta pronta a spostarli, si vedono i capitelli, i fregi, le cornici del tempio isolimpico (tutti ricoperti da teli verdi) ritrovato sotto la fermata della metro Duomo. Nella stanza delle ceramiche ci sono i vasi dell’artigianato napoletano e di quello importato dall’Africa e poi tantissimi oggetti di vita quotidiana: pettini, borsette in cuoio, ciotoline, iscrizioni, cucchiai, suole di scarpe, oggetti nautici. Tutti destinati a essere esposti in un museo dedicato, possibilmente nei pressi della stazione Municipio ma all’interno di una costruzione a sé stante. Le barche sono troppo grandi per essere collocate nella stazione, né tantomeno c’è lo spazio per esporre l’enorme patrimonio rinvenuto. Da tempo si parla di un museo dedicato agli scavi ma finora, nulla di concreto. «L’indagine ha consentito di ricostruire la storia del bacino portuale da età arcaica – spiega il funzionario - ellenistica, romana fino all’età medievale e post medievale. Una delle barche è in corso di restauro all’istituto centrale del restauro del Mibact. In collaborazione con lo stesso istituto è stato avviato il progetto di restauro degli altri relitti con stanziamenti ministeriali ammontanti a 400 mila euro». Così si quantificherà il finanziamento utile per il restauro definitivo.

«Sono previsti anche fondi Cipe stanziati per la realizzazione del parco archeologico di piazza Municipio dove saranno sistemati i resti di tutte le epoche emersi dallo scavo». Alcuni reperti sono stati in mostra al museo Archeologico: «La mostra dal titolo “ Stazione Neapolis : I Cantieri dell’archeologia” – conclude la Giampaola - è stata realizzata nel 2005 e riallestita nel 2014. Purtroppo al momento è chiusa ma proprio in quella mostra al Mann lo scavo di Municipio è restituito attraverso il modello di uno dei relitti portati alla luce e di una grande vetrina che simula i fondali del porto con una scelta dei reperti rinvenuti, dal V secolo a. C. al V secolo d. C».

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FONTE: Logo Rep.it Napoli

 

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Cervia-Sposalizio del mare

Manifesto cervia sposalizio

Lo Sposalizio del Mare si ripropone a Cervia dal 1445. Rito dell'anello, riscoperta delle tradizioni, stand gastronomici ed eventi
Di tradizione molto antica, è una delle manifestazioni più sentite dalla città. Giunta alla sua 574^ edizione non perde il suo fascino, con la celebrazione dell'antico rito in mare e la sfida della pesca dell'anello dove i giovani cervesi si contendono il "trofeo" che promette fortuna e prosperità.

Da non perdere inoltre gli eventi che precedono la giornata della cerimonia in mare: dalla Cursa di Batell, regata storica con imbarcazioni armate al terzo, al Trofeo dell'anello, gara di tiro con l'arco, oltre a mostre, spettacoli e mercatini.

Che cos'è lo Sposalizio del Mare?
"Benedici o Signore il Mare Adriatico, in cui i cervesi e quelli che fanno affari con essi sono soliti navigare.... Benedici queste acque, le navi che le solcano, i remiganti, i nocchieri, gli uomini, le merci........"

Pescatori in mare

Con queste parole ricche di enfasi, recitate dall'Arcivescovo della Diocesi di Cervia, la località balneare della Riviera Adriatica dell'Emilia Romagna fa festa e rende gratitudine all'Alto Adriatico per i ricchi doni che da sempre le offre: i frutti della pesca, ma anche quel sale che ha reso Cervia celebre ovunque. È lo "Sposalizio del Mare", rievocazione storica, tra le più antiche d'Italia, di un antico rito risalente al 1445, in cui Cervia si "congiunge" simbolicamente con il mare che la bagna. Rispetto allo "Sponsale Veneziano", la valenza simbolica dello Sposalizio cervese si è rafforzata nel tempo e i suoi auspici sono oggi divenuti un'aspirazione che coinvolge tutte le popolazioni e tutti i viaggiatori dell'Adriatico, in una visione di eterna fratellanza tra i popoli.

Corteo storico

"Il rito da noi si svolge solitamente in questo modo: al pomeriggio del giorno dell'Ascensione, al suono festoso delle campane della Cattedrale e ai rintocchi di quella della Torre comunale, il Vescovo col suo clero esce solennemente dalla chiesa e si incontra sulla piazza antistante col Sindaco e varie altre autorità. Il corteo, che così si forma e su cui dominano la croce vescovile ed il gonfalone comunale, avanza, accompagnato dalla banda musicale, verso il porto dove sono in attesa varie imbarcazioni grandi e piccole. In una barca prende posto il Vescovo col suo clero, in un'altra le autorità civili, mentre nelle rimanenti sono già stipati molti spettatori. Si forma così un corteo di barche che, dopo aver percorso tutto il canale del porto, fra due ali di popolo assiepato sulle rive, finisce per ancorarsi un poco al largo. Il Vescovo prende allora l'anello in cui internamente sono incise le parole: "Cervia Sposalizio del mare, anno ..." e dopo aver pronunciato le parole di rito fra cui: "... benedici, Signore, a queste acque, alle navi che le solcano, ai naviganti, nocchieri, uomini, alle merci e a tutte le cose che si trasportano per mare ... ", getta legato ad un nastro l'anello nelle onde. Subito vigorosi nuotatori si tuffano e poco dopo il più fortunato di loro riemerge con l'anello che ormai gli appartiene e terrà come ricordo o come fede nuziale per quando si sposerà." (Testo di Umberto Foschi)

Pescatore dell'anello con Vescovo e Sindaco

Come nasce?
La vicenda a cui il rito si ispira vede protagonista Pietro Barbo, Vescovo di Cervia, poi divenuto Papa Paolo II, che il giorno dell'Ascensione del 1445, di ritorno da un'ambasciata a Venezia, fu sorpreso in mare da una tempesta. La storia narra che il Vescovo placò le acque, portando così in salvo nave ed equipaggio, dopo aver gettato in mare il suo anello. Ancora oggi Cervia ne rivive l'atmosfera, conservandone il ricordo e le tradizioni ad esso legate.

"Negli ultimi anni il Vescovo aggiunge alle tradizionali parole della benedizione anche un pensiero propiziatore alle migliaia e migliaia di bagnanti ed operatori turistici che nell'imminente estate gremiranno la spiaggia e gli alberghi e si bagneranno nelle acque del nostro mare. Nel 1986 la tradizionale cerimonia ebbe un protagonista d'eccezione: Giovanni Paolo II che, alle antiche parole di benedizione, aggiunse delle nuove rivolte, lontano, di là del mare a tutti gli uomini di buona volontà amanti della pace e della concordia.

Mi pare interessante ricordare che nel passato il rito religioso era accompagnato da varie altre manifestazioni. Si legge, infatti, in un manifesto del 1857 che quel giorno si teneva anche una regata o meglio una corsa di battelli, che si concludeva con due premi: al primo arrivato sei scudi e quattro al secondo; seguiva una tombola in piazza che metteva in palio 100 Napoleoni d'oro; vi era poi la corsa dei cavalli berberi con premi di scudi 32 per il primo arrivato al traguardo, 12 per il secondo e 6 per il terzo. La sera poi era tutto uno sfavillio in cielo di fuochi artificiali, mentre tutte le case della città venivano illuminate. Le feste allora non erano molte e quelle poche erano celebrate con un impegno veramente straordinario.

FONTE: Elio Di Ruscio Facebook

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Riscaldamento globale e tartarughe marine

Amm DegiorgiAumentano le temperature e nascono più tartarughe femmine. Il sesso infatti delle tartarughe verdi della Grande barriera corallina australiana dipende infatti dalla temperatura di incubazione delle uova. Più è caldo e più c'è la possibilità che nasca una femmina. A questa conclusione sono arrivati i ricercatori del Noa, l'Agenzia americana per le meteorologia ed il clima in uno studio condotto insieme all'università della California ed al Fondo Australiano per la natura: sono state prese in considerazione due popolazioni di tartarughe marine e si è visto come il rischio di una completa femminizzazione sia piuttosto alto. Le tartarughe verdi che si trovano più a Sud nella grande barriera corallina fanno registrare un tasso di femminizzazione che varia dal 65 al 69% mentre più a Nord, in un ambiente con temperature decisamente più alte, le femmine rappresentano il 99,1% degli esemplari giovani il 99,8% dei subadulti e l'86,8% degli adulti. Dunque siamo vicinissimi al 100%. Per ogni maschio ci sono ben 116 femmine. Lo studio è stato pubblicato nella rivista Current Biology: «La combinazione dei nostri risultati con i dati sulla temperatura mostra che le colonie di tartarughe verdi della Grande barriera corallina settentrionale stanno dando alla luce principalmente femmine da oltre due decenni, e che la completa femminizzazione di questa popolazione è possibile in un prossimo futuro».
Camryn Allen, biologo marino si mostra piuttosto preoccupato  «Considerando che il sesso delle tartarughe marine dipende dalla temperatura alla quale l'uovo viene incubato e considerando che le temperature più calde producono più femmine, siamo quasi certi che siano i cambiamenti climatici possano causare questo effetto. La temperatura che producono il 50% di maschi e il 50% di femmine di tartarughe marine è di circa 29°. Qualsiasi variazione di circa uno o due gradi potrebbe rischiare di produrre tutte femmine o forse la morte embrionale. Le temperature medie nella Grande Barriera Corallina hanno infatti superato di gran lunga quella temperatura 'cardine'».
Le associazioni ambientaliste come il WWF australiano sono molto preoccupate. Alle autorità governative australiane sono state chieste politiche ambientali in grado di salvaguardare l'ecosistema della barriera corallina. In attesa di mettere a punto politiche che ovviamente dovranno vedere il coinvolgimento dei Paesi di tutto il mondo si potrebbe nel breve periodo mettere a punto dei sistemi per cercare di abbassare le temperature del nido delle tartarughe cercando di ricreare condizioni adatte ai piccoli maschi: l'utilizzo di tele ombreggianti sulle spiagge potrebbe essere un passo in avanti anche se non certo una soluzione definitiva.
tartarughe marine
 

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