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Record Montecarlo Venezia Avila-Suzuky

Arrivo Venezia

Montecarlo-Venezia, il nuovo record è di un gommone di serie Avila motorizzato Suzuki

Il gommone della classe Tuono Type 9 dei cantieri Avila con una coppia di Suzuki DF200AP è il nuovo primatista della Montecarlo-Venezia non stop.

Il 7 agosto, con il passaggio del traguardo di Venezia alle 09.50, il un gommone di serie della classe Tuono Type 9 dei cantieri Avila, ha battuto il record sulla tratta offshore Montecarlo-Venezia per imbarcazioni fino a 30 piedi, abbassando di 3 ore e 36 secondi il precedente primato che apparteneva al Kerakoll del cantiere FB Design di Fabio Buzzi, con 32h 46’ 15”. Il record attuale è di 29h 45’ 39” per una velocità media di 39,02 nodi contro i precedenti 35,26 nodi.

Record Montecarlo Venezia Avila Tuono Suzuki DF200 1 650x401

Montecarlo-Venezia, un record tutto di serie

Il gommone è uno scafo di serie del cantiere lecchese Avila di Lomagna, semplicemente allestito per le dotazioni necessarie per affrontare una navigazione così complessa. Di serie anche i due motori Suzuki DF200AP da 200 cv che non hanno subito alcun tipo di elaborazione così come le eliche che erano le originali Suzuki e non sono state cambiate durante la navigazione. In un certo senso “di serie” erano anche i tre piloti, Gianluca e Franco Chiari e Alberto Bonin, tutti non professionisti. Bravi però nel cimentarsi per la prima volta in una competizione di motonautica come la Montecarlo-Venezia mantenendo la giusta concentrazione e sfoggiando una professionalità e una tenuta fisica non trascurabili, soprattutto per il quasi settantenne Franco Chiari.

Record Montecarlo Venezia Avila Tuono Suzuki DF200 2

Un team completato dai membri di terra, per una perfetta organizzazione prima e durante l’evento, con una base dotata di tracker per conoscere in ogni istante posizione e velocità della barca e in collegamento via telefono satellitare per mantenere i contatti tra il gommone e il mondo esterno, in particolare il Marine Weather Service di Navimeteo. In ogni momento il Team Avila a terra, composto da Alessandro Di Lelio, Marco e Angelo Sala (questi ultimi titolari del cantiere Avila, nella foto sotto) avevano sotto controllo la velocità, la media, la rotta e il consumo. Questo ha permesso di arrivare al rifornimento di Roccella Ionica, in Calabria, con le idee chiare su quanto si dovesse rifornire e quindi ottimizzando al massimo i tempi. Infatti il rifornimento è stato più contenuto del previsto, adattandolo alle situazioni riscontrate in navigazione.

Record Montecarlo Venezia Avila Tuono Suzuki DF200 Marco Sala e Angelo Sala Progettista Direttore tecnico e Direttore Commerciale

A proposito di consumi, per percorrere le 1.161 miglia nautiche della Montecarlo-Venezia sono bastati 3.306 litri, quindi 2,85 litri per miglio. Tenuto conto dell’elevato dislocamento, della situazione meteo localmente avversa, della scelta strategica di non ottimizzare le dimensioni delle eliche in funzione delle variazioni di carico (per evitare i rischi connessi a questa operazione in alto mare) e della elevata velocità media, è da considerarsi veramente un dato ottimo. Un risultato che è da ascrivere a pari merito ai motori Suzuki e alle qualità marine dello scafo, confermate anche nei tratti nei quali il gommone ha dovuto affrontare un mare formato.

Record Montecarlo Venezia Avila Tuono Suzuki DF200 3

 FONTE: boatmag rivista barche a motore logo coccarda

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Il ritrovamento del Mars: dopo 400 anni ricompare dagli abissi con il suo tesoro

Il ritrovamento del Mars: dopo 400 anni ricompare dagli abissi con il suo tesoro ... di Andrea Mucedola

 Cacciatori di tesori, archeologi e appassionati di storia hanno cercato il Mars nel corso degli anni, ma non hanno mai avuto successo. La leggenda narra che dopo l’affondamento uno spettro si alzò dalle profondità degli abissi per proteggere il relitto in modo che non fosse mai più scoperto.

mars relitto

Il relitto del Mars, ritrovato sul fondale del mar Baltico dove affondò nel 1564.
Il sommozzatore che si vede in alto a destra dà un’idea delle dimensioni del relitto.
Immagine composita di Tomasz Stachura, Ocean Discovery

Il Mars, noto anche come Makalös (“impareggiabile, sbalorditivo”) fu una vascello da guerra svedese costruita tra il 1563 e il 1564, nave comando della flotta svedese del re Eric XIV. Equipaggiata con 107 cannoni fu una delle più grandi navi da guerra del tempo, anche più grande della famosa e sfortunata nave svedese Vasa di cui abbiamo già parlato in un articolo precedente. Nel 1564, durante la Guerra dei sette anni, nata per assurde rivalita, questa nave, gioiello della marina svedese, fu affondata durante la prima battaglia di Öland nel Mar Baltico. Un evento tragico che merita di essere raccontato.

Erik XIVUna nave da battaglia unica nel suo tempo

Il XVI secolo fu un secolo interessante sia dal punto di vista dell’architettura navale sia nello sviluppo degli armamenti, quando videro la nascita dei nuovi cannoni realizzati usando ferro e bronzo. Questo vascello apparteneva alla prima generazione di grandi navi da guerra a tre alberi, armato con oltre cento canne da fuoco. Per poterle approntare fu necessario reperire il bronzo, metallo assai raro sul mercato. L’impiego del Mars in battaglia differisce da quello delle navi precedenti per una importante novità tattica. Lo scontro di Öland, che gli fu fatale, fu storicamente la prima battaglia navale in cui le navi usarono il fuoco diretto dei cannoni per offendere l’avversario, piuttosto che per perseguire l’abbordaggio classico del nemico.

In realtà nel primo giorno di battaglia gli Svedesi di Bagge avevano sbaragliato i Danesi, grazie ad una potenza di fuoco non comparabile, ma il secondo giorno, i Danesi della flotta di Lubecca cambiarono tattica e decisero di concentrarsi sulla grande nave da battaglia, lanciando palle di fuoco incendiarie sul grande vascello.

Non sempre nei libri di storia dell’Europa meridionale si racconta di quella guerra (detta dei sette anni o delle tre corone) che nel XVI secolo fu combattuta nelle fredde acque del nord Europa, dalla Svezia di Erik XIV contro la Danimarca di Federico II e la sua alleata città di Lubecca. Una guerra forse minore a fronte di quelle combattute tra le grandi nazioni europee meridionali ma che forse riserva ancora molte sorprese per gli storici e gli archeologi. Tutto ebbe inizio nel 1523 quando la Svezia uscì dall’Unione di Kalmar, diventando un regno indipendente con il re Gustavo I Wasa. Questa azione suscitò la disapprovazione del re danese Cristiano III che per ripicca incluse nel proprio stemma le Tre Corone (da cui il nome della guerra), che rappresentava i tre regni nordici dell’Unione di Kalmar e che, fino a quel momento, era presente solo nello stemma svedese. Ciò ovviamente non piacque alla Svezia che si senti tradita dopo che avevano avuto interessi comuni quando nella prima guerra del nord, combattuta per arginare l’espansionismo russo sulle coste del Baltico.

Frederik 2Dopo la morte di Gustavo I Wasa e di Cristiano III, Erik XIV in Svezia e Federico II di Danimarca assunsero il potere. La Svezia intralciò i piani danesi con le sue campagne militari per accaparrarsi l’Estonia e fu coinvolta nella guerra dei Sette anni contro una coalizione di forze composta da Danimarca, Norvegia, Lubecca e Polonia. A maggio 1563, le prime avvisaglie della guerra iniziarono quando una flotta danese guidata da Jakob Brockenhuus salpò verso il Baltico. A Bornholm, il 30 maggio 1563, nonostante l guerra non fosse stata ancora dichiarata, la flotta attaccò la marina svedese sotto Jakob Bagge. La battaglia si concluse con la sconfitta danese. Gli emissari reali tedeschi furono inviati a negoziare una pace a Rostock ma gli svedesi non si presentarono. Il 13 agosto 1563, la guerra fu dichiarata da emissari dalla Danimarca e di Lubecca a Stoccolma. Lo stesso mese, il re danese Fredrik II attaccò Älvsborg. All’inizio della guerra i danesi avanzarono da Halland con un esercito di mercenari professionisti di 25.000 uomini e conquistarono la porta della Svezia a ovest, la fortezza di Älvsborg, dopo soli tre giorni di bombardamenti e un assalto di sei ore il 4 settembre. Ciò raggiunse l’obiettivo danese di tagliare la Svezia dal Mare del Nord, bloccando le importazioni di sale. Eric attaccò quindi Halmstad, senza risultato; il contrattacco svedese fu infatti respinto dall’esercito danese. In mare avvenne una prima battaglia navale ne pressi di Öland l’11 settembre, dopodiché la guerra si fermò. Il 30 maggio 1564 avvenne una battaglia tra la marina svedese e la marina danese e di Lubecca tra Gotland e Öland. La marina svedese era sotto il comando di Jakob Bagge e la marina danese era sotto il comando di Herluf Trolle. Dopo queste premesse storiche, necessarie per sottolineare quanto allora, come d’altronde anche oggi, il predominio dei mari fosse necessario per la supremazia sui commerci, arriviamo ora al Mars.

Perché è cosi importante?

 Jacob Hägg Makalös eller Mars 1909Il XVI secolo fu un secolo interessante sia dal punto di vista dell’architettura navale sia nello sviluppo degli armamenti, quando videro la nascita dei nuovi cannoni realizzati usando ferro e bronzo. Questo vascello apparteneva alla prima generazione di grandi navi da guerra a tre alberi, armato con oltre cento canne da fuoco. Per poterle approntare fu necessario reperire il bronzo, metallo assai raro sul mercato. L’impiego del Mars in battaglia differisce da quello delle navi precedenti per una importante novità tattica. Lo scontro di Öland, che gli fu fatale, fu storicamente la prima battaglia navale in cui le navi usarono il fuoco diretto dei cannoni per offendere l’avversario, piuttosto che per perseguire l’abbordaggio classico del nemico. In realtà nel primo giorno di battaglia gli Svedesi di Bagge avevano sbaragliato i Danesi, grazie ad una potenza di fuoco non comparabile, ma il secondo giorno, i Danesi della flotta di Lubecca cambiarono tattica e decisero di concentrarsi sulla grande nave da battaglia, lanciando palle di fuoco incendiarie sul grande vascello.

mars sunk

L’idea era di creare scompiglio al fine di riuscire ad abbordarla mentre era in fiamme. L’incendio si propagò velocemente, alimentato dalle esplosioni dei depositi di polvere da sparo e degli stessi cannoni. Si ritiene che furono proprio le loro esplosioni a causarne l’affondamento. Uno squarcio si apri sulla prua trascinando oltre mille uomini negli abissi. Quel 30 maggio 1564, il Mars scomparve ed iniziò la storia della sua maledizione.

Ma come nacque la leggenda dello spettro?
Si sa, i marinai sono sempre stati superstiziosi, o meglio hanno spesso usato la superstizione per coprire la propria ignoranza o i loro errori. Da qui la maledizione che si tramandò su quella superba nave da battaglia. All’epoca I re svedesi erano impegnati a cercare di consolidare la loro posizione, e la Chiesa cattolica era diventata un problema; monarchi come Erik XIV, cercavano quindi di sminuirne il potere, forti dell’antagonismo religioso.

sword gunports Mars

Quando commissionò il Marte, sembrerebbe che il re fece confiscare le campane della chiesa per ricavarne il metallo necessario per fabbricare i tanti cannoni. Una scelta scellerata per i cattolici che ritennero avrebbe portato sfortuna a quella nave. Fu così che quando il Mars affondò nella profondità del mare portando con sé oltre 700 membri dell’equipaggio e diverse centinaia di danesi e tedeschi che avevano già abbordato la nave in fiamme, si sparse la leggenda della sua maledizione e di uno spirito degli abissi che la proteggeva da essere ritrovata.

marte vascello da guerraAlla ricerca della nave perduta
Per anni, cacciatori di tesori e archeologi hanno cercato il vascello maledetto senza successo. Poi, il 19 agosto 2011, un gruppo di sommozzatori, dopo una ricerca ventennale, ha localizzato in quelle fredde acque del nord la nave, a circa 18,5 chilometri a nord di Öland. Dopo oltre quattro secoli sott’acqua, a parte la prua della nave, che venne distrutta dall’esplosione, lo scafo si presenta incredibilmente ben conservato, come si nota dalle fotografie di National Geographic. Il vascello si fermò sul fondo del mare e si presenta inclinato sul suo lato destra a una profondità di 75 metri. I bassi livelli di sedimenti, la bassa temperatura dell’acqua, le correnti deboli e la presenza di un’acqua relativamente dolce che non consente la vita di organismi pericolosi per le strutture in legno, hanno facilitato la sua conservazione. In realtà sono stati proprio quei cannoni “maledetti” a confermarne l’identità.

La recente produzione sul canale Smithsonian (© 2015) ha aggiunto ulteriori prove a seguito del ritrovamento all’interno del relitto della nave di monete d’argento coniate da Eric XIV di Svezia proprio l’anno prima della battaglia nel 1563.

The stern section

Questa scoperta, al di la degli aspetti storici, ha permesso di raccogliere molte informazioni sulla nave e far luce su alcuni aspetti tecnici relativi all’architettura navale di quel secolo. Ma siamo solo all’inizio e … lo spettro … sembra aver trovato finalmente riposo.

Trovate il video anche qui

FONTE: Logo oceanforfuture

 

 

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Stefano Benazzo in mostra al Pireo

Continua la incessante attività di fotografo da parte di Stefano Benazzo il "Fotografo dei Relitti".

Invito Benazzo Pireo

Stefano BenazzoDopo la pubblicazione del suo bellissimo libro documentario "Wrecks-Relitti" ,ha continuato a girare il mondo in cerca di altri relitti.

Fermatosi in Gercia ha fotografato e poi raccolto in un altro volume le foto di tantissimi e stupendi relitti. Per la presentazione del suo lavoro ha organizzato un altro bellisimo evento.

 

La mostra fotografica:

“The Duty of Memory: Wrecks in Greece”

che si svolgerà dal 10 al 30 settembre 2018 alla Galleria Municipale d’Arte del Pireo, 29 Filonos Str. (ex Ufficio Postale), e sarà aperta da lunedì a venerdì, dalle 10.00 alle 14.00 e dalle 18.00 alle 21.00. L’inaugurazione avrà luogo mercoledì 12 settembre 2018 alle 19.30.

La mostra - organizzata dall’Associazione greca delle Barche Tradizionali con il patrocinio del Ministero della Cultura greco, dell’Ambasciata d’Italia in Grecia e del Comune del Pireo - è inclusa fra gli eventi dell’” European Year of Cultural Heritage 2018” ed è parte dell’iniziativa bilaterale “Tempo Forte”, avviata - da parte italiana - dall’Ambasciata d’Italia.

Chi ne ha la possibilità vada a vederla, e soprattutto si procuri il volume edito per l'occasione.

Fonte: Autore

 

 

 

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Non bastano allarmi e segnalazioni, il nostro mare è sempre più inquinato.

Dall'Ammiraglio De Giorgi uno splendido articolo sull'emergenza inquinamento del mare dovuto alla plastica

iosonoambiente

20 Agosto 2018
Dopo essere rientrata in porto da un viaggio iniziato il 22 giugno dalla Liguria e terminato pochi giorni fa in Friuli Venezia Giulia la Goletta Verde di Legambiente ci riporta il bilancio annuale di salute dei nostri mari e delle nostre coste: critico il risultato di queste analisi con quasi l’8% delle acque italiane più inquinate rispetto allo scorso anno; il 48% dei campioni prelevati dai nostri mari risulta infatti “fortemente inquinato” (39%) ed “inquinato” (9%). Il nostro mare risulta quindi sempre meno pulito, nonostante allarmi, denunce e segnalazioni, riguardo alla situazione di peggioramento continua in cui versano da tempo le nostre acque.
Il monitoraggio di Goletta Verde prende in considerazione i punti a “maggior rischio” di inquinamento, individuati dalle segnalazioni dei circoli di Legambiente e dei cittadini attraverso il servizio SOS Goletta ed analizzati tramite parametri microbiologici (come Enterococchi intestinali ed Escherichia coli). Sono stati così considerati come “inquinati” i campioni in cui almeno uno dei due parametri supera il valore limite previsto dalla normativa sulle acque di balneazione vigente in Italia (Dlgs 116/2008 e decreto attuativo del 30 marzo 2010). Mentre sono “fortemente inquinati” quelli in cui i limiti vengono superati per più del doppio del valore normativo. Dalla campagna 2018 della barca a vela di Legambiente che ogni estate naviga lungo i 7.500 km delle coste italiane per monitorare la salute del Mediterraneo, sono così emersi dati davvero poco incoraggianti. A fronte del 52% dei 261 punti campionati dai tecnici nelle 15 regioni costiere italiane entro i limiti di legge, il restante risulta inquinato per, in pratica, un punto ogni 59 chilometri. Risultati negativi che sicuramente possiamo attribuire, secondo il report di Legambiente, alla mala depurazione di cui ancora soffrono vaste aree del nostro Paese e per la quale l’Unione europea ci ha presentato un conto salatissimo. Non dimentichiamo infatti che l’Italia proprio sul tema della depurazione ha subito ad oggi due condanne, ed è già avviata una terza procedura d’infrazione, su oltre 909 agglomerati urbani sparsi per tutto il territorio della penisola (25% in Sicilia con 231 agglomerati, 143 in Calabria pari al 16%, ed infine 122 in Campania ossia il 13% del totale). Il completamento della rete fognaria e di depurazione delle acque reflue è una delle grande opere, a mio avviso, che più manca al nostro Paese, la mala depurazione è, infatti, un'emergenza ambientale che va affrontata con estrema urgenza (vale la pena ricordare che per la multa UE abbiamo pagato inizialmente quasi 25 milioni di euro che si sommano ai 30 milioni che ogni sei mesi dovremo aggiungere al conto finché non ci metteremo in regola). L’anno scorso la regione più inquinata d’Italia era il Lazio. Dopo 5 anni di segnalazioni i litorali di Lazio, Calabria, Campania e Sicilia, non hanno migliorato la loro situazione, anzi. La Sicilia è però quest’anno in testa per numero di campionamenti risultati oltre i limiti: 21 punti ‘fuori legge’ sui 26 campionamenti totali effettuati lungo le coste della regione (17 “fortemente inquinati”, 4 “inquinati”). Seguono la Campania con 20 punti oltre i limiti (19 “fortemente inquinati”) su 31 campionamenti effettuati; il Lazio con 17 punti oltre i limiti sui 24 monitorati (12 sono “fortemente inquinati”), e la Calabria con 15 su 22 (12 “fortemente inquinati”). Nonostante poi la cartellonistica informativa obbligatoria ormai da anni per i comuni, la carenza di informazione ai cittadini riguarda anche i punti ufficialmente interdetti alla balneazione. Negligenze che si traducono in “alta presenza di bagnanti" in 3 degli 8 punti campionati ufficialmente interdetti alla balneazione e "media presenza” in altri 3.
 
I quasi due mesi di viaggio del vascello ambientalista sono serviti anche a denunciare le illegalità ambientali, le trivellazioni petrolifere, il problema dei rifiuti in maree. Le foci dei fiumi, dei canali, dei corsi d'acqua, gli scarichi sospetti e altri punti critici sono i luoghi dove si concentrano le maggiori criticità: su 149 foci monitorate, 106 (il 71%) sono risultate “fortemente inquinate” (il 61%) e “inquinate” (il 10%). Il 43% dei punti campionati sono, invece, spiagge. Su 78 spiagge monitorate sono poi stati trovati in media 620 rifiuti ogni 100 metri. Dopo la cattiva gestioni dei rifiuti e le discariche illegali è il turismo balneare infatti una delle fonti principali di plastica in mare, oltre un terzo dei rifiuti che possiamo trovare sui nostri lidi è riconducibile infatti proprio a questo turismo. Rifiuti “dimenticati” in spiaggia ogni giorno dai turisti o dispersi a causa della limitata capacità di gestione dei rifiuti delle località balneari, spesso insufficiente a fronteggiare l’alta affluenza estiva. Ogni oggetto lì dimenticato e non raccolto finisce inevitabilmente per sbriciolarsi con il tempo, anche per questa ragione alcune zone del Mediterraneo, un mare praticamente chiuso, hanno la più alta concentrazione di micro-plastiche al mondo. E dei 300 milioni di tonnellate di materie plastiche che ogni anno vengono prodotti, almeno 8 milioni, come ormai ben sappiamo, finiscono nell’oceano.
 
Non solo riciclo quindi, che da solo può non bastare, ma anche un’educazione diversa ed una modifica dei nostri comportamenti per sensibilizzare tutti i cittadini sia contro l’abbandono dei rifiuti sia nel limitarsi nell’uso dei prodotti monouso: una volta compromessa la “risorsa mare” non sarà infatti più possibile rinnovarla” (citando il neo Ministro dell’Ambiente al lancio della campagna #iosonoambiente)
 

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Scoperto un antico molo risalente a 2000 anni fa a San Pietro in Bevagna

antico molo

By | 11 agosto 2018

la scoperta di quest’antico molo è stata fatta da Fabio Mattacchiera, presidente del Fondo antidiossina onlus di Taranto

Secondo gli esperti potrebbe essere un molo di età romana o ellenistica.

I blocchi allineati ritrovati al largo di San Pietro in Bevagna, secondo gli esperti, potrebbero essere realmente quelli che costituivano un molo antico, poi ricoperto dalle acque nel corso dei millenni.

Solo pochi giorni fa Fabio Mattacchiera ha lanciato una breve notizia circa la scoperta di un presunto antico molo, forse riconducibile al periodo romano, a largo di San Pietro in Bevagna, in provincia di Taranto.

Gli elementi che ha raccolto con le immersioni in quelle acque probabilmente non sono sufficienti anche perchè, non ha ancora sentito il parere di diversi esperti archeologi.

Tuttavia, pur nell’incertezza che la scoperta potesse avere una valenza in ambito archeologico, Fabio ha provveduto ad informare immediatamente la Soprintendenza Archeologica della Puglia con sede a Lecce, inviando foto ed informazioni attraverso la posta certificata.

In questi giorni, oltre ad aver acquisito altri dettagli con l’utilizzo di un drone (Fabio Mattacchiera è un pilota professionista riconosciuto da Enac, anche per le “operazioni in scenari critici”) che gli hanno permesso di acquisire foto e video importanti, ha potuto contattare numerosi archeologi e cattedratici ai quali ho sottoposto il materiale raccolto.

Nessuno di loro è al corrente dell’esistenza di questa imponente struttura sommersa al largo di San Pietro in Bevagna e tutti mi hanno parlato di una scoperta che potrebbe rivelarsi molto importante.

Un ex dirigente archeologo di esperienza riconosciuta della città di Taranto, consultatosi con altri suoi colleghi, avanza l’ipotesi di un molo del periodo ellenistico dalle dimensioni importanti.

Giuliano Volpe, archeologo e accademico e professore ordinario di archeologia presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Foggia, poco fa ha comunicato che organizzerà, nei prossimi giorni, una spedizione, con i suoi ricercatori, per fare luce sul ritrovamento di San Pietro in Bevagna.

Fabio ha contattato anche la dott.ssa Rita Auriemma, docente e ricercatrice presso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università degli Studi di Lecce, anche lei intenzionata a fare un sopralluogo dopo che ha ricevuto la mia segnalazione.

Il Prof. Mario Lazzarini, noto archeologo subacqueo, parla di un’opera che potrebbe rassomigliare ad un molo, presumibilmente di epoca romana.

Ha chiesto lumi anche al Prof. Andrea Belluscio, docente presso il Dipartimento di Biologia Ambientale dell’Università “La Sapienza” di Roma. Ha chiesto se avesse mai visto simili strutture in natura, adagiate sui fondali marini, durante le sue innumerevoli ricerche nei mari di tutto il mondo, ma anche lui ha affermato di non aver mai visto nulla del genere di naturale.

Insomma, anche se la sua scoperta è ancora tutta da verificare, è certo che sta suscitando molto interesse tra gli studiosi.

Inoltre, il fatto che l’opera si trovi ad una distanza di diverse centinaia di metri dalla costa non deve spegnere l’entusiasmo di chi, come lui, vuol credere che effettivamente lì si trovi un pezzo importante di storia antica della nostra regione.

Infatti, si sa con certezza, così come riportato dalla letteratura scientifica, che la linea di costa ha avuto nel corso dei secoli notevoli variazioni, sia dal punto di vista morfologico che orografico, con avanzamenti e arretramenti anche di diverse centinaia di metri.

Tutto ciò renderebbe più plausibile la possibilità che quella opera, un tempo, potesse essere emersa, considerando anche le oscillazioni del livello del mare nel corso dei millenni.

Ecco alcuni dettagli dell’imponente opera.

Lunghezza e larghezza del presunto molo

Analizzando le foto ed i video prodotti da Fabio Mattacchiera, si riesce ad intuire che il presunto molo debba aver avuto una lunghezza di circa 240 metri, una misura veramente importante, considerando che altre opere simili, rinvenute nel Mediterraneo, solitamente non superavano i 150 – 180 metri.

La larghezza, invece, doveva attestarsi sui 20 metri.

Grandezza dei blocchi
I lati dei blocchi variano da 1 metro fino a 4 metri.

Hanno forma pressoché parallelepipedale con spigoli stondati o hanno forma abbastanza irregolare, comunque sia, risultano in buona parte ben assemblati ed in fila tra loro, separati da un intercapedine di 15 – 30 centimetri.

Profondità
7 metri

Distanza dalla costa
L’opera è esattamente parallela alla linea di costa, si trova al largo ad una distanza di diverse centinaia di metri.

FONTE: Logo Caraibi di Puglia

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