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Dalla Terra d’Otranto al Grande Salento federato

Mappa Salento Citta intelligenti

di Lino DE MATTEIS

Da più parti, analisti e opinionisti concordano sui rischi che il Salento imbocchi irreversibilmente la strada del degrado e dell’abbandono, invocando un sussulto d’iniziativa per sensibilizzare le Istituzioni a dare una prospettiva di crescita secondo un progetto organico. Lo hanno fatto di recente con interventi sul “Quotidiano” Adelmo Gaetani, che ha messo in guardia come il Salento stia per precipitare dalla “grande bellezza alla grande bruttezza”; Francesco Fistetti, che chiede quel “cambio di passo e di visione necessario”, sollecitando una svolta dal basso, che dovrebbe partire dai sindaci, dagli amministratori locali, dai parlamentari, dai consiglieri regionali, dai dirigenti di partiti, dalle forze economiche e sociali organizzate sul territorio; Angelo Salento e Daniele Morciano, che sollecitano “misure urgenti per rigenerare il territorio”. Per non citare l’impegno costante profuso nel tempo dall’on. Giacinto Urso, per il quale “il Salento è Grande ma non sa esserlo” per incapacità o mancanza di visione della classe dirigente. Ma è un sentire comune che circola anche sul web, sulle riviste online come questa e sui profili social di chi ha sempre avuto a cuore le sorti di questa penisola, come il notaio Enrico Astuto, l’avvocato Giorgio Aguglia, l’ammiraglio Fabio Caffio, ecc.

Tutte analisi ed opinioni pertinenti e condivisibili, ma ogni volta si ha, tuttavia, la sensazione di un anelito culturale fluttuante nel vuoto, di un dibattito staccato dal reale che, per quanto giusto e opportuno, non riesce ad incidere nelle prassi istituzionali. Quasi tutti i commentatori, però, distrattamente o perché ignari, tralasciano di ricordare e valorizzare, come invece meriterebbe, la più importante iniziativa politica presa, lo scorso anno, dalle massime Istituzioni salentine: il protocollo d’intesa “Terra d’Otranto: dalle radici il futuro”, ufficialmente approvato e controfirmato dai sindaci di Lecce, Carlo Salvemini, di Brindisi, Riccardo Rossi, e di Taranto, Rinaldo Melucci, dai rispettivi presidenti di Provincia, Stefano Minerva, lo stesso Riccardo Rossi, e Giovanni Gugliotti, oltre che dal rettore dell’Università del Salento, Fabio Pollice. Dopo vari tentativi profusi nei decenni passati, non era mai successo che la pulsione unitaria tra le tre province salentine trovasse concretezza in un protocollo d’intesa ufficiale, che non poteva meglio sintetizzare nel suo titolo l’unità storica del territorio e la voglia di guardare al futuro, di prendersi per mano e camminare insieme per affrontare le sfide della crescita e della modernità.

Quel protocollo d’intesa rappresenta, al momento, l’unico strumento istituzionale che può fungere da collettore per una cabina di regia che dia forza al territorio sui tavoli regionali e nazionali. A guardar bene, quel protocollo porta in sé lo spirito di un progetto federativo del Grande Salento, ponendone le basi programmatiche. Basterebbe leggerlo per percepirne le potenzialità federative, poiché tutti i suoi passaggi sono impregnati di questo spirito unitario, a partire dal primo capoverso: «Oggetto del presente protocollo di intesa è stabilire modalità di collaborazione coordinata e continuata fra gli Enti sottoscrittori …». E poi ancora, nel definirne finalità e obiettivi, si precisa che: «Il presente protocollo nasce al fine di rafforzare i legami tra le tre città capoluogo anche sviluppando un’appartenenza alle tradizioni identitarie dell’intero territorio; … rafforzare l’attrattività di questa grande area metropolitana al centro del Mediterraneo, …, valorizzando la comune ricchezza di beni appartenenti al patrimonio diffuso di risorse territoriali paesaggistiche, storiche e archeologiche; sviluppare una visione condivisa … della crescita che punti a definire sistemi a rete tra i tre centri e i loro territori, con itinerari turistici e culturali … che mettano insieme i tre centri storici, i paesaggi costieri e rurali, i poli museali e della ricerca universitaria e le eccellenze, le tradizioni culturali ed enogastronomiche, le produzioni agricole di pregio, ecc.; favorire la ricerca, l’innovazione, la semplificazione amministrativa anche al fine di creare economie di scala nel percorso comune e obbligatorio di transizione digitale delle Pubbliche amministrazioni…».

Gli Enti sottoscrittori, dunque, pur senza esplicitarlo, hanno delineato di fatto un progetto federalista del territorio e si auto-definiscono già una “grande area metropolitana al centro del Mediterraneo”, assecondando la moderna visione che individua nella “rete delle città intelligenti” la dimensione ottimale e necessaria per affrontare le sfide della modernità e della globalizzazione. Nel protocollo si dà veste istituzionale a quanto, nel 1983, scriveva l’urbanista di fama internazionale Giulio Radaelli, analizzando le caratteristiche di questa area: «La regione urbana jonico-salentina possiede da sempre, potenzialmente, la morfologia di una città policentrica, perfezionabile e ristrutturabile in un’unica grande Città jonico-salentina. Questa struttura policentrica è determinata dall’insieme costituito dalle maggiori città – Brindisi, Lecce, Taranto – e dagli insediamenti minori sparsi nelle pianure salentine, sulle colline (le Murge) e lungo le coste adriatiche e joniche; ed è dimostrata dalle interconnessioni da tempo antico e dalle nuove intrecciabili relazioni». Fu quello uno dei fondamenti teorici alla base dei precedenti tentativi di sottoscrivere un’intesa sul Grande Salento tra le tre Province di Lecce, Brindisi e Taranto, prima, nel 1999, con i rispettivi presidenti Lorenzo Ria, Nicola Frugis e Domenico Rana e, poi, nel 2006, con Giovanni Pellegrino, Michele Errico e Gianni Florido.

Ora, con il protocollo “Terra d’Otranto: dalle radici il futuro”, una strada programmatica concreta è stata tracciata. Una strada che ha bisogno, però, di essere riempita di contenuti attraverso l’elaborazione del masterplan affidato dallo stesso protocollo alle competenze dell’Università del Salento, dove è stato istituito e opera una “tavolo interistituzionale”, sotto la diretta supervisione del rettore Fabio Pollice. È necessario, allora, che di questo protocollo e di questo masterplan si parli più insistentemente per sensibilizzare l’opinione pubblica e per renderli prioritari nell’agenda della politica salentina e pugliese. La svolta, il momento magico da non perdere per il Salento è questo, ed è ora. Più che invocare iniziative e cambi di passo, come se nulla esistesse o fosse stato fatto, è necessario, invece, che si valorizzi di più questo protocollo, lo si faccia conoscere, si indichino contenuti e si suggeriscano priorità che dovrebbero trovare posto nel masterplan, dal dopo xylella alla rigenerazione del territorio, dalle infrastrutture a come spendere le risorse che il Pnrr destinerà alla Puglia, ecc. Per una volta non si tratta di continuare a gridare al disinteresse generale, ma di spendersi affinché non si perda altro tempo e si concretizzi presto questo percorso già avviato dalle Istituzioni per dare corpo ad un Salento più unito e forte.

(Pubblicato anche sul “Nuovo Quotidiano di Puglia” del 27 luglio 2021)

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Scolpisco il mare con il fuoco: i miei pesci sono immortali

Quando una passione ti brucia dentro non importa chi tu sia, devi darle spazio, lasciare che prenda quella parte di te, anche la più nascosta e la trasformi in ciò che sei… 

fabio pilatopesce

Quando una passione ti brucia dentro non importa chi tu sia, devi darle spazio, lasciare che prenda quella parte di te, anche la più nascosta e la trasformi in ciò che sei… già, perché siamo tutti essenza stessa del divenire, parte di quel meraviglioso quadro che è l’anima del mondo, “siamo fatti della stessa materia che compone le stelle” diceva Margherita Hack e, di stelle dobbiamo comporre il nostro cammino. Questo è quanto mi ha trasmesso la piacevole chiacchierata con Fabio Pilato.
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Fabio il sognatore.

Fabio è un “sognatore” inteso nell’accezione del termine più alto… “Sogna”, ma non perché si addormenta e lascia che la mente rielabori le concezioni del giorno, “sogna” perché è la “sua arte” che lo possiede nella versione onirica del suo stesso io.

“Sono l’insieme dei dubbi, degli errori e delle mie stesse incertezze – ci dice. Tutto nasce nel 2006, quando, a seguito della tragica e dolorosa scoperta di avere un cancro al sistema linfatico, ho smesso di ‘dormire’. L’unico sollievo era per me, andare in mare, di notte con la mia barchetta, lontano dal caos, immerso nel silenzio e nella solitudine a guardare la città nella sua versione fulgida di luci a intermittenza e di colori che davvero danno l’idea dell’infinito. Di ritorno da una delle mie ‘notti bianche’ ho visto sulla spiaggia i pescatori con in terra il loro pescato… Pesci.. morti ovviamente, che hanno mosso in me un sentimento di compassione infinita. Così ho raccolto una pietra bianca e, una volta a casa ho iniziato a lavorarla con lo scalpello e ne è venuto fuori un pesce.” l’opera prima, senza nome, custodita da Fabio come un cimelio, o meglio, come una conquista, la prima di una lunga serie.

Le mie opere mi chiamano, mi parlano…

“Io sogno le mie opere, o meglio, le mie opere mi chiamano nel sogno, mi parlano, si mostrano per come dovranno nascere. I sogni che faccio non sono sempre belli, è più che altro, un’insonnia dannata, eccitata, euforica che mi fa svegliare madido di sudore. Scolpisco il mare con il fuoco, quasi una contraddizione e rendo immortali i ‘miei’ pesci che, alla fine sono di tutti, sono della città di Messina perché nessuna delle mie opere è in vendita.”

Il museo del mare presto sarà realtà.

L’ultima ‘creatura’ di Fabio è un esemplare femmina di squalo bianco ‘Pasqualina’, che sarà presentata prima di ferragosto in concomitanza con la raccolta fondi per il ‘Museo del Mare’.  

“Il Museo è sempre stato itinerante, ma, qualche settimana fa, grazie all’idea ed alla tenacia di Cristina Puglisi Rossitto, Anna Frazzica e Dario Iacono è nato su Facebook un gruppo in cui il 19 luglio è partita una raccolta fondi per poter creare un “Museo” reale in cui trasferire le mie opere e donarle così alla città di Messina e ai suoi abitanti perché per me l’arte è un mezzo, mai un fine”. 

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Fabio si emoziona nel parlare, si commuove, la sua voce vibra e ci fa quasi pensare al vibrare del martello nella fucina.

“Io passo le ore nel mio laboratorio apparentemente in silenzio, ma parlo con i miei pesci chiedo loro se sono soddisfatti della forma, delle curve, del mio plasmarli, ma sempre e soltanto a loro piacimento – prosegue – loro sono tutta la mia vita assieme alle ‘mie donne’ la mia compagna, mia madre e mia figlia sempre presenti, sono loro la mia essenza, il mio tutto. Quando lavoro sono come in trans, vedo l’opera solo quando è finita e non mentre la sto lavorando ed è solo in quel momento che mi sento appagato dei sacrifici. Scolpire il ferro non è semplice, piegarlo, fonderlo è come essere dentro un inferno, ma è grazie al ferro, ai quintali e quintali di ferro che mi sono passati per le mani, dal 2006 ad oggi, che le mie creature resteranno immortali nel tempo”.

Il “mostro” non mi fermerà.

La battaglia di Fabio non è ancora finita, purtroppo, dopo 66 chemio, 57 radio ed un nuovo trapianto, il cancro è ripartito di nuovo lo scorso gennaio  “Ma la malattia non può fermarmi. Ogni volta che torna il ‘mostro’ io faccio sogni sempre più grandi, sogni sempre più impegnativi… l’ultimo riguarda una balena… Coda mozza che lo scorso anno è passata nello Stretto di Messina… Anche Lei mi ha chiamato ed anche a Lei sono pronto a dare la vita ricostruendola nella sua interezza persino con la coda che le è stata mozzata”.

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Siamo fatti della stessa materia dei sogni.

Non si arrende Fabio, il sognatore, l’Artista, l’uomo; pronto a combattere per la sua Arte, per la sua Vita. “Dobbiamo guardare dentro di noi. Ognuno di noi ha dentro un sogno, una potenzialità, basta solo crederci e lasciare che venga fuori”.  E ci siamo salutati con una certezza “siamo fatti della stessa materia dei sogni” (W. Shakespeare) e, come diceva Walt Disney “se puoi sognarlo puoi farlo”.

Foto tratte da Facebook

FONTE: Logo Mestyle

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Galizia, onde e silenzi: dormire in un faro sulla Costa della Morte

Ci sono quattro strutture trasformate in “emotional hotel” nella regione della Spagna settentrionale. Noi siamo andati a provare quello di Finisterre e abbiamo inaugurato quello di Lariño. Ecco che cosa sapere

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FABIO POZZO

La Costa della Morte della Galizia, a NordOvest della Spagna, a dispetto del nome, non è poi così terribile. Certo, dipende dalle condizioni meteorologiche e, soprattutto, se in un giorno di tempesta si sta al calduccio a terra oppure si è in mare, a combattere contro le onde. Il nome viene dai tanti naufragi che sono avvenuti davanti alle sue rocce, circa mille quelli documentati: un rischio che dai 25 galeoni dell’Armada colati a picco nel 1596 alla nave scuola inglese Serpent sfracellatasi nel 1890 sulla scogliera di Punta do Boi (172 morti, solo 3 superstiti) alla petroliera Prestige (2002) è cresciuto con l’incremento del traffico marittimo.

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Il faro di Finisterre: oltre l'orizzonte l'America

Noi ci arriviamo in auto da Santiago de Compostela (volo diretto Ryanair da Bergamo Orio al Serio), sbuchiamo sull’Atlantico a Noia, proseguiamo sino a Muros sulla Ac-550 costeggiando l’omonima  ría e quindi entriamo ufficialmente nell’area della Costa della Morte traguardando il faro di Lariño, presso il quale torneremo. Ma la nostra meta, adesso, è Finisterre o Fisterra in gallego. Il promontorio che si erge sull’Oceano dagli isolotti di O Petonciño e di A Centola fino al monte di O Facho (242 m) dove sembra fosse ubicata l'Ara Solis, l'altare per la celebrazione dei riti al sole e che per i romani segnava la fine del mondo conosciuto. In verità, non è il lembo più occidentale della Spagna (Cabo da Nava), né quello della penisola iberica (Cabo da Roca, in Portogallo), ma è sicuramente il più suggestivo e mistico.

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Alla fine del mondo

Finisterre è legato infatti al Cammino di Santiago: qui, per alcuni, dovrebbe finire il pellegrinaggio, prolungandolo di un’altra ottantina di chilometri dalla Cattedrale di Santiago. C’è il cippo, poco prima del faro, che segna il km 0,00; c’è l’usanza - oggi proibita - di bruciare le scarpe o un indumento indossato nel Cammino; c’è il tramonto (intorno alle 22.30 a luglio) con il sole che si tuffa su un orizzonte dietro il quale c’è solo l’Oceano e poi l’America. I pellegrini possono fermarsi qui, e ottenere la Fisterrana, il documento che certifica questa ulteriore tratta, oppure proseguire ancora per altri 30 chilometri circa sino a  Muxia e la sua chiesa della Virxe da Barca - un altro luogo mistico - per ottenere anche la certificazione della Muxiana.

Il nostro viaggio verso Finisterre non è inizialmente allietato dal sole. E’ grigio, pioviggina, c’è vento e fa freddo (maglione di lana, giacca a vento nella prima settimana di luglio). La strada è pressoché sgombra, i villaggi che attraversiamo sono deserti, molti negozi ed esercizi chiusi e tanti edifici abbandonati o lasciati a metà. Ci racconterà l’artista Nacho Porto, che ha il suo laboratorio-atelier di ceramiche a Carnota, che le incompiute sono dovute anche all’effetto della bolla immobiliare gonfiata, anni fa ormai, dai mutui facili, che anche in Galizia è scoppiata, anche se con meno impatto rispetto alle coste spagnole mediterranee

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Nella taverna "A Galeria" con il titolare Roberto Traba Velay a Finisterre

L’Ali Baba delle taverne

Finisterre, il paese, merita una tappa. Gabbiani, barche da pesca, mercato all’ingrosso del pesce (c’è un’asta che vale la pena di seguire), case abbarbicate l’una sull’altra, alcune vie dai nomi suggestivi come quello della Rua dos Naufragos, una strada pedonale interna con negozietti e bar. Ne segnalo due. Anzitutto, la taverna “A Galeria” di Roberto Traba Velay, imperdibile, in Rua Real 31. Lui è un personaggio molto personaggio: cappello, orecchino, folti pizzetto e baffi. E’ uno scrittore, è un testimone di Finisterre, dove da 22 anni gestisce il locale. Passano tanti di qui e tutti lasciano qualcosa: così, appeso al soffitto, sulle bacheche sistemate sulle pareti, c’è tutto e di più: pietre provenienti da ogni parte del mondo, sabbia di ogni spiaggia del globo, libri, bandiere, gagliardetti. Una miscellanea incredibile, colorata, allegra. “Ogni pezzo ha una storia”, dice il titolare.

Il secondo luogo in cui entrare è una sorta di ferramenta che si affaccia su Praza da Costitucion, dove si può trovare una buona offerta di oggettistica varia. Valgono la pena i manufatti di Artesfer (artesfer.com), una azienda di Mont-ras (Gerona) fondata nel 1966 dall’artigiano Esteban Ferrer Rosselló che ha un catalogo infinito di oggetti legati al mare, dai capodogli realizzati a mano in legno alle classiche statuette dei capitani e marinai. Nulla di particolarmente costoso, alcuni pezzi davvero notevoli.

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Il cippo che segna il Km 0.00 del Cammino di Santiago e sullo sfondo il faro di Finisterre

Il tramonto vince la nebbia

Si sale verso la sommità del promontorio, tra il bosco e lo strapiombo sull’orizzonte. La strada è perfetta, molto ben tenuta. Non è un caso se Finisterre è il secondo luogo più visitato della Galicia, dopo Santiago de Compostela. Piove, tira vento quando vi arriviamo, durante il pomeriggio. Ci fermiamo sulla spianata, che è intitolata a Stephen Hawking (c’è una targa con le sue parole, lasciate nel settembre 2008 - I enjoied my trip to the end of the world, such a beautiful place), si alza una lieve nebbia. L’Oceano è grigio, le raffiche sferzano l’auto. C’è un’enorme croce in pietra, erta su un blocco di granito che guarda al mare, c’è un piccolo prefabbricato di legno, con i classici souvenir (non vanno disprezzati, anche una calamita da appendere al frigo può essere un bel ricordo), la strada continua per chi è cliente dell’hotel, mentre si ferma per tutti gli altri.

Posteggiamo, proseguiamo a piedi. Verde, quasi di brughiera, il cippo con la conchiglia simbolo del Cammino e la dicitura “0,00 Km” che qualcosa dice, l’orizzonte che sembra infinito e poi due edifici. Il primo è il Semáforo, il secondo è il Faro con la torre e la lanterna che si stacca dalla casa che fu del guardiano e che rimane leggermente più in basso rispetto al primo. Noi saliamo al Semáforo, che ospita l’hotel, lungo una breve scalinata in pietra. “Dove il silenzio nasconde più delle parole”, la scritta di benvenuto. La statua di un delfino, il palo con i cartelli a freccia che indicano la distanza delle principali località del mondo e quindi il piccolo albergo, inaugurato nel 2000 dopo i lavori di ripristino su progetto dell’architetto Cesar Portela e finanziato da una società privata che fa capo a Jesus Picallo, un imprenditore gallego, di Carnota, che ha investito anche nel faro di Lariño, di cui poi vi dirò.

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L'Hotel Semaforo di Finisterre: due soli tavoli del ristorante nella veranda

Attenzione, perché questo è davvero un consiglio sincero. Non perdetevi, se potete, una notte all’Hotel O Semáforo de Fisterra. Anzitutto, perché è molto bello, si mangia bene e poi perché è davvero qualcosa di magico. Bisogna aspettare che se ne vadano i turisti e pellegrini, con l’avanzare della sera. Attendere che si faccia silenzio e che si senta solo il rumore delle onde e del vento, per comprendere appieno il suo fascino.

Dove il silenzio parla più delle parole

L’edificio, costruito nel 1879 al fine di emettere segnali per la Marina militare, si aggiunge al faro di prima classe, realizzato nel 1853 e alto 17 metri (la lanterna è 138 metri sul livello del mare, ha un raggio di luce che raggiunge le 31 miglia ed emette un flash ogni 5 secondi) e alla Vaca de Fisterra, una Sirena realizzata nel 1899 dall’architetto Ángel García del Hoyo per avvisare gli equipaggi delle navi in transito con suoni anti-nebbia dalla portata di 25 miglia (oggi non in funzione)

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Hotel Semaforo di Finisterre: la sala lettura sul blu.

L’Hotel O Semáforo ha sei camere, non enormi, arredate con stile marinaro-minimal, molto pulite e dai servizi moderni di un hotel-boutique. Sono ubicate ai piani superiori, rispetto alla reception e alla piccola sala ristorante, quest’ultima con una “galeria”, una veranda impagabile, e ciò le separa e le isola ulteriormente dal resto della struttura. La sala colazione è una sorta di passerella circolare ricavata sopra il bar del piano sottostante, ci si siede davanti alle finestre - due sedie per ciascuna - che guardano al blu. Ad anticipare questa sorta di “mirador” c’è una piccola saletta da lettura, con due poltroncine e un’altra veduta mozzafiato.

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Una camera dell'Hotel Semaforo di Finisterre

E poi, appunto, lo spettacolo del tramonto. Siamo stati fortunati, perché all’ora di cena (abbiamo scelto dalla carta le immancabili croquetas di cocho/seppia e di gambas/gamberi e un ottimo arroz caldoso, la versione gallega della paella, più brodoso; una cinquantina di euro incluso il dolce in due; menu e prezzi sono sul sito hotelsemaforodefisterra.com) il meteo ha detto bello: il cielo si è rasserenato, il vento si è chetato, la linea dell’orizzonte è diventata più blu e noi, che abbiamo cenato nella veranda (ci sono solo due tavoli, eravamo soli), ci siamo goduti il sole fino a che non si è inabissato di fronte a noi. L’indomani, la visita al faro, le foto ricordo sulla scogliera e l’ultimo sguardo idealmente verso l’America.

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Il tramonto visto dall'Hotel Semaforo di Finisterre

Altri due fari “e mezzo”

Ci sono altri due fari e potremmo dire “mezzo” dove si può dormire in Galizia. Uno si erge sulla sommità dell’isoletta (collegata alla terraferma da un ponticello) di Pancha, a Ribadeo, dunque al di fuori della Costa della Morte, vicino alla Praia das Catedrais, la spettacolare spiaggia con le imponenti formazioni rocciose plasmate dal vento che si possono visitare solo con la bassa mare e a numero chiuso. E’ in provincia di Lugo e s’affaccia sul mare Cantabrico dalla costa settentrionale della Galizia (ne riparleremo): qui ci sono due appartamentini per 4 persone ciascuno e il prezzo è di 400 euro l’uno, in alta stagione.

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Il faro con alloggi dell'isola della Plancha

Il secondo albergo. L’Hotel Semáforo de Bares, è ricavato in un antico edificio per le segnalazioni militari diurne, con bandiere. Dunque, niente luce di notte e niente segnalazioni con la nebbia. Qui siamo a Santa Maria de Bares, nel comune di Mañón, sopra il porticciolo di Bares e al cospetto del Faro (questo, vero) di Cabo Estaca de Bares, punta quest’ultima che si contende con il non lontano Cabo Ortegal (altro faro da vedere) la palma di spartiacque tra l’Atlantico e il Mar Cantabrico. Due camere, di cui una suite (250 euro a luglio) sono nell’edificio principale, altre tre nella Galeria adiacente. La vista è spettacolare, l’albergo è sospeso nell’azzurro del cielo, al termine di una strada che sale tra i boschi, l’orizzonte è sempre lì a segnare lo sguardo, il silenzio concilia il riposo (manca solo il rumore del mare, perché la struttura è a 210 metri dal livello del blu), il giardino-mirador è curatissimo.

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L'Hotel Semaforo de Bares

Noi abbiamo visto entrambi, dall’esterno. Abbiamo anche provato a prenotare una camera all’Hotel  Semáforo de Bares, ma non c’era posto. Una dritta: doveste scrivere al gestore, sappiate che non ama la lingua inglese, meglio lo spagnolo, il gallego o l’italiano. Una lingua latina, insomma.

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Il faro di  Lariño a Carnota

Ancora sulla Costa della Morte

Siamo riusciti invece a trovare posto all’Hotel Faro Lariño, un altro hotel-boutique ricavato da un faro ottenuto in concessione dal signor Picallo. E’ a Carnota, da dove comincia la Costa della Morte a Sud, lungo la strada che porta alla vicina Muros. Abbiamo avuto la camera numero 6 e siamo stati i primi clienti, perché siamo arrivati nel giorno dell’inaugurazione. Qui il mare è proprio a due passi, si sente di continuo e accompagna la notte. Il faro si staglia sull’Oceano dalla punta di Lariño ed è anche conosciuto come Faro de Punta Insua. E’ un ampio edificio di pietra intonacata di bianco, realizzato tra il 1913 e il 1921, sul quale si leva la torre della lanterna, alta 14 metri che emette un lampo di luce bianca visibile sino a 20 miglia.

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Una camera dell'Hotel faro di  Lariño

L’hotel - anzi l’emotional hotel come lo chiama l’imprenditore che lo ha avuto in concessione e ristrutturato con l’architetto Ramon Garcia - ha 9 camere, tutte molto minimal e d’effetto ricavate dove sino agli Anni Ottanta abitavano i due guardiani con le famiglie. C’è una piccola sala colazioni, c’è all’esterno, sul piazzale, un locale-veranda dove è stato ricavata la Taberna el Ariete che fa da ristorante e ha alcuni tavoli di legno all’aperto (fossi stato io, non l’avrei fatta, perché s’inserisce nel quadro dominato dal faro, ma ovviamente la mia è una visione molto purista e poco commerciale), c’è la vicina spiaggia di de Ancoradoiro, dalla sabbia bianca caraibica e quasi deserta anche a luglio (l’acqua è fredda, è l’Atlantico). Tutto molto bello, curato, pulito, fascinoso: le tariffe in alta stagione vanno da 250 a 300 euro per la camera doppia (hotelfarolariño.com).

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La spiaggia di Ancoradoiro, a fianco del faro di  Lariño

Jesus Picallo dice che sta pensando a un terzo faro da trasformare in hotel, così da completare l’offerta ai turisti e/o pellegrini che percorrono il Cammino dei fari, un percorso di 200 km circa che unisce Malpica - da dove comincia la Costa della Morte a Nord - con capo Finisterre e che ora si può allungare sino appunto a Lariño.

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Il faro di  Lariño

Il visionario delle ceramiche

Ci sono due posti, se si sceglie di soggiornare a Lariño, da visitare. Uno è il laboratorio-atelier di Nacho Porto (nachoporto.com), ricavato al pianoterra di una villa che guarda l’Oceano dal piccolo abitato di Cornido. Nacho è un artista autodidatta che lavora da 40 anni la ceramica con forni, torni e altri strumenti da lui ideati, che ha esposto anche a New York e che ha collaborato col designer francese Philippe Starck: vale la pena andare a trovarlo, fermarsi a parlare con lui, ammirare le sue opere - alla portata di tutte le tasche. Opere che fanno riflettere, sorridere, stupire - come il porta cellulare realizzato con uno studio matematico sul calco di un’antico corno che diventa un amplificatore e diffusore naturale.

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Nacho Porto, il visionario della ceramica a Carnota

Il secondo posto è Muros, un piccolo paese a un tiro di schioppo dal faro con un delizioso minuto centro storico. Volendo fermarsi a cenare, segnalo La Real, tapas y vinos a due piani che ora per le restrizioni anti-Covid ha solo alcuni tavolini all’esterno. Le zamburiñas, che sono molluschi tipo capesanta, cucinati con molto aglio e prezzemolo, sono fenomenali. Così anche i calamares fritti e i pimientos, i peperoni verdi fritti. Un gotto di Albarino, il vino bianco della zona e si è pronti per una notte al faro, addormentandosi - basta lasciare la finestra socchiusa - con la voce del mare.

Galizia, ancora qualche dritta

Facciamo un passo indietro. Sbarcati a Santiago de Compostela, non si può non fermarsi nella meta principale del Cammino. Il centro storico si gira a piedi, è piuttosto affollata, ma nonostante il caos di turisti e pellegrini resta una sacralità di fondo che arriva al cuore.

Un paio di dritte: un albergo strategico è il NH Collection, che è fuori dal mainstream, è situato in un parco, ha dalla sua il silenzio, c’è un parcheggio gratuito ed è a 5 minuti a piedi dalla Cattedrale. Per cenare, un buon ristorante in Rua Franco – quella dove si sfamavano i pellegrini, piena di locali e decisamente molto frequentata – è A Noiesa (anoiesa.com): bisogna prenotare, è al chiuso con l’aria condizionata, veloci e gentili. Gli abitanti di Santiago frequentano zone un po’ meno centrali, per chiamarsi fuori dalla ressa: un ristorante trendy è Abastos 2.0, che è ristorante e anche bistrot vicino al mercato (abastosdouspuntocero.com), non si sbaglia nemmeno se si sceglie O Curro da Parra (ocurrodaparra.com). Per un caffè e un dolce, il Casino, il caffè storico e un po’ agé dove si riunivano i notabili della città. Per un breakfast, brunch o ancora per un semplice caffé in un’isola verde e di pace, scegliendo il giardino del Cafe-Jardin Costa Vella (costavella.com) non si sbaglia.

Se volete visitare la città a piedi e capire qualcosa di più in poco tempo si può andare sul sito di Airbnb e prenotare una visita guidata di Sandra Romero Canedo, una giornalista locale assai simpatica e appassionata della sua città (in spagnolo e inglese, 18 euro per 2 ore a persona). La Cattedrale è ovviamente imprendibile, così come la meraviglia del Portico de la Gloria: le entrate sono contingentate, sul sito della Cattedrale (catedraldesantiago.es) si può prenotare un ingresso gratuito anziché la visita guidata a pagamenti, ma bisogna muoversi per tempo.

Un’altra città da non perdere è Lugo, all’interno, tra Santiago e la costa settentrionale, con il centro storico circondato da mura romane percorribili a piedi. Facendo rotta verso Nord, vicino a Ribadeo, c’è la spiaggia delle Cattedrali del mare (Playa de las Catedrales), un complesso di rocce, archi e faraglioni plasmati da vento e mare che va vista. Anche qui numero chiuso, la visita è gratuita, inclusa la guida: va prenotato tutto sul sito della Giunta della Galizia (ascatedrais.xunta.ga). Posso scendere sulla sabbia solo 2 mila/2500 persone al giorno, oltretutto concentrate nella bassa marea – due ore prima e due ore dopo la “minima”. Stesso discorso, ma qui invece siamo a Sud, sulla strada per Vigo, per le isole Cíes, dove c’è la spiaggia che secondo il Guardian è la più bella del mondo (autorizacionillasatlanticas.xunta.ga), la Plyaia de Rodas.

Vale poi la pena di percorre tutta la Costa della Morte, da Noia a Malpica o viceversa con i punti magici di Cabo Finisterre e di Muxia, dove è da non perdere la chiesa da Virxe da Barca e la sua scogliera. Proseguendo verso nord, la tappa è obbligata al faro di Cabo Vilán, forse il più spettacolare della Costa della Morte e con il non lontano Cimiterio de los Ingles (le vittime del naufragio del Serpent). Merita una tappa anche A Coruña, la piazza intitolata a Maria Pita è bellissima. Volendo, l’hotel Melia Maria Pita, sul lungomare al cospetto della spiaggia di Riazon – i surfisti qui posteggiano e attraversano la strada con la tavola sotto il braccio – è molto confortevole (chiedete di Carla alla reception, davvero gentile e professionale);  c’è da vedere anche il faro, la Torre di Herlcules e i lampioni della lunghissima promenade, in ferro, davvero speciali.

FONTE: Logo Lastampa solo

News varie dal mare, Galizia, onde e silenzi: dormire in un faro sulla Costa della Morte

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Scoperta straordinaria a Venezia: ritrovata un’antica strada romana sotto alla laguna

Che meraviglia la laguna di Venezia! Nuovi dati sottomarini ad alta risoluzione sul fondale gettano nuova luce sulla presenza di resti romani in quest’area.

laguna venezia

Sono stati appena scoperti i resti di un’antica strada e di un molo di epoca romana sommersi sotto la laguna di Venezia, nel canale Treporti. Una scoperta eccezionale fatta grazie alla mappatura dei fondali tramite sonar ad alta risoluzione e che conferma come secoli prima della fondazione della città dell’acqua fossero già presenti insediamenti stabili, con un vero e proprio sistema viario.

Sono i risultati che emergono da uno studio dell’Istituto di scienze marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Ismar-Cnr) e dell’Università Iuav di Venezia e pubblicati sulla rivista Scientific Reports. La strada è composta da 12 strutture allineate lungo l’asse Canale Treporti, alte fino a 2,7 metri e lunghe fino a 52,7 metri.

I Romani costruirono una viabilità molto efficiente che si estendeva per decine di migliaia di chilometri per collegare tutti i loro territori – si legge nello studio. Diverse porzioni di questa antica rete stradale sono ancora ben conservate dopo più di due millenni in molti siti archeologici in Europa, Medio Oriente e Nord Africa. Il sistema dei trasporti, tuttavia, non si limitava alle rotte terrestri, poiché il controllo imperiale del territorio si estendeva ad ambienti di transizione quali delta, paludi e lagune e una rete capillare di corsi d’acqua veniva utilizzata per gli scambi di merci e la circolazione delle persone.

strada romana venezia

©Scientific Reports

 

In questo contesto, qual è stato il ruolo svolto dalla laguna di Venezia, la più grande laguna del Mar Mediterraneo, che circonda la storica città? Sappiamo che in epoca romana il relativo livello medio del mare era più basso di quello attuale e che gran parte della laguna, oggi sommersa, era accessibile via terra. Le sorti della laguna di Venezia, la sua origine ed evoluzione geologica sono sempre state strettamente legate al relativo innalzamento del livello medio del mare, che oggi minaccia l’esistenza stessa della città storica e dell’isola lagunare.

Tuttavia, mentre l’evoluzione geologica della laguna di Venezia è stata esaminata in diversi studi, meno si sa della presenza umana in laguna prima della fondazione della città storica. Analogamente a quanto accaduto a molte zone costiere dell’area mediterranea e di altre parti del mondo, numerosi reperti archeologici sono stati rinvenuti sott’acqua o addirittura sepolti sotto i fondali lagunari, molti dei quali di origine romana. E ora, il ritrovamento di questi resti romani (una scuola di pensiero sosteneva che Venezia fosse edificata in un luogo ‘desertico’ senza precedenti tracce di presenza umana e di epoca romana) riapre una più ampia prospettiva: 

[…] questo studio multidisciplinare supporta la prospettiva di estesi insediamenti romani nella Laguna di Venezia, presentando nuovi dati  interpretati attraverso l’archivio e la ricerca geo-archeologica e la modellazione digitale. In particolare, il contributo si propone di: mostrare la presenza di un esteso tratto stradale nel contesto lagunare poco sommerso di Venezia come indicazione dello sviluppo insediativo, di movimento ed economico dell’area in epoca romana; confermare la capacità romana di adattarsi e gestire ambienti dinamici complessi, spesso radicalmente diversi da quelli odierni e infine, sottolineare la necessità di riscoprire, documentare e preservare i resti archeologici in un paesaggio costiero sommerso o sepolto che può essere minacciato da cambiamenti indotti dall’uomo o dall’innalzamento medio relativo del livello del mare, si legge ancora nello studio.

strada romana venezia 1

©Scientific Reports
 

Esaminando i dati raccolti, gli archeologi hanno notato la presenza di 12 strutture di natura antropica, allineate per oltre un chilometro in direzione nord-est a circa quattro metri di profondità. Tra l’altro, una di queste strutture era già stata oggetto di investigazione da parte di Ernesto Canal e della Soprintendenza nel 1985 che avevano scoperto alcune anfore e numerosi basoli, che lastricavano una strada romana posta lungo il litorale sabbioso oggi sommerso dal mare.

Più vicino alla bocca di porto del lido, a una profondità di 11 metri, i ricercatori hanno identificato anche altre quattro strutture: la più grande misura quasi 135 metri in lunghezza e fino a 4 metri in altezza.

Potrebbe essere un muro – racconta all’ANSA la geofisica del Cnr Fantina Madricardo – probabilmente una parte di una struttura portuale o di un molo.

Fonte: Scientific Reports

 FONTE:Logo greenme

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Il lavoro più bello del mondo, marinaio e militare.

Una sentita dichiarazione d'amore per il proprio lavoro di Nunzio Giancarlo Bianco

Nunzio manara

Il mio modo di osservare le cose, l’ambiente che mi circonda, l’ascoltare le persone, condividere pensieri, m’ha dato la possibilità di non essere mai superficiale con nessuno, a tutto questo, mettici pure di aver fatto il lavoro più bello del mondo, marinaio e militare.
Nei commenti di qualcuno c’è chi comprende e chi no, ed è giusto così, anzi di chi dissente mi dà modo di pensare, di dirmi a me stesso se il mio scrivere è comprensibile, ma quando al dissenso v’è un collega a lui dico, che non tutta la vita è stata facile, non tutto è stato gioioso, rasenterebbe la perfezione, ma una cosa ho sempre dato il giusto peso, onore all’uniforme, mi sono sempre posto un pensiero fisso fino all’ultimo giorno di servizio, ai diritti, per conquistarli, ad essere riconosciuti, ho innanzi tutto assolto a doveri, ho sempre cercato di dare il massimo.
Il mio lavoro, l’ho sempre considerato una fortuna, nel nostro ambiente militare, rimani in una comunità che, se ti lasci apprezzare, che riconoscono la tua sincerità, che hanno sempre notato il tuo profondo impegno, eri ineccepibile per chiunque e quando, ogni anno arrivavano quelle benedette note sul servizio prestato, la parte di cui tenevo sempre conto era “ha prestato il servizio svolto, con dedizione e passione, e alto senso del dovere”, avevo capito che, avevo dato il massimo.
Ma la magia del militare più grande a mio avviso, oltre a vivere in un mondo sempre giovane è anche, e questo è capitato alla fine della carriera, io lì fra giovani, e donare la mia esperienza, aneddoti, affinché, il mio operato non rimanesse vano e qualcuno dirà, tu ti illudi, forse sarà anche così, ma questo capita anche a un padre quando trasmette la sua vita, e se un figlio ne pensa bene del genitore, lo stesso accade a un ragazzo o ragazza che vive nel nostro ambiente, siamo stati tutti ragazzi, e tutti arriviamo al capolinea lavorativo, l’importante è, lasciare un buon esempio, non importa se il tuo nome viene menzionato, è solo la tua coscienza che trova pace, perché sai che hai dato tutto.
A chi legge, spero solo che comprenda, che il mio scrivere non è altro, un modo di comunicare l’amore per la professione e il rispetto dell’uniforme indossata, è vero, rimane cucita sulla pelle, ma anche se oggi mi diletto nello scrivere, i miei pensieri, non sono altro che travasare esperienze di vita militare, e dico solo, grazie a chi ha la pazienza di comprendere il mio pensiero.

Nunzio Giancarlo Bianco

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