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A Gaeta la Nave americana costruita con l’acciaio delle Torri Gemelle

Gaeta, 21 Aprile 2018: è approdata a Gaeta questa mattina la Nave Americana USS New York (LPD-21). Con a bordo 400 persone di equipaggio.

Acciaio Torrigemelle

Un po’ di storia…

Subito dopo l’attentato terroristico dell’11 settembre 2001, il Governatore di New York George E.Pataki inviò una lettera al Segretario della Marina Militare Gordon R.England richiedendo che la  Navy conferisse il nome USS New York ad una unità di superficie impegnata nella “Guerra al Terrorismo”, in onore alle vittime del tragico avvenimento che colpì vigliaccamente lo Stato di N.Y. Proprio nel 2001.

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La USS New York (LPD-21)ha un equipaggio di 360 e può trasportare fino a 700 Marines.

A memoria della tragedia delle torri gemelle, La principale peculiarità della nave è la seguente: una parte della prua è stata costruita con l’acciaio ricavato dalle macerie delle Torri Gemelle del Trade Center di New York, crollate nel famigerato attentato dell’11 settembre 2001.

La simbolica fusione rappresenta meno di un millesimo del peso totale della nave, ed il 9 settembre 2003 è stata versata in stampi di circa 7,5 tonnellate. E’ stato riferito che gli operai del Cantiere hanno trattato il materiale con la riverenza solitamente riservata alle reliquie religiose.

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Credits Foto F. P. Di Tucci – GaetAlbum

FONTE: Logo Gaeta medievale MEDIO

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La fuciliere di Marina cresciuta coi marines: "Noi alla pari dei maschi"

L'intervista alla 24enne Claudia Cosentino: "Maternità e vita militare? Non è un'utopia"

Claudia Cosentino Fuciliere

 di ALESSANDRO FARRUGGIA

Roma, 18 aprile 2018 - Guardiamarina Claudia Cosentino, 24 anni, Battaglione San Marco, com’è per una donna fare il fuciliere di Marina?

"Un onore. Dopo tre anni di accademia militare mi è stata prospettata la specializzazione anfibia e ho colto al volo l’opportunità. E così ho fatto un anno di specializzazone in America".

Con i marines?

"Sì, in Virginia. Sette mesi di addestramento. Trenta donne su trecento, solo quattro stranieri; due donne io e un’altra collega italiana".

Addestramento duro, come si racconta?

"Fisicamente molto duro, all’inzio duro anche linguisticamente per l’uso esteso degli acronimi militari, un sfida nonostante parlassi già un buon inglese. Ma ero motivata e ce l’ho fatta".

Come Demi Moore in soldato Jane?

"Non mi sono mai sentita il soldato Jane. Il film è un film. Ti fa vedere le difficoltà dell’addestramento, ma non illustra bene il rapporto con gli istruttori, i superiori, nessuno mi ha mai detto: non ce la fai perchè sei donna. Non c’è stata alcuna discriminazione".

Tornata in Italia, si sente anche un po’ marine?

"Francamente no. Anche quando ero lì mi sentivo Italia, un San Marco. Ma certo, è stata una esperienza indimenticabile".

Problemi con gli uomini?

"Nessuno, mi rispettano, io rispetto loro. Il rapporto è assolutamente alla pari. Molto professionale. Non mi sono mai sentita diversa perché donna".

Che problemi ci sono per una donna a essere militare in un reparto operativo?

"Gli stessi che può avere un uomo, i problemi che accomunano un po’ tutti i militari; i trasferimenti, le partenze improvvise, i mille problemi della vita di caserma, il conciliare il lavoro con la vita privata. Ma si superano".

La sua famiglia che ha detto quando ha comunicato loro che aveva deciso di arruolarsi?

"Io ho sempre avuto la passione per la divisa e lo sapevano. Il problema era semmai: che arma sceglierò? Ho optato per la Marina, che per me è perfetta. Mio padre è un poliziotto, ha capito la mia scelta ed era orgoglioso, e così mio fratello. Ho perso mia madre quando avevo quattro anni, e a casa sono cresciuta con regole severe. Mi è servito nella vita militare, in accademia e anche dopo, in America e qui a Brindisi".

Non teme che ci potranno essere problemi il giorno che dovesse scegliere di avere un figlio?

"Per nulla. Credo che sia assolutamente possibile conciliare la vita militare con la maternità. La Marina ci supporta, sono sicuro che non mi sentirei sola".

FONTE: Logo quotidianonet corto

 

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Migranti, Ong, sbarchi fantasma:intervista all'Amm. De Giorgi

Migranti, Ong, sbarchi fantasma: l'ammiraglio De Giorgi svela i segreti del Mediterraneo

Migranti, Ong, Ue, Libia, Minniti, sbarchi fantasma: l'ammiraglio Giuseppe De Giorgi analizza la situazione del Mediterraneo in un'intervista ad Affaritaliani

di Lorenzo Lamperti

Giuseppe De GiorgiI migranti, le navi delle Ong, i rischi legati alla Libia, l'inanismo dell'Unione europea, l'aumento degli "sbarchi fantasma", il pericolo foreign fighters. L'ammiraglio Giuseppe De Giorgi, capo di stato maggiore della Marina Militare italiana fino al giugno 2016, analizza in una lunga intervista ad Affaritaliani.it la situazione attuale del Mediterraneo.

Il gip di Ragusa ha dissequestrato la nave di Proactiva Open Arms sostenendo che l'Ong ha agito in stato di necessità. Che cosa ne pensa della decisione del gip?

Ineccepibile. Una volta recuperati i naufraghi, la nave soccorritrice non aveva l’obbligo di consegnarli alla guardia costiera libica tanto più se sotto la minaccia delle armi. Occorre aver chiaro il fatto che l’attribuzione di una zona SAR (Search and Rescue) a una nazione implica l’assunzione della responsabilità di assicurare il soccorso e l’eventuale coordinamento di più mezzi anche internazionali, ma non comporta alcuna sovranità sull’area stessa. Una volta imbarcati i naufraghi su una nave in acque internazionali, il comandante della nave che ha provveduto al salvataggio non ha più obblighi verso l’autorità SAR. Quest’ultima non può dirottare la nave senza il consenso dell’armatore. Nei confronti dei naufraghi soccorsi vige l’obbligo da parte dell’armatore e del comandante della nave di accompagnarli al porto sicuro più vicino. L’autorità SAR termina il proprio compito una volta salvata la vita umana.

Il gip sostiene che la Libia non sia in grado di riaccogliere i migranti salvati in mare e che sia un luogo non sicuro. Lei è d'accordo?

Si sono d’accordo. Penso sia urgente che la Libia sia ricondotta a uno stato di diritto che governi pienamente il proprio territorio e che si assuma nei confronti della comunità internazionale la responsabilità di controllare le sue frontiere in accordo al diritto umanitario e internazionale. Mentre si infittiscono i controlli alle frontiere dobbiamo tuttavia aiutare a svuotare i campi di detenzione con corridoi umanitari sotto il controllo dell’Onu e dell’Ue. Certo non può essere solo l’Italia la destinazione di tutti perché gli altri Stati vengono meno agli impegni di ridistribuzione degli immigrati assunti in ambito di consiglio europeo.

Secondo gli ultimi report di Frontex gli sbarchi stanno diminuendo, ma si moltiplicano anche i casi dei cosiddetti "sbarchi fantasma". Qual è la situazione oggi nel Mediterraneo?

Sì, gli sbarchi da navi mercantili, militari o delle Ong sono diminuiti sensibilmente, mentre purtroppo sta ripresentandosi lo sbarco clandestino di imbarcazioni veloci direttamente sulla costa italiana, senza filtri di sicurezza, come accadeva prima di Mare Nostrum. E’ un fenomeno preoccupante perché vede una riattivazione della criminalità italiana nella gestione del traffico di esseri umani sul territorio nazionale. Si stanno attivando anche rotte diverse da quelle dalla Libia. Dalla Tunisia e dall’Egeo per esempio. Gli sbarchi fantasma sono da contrastare con decisione anche sotto il punto di vista del pericolo d’infiltrazione di foreign fighters o del traffico di armi.

Che cosa è cambiato nel Mediterraneo dopo la grande polemica sulle Ong dello scorso anno?

Si sono ridotte di molto le navi impegnate nel soccorso vicino alle coste libiche, anche se ritengo sia in atto una fase di riorganizzazione del traffico degli esseri umani, in parte su nuove rotte e con mezzi diversi rispetto ai vecchi barconi da 200/300 persone, a favore di mezzi più veloci con tariffe molto superiori, ma con maggiore certezza di arrivo clandestino sulle coste italiane.

Lo scorso anno nell'intervista ad Affaritaliani.it lei sosteneva che sarebbe stata importante una riappropriazione delle acque da parte della Marina. Si è andati in quella direzione durante gli ultimi 12 mesi oppure no?

Mare Sicuro e Sofia sono ancora attive, ma con poche navi. Per migliorare la situazione servono tuttavia fondi di esercizio aggiuntivi per la Marina, ridotti da troppo tempo ai minimi termini e direttive diverse da parte della Ministra e del Capo di Stato Maggiore della Difesa. Tra l’altro la presenza di navi in mare in numero adeguato consentirebbe di sorvegliare anche lo spazio aereo intorno all’Italia oltre a concorrere a scoraggiare l’utilizzo illegittimo del mare a 360° (comprese le violazioni all’ambiente marino).

L'Unione europea ha fatto passi avanti sul tema dei migranti?

Nelle intenzioni e nelle dichiarazioni senz’altro si. Nei fatti direi di no. Alla missione Sofia non sono mai arrivate ad esempio regole d’ingaggio idonee a operare nelle acque territoriali e sulle coste libiche, che avrebbero consentito un salto di qualità operativa. Né mi sembra siano stati attivati i massicci investimenti per dare corso al “Migration Compact” proposto dall’Italia e approvato a La Valletta dall’UE. Sarebbe necessario che l’Ue fosse più incisiva anche sotto il profilo militare. Mi sembra che la tendenza sia invece alla ripresa di operazioni delle nazioni vincitrici della guerra, Francia e Inghilterra (nonostante la Brexit) mentre le altre nazioni europee mantengono un ruolo ancillare. Ora molte cancellerie europee criticano l’intervento ed esprimono i loro distinguo con espressione “imbronciata”. Peccato che nelle fasi antecedenti all’attacco siano state inerti, in vitreo silenzio.

Come giudica l'operato in materia del ministro Minniti? Che cosa dovrebbe fare il prossimo governo? A che cosa potrebbe portare un eventuale esecutivo Lega-M5s?

Il Ministro Minniti ha avuto il coraggio di affrontare un problema spinosissimo mettendoci la faccia e conseguendo risultati concreti in breve tempo (penso agli accordi con i sindaci del Fezzan ad esempio), dimostrando che quando l’Italia si muove con tempestività e coraggio i risultati arrivano. Molti dimenticano che il Ministro Minniti e il Governo Gentiloni hanno operato non solo per tentare di rimettere in sesto le frontiere libiche, ma anche per aprire corridori umanitari sia dalla Libia che dalla Siria, oltre a essere riusciti a ottenere il ritorno dell’UNHCR (United Nations High Commissioner Refugees) in alcuni campi di raccolta dei profughi, dopo anni di assenza. Per le navi delle Ong la questione è molto delicata. Io credo che la grande maggioranza delle Ong non fosse in combutta con la criminalità libica. Penso che i volontari fossero mossi dal desiderio di aiutare i profughi, in fuga dalla miseria e dalle guerre, a lasciare la Libia e i suoi campi di detenzione in qualunque modo, a prescindere dal diritto internazionale. Hanno riempito il vuoto lasciato dalla fine di Mare Nostrum e dall’allontanamento delle navi di Mare sicuro. Per farlo si sono spesso posizionati troppo vicini alle coste libiche, intervenendo su mezzi non in corso di naufragio, uscendo quindi dalla protezione del diritto internazionale che governa il soccorso in mare. Non essendo armate e comunque non avendo giurisdizione non hanno potuto contrastare i trafficanti che hanno quindi ripreso a recuperare i barconi e i motori fuoribordo impunemente, cosa che non potevano fare quando c’erano le Navi Militari che li catturavano appena ne avevano l’occasione. Perché le cose migliorino è necessario scongiurare il rischio che la Libia diventi uno “stato fallito” (failed state) recuperando lo status di nazione sovrana, responsabile verso la comunità internazionale del controllo delle sue frontiere, nel rispetto del diritto umanitario. Credo anche che nel frattempo sia necessario mantenere aperti corridoi umanitari sotto il controllo governativo, istituendo anche una sorta di “green card” per gli immigrati che lavorano in Italia per tornare ai paesi di origine quando lo desiderino, mantenendo così legami con le loro terre. Ciò agevolerebbe anche il loro rientro e l’investimento dei loro guadagni in Patria. Per quanto riguarda a cosa potrebbe portare un eventuale esecutivo 5S Lega, mi auguro più grinta nei confronti della Francia e dell’Europa, ma fedeltà al campo Atlantico.

Chiusura sulla Siria. Come giudica l'intervento di Trump, May e Macron e quale messaggio ci dà l'accaduto sull'Ue?

L’intervento “tripartito” è stato militarmente ineccepibile e misurato in modo da non provocare escalation ulteriori, né caso raro vittime civili. Al Presidente Trump ha consentito di recuperare credibilità sul tema del contrasto all’uso delle armi chimiche e di ottenere un successo importante in termini di opinione pubblica interna. La Francia ha potuto riaffermare il suo ruolo di potenza regionale in grado di rappresentare un partner di riferimento per gli Usa in Mediterraneo, mentre l’Inghilterra, pur apparendo in ombra, rispetto alla Francia, ha mantenuto il suo status di alleato affidabile degli Usa. I russi, consentendo di salvare la faccia al Presidente Trump hanno ottenuto la pubblica rinuncia degli Usa a rimanere in Siria. Il processo di pace e l’assetto post guerra civile in Siria sarà quindi gestito dalla Russia, dall’Iran e dalla Turchia. Questa situazione non è quella auspicata dalla Francia che non vuole essere esclusa dai giochi nel Mediterraneo Orientale e che si considera tuttora uno dei custodi del Libano Maronita. Ora la palla è a Israele…mentre l’Ue continua a “pedalare senza catena”.

FONTE: Logo Affariitaliani

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Da dove sono stati lanciati i missili in Siria

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Dei 105 missili lanciati contro gli impianti di ricerca e stoccaggio di armi chimiche in Siria circa 70 sono stati lanciati da piattaforme navali, di cui, aspetto estremamente interessante, solo una dislocata in Mediterraneo, mentre le altre hanno lanciato dal Mar Rosso e dal Golfo Persico.

Dei restanti 35 missili:

19 sono stati lanciati da bombardieri B1 USAF, decollati probabilmente da una base in Qatar, 6 da Rafale Francesi partiti dalla Francia, 8 da Tornado UK, decollati dalla vicina base di Akrotiri a Cipro (ca 150 miglia nautiche/280 km) dalla Siria.

 Si tratta di una tendenza ormai in atto da qualche tempo e non solo in campo occidentale, basti pensare agli attacchi condotti proprio in Siria dalle navi della Marina Russa, in navigazione addirittura nel Mare Caspio, che dimostra il ruolo crescente delle Navi di superficie come sistema d’arma in grado di proiettare forza su terra, oltre alle Portaerei, comunque senza aver necessità di basi amiche e addirittura operando da altri bacini marittimi, in totale sicurezza. La diffusione crescente della capacità di lancio di missili da crociera  da navi di medie dimensioni consentirà di compensare la minor libertà d’azione dei mezzi aerei pilotati tenuti sempre più lontani dalle aree prossime agli obiettivi grazie all’avvento di sistemi antiaerei sempre più efficaci, come il temutissimo S400 russo, il cui raggio d’azione nel caso di specie avrebbe incluso la stessa base di Akrotiri da cui sono decollati i 4 Tornado della RAF.

Con l’aumento del raggio d’impiego dei missili da crociera aviolanciati si aprono nuove possibilità per piattaforme di lancio, derivate direttamente da aerei di linea, com’è in fondo il nuovo pattugliatore marittimo della US Navy P8 Neptune, in grado, fra l’altro, di lanciare missili stand off in quantità significative. In molti scenari aeroplani di caratteristiche aerodinamiche e prestazionali analoghe ad aerei di linea, da pattugliamento marittimo o da trasporto potranno essere impiegati a integrazione dei costosissimi cacciabombardieri stealth di 5^/6^ generazione (es.: F35), potendo rilasciare un numero molto superiore di armi a distanze maggiori dalle basi e a costi di gestione assai inferiori. In questo caso saranno i missili a dover essere stealth per penetrare le difese avversarie (com’è già nel caso dello SCALP e del JSSM ER o del LRSSM USA), invece degli aerei.

Un elemento di novità è stato l’utilizzo, per la prima volta, di una Fremm come piattaforma di lancio del missile da crociera SCALP Naval, lanciabile dagli stessi lanciatori Silver 70 in dotazione alle FREMM italiane, che tuttavia non ne sono dotate, essendo stata sempre respinta dallo Stato Maggiore della Difesa, la richiesta di acquisizione da parte della Marina Militare.

Considerando che anche i PPA in costruzione sono dotati degli stessi lanciatori delle Fremm, c’è da chiedersi perché il Ministero della Difesa non si decida ad acquisire tale missile che costituirebbe per le nostre navi e per la Difesa nazionale, un moltiplicatore di forza notevolissimo, aumentandone significativamente il potenziale di deterrenza.

Visto che lo SCALP Naval è prodotto da un consorzio europeo sembrerebbe una scelta opportuna oltre che pienamente in linea con la “priorità” alla Difesa Europea, proclamata così spesso dalla Ministra della Difesa.

Gli Aerei UK e Francesi hanno invece utilizzato lo Storm Shadow, la versione aviolanciata dello Scalp Naval con una portata inferiore, in dotazione (questa si, per fortuna) anche all’Aeronautica Italiana.

La RAF ne ha lanciati 8 impiegando solo 4 Tornado. La Francia ha impiegato una quantità di aerei circa doppia, con il ricorso a rifornitori in volo per lanciare 6 missili Storm Shadow.

L’operazione sarebbe stata tecnicamente alla portata anche dell’Italia potendo disporre ancora dei Tornado (di recente sottoposti a un importante piano di estensione vita) e di rifornitori in volo, anche se per il “targetting” (capacità in cui la nostra Aeronautica ha fatto grandissimi progressi detenendo notevoli professionalità nel settore) avremmo dovuto probabilmente appoggiarci all’USAF o alla RAF.

Sotto il profilo del risultato politico che era il vero obiettivo della missione, il presidente Trump ottiene un risultato importante in termini di opinione pubblica, dando contemporaneamente un segnale forte non solo alla Siria, ma soprattutto ad altri potenziali utilizzatori di armi chimiche, rilanciando la coesione e l’operatività militare delle Potenze Alleate. Un ristretto club di nazioni, vincitrici della guerra e membri permanenti del consiglio di sicurezza dell’ONU, ancora in grado di compiere scelte difficili in tempo reale. Nessuno dei tre Leader ha chiesto il benestare dei rispettivi Parlamenti assumendosi la responsabilità di avvalersi delle proprie attribuzioni di legge.

Se l’esclusione di Germania e Italia da questo genere di interventi non deve quindi stupire, dovrebbe invece far riflettere come, al di là delle dichiarazioni degli ultimi anni, l’EU sia stata alla finestra, mentre Francia e Inghilterra giocavano in modo “sovrano” la loro partita di interesse nazionale.

In tutto questo “baillame” i russi ottengono invece un risultato strategico importante; consentendo agli USA di salvare la faccia sulla questione della “linea rossa” contro Assad, hanno ricevuto in cambio la pubblica rassicurazione che gli Stati Uniti non intendono cambiare il regime di ASSAD e che appena possibile si ritireranno dalla Siria lasciando di fatto alla Russia, all’Iran e alla Turchia il compito di governare le trattative di pace e l’assetto politico della Siria post guerra civile.

Nel campo occidentale ne esce rafforzata la Francia sia nel suo rapporto con gli USA, grazie alla prontezza con cui Macron si è associato a Trump ed ha propugnato l’azione militare, nella quale ha dato dimostrazione evidente sia di possedere capacità operative autonome per missioni strategiche a grande distanza dalle basi metropolitane, sia di poter interpretare credibilmente il ruolo di potenza regionale di riferimento per gli USA, nel bacino del Mediterraneo. Ruolo a cui aspirava l’Italia negli anni in cui la Francia si teneva lontana dalla Nato e rimarcava la propria indipendenza dalla politica estera americana.

L’Inghilterra ha impiegato efficacemente il “minimo” di mezzi, per essere della partita, ma è risultata in ombra rispetto alla Francia che sempre più può affermare il suo ruolo di alleato Americano paritetico all’Inghilterra, con il vantaggio di essere la sola Potenza Regionale in grado di contenere il neo Ottomanismo di Erdogan e di avere un ruolo di protagonista nel Nord Africa e in generale nell’immensa Africa Francofona. In tal senso non ci si deve dimenticare il ruolo importante giocato storicamente dalla Francia in Libano. È verosimile inoltre che a seguito della pronta partecipazione all’iniziativa di Trump, Macron ottenga maggiore libertà d’azione in Libia, a scapito dell’Italia.

 E l’Italia?  In questo caso non abbiamo giocato neppure il ruolo ausiliario delle nostre basi aeree ad eccezione di Sigonella e di Aviano che sono sotto la diretta autorità USA e da cui non dovrebbero essere comunque partiti aerei destinati al raid, ma verosimilmente di supporto elettronico e di sorveglianza marittima, attività che comunque quelle basi conducono di routine. Del resto con un Governo per i soli affari correnti sarebbe stato impossibile decidere la nostra partecipazione, a meno di un ordine diretto degli Stati Uniti, che non è mai arrivato.

Del resto, anche con un Governo nella pienezza delle sue funzioni, la nostra partecipazione si concretizza in generale tardi dopo estenuanti discussioni parlamentari e quasi sempre con il caveat “no combat” che toglie spessore alla nostra partecipazione riducendone al minimo il ritorno politico nei confronti degli alleati e lo “standing” Italiano sullo scacchiere internazionale, dove i fatti contano più delle parole.

Nelle condizioni date la nostra partecipazione non sarebbe stata quindi possibile e bene ha fatto Il Governo Gentiloni a rimanere defilato sulla questione. In situazioni come queste, o si è della partita da subito per obiettivi strategici di interesse nazionale o meglio, come ha fatto anche la Germania, astenersi del tutto.

Di certo sembrano purtroppo lontani i tempi in cui l’Italia si mostrava in grado di assumere l’iniziativa nel condurre tempestivamente operazioni nazionali ambiziose come la missione Leonte in Libano, in grado di coagulare, intorno all’Italia, forze Navali UK, Francesi, Greche, con il pieno riconoscimento da parte della Comunità Internazionale.

Amm DegiorgiAmmiraglio Giuseppe De Giorgi

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