itenfrderorues

Nave militare italiana sventa attacco di pirati al largo della Nigeria

Nave Rizzo

Nel Golfo di Guinea: la fregata «Luigi Rizzo» ha ricevuto una richiesta di aiuto, un mercantile greco era sotto attacco

FRANCESCO GRIGNETTI

Un altro attacco di pirati, sventato dalla nostra Marina militare nel lontano Golfo di Guinea. La fregata “Luigi Rizzo”, impegnata in quel mare in attività di sorveglianza, è intervenuta in seguito a un Sos.

La nave – spiegano fonti della Marina militare – era al termine di un’esercitazione congiunta con un’unità spagnola. Stava effettuando un pattugliamento al largo delle coste della Nigeria quando ha ricevuto l’avviso di un attacco pirata in corso contro una nave da carico distante circa 100 miglia nautiche”.

La fregata italiana ha quindi dato la massima velocità e si è precipitata verso la posizione dell’evento, inviando appena possibile l’elicottero di bordo in supporto dell’unità minacciata.

Contattato via radio, il comandante del mercantile,  un cargo battente bandiera greca, ha dichiarato di aver subìto un tentativo di abbordaggio da parte di una piccola imbarcazione veloce con uomini armati a bordo. Probabilmente il solo avvicnarsi dell’elicottero militare ha fatto desistire i pirati. E l’imbarcazione dei criminali si è allontanata verso la costa.

Nave Rizzo – conclude la Marina – continua a sorvegliare la zona assicurando, con la sua presenza, un’efficace effetto deterrente nell’ambito del più ampio impegno della Marina Militare a salvaguardia della libertà di navigazione e della sicurezza marittima nelle aree di interesse nazionale”.

La notizia inquieta perché oltre all’area prospiciente la Somalia, anche il versante occidentale dell’Africa sembra scivolare verso la pirateria marittima. A tutto danno del traffico commerciale, con i costi umani e economici conseguenti (le navi sono costrette a effettuare rotte più onerose al largo, le assicurazioni aumentano i premi con ricadute sul costo del servizio e quindi sulle merci trasportate, gli Stati occidentali sono costretti a stanziare navi militari molto lontano dalle acque territoriali). 

 

Stampa

Dall'Italia sul mare alla tragedia di Capo Matapan: rinviata la celebrazione del 28 marzo

MatapanNoi siamo mediterranei e il nostro destino è stato e sarà sempre il mare“. Con questa celebre frase pronunciata da Benito Mussolini, l’Italia nel 1925/1926 aumentando il bilancio economico pari a un miliardo e 56 milioni di lire, iniziò il potenziamento della Regia flotta, con la costruzione di nuove navi da guerra, radiando la vecchia flotta e rimodernando parte di essa.

Mentre i vecchi scafi venivano demoliti, nuove, possenti e moderne unità navali venivano varate nei cantieri navali italiani. Furono costruiti sette incrociatori pesanti, quattro classe Zara e tre classe Trento. Incrociatori pesanti da diecimila tonnellate, armati con otto cannoni da 203 mm. posti su quattro torri binate, molto veloci ma poco protetti. Incrociatori leggeri classe Di Giussano e classe Garibaldi, trentadue nuovi cacciatorpediniere e oltre 30 nuovi sommergibili.

Nel 1933, con un nuovo bilancio economico furono costruiti i sommergibili oceanici e i nuovi Cacciatorpediniere classe Maestrale, nuove unità, dislocanti 1450 tonnellate, molto veloci e armate con quattro pezzi da 120 mm e tubi lancia siluri. Contemporaneamente nel 1934 venne iniziata la costruzione delle nuove unità da battaglia Vittorio Veneto e Littorio successivamente. Moderne corazzate progettate da Umberto Pugliese, munite di un armamento principale costituito da nove cannoni da 381 mm, posti su tre torri trinate, con una buona e bilanciata protezione, veloci ma privi di radar. Le critiche del tempo, sollevate dai parlamentari, vennero mosse sulle spese di ammodernamento delle quattro corazzate Cavour, Cesare, Duilio e Doria ritenute dai tecnici dell’epoca inutili in quanto anche se rese moderne le loro caratteristiche tecniche non potevano competere con le unità da battaglia avversarie. I fondi potevano essere utilizzati per avviare la costruzione di Navi Portaerei, considerate la nuova arma offensiva sul mare.

Questa infelice scelta nel non procedere alla costruzione delle moderne unità portaerei va attribuita alle alte sfere della Regia Marina e alle tante convinzioni degli ammiragli, fermamente convinti dello scarso rendimento delle navi portaerei e delle improbabilità di uno svolgimento bellico, basato sulle tecniche aeronavali nel bacino del Mar Mediterraneo, considerato da sempre grande come un fazzoletto. Forse se le navi portaerei fossero state costruite e impiegate in modo corretto, l’esito degli scontri navali svolti dal 1940 al 1943 dalla Regia Marina avrebbero avuto un risvolto diverso.

Questa ferma teoria di non costruire le portaerei venne esposta dall’Ammiraglio Cavagnari, in qualità di Capo di Stato Maggiore della Regia Marina, alla Camera nel marzo del 1938. Un‘altra errata decisione fu quella di non credere, di non incrementare gli studi tecnici già avviati del Radar e di non dotare le unità navali del nuovo apparato di scoperta il quale nel corso della guerra dimostrò il suo efficace uso negli scontri aeronavali. Quest’ultimo fattore fu la causa determinante della tragedia di Capo Matapan, nel Mar Egeo, avvenuta la notte del 28 marzo 1941. Lo scontro navale nasce da un piano ideato da Supermarina e fortemente richiesto dall’alto Comando Tedesco, nel convegno di Merano, per contrastare con azioni belliche i convogli mercantili inglesi, atti a rifornire la Grecia.

La sera del 26 marzo 1941, dal porto di Napoli, il gruppo navale costituito dalla corazzata Vittorio Veneto e la X° Squadriglia Caccia al comando dell’Ammiraglio Angelo Iachino, in gran segreto molla gli ormeggi con direzione Sud di Creta. Nelle prime ore del mattino del 27 marzo al gruppo navale si aggiunge la 1^Divisione Incrociatori pesanti Zara, Fiume, Pola e la IX° Squadriglia Cacciatorpediniere, proveniente da Taranto al comando dell’ammiraglio Cattaneo. Da Brindisi si univa l’8^ Divisione incrociatore leggeri Garibaldi, Abruzzi, con la 16° Squadriglia Caccia e da Messina si univa la 3^ Divisione Incrociatori pesanti Trieste,Trento, Bolzano, con le 12° e 13° squadriglie Cacciatorpediniere al comando dell’Ammiraglio Sansonetti.

La potente squadra navale italiana riunitasi procedeva secondo i piani operativi verso la rotta di Gaudo ma, verso mezzogiorno alcune unità della terza Divisione furono avvistate da un ricognitore inglese nei pressi di Capo Passero, il quale segnalò prontamente l’avvistamento al Comando inglese. L’ammiraglio Iachino, intuì che la sorpresa del piano era svanita, ma confidando sulla massiccia copertura aerea assicurata dal X°Fliegerkorps della Luftwaffe e dai gruppi aerei della Regia Aeronautica situati in Egeo, proseguì la sua rotta originale.

La sera del 27, la squadra navale inglese al completo e in gran segreto lascia il porto di Alessandria e si dirige sulla rotta dei convogli mercantili, allarmando gli stessi di rientrare in base subito dopo l’oscurità. Il mattino del 28 marzo parte della squadra navale italiana venne avvistata dalla 7^ divisione Incrociatori leggeri inglesi al comando dell’Ammiraglio P.Wippel, provenienti dal Pireo. Gli Incrociatori pesanti Italiani della terza divisione navale, volutamente ingaggiarono lo scontro con alcune unità Inglesi, attirandoli in una morsa a tenaglia. Simulando una ritirata e inseguiti, attirarono gli inglesi contro i grossi calibri della Corazzata Vittorio Veneto.

L’Ammiraglio Wippel, collimato dai grossi calibri, scoprì la presenza di una unità da battaglia italiana, classe Veneto. Diede immediatamente ordine alle sue unità di ritirarsi, tallonando a distanza gli italiani e allertò il suo Commodoro, Ammiraglio Cunningham della presenza dell’unità da battaglia. Cunningham ordinò immediatamente una serie di attacchi aerei combinati con bombardieri e aerosiluranti imbarcati sulla portaerei Formidable, intesi a distruggere la corazzata italiana, da sempre il principale obbiettivo. Gli attacchi aerei si svolsero numerosi ma vennero respinti dal micidiale fuoco della contraerea.

Nel pomeriggio verso le 15,30 un aerosilurante swordfish colpì con un siluro la Vittorio Veneto a poppa e subito dopo venne abbattuto dalla contraerea. La nave immediatamente rallentò la sua corsa e grazie alle sovrastrutture della nave e agli sforzi dell’equipaggio la Corazzata riprese velocità pari a17 nodi. A questo punto l’Ammiraglio Iachino decise di invertire la rotta, direzione Taranto, raggruppando tutte le navi in formazione a quadrilatero per proteggere l’Unità seriamente danneggiata. L’Ammiraglio invano richiedeva la copertura aerea assicurata ma non ebbe alcuna risposta, ma ormai era certa la presenza del nemico e di una unità portaerei nelle vicinanze. Si susseguirono gli attacchi arei ma al tramonto, dopo l’ultimo attacco aereo, alle ore 20,05 mancava all’appello un incrociatore. Era il Regio Incrociatore Pola colpito da un siluro a centro nave e con le caldaie fuori uso era immobilizzato. Il Comandante del Pola segnalò immediatamente la sua grave situazione. L’ammiraglio Iachino dopo essere stato informato dell’unità ferma, voleva a tutti i costi tentare di salvare l’unità, ritenendo che l’invio di soli due caccia avrebbe potuto solo salvare l’equipaggio, come suggerito dall’Ammiraglio Cattaneo e quindi il successivo affondamento del Pola. Alle 20,45 trasmise all’ammiraglio Cattaneo l’ordine di soccorrere l’incrociatore con tutta la divisione e la relativa scorta. Successivamente da Supermarina giunse un messaggio cifrato e dopo averlo crittografato, l’Ammiraglio Iachino venne a conoscenza della presenza di un comando complesso del nemico a 40 miglia per 240° da Capo Crio e prontamente alle 21,14 inviò al comando della 1^ Divisione (ammiraglio Cattaneo) un nuovo ordine, precisando che in caso di incontri con forze superiori, abbandonare il Pola. In questo momento incomincia la vera tragedia di Capo Matapan.

La prima divisione Incrociatori pesanti e la nona squadriglia Cacciatorpediniere, in linea di fila si dirigeva a prestare soccorso all’incrociatore Pola. Alle 22,20 il radar della corazzata inglese Valiant rileva la presenza di una grossa unità ferma ad una distanza di 4 miglia e mezzo. La posizione venne subito trasmessa all’ammiraglio Cunningham il quale presumeva che si trattasse della Veneto, precedentemente silurata. Alle 22,26 Cunningham diede ordine alla squadra di accostare di 40 gradi a dritta posizionando in linea di fila le tre corazzate e fece allontanare la portaerei Formidable. In quell’istante gli inglesi scorsero nel buio le sagome delle navi e riconobbero gli Incrociatori italiani che procedevano in fila, ignari della presenza del nemico. Alle 22,28 il Cacciatorpediniere Griffin, su ordine di Cunningham accese i potenti riflettori, illuminando le unità italiane che immediatamente furono investite e crivellate quasi a brucia pelo dalle grosse salve di cannoni da 381 mm delle corazzate Valiant, Warspite e Barham.

Gli Incrociatori Fiume e Zara vennero colpiti in pieno più volte dalle bordate inglesi da 2650 metri e si trasformarono in enormi bracieri ardenti. Vennero gravemente colpiti anche i Cacciatorpediniere Alfieri e Carducci che in poco tempo affondarono. Alle 22.35 il tiro dell’artiglieria inglese cessò e gli Incrociatori Zara e Fiume violentemente colpiti stavano affondando immersi fra le fiamme. Anche i Cacciatorpediniere Gioberti e Oriani vennero colpiti ma riuscirono a dileguarsi nel buio grazie alle cortine fumogene sollevate dalle unità. Il grosso della squadra inglese si allontanò dallo scenario, lasciando i cacciatorpediniere a vigilare. Alle 04,03 del 29 marzo dopo aver tratto in salvo parte dell’equipaggio  del Pola i caccia inglesi Jerwis e Nubian affondarono con i siluri l’Incrociatore  che affondò con la bandiera a riva. Cinque navi affondate e migliaia di uomini morti e naufraghi nelle acque buie e gelide del mar Egeo. Molti naufraghi vennero raccolti dai Caccia Inglesi, molti travolti dalle loro eliche e i pochi superstiti dopo cinque giorni vennero raccolti dalla nave Ospedale Gradisca. I naufraghi raccolti nella notte dagli inglesi, giunsero nei porti e furono inviati nei campi di prigionia dislocati in Sud Africa (Zonderwater) in India (Campo 25) e successivamente in Inghilterra per essere rimpatriati dopo la fine del conflitto mondiale fra il 1946 e il 1947. Loro sono i veri protagonisti, i testimoni di questa tragedia i quali con molta discrezione hanno velatamente raccontato nel tempo le loro storie /testimonianze ai propri cari.

Figli, figlie, nipoti e familiari che nel tempo, con coraggio e determinazione si sono riuniti e costituiti in Associazione denominata ”Capo Matapan Mare Nostrum”. Ogni anno, in quella fatidica data si riuniscono in raduni per omaggiare la memoria dei loro cari, immersi ed uniti da un grande spirito di aggregazione e familiarità. Le loro testimonianze sono state raccolte e pubblicate nel libro di Fiorentino, intitolato “Gaudo e Matapan attraverso le testimonianze dei sopravvissuti”. Il 28 marzo prossimo, presso la Città di Napoli, si doveva effettuare il quinto raduno nazionale di Capo Matapan, organizzato con la cooperazione del Gruppo ANMI di Napoli e il Comando logistico Militare, COMLOG Napoli. Purtroppo causa la dichiarata pandemia che affligge l’intera Nazione, dovuta al diffondersi del Covit-19, il raduno è stato rinviato per ovvie ragioni a data da destinare. Dopo aver descritto questa triste pagina della storia navale italiana è doveroso riflettere attentamente sui valori rilegati al futuro della memoria il quale unito alla crudeltà di questo potente e invisibile nemico ci possa aiutare a riflettere e comprendere che la libertà è un bene che si apprezza soltanto quando si è perduto.

In foto: lo scatto documenta la flotta navale italiana in un drammatico momento della Battaglia di Capo Matapan. Link risorsa: http://www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede/IMM-T1040-0000238/

FONTE: logo extramagazine

Stampa

Tavolara, storia della lanterna volata a Trieste

Faro Trieste

Su una pagina Facebook ricostruito il viaggio della luce dell’antico faro dell’isola portata nella città ridiventata italiana

DARIO BUDRONI


LA SCOPERTA. Massimo Velati, che su Facebook cura la pagina “Golfo Aranci nascosta”, appena ha un momento libero si mette sulle tracce di storie vecchie e dimenticate. Stavolta è venuto a sapere, dopo una lunga e appassionante ricerca, che la lanterna del faro della Vittoria è la stessa del vecchio faro di Tavolara, dismesso un secolo fa. «Mi chiedevo dove fosse finita – spiega –. Poi ho scoperto che si trova a Trieste, dove nel 1923 hanno iniziato a costruire il nuovo faro. Sicuramente è stata restaurata e modificata, ma i documenti parlano chiaro: è la lanterna di Tavolara».
 

IL FARO DI TAVOLARA. La struttura è vecchia quasi quanto lo stato italiano. Il faro di primo ordine di Tavolara fu infatti costruito tra il 1864 e il 1866 e attivato nel 1868 nella zona più esterna dell’isola, poco lontano dal cosiddetto arco di Ulisse, nel punto più estremo del golfo di Olbia. La struttura, che si trova in cima a una imponente parete calcarea a strapiombo sul mare, è massiccia ed elegante allo stesso tempo. Un faro dall’architettura ottocentesca, con la facciata colorata da strisce gialle e rosse, rimasto poi attivo fino alla fine della prima guerra mondiale. Nel 1922 fu infatti inaugurato il nuovo faro di Punta Timone e la più anziana struttura venne mandata in pensione, resistendo comunque allo scorrere dei decenni. Oggi è ancora in piedi, ma è impossibile da visitare visto che si trova in zona militare. Solo pochi olbiesi hanno avuto il privilegio di metterci piede, come quelli che, in particolare negli anni Cinquanta, raggiungevano Tavolara in barca perché stanchi dei soliti tuffi nel mare davanti alla città. «Andavamo sull’arco di Ulisse, era imponente e meraviglioso. E salivamo anche sul castello, che in realtà era il vecchio faro» aveva raccontato qualche anno fa alla Nuova zia Anna “Boccia” Spano, la tabaccaia di piazza Regina Margherita.

UN PEZZO A TRIESTE. Una volta dismesso il faro di Tavolara, la lanterna venne smontata e spedita in una Trieste appena diventata italiana. Per celebrare l’annessione e commemorare i caduti della grande guerra, lo Stato decise infatti di costruire un imponente faro di 68 metri di altezza e 8mila tonnellate di stazza. La lanterna non venne costruita dal nulla, ma fu utilizzata quella della vecchia struttura di Tavolara. Lo ha scoperto Massimo Velati tra le pagine de “L’Elettrotecnica”, il giornale dell’allora Associazione elettrotecnica italiana, dove si legge: «La lanterna grande è recuperata dal dismesso faro di Tavolara in Sardegna (perché sostituito dal faro permanente ad acetilene disciolto di Punta Timone), messa in perfetto ordine». Sulla lanterna venne poi innalzata la statua della Vittoria Alata, che da nord guarda tutto il mar Adriatico. Inaugurato nel 1927 alla presenza di re Vittorio Emanuele III, e progettato dall’architetto Arduino Berlam, il faro di Trieste è uno dei monumenti simbolo della città. Ancora oggi in funzione, viene aperto al pubblico durante alcuni periodi dell’anno per dare la possibilità a tutti di ammirare Trieste e il suo golfo da una posizione decisamente privilegiata.

FONTE: Logo lanuovasardegna

 
 

Stampa

Coronavirus, personale militare: lavoro agile ed esenzione dal servizio, le direttive della Difesa

militari coronavirus1

ROMA A seguito dell’emergenza sanitaria causata dal Coronavirus, il Ministero della Difesa ha emanato una circolare recante “Applicazione al personale militare delle misure straordinarie in materia di lavoro agile, di assenza e di esenzione dal servizio“.

Di seguito, disponibili per il download, la circolare e l’allegato “B” richiamato in essa.

 

FONTE: logo grnet 400

Stampa

FacebookTwitterRSS FeedPinterest Pin It

Su questo sito usiamo i cookies. Navigandolo accetti.