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Un ufficiale della Marina Militare alla regata sud americana Velas Latinoamérica

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Il sottotenente di vascello Marzio Pratellesi è imbarcato sulla nave scuola della Marina messicana "ARM Cuauhtémoc" che con il suo equipaggio partecipa all'evento velico sud americano dell'anno, la Velas Latinoamérica...

17 agosto 2018

Marzio Pratellesi 

Un ufficiale della Marina italiana imbarcato a bordo della nave scuola messicana "ARM Cuauhtémoc" che con il suo equipaggio "internazionale" partecipa all'evento velico dell'anno, la Velas Latinoamérica, regata che riunisce tutte le navi scuola delle Marine dei Paesi del sud America con lo scopo di condividerne tecniche e dottrine oltreché instaurare relazioni diplomatiche tra i Paesi partecipanti, rappresentati dai loro velieri e dai loro equipaggi. Quella del 2018 è la terza edizione organizzata dalla Marina cilena, in concomitanza con la commemorazione del bicentenario della proclamazione e del giuramento di indipendenza.

I velieri hanno navigato dai caldi mari caraibici fino alle impervie acque di Capo Horn, circumnavigando l'intero Sud America. Una esperienza avvincente a diverse latitudini, con diverse condizioni di mare e di vento, soprattutto nel tratto  che ha visto l'equipaggio impegnato in una navigazione a vela nello Stretto di Magellano e nei canali dell'Antartide Cilena. Una sfida particolarmente preziosa dal punto di vista professionale, intellettuale e culturale per le differenti realtà delle nazioni presenti.

Il Sottotenente Marzio Pratellesi è imbarcato sulla Cuauhtémoc, nave scuola insegna della Marina Messicana, insieme con altri 21 ufficiali provenienti da 11 Paesi (Argentina, Brasile, Cile, Ecuador, Guatemala, Honduras, Perù, Colombia, Panamá, Venezuela e Stati Uniti d'America) e da diverse importanti istituzioni messicane quali Esercito, Forza Aerea e Marina Mercantile Nazionale. Loro compito, oltre a condividere le esperienze che il mare può trasmettere, è quello di confrontarsi attraverso workshop e conferenze di carattere storico, sociale e militare, ognuno con le proprie realtà marittime e militari per analizzarne tanto le differenze quanto i molti punti in comune.

Il Sig. Pratellesi, inserito nell'equipaggio della Cuauhtémoc, svolge  l'incarico di Addetto alla Navigazione e nel primo mese di Campagna ha svolto il corso di Navigazione e Manovra a vela del veliero,  risultato primo classificato, continuando poi a confrontarsi costantemente con le conoscenze, le competenze e le peculiarità del gruppo dei diversi ufficiali presenti a bordo.

FONTE: Logo Notiziario online

 
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Finalmente anche un aliscafo sarà musealizzato!

Ebbene si, finalmente anche un aliscafo sarà musealizzato! Il Grifone è arrivato in Arsenale a Venezia nei giorni scorsi e si spera sarà musealizzato a breve a fianco al smg Dandolo.

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Il primo aliscafo sarò musealizzato a Venezia
L'aliscafo Grifone è appena arrivato presso il museo storico navale di Venezia, dove lo attende una gioiosa pensione accannto al sommergibile Dandolo. E proprio come per i sommergibili la Marina Militare apri la strada anche per la musealizzazioen degli aliscafi, sperando che non rimanga un unicum ma che l'impresa possa essere replicata da altre realtà musealii. Il Grifone, della classe Nibbio, dislocava circa 50 ton, era ingrado di superare i 50 nodi (circa 100 Km/ora) ed era armato con un cannone da 76/62 e 2 missili OTOMAT. Si ipotizza l'apertura al pubblico nel 2019.

Grazie a Marco Mascellani

FONTE: MARè-Museo attività emiliano romagnole scienze del mare

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Capraia, dopo un secolo ritrovato il sommergibile Guglielmotti: fu affondato per errore

La scoperta è avvenuta durante un'esercitazione dei cacciamine della Marina militare: il sommergibile fu affondato per errore da una nave inglese

Gugliemotti

LIVORNO. Dopo oltre un secolo dall'affondamento, durante la Prima guerra mondiale, è stato ritrovato il relitto del sommergibile Guglielmotti. La scoperta è avvenuta durante un'esercitazione dei cacciamine della Marina militare, vicino alll'isola di Capraia, a 400 metri di profondità. A bordo del sommergibile, affondato il 10 marzo 1917, c'erano 14 membri dell'equipaggio.

Il ritrovamento del relitto del sommergibile è avvenuto da parte di nave Gaeta, in una posizione correlabile con quella nota del suo affondamento avvenuto intorno alle 21.50 del 10 marzo del 1917 da parte dallo "sloop" inglese HMS Cyclamen, che lo aveva scambiato per un battello tedesco. La scoperta stata è poi convalidata dalla successiva investigazione da parte di nave Rimini con il veicolo "multipluto" che ha permesso di scattare anche le prime immagini del sommergibile mostrando inconfutabilmente l'identit del relitto grazie alla corrispondenza con i dettagli costruttivi del battello che appare adagiato sul fianco mostrando, ben riconoscibile, il cannone di prora. Le immagini hanno anche confermato lo speronamento avvenuto da parte dell'unità inglese. In precedenza, il cacciamine Gaeta aveva localizzato il relitto del HMS Saracen, un sommergibile inglese affondato da due corvette italiane durante la seconda Guerra Mondiale giài identificato durante una spedizione subacquea da parte di soggetti privati nel 2015. "Il ritrovamento del sommergibile Guglielmotti - sottolinea lo Stato maggiore della Marina - conferma l'efficacia operativa dei nuovi veicoli subacquei in dotazione alla Marina militare capaci di operare a quote profonde e che potranno essere adoperati anche sui nuovi cacciamine che dovranno sostituire le ormai datate unit della classe Lerici/Gaeta. L'attività condotta dimostra come le capacità militari possono essere messe a disposizione della ricerca subacquea, anche per fini di ricostruzione storica, nell'ambito delle funzioni duali e complementari della Forza armata". l sommergibile "Alberto Guglielmotti", come detto, venne affondato "per errore" da una nave inglese. Al comando del capitano di fregata Guido Castiglioni, che ne aveva curato anche l'allestimento, nei primi giorni del marzo di quell'anno ebbe l'ordine di raggiungere la sede di Brindisi, per operare nell'Adriatico meridionale con la 2/a Flottiglia. Salpato dalla Spezia il 10 marzo, scortato dal piroscafo Cirenaica, alle ore 21.50, in navigazione nelle acque della Capraia, scambiato per unità nemica dal dragamine britannico Cyclamen di scorta al trasporto truppe Arcadia, fu cannoneggiato, speronato ed affondato. Nell'incidente persero la vita 14 uomini dell'equipaggio e tra questi il tenente di vascello Virgilio De Biase

FONTE: Logo tirreno Livorno

 

 

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Quei ragazzi di mare avvelenati dall’amianto sulle navi militari

Sono 600 i morti stimati tra gli imbarcati. «Spaccavamo i tubi di asbesto con il martello». Per la bonifica stanziati solo 1,5 milioni l’anno

di Gian Antonio Stella

Ragazzi amianto

Un milione e mezzo di euro l’anno. Quanto gli stipendi lordi annuali di un pugno di ammiragli. Ecco quanto ha speso ufficialmente la Marina, da quando l’amianto è vietato, per rimuovere dalle navi militari le enormi quantità di asbesto. Causa, per il procuratore padre dell’inchiesta, di almeno 600 morti di tumore. È una gara contro il tempo, ormai: riusciranno i marinai ammalati ad aver giustizia prima che l’abbia vinta «la grande consolatrice»? «Bini Mario, contumace. Chianura Francesco, contumace. Cucciniello Guido, contumace...». Basta la lettura dei resoconti delle udienze del tribunale militare di Padova per capire il peso dato all’inchiesta dagli alti ufficiali. Poco. Pochissimo. Mai venuti in aula. Ci pensino gli avvocati…

Il libro

Accusa l’ultimo report del Registro nazionale dei mesoteliomi che «l’Italia è attualmente uno dei Paesi al mondo maggiormente colpiti dall’epidemia di malattie amianto correlate. Tale condizione è la conseguenza di utilizzi che sono quantificabili a partire dal dato di 3.748.550 tonnellate di amianto grezzo prodotto nazionalmente nel periodo dal 1945 al 1992 e 1.900.885 tonnellate di amianto grezzo importato nella stessa finestra temporale». Totale: oltre cinque milioni e mezzo di tonnellate. Prodotte, importate e piazzate anche sulle navi militari, come raccontano nel libro Navi di amianto Lino Lava e Giuseppe Pietrobelli, un po’ ovunque: «Avvolge i tubi. Protegge dal calore. È nelle guarnizioni, dentro i macchinari, nelle porte tagliafuoco. Perfino nei forni delle cucine». Per decenni. «Ho lavorato in ambienti con temperature di 50 gradi», ha deposto il maresciallo Armando Carnelevare, «per lavorare sui tubi dovevamo spaccare l’amianto col martello e lo scalpello, senza mascherine. Finito il lavoro ricoprivamo il tubo con l’amianto che avevamo a bordo». Tutto a mano, spiegano gli autori: «I guanti non servono, e nemmeno la mascherina, perché quella sostanza non brucia i polpastrelli, non irrita gli occhi, non emana odori repellenti. Con le mani la si impasta fino a formare una specie di malta da applicare a una calderina di riscaldamento o ad un tubo». E i residui? «Quelli che si depositavano venivano usualmente raccolti con scopa e paletta», risponde il capitano di corvetta Marco Aglietti, una specie di 007 dell’amianto, «e gettate nelle comuni immondizie». Il tutto decenni «dopo» lo studio del 1906 dello scienziato inglese H.M. Murray che collegava il cancro al respiro dei «corpuscoli dell’asbesto».

Tutti muti

Mai saputo niente? Mai, è stata la risposta corale delle massime autorità in divisa. «Sono certo di non avere mai ricevuto alcuna direttiva in merito ai pericoli relativi alla presenza dell’amianto», mette a verbale in Procura a Padova l’ammiraglio Mario Host. Ammette però che nell’ambiente giravano voci: «Dagli scambi con ufficiali di altre Marine, a partire dagli anni 90, ho saputo che il primo abbinamento tra amianto e asbestosi è stato riscontrato durante la Seconda Guerra Mondiale nella Reich Marine hitleriana a carico degli equipaggi degli U-Boot. E che nella U.S. Navy, nel primo Dopoguerra, dove l’amianto era ampiamente diffuso, di fronte a un consistente numero di casi di asbestosi, la politica governativa si era orientata a risarcire economicamente le vittime o le famiglie delle vittime, perché non era possibile sostituire questo materiale data l’enorme consistenza della flotta». Rileggiamo: gli americani sapevano già «nel primo Dopoguerra». Negli anni Venti. Certo, ci volevano soldi, e tanti, per risanare la flotta militare italiana. Sostituire un solo interruttore Otomax costa 1.768 euro. Una porta con telaio 3.276. Un fumaiolo da 135 mila a 169 mila. Fatto sta che chi doveva lanciare i primi allarmi, avendo la responsabilità della salute di migliaia di militari, non lo fece. Neanche dopo un allarmante dossier segreto sui marinai di Taranto che nel 1969, l’anno dello sbarco sulla Luna, avvertiva la Marina di «una situazione di effettivo pericolo nel confronto di diverse categorie di lavoratori direttamente addetti alla manipolazione dell’amianto». Tutti muti. Tanto che la nave salvataggio Anteo costruita dalla Breda di Porto Marghera, denuncia il libro, sarà consegnata alla Marina Militare nel 1980 piena d’amianto e sarà «scoibentata 18 volte in 18 anni dal ‘95 al 2013». Un cantiere eterno.

Risarcimenti

Certo, man mano che le navi rientravano per la manutenzione, un po’ di amianto veniva tolto. Ci mancherebbe. E grazie a una direttiva europea dal 1988, cioè 24 anni dopo la conferenza di New York del ’64 che associò definitivamente il mesotelioma pleurico all’amianto, è perfino obbligatoria (sic...) l’apposizione di un’etichetta su ogni pezzo di amianto rimasto a bordo che ne evidenzi la pericolosità. Fu solo nel 2007, però, quattro decenni dopo il primo allarme ufficiale a Taranto e 15 anni dopo la legge che vietava l’amianto e ne ordinava la rimozione, che fu avviata la prima mappatura delle navi. Risultato finale: su 165 unità militari censite, 149 avevano amianto. E cinque anni dopo, nel 2012, smentendo tutte le rassicurazioni dei predecessori, lo stesso ammiraglio Giampaolo Di Paola, ministro della difesa con Monti, ammetteva che solo una nave su cinque aveva fatto la bonifica completa. Per le altre era avviata... Allegria. Risarcimenti? I parenti del meccanico alle caldaie Giovanni Baglivo che nell’agosto 2004 fece partire l’inchiesta registrando prima di morire la sua denuncia, col filo di voce che gli era rimasto, per il procuratore militare Sergio Dini, hanno avuto 850 mila euro. E così quelli del puntatore Giuseppe Calabrò. Poi, però, l’Inail e la Difesa, la Marina e i governi di vari colori devono essersi spaventati davanti alla conta progressiva di casi gravi e gravissimi: come potevano pagare danni così ingenti se in Parlamento lo stesso procuratore, come dicevamo, parlava di «circa 600 decessi di appartenenti alla Marina» come di «un dato inequivoco»?

Tre processi

E questo cinque anni fa. Con l’incubo che, poiché questo tipo di cancro può rivelarsi a distanza di anni, i marinai vittime dell’amianto (non solo addetti alle sale macchine, se è vero che il sistema di ventilazione interno irrorava aria viziata dappertutto) possono continuare a crescere, crescere, crescere fino a una vetta probabile nel 2020. Una cosa è certa: dopo tre processi (uno finito in prescrizione, uno lentamente in corso, uno in istruttoria e forse alla prescrizione inesorabilmente avviato), dopo tanti ritardi, tanti morti, tante reticenze, lo Stato non può affidarsi alla polvere del tempo. Né i cittadini possono rassegnarsi a leggere certe testimonianze, come quella della moglie e del figlio del contrammiraglio Sergio Azzone, morto a cinquantasei anni a causa di un tumore ai polmoni: «Tutti i superiori e i colleghi di mio padre dopo la sua morte sparirono completamente con noi. Ricordo ancora il triste pellegrinaggio mio e di mia madre nei vari uffici degli ammiragli che finivano sempre, nella ipotesi migliore, con il sottufficiale di turno che ci comunicava, ad occhi bassi e mortificato, l’indisponibilità ad essere ricevuti»...

FONTE: Logo Corrieredellasera

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Marina Militare e Agenzia Spaziale Italiana insieme per la sorveglianza marittima

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Siglato ieri un accordo di collaborazione tra la Marina Militare e l'Agenzia Spaziale Italiana (ASI), nell’ambito delle attività spaziali applicate alla sorveglianza marittima

20 luglio 2018 Luciano Regina -

Siglato ieri, presso la Biblioteca storica di Palazzo Marina, un accordo di collaborazione tra la Marina Militare e l'Agenzia Spaziale Italiana (ASI), nell'ambito delle attività spaziali applicate alla sorveglianza marittima

Il protocollo d'intesa, firmato dal capo di Stato Maggiore della Marina Militare, ammiraglio di squadra Valter Girardelli e dal Presidente dell'Agenzia Spaziale Italiana, prof. Roberto Battiston, promuove una reciproca collaborazione per la definizione di un programma per impiegare in maniera sinergica le competenze dell'ASI nel settore spaziale e quelle della Forza Armata nel campo della sorveglianza marittima.

Un settore, quello del controllo della navigazione marittima, in cui la Marina Militare ha investito risorse importanti per dotarsi di apparati moderni e personale altamente specializzato. Questo ha permesso la costituzione di una rete di stazioni Radar costiere che sono parte del "Dispositivo Integrato di Sorveglianza Marittima".

La cooperazione prevede la costituzione di un tavolo di esperti, gruppo di lavoro specialistico, per la promozione di progetti congiunti al fine di accrescere una sinergia efficace per lo sviluppo del sistema Paese. 

Il gruppo di lavoro porterà avanti diverse attività tra le quali: la valutazione del sistema AIS (Automatic Identification System) in un contesto spaziale e satellitare, l'approfondimento degli studi di algoritmi per lo sfruttamento dei "big data" di origine spaziale, e lo studio di applicazioni per l'impiego di sistemi spaziali già esistenti (sia  nazionali che quelli frutto di cooperazioni internazionali anche extra-europee), per migliorare le capacità di sorveglianza marittima.

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