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Marina Militare: gli scheletri nell’armadio della Vittorio Veneto

Marina Militare: gli scheletri nell’armadio della Vittorio Veneto

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“I marinai ammalati raccontano la loro storia”

La nave Vittorio Veneto, ormai in disarmo da giugno del 2009, è stata una gloriosa lanciamissili della Marina Militare Italiana.

Sono stati eliminati gli otturatori dai cannoni, tagliati e sigillati con tappi di bronzo.
Destinata a diventare un museo, il progetto è stato bloccato a causa della massiccia presenza di amianto presente all’interno che andrebbe rimosso e trattato per poter   consentirne l’apertura al pubblico.
Una nave storica in servizio dal 1969 al 2003, che prende il nome dalla precedente nave della Marina (impiegata nella Seconda guerra mondiale)

Sono tante le operazioni che hanno reso questa nave un simbolo e onore per la Marina Militare: le operazioni umanitarie, come quella del ’73 quando la nave partecipò con l’Andrea Doria e il Terzo gruppo elicotteri al soccorso delle popolazioni colpite dalle alluvioni in Tunisia.

Ma anche le operazioni di soccorso nelle zone del Friuli, colpite dal terremoto nel 1976.

La nave soccorse e portò in Italia anche un migliaio di profughi vietnamiti che fuggivano dal loro Paese, insieme ad altri gruppi navali.
Nell’84 partecipò alla seconda fase dell’operazione “Libano Due”, con il sostegno dell’O.N.U., scortando i convogli e garantendo l’appoggio e la copertura dei contingenti nazionali schierati a Beirut.

Ma, purtroppo, com’è giusto ricordare i successi, sono troppi gli scheletri nell’armadio che si celano dietro la bellezza di molte navi della Marina Militare come questa.
Il processo di Padova ha portato a galla testimonianze e documenti secretati da cui si evince che la presenza dell’amianto a bordo dei navigli e, soprattutto la sua pericolosità per la salute, erano noti circa dagli anni ‘60.

Molti marinai, soprattutto coloro che hanno lavorato nei reparti caldaie, gli elettricisti e i meccanici, sono venuti a mancare alle proprie famiglie e hanno lasciato un enorme spavento a chi ancora lavorava a bordo delle navi.

Morti a causa dell’amianto. Mesotelioma pleurico, ispessimenti pleurici, tumori. Queste le cause del decesso. Altri si sono ammalati e ancora oggi, purtroppo, abbiamo testimonianze di coloro che vi hanno lavorato e hanno gravi problemi di salute a causa dell’inalazione di fibre di amianto.

Come ci racconta il sig. T.A. : «Mi sono arruolato nella Marina Militare a soli 16 anni, con la mansione di elettricista. Lavoravo come conduttore e manutentore di apparecchiature elettriche e, per un breve periodo, anche come conduttore di girobussole. Ma il mio impiego era prevalentemente quello di elettricista. Ho lavorato su varie navi della Marina come la Brenta, il Fasan, la Caorle, la Vittorio Veneto e molte altre. Dal 97 al 2003 sono stato imbarcato sulla nave Vittorio Veneto».
L’amianto era un elemento preponderante, come risaputo, in molte navi nella Marina Militare. Utilizzato per le sue capacità di isolante, resistenza al calore e per la sua economicità, venne impiegato in modo massiccio e già dagli anni ’60 ci sono prove che ne documentano la pericolosità nonostante sia stato messo al bando solo con la legge 257 del 1992.
«Anche prima degli anni ‘60 sapevano che l’amianto era presente nella nave perché trovammo dei documenti del ‘69 redatti dal Policlinico di Bari su dei campionamenti di visite che avevano fatto a una quindicina di operai che si erano sottoposti a questi esami.  Già all’epoca gli esami mostravano degli ispessimenti pleurici, solo che questi documenti sono rimasti secretati per non destare allarmismi.
Sul Vittorio Veneto molti campioni fatti del 2003 mostravano la presenza di amianto”.

Per quanto riguarda il suo impiego, nella nave Vittorio Veneto, dove era presente l’amianto?

«L’amianto era presente nelle guarnizioni che facevamo per le resistenze elettriche, nelle cucine elettriche, lavoravamo con i burgman in amianto che erano dei fogli che servivano per fare delle guarnizioni nelle cucine dagli anni ‘80 al ‘95 circa. Lavoravamo questi fogli a mani nude. Inoltre, questa nave, progettata nel ‘63, aveva la propulsione a caldaie. L’amianto era ampiamente utilizzato per isolare le condutture di vapore ad altissime temperature».
Non avevate protezioni?
«No. Utilizzavamo guanti, casco, tuta e coperte spegni fiamma in amianto per le esercitazioni antincendio >>.

In quali anni ha lavorato sulla nave Vittorio Veneto?
«Dal ‘97 al 2003 sono stato imbarcato sulla nave Vittorio Veneto sempre con la mansione di elettricista».

Quando scoprì di aver contratto una patologia a causa dell’inalazione delle fibre di asbesto?

«La Marina nel 2011 aveva iniziato il progetto “Archimede”, ovvero dei controlli da fare sul personale più a rischio. Io avevo aderito a quel progetto perché sapevo di avere a che fare con l’amianto. Mi contattarono nel 2015 per sottopormi a questi controlli. Ero già stato riformato e avevo scoperto di avere delle patologie legate ad esposizione ad amianto.
A gennaio 2015 mi hanno riformato a causa di questa fibrosi polmonare causata dall’amianto e alla riduzione della capacità respiratoria. A settembre 2014 avevo chiesto di essere visitato e, in seguito alla tac ad alta risoluzione, che feci ad ottobre, scoprii di avere le fibre di amianto nei polmoni.
Tecnicamente mi diagnosticarono una broncopatia cronico ostruttiva per cui anche la mia capacitò respiratoria è ridotta».

È rimasto in contatto con i suoi colleghi? Anche loro hanno avuto dei problemi a causa dell’esposizione ad amianto?

Negli ultimi quattro anni si sono ammalate tantissime persone, nel periodo in cui sono stato imbarcato, sono rimasto in contatto con trenta persone che hanno avuto seri problemi di salute a causa dell’amianto, ispessimenti pleurici, tumore al polmone…».

Un altro marinaio, il sig. N. mi racconta la sua storia.

«A 16 anni feci domanda per lavorare nella Marina Militare. Mi assunsero nel 1987.
Sono arrivato a Mariscuola alla Maddalena nell’87 dopodiché feci un corso per quindici mesi. Successivamente ho iniziato a lavorare sulla nave Vittorio Veneto».

Qual era la sua mansione?
«Lavoravo nei locali caldaia. Tutti i tubi erano ricoperti di amianto perché è un ottimo isolante.
Dovevamo cambiare le guarnizioni, le flange. Nelle flange c’erano delle guarnizioni di amianto con all’interno fibre, che noi andavamo a tagliare, a bucare e aprire con le mani per poter fare la forma della flangia.
Ho anche lavorato nelle camere di combustione della caldaia.

All’interno di queste camere, fatte come un camino, c’erano dei mattoni in fibre di amianto.
Con le alte temperature i mattoni tendevano a rompersi, durante le varie fasi di accensione e spegnimento, a causa del calore. A volte durava anche mesi, Quando si spegneva l’apparato noi aprivamo la camera di combustione e attorno allo sportello c’era una corda fatta di fibre di amianto. Dovevamo togliere questa corda a mani nude, a freddo ovviamente, ma l’amianto era friabile perché la corda si sbriciolava e le fibre si disperdevano. Dovevamo sostituirla.

Per poter far vaporizzare l’acqua le temperature erano elevatissime per portare l’acqua a 450 gradi.

In quale periodo ha lavorato sulla nave Vittorio Veneto?
Ho lavorato sul Veneto dall’88 al ’94, poi sono stato via fino al ‘99 per un corso di aggiornamento e poi sono imbarcato sulla nave Vesuvio.
Lì la situazione non era diversa. Poi dal ‘99 al 2003 sono tornato sul Veneto fino a quando la nave è andata in riserva. Tutt’ora lavoro per la Marina Militare.

L’amianto è ancora presente nelle navi?
Ancora c’è l’amianto, è censito e incapsulato e ora la mia situazione lavorativa non è pericolosa. Prima, invece, ho inalato una quantità di fibre di amianto. Mi hanno chiamato per un controllo nel progetto Archimede nel 2015. Hanno riscontrato dei micronoduli polmonari fibrotici sparsi in entrambi i polmoni, causati dall’asbesto.
Sono molto preoccupato. Non solo per me ma anche per i miei figli.

Entrambi, come gli altri, hanno contratto delle patologie asbesto correlate e sono molto provati sia fisicamente che psicologicamente.
Non solo per sé stessi. Ma soprattutto per la loro famiglia. La paura di lasciare i figli e le mogli, perché purtroppo i tempi di latenza delle malattie asbesto correlate sono molto lunghi. Vivono sperando che la malattia non peggiori e di poter godere ancora del calore familiare e della bellezza della vita.
Amavano il loro lavoro e si sono ritrovati ammalati proprio a causa di questo minerale presente nelle navi.
Si chiedono perché coloro che potevano parlare e “proteggere” gli altri, evitando di esporli a questo rischio, non l’abbiano fatto.
Per tale motivo chiedono giustizia.

L’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, che ha iniziato questa battaglia nel 2008, continua a combattere dal punto di vista legale per ottenere giustizia per coloro  che hanno contratto malattie a causa dell’amianto e altri cancerogeni: “Poiché l’amianto ha capacità fibrogene e cancerogene molti di coloro che hanno svolto servizio in questa unità navale hanno contratto asbestosi, placche pleuriche, ispessimenti pleurici, mesotelioma, tumore del polmone e altre patologie tumorali. Per questo motivo come ONA abbiamo agito davanti a diverse autorità giudiziarie tra cui la Procura della Repubblica di Taranto che sta istruendo alcuni procedimenti con riferimento a uno dei quali abbiamo opposto anche la richiesta di archiviazione per ottenere l’integrale tutela giuridica della giustizia per le Vittime.
Le tutele risarcitorie hanno avuto un buon risultato con la costituzione delle prestazioni di Vittima del Dovere e di risarcimento danni su cui stiamo proseguendo.
L’ONA svolge un servizio di assistenza medica tecnica e legale per la tutela dei diritti delle vittime”.

Il Vittorio Veneto vivrà in tutti noi, che, quando da un’altra nave ne scorgevamo all’orizzonte l’inconfondibile sagoma, provavamo un senso di ammirazione, di rispetto e di orgoglio” Amm La Rosa(2006)

E ora, aggiungo, purtroppo per i nostri militari, guardando questa nave, è impossibile non provare un forte dispiacere, abbattimento per coloro che gli hanno tolto quanto avevano di più prezioso, ovvero la stima e l’amore per il loro lavoro.

FONTE: Logo Giornale sullAmianto 1

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