La conquista delle profondità – parte II

Dal sito "Ocean4future" un interessante articolo sulla storia della subacquea suddiviso in 4 parti. Ecco la seconda parte

Two of this team of firefighters of Squad 52 in Cincinnati Ohio wear Vajen Bader smoke protectors circa 1920

Chi avrebbe mai detto che gli elmi dei palombari furono ispirati
a quelli usati nei primi anni del XX secolo dai pompieri. Nella
foto due dei vigili del fuoco della 52 esima squadra di Cincinati
indossano le maschere di protezione dal fumo Vajen-Bader

Continuiamo con la seconda parte del viaggio per la conquista degli abissi. Nel suo brevetto, Charles Cooke spiega dettagliatamente tutte le problematiche inerenti la respirazione di aria compressa e fornisce, come soluzione, alcune miscele alternative dove è sostituito l’azoto con un altro diluente. 

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Il brevetto depositato da Charles John Cooke nel 1919
sull’uso di miscele sintetiche nella respirazione subacquea.

Le miscele dichiarate da Cooke sono tre: elio-ossigeno, argon-ossigeno e idrogeno-ossigeno. L’elio viene definito “abbastanza inerte” anche se da un punto di vista chimico, come diluente sarebbe preferibile l’idrogeno. Quest’ultimo, però, è pericoloso da gestire perché potenzialmente esplosivo quando miscelato con l’ossigeno. In pratica Cooke, nel 1919, già spiega in modo dettagliato e chiaro quelle che poi saranno le soluzioni adottate in concreto dopo anni di sperimentazioni. Tutto questo fermento sull’uso dell’elio derivava in parte dalla scoperta di grossi giacimenti di questo gas in Texas. L’elio era un gas relativamente giovane, essendo stato scoperto nel 1868 ma estratto solo a partire dal 1895 e inizialmente soltanto negli Stati Uniti. L’elio si poteva estrarre da minerali di uranio e torio attraverso un procedimento di decadimento radioattivo ma, più facilmente e in quantità maggiore, si poteva trovare anche in particolari giacimenti di gas naturali come quelli del Texas.

L’unico problema dell’epoca era che non si trovava ancora un’applicazione pratica per questo gas. Quindi, il monopolio nella estrazione dell’elio e la ricerca di un suo possibile utilizzo furono le principali motivazioni che portarono gli americani a sperimentare per primi le miscele elio-ossigeno fin dal 1921, anno nel quale la Marina degli Stati Uniti, a seguito degli stimoli dello stesso Thompson e di un altro ricercatore, Behnke, si dichiarò interessata a una sperimentazione nel campo delle miscele respiratorie a base di elio.

foto 4

Una fase della sperimentazione in camera iperbarica
sull’uso della miscela elio-ossigeno

Come abbiamo detto nella prima parte, i primi esperimenti furono condotti nella stazione sperimentale del Bureau of Mines di Pittsburgh e iniziarono testando l’effetto della miscela sugli animali per poi continuare gli studi con soggetti umani. Si comprese, dalle prime evidenze, che si era imboccata una strada molto interessante. In campo militare, la sperimentazione di miscele per l’alta profondità fu sospinta inizialmente dalla necessità di intervenire a quote sempre maggiori nell’opera di soccorso ai sommergibili affondati.

Nel 1925 e nel 1927 l’U.S. Navy aveva perso, a causa di collisioni accidentali, due sommergibili, l’S-51 e l’S-4. Gli affondamenti dei battelli si risolvevano di solito con la perdita totale dell’equipaggio e questo destava grande emozione tra l’opinione pubblica, oltre che, ovviamente, grande preoccupazione tra gli equipaggi dei sommergibili. Qualche volta parte dell’equipaggio sopravviveva alle prime fasi dell’affondamento, rifugiandosi nei comparti stagni non invasi dall’acqua ma, di solito, soccombeva nelle ore successive a causa dell’enorme difficoltà delle manovre di salvataggio. I palombari, quando era possibile, lavoravano sul sommergibile, ma spesso, causa la poca lucidità per l’aria respirata ad alta pressione, lo facevano con scarsissimi rendimenti.

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Per cercare una soluzione a questo problema, il Navy’s Bureau of Construction and Repair si mise al lavoro in sinergia con il Bureau of Mines che aveva una notevole esperienza nel campo delle apparecchiature a circuito chiuso ad ossigeno per il soccorso nelle miniere ed era soprattutto proprietario dei maggiori depositi di elio. Nel 1924 si cominciò la sperimentazione con immersioni “a secco” in camera iperbarica, arrivando a profondità intorno ai cinquanta metri. I primi risultati confermarono che il palombaro poteva raggiungere profondità elevate senza manifestare fenomeni di alterazione psicofisica. Si cominciavano a socchiudere delle porte.

fine II parte  – continua

Fabio VitaleFabio Vitale

Storico della subacquea tra i più importanti in Italia. Ha partecipato come esperto a numerose trasmissioni televisive tra cui lo speciale sui palombari di Alberto Angeli. E’ socio della Historical diving society e autore di numerosi libri sulla subacquea e sui suoi protagonisti

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