È quando vedi quella grossa onda ... Nunzio Giancarlo Bianco

Ricordi incancellabili di Nunzio Giancarlo Bianco

Onda Nunzio Bianco

È quando vedi quella grossa onda infrangersi sullo scoglio che ricordi quante volte ti ha fatto dannare l’anima, quante volte hai imprecato per quella maledetta onda.
Si rientrava da una lunga navigazione nel canale di Sicilia per l’ennesima vigilanza pesca, era stato un periodo molto intenso e nel Mammellone ne vedevi di problemi.
Ma finalmente eravamo felici di rientrare ne avevamo le tasche piene e a bordo quella settimana anche la calderina non ne volle sapere.
Avevamo per lavarci le lattine di acqua per bere, la nave era esausta anche lei e dal fumaiolo la fuliggine era più nera del solito.
Fino all’Elba sembrava che tutto andasse bene ma all’improvviso il cielo divenne nero e i lampi all’orizzonte si tuffavano in mare.
Il mare sembrava come ribollire e il suo colore come diventare nero con ciuffi bianchi, i boccaporti incominciavano a sbattere.
Dalla plancia arrivò l’ordine di chiuderli tutti perché era in arrivo una burrasca e subito fu dato ordine di rizzare tutto il materiale mobile.
Un fermento a bordo a poche ore da La Spezia la stanchezza canaglia te la sentivi nelle gambe, nelle braccia e le mani incominciavano a farti male.
La nave veniva sconquassata già dalle prime onde, si era alzato il maestrale freddo e tagliente, i nocchieri all’esterno a chiudere tutti i boccaporti esterni.
Le prime mareggiate sulla prua rendeva tutto difficile, con quelle maledette scarpe nere che non facevano presa a terra, cercando di rimanere in equilibrio grazie ai passamani.
Ma le mani davvero facevano male, era le ossa tutte che in quel momento che avvertivano tutto il dolore procurato da quella maledetta instabilità.
Nel frattempo il mare si era messo a forza sette e l’unità era come impazzita, la prua e la poppa in un gioco a chi usciva prima fuori.
Il riduttore gridare come in un urlo disumano per ammansire l’elica dal suo moto, gli sportelli degli armadietti li sentivi cantare.
Cavoli eravamo quasi arrivati ma il comandante voleva mettere la nave a riparo e seppur prendeva il mare di mascone, rollio e beccheggio impazzavano.
Tra il traverso e la prua il mare la faceva da padrone e quelle onde erano schiaffi, immaginavi l’ira di Odino che si era abbattuto su di te.
Fulmini e saette che davano lo spettacolo al largo, Nettuno si faceva beffe del battello e come una foglia sul mare in tempesta nel gioco degli inferi.
I più giovani col viso bianco trasmettere la paura del momento con i loro occhi e cercando risposte con lo sguardo agli anziani, ma la risposta non arrivava.
Quando la prua ritoccava il salino la sentivi tremare tutta e quel tremolio lo sentivi scorrere nella spina dorsale, fino a farti impazzire il cervello.
Il fiato corto, il cuore a mille per lo sforzo disumano ma lo sai che non si molla mai, non cerchi risposte ma stai solo li a imprecare sfidando il mare.
Ma come d’improvviso era arrivato così all’improvviso tutto volse al bello e finalmente la costa era vicina e finalmente anche quella volta rientrammo nelle ostruzioni.
Tutti a tirare un sospiro di sollievo e oramai il tutto già incominciavi a dimenticare, avevi vinto un'altra sfida con il tuo elemento e solo il dolore del corpo ti ricordavi cosa era successo.
 

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Non arrenderti mai amico mio, impare a cercare sempre il sole, anche quando sembra che venga la  tempesta ... e lotta!

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