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De Giorgi,

“E i francesi ci rispettano, che le balle ancora gli girano.."

“E i francesi ci rispettano, che le balle ancora gli girano...”.

L’ammiraglio De Giorgi racconta lo sbarco italiano in Libano del 2006

(di Giampiero Venturi)
28/06/17

280617 de giorgiL'operazione comincia dopo la guerra del 2006 tra Hezbollah e Israele: bombardamenti, interruzione dei collegamenti marittimi e aerei, distruzione e un senso diffuso di confusione generale sono lo scenario quotidiano del (di nuovo) martoriato Paese dei cedri.

Nel dolce e sfortunato Libano non c'è più nemmeno il carburante per produrre energia elettrica. Gli stessi frigoriferi hanno smesso di funzionare. Intanto Hezbollah, annodato alle maglie profonde della società libanese, cavalca il disagio sociale per dare l’ultimo scossone e far cadere il governo del sunnita Fouad Siniora.

La Francia si ricorda di essere la matrigna di una terra arrivata alla modernità in cambio del suo profilo morbido e occidentale, unico nel mondo arabo. Se ne ricorda soprattutto quando i suoi interessi sono in pericolo, rischiando di vanificare decenni di connessioni e intrecci che comunque fanno storia. Nei bistrot eleganti di Beirut, frequentati dalla borghesia istruita, “on parle français, rien à dire”.

Parigi si offre di mandare 2000 soldati che però tardano e alla fine non partono nemmeno. Tra un ripensamento e un’attesa, il contingente transalpino si riduce a 200 uomini, insufficienti per tutto, soprattutto per dare un segnale importante alla comunità internazionale.

La palla rimbalza e arriva a Prodi che annuncia l'invio di 1000 italiani.

Occasione o solita pezza dovuta agli alleati?

Sul momento è difficile valutare, fatto è che la notizia è ufficiale:in Libano arrivano i nostri, anzi ci tornano.

La palla rimbalzata passa dalla politica alla Difesa che ha il difficile compito di organizzare l'intervento.

Per una strana combinazione astrale, la Marina Militare si trova con tutte e tre le navi anfibie in stato di efficienza operativa. L’evento, raro per questioni di ordinaria manutenzione, viene preso come segno di un destino ineluttabile.

L’ammiraglio De Giorgi, appoggiato appena allo schienale della poltrona, inizia a parlare. Il suo tono di voce è sicuro. Con gli occhi trasmette sicurezza e bontà d’animo. Nell’ironia delle sue parole, fa capolino una curiosità non comune tra chi è abituato a decidere e comandare:

280617 de giorgi1Al tempo comandavo le forze d'altura, costituite da tutte le navi maggiori della Marina. Il mio vice era il comandante del cosiddetto Gruppo navale italiano. Era lui che avrebbe dovuto staccarsi dal comando principale, prendere le forze assegnate e partire. L'ammiraglio Di Paola decise tuttavia che fossi io a guidare l'operazione.

Mi arrivò l'ordine mentre ero in spiaggia a Taranto con mia moglie e l'ammiraglio Branciforte, comandante in capo della squadra.

Ammiraglio devi partire per il Libano...”

Mi recai direttamente a bordo di Nave Garibaldi per procedere all'approntamento assieme al mio staff.

La pianificazione fu fatta in navigazione perché non c'erano altri margini per prepararsi.

Il vantaggio di una nave comando, particolarità della Marina, è che a differenza di altre forze armate non serve un mese per approntare i dettagli di una missione. La nave, in porto a Taranto o in missione, aveva costantemente uno staff pronto ed operativo.

Da Taranto, dopo la cerimonia, feci fare rotta alla Garibaldi alla massima velocità: 25 nodi. Le navi onerarie, il San Giusto, il San Giorgio ed il San Marco seguivano a 14 nodi. Questo mi consentì di arrivare 30 ore prima.

La mia storia ... - di Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

L'ammiraglio Giuseppe De Giorgi, risponde tramite il suo sito personale, alle accuse sul caso "Tempa Rossa"

Degiorgi Temparossa

Scrivo dopo aver atteso l’archiviazione definitiva dell’indagine relativa al caso “Tempa Rossa” in cui sono stato coinvolto, per un ipotetico abuso d’ufficio, da me mai commesso.

E’ passato un anno dal momento in cui la notizia è stata resa pubblica ed è iniziata nei miei confronti da parte di alcuni mezzi di informazione una campagna denigratoria senza precedenti, per violenza e durata. Sottolineo di alcuni mezzi di informazione, perché per prassi deontologica, diverse testate tutt'ora si astengono dal mettere alla gogna la persona sottoposta ad indagine, finché non hanno materiale probante la sua colpevolezza e si astengono dal costruire un romanzo su una informazione “provvisoria”, quale è il coinvolgimento in una indagine che, come avvenuto nel mio caso, può poi concludersi con un provvedimento di archiviazione.

Su di me, invece, da alcuni sono state fatte ricostruzioni fantasiose, con utilizzo di termini "pesanti" in grado di colpire con forza l'opinione pubblica tipo “cricca” o “quartierino”. Non solo, sono state fatte insinuazioni e collegamenti del tutto arbitrari, senza verificare le fonti e basandosi su dossier anonimi, peraltro mai considerati degni d’indagine dalle autorità competenti in quanto totalmente falsi.

Con queste mie riflessioni vorrei anche che si riflettesse per un momento sul fatto che la reputazione di un Ufficiale, come lo sono stato io, che ha servito con onore e abnegazione il Paese per 45 anni, non si può infangare con un titolo ad otto colonne trascinandosi dietro tutta la sua famiglia, i suoi amici, le persone che fino a quel momento hanno creduto in lui, sulla base di illazioni e pettegolezzi.

Accade così che in un battito di ali vengono spazzate via tante vite. Le famiglie sono composte da persone giovani e anziane, molti di noi vengono colpiti da immagini ripetute all’infinito e titoli a piena pagina, senza avere gli strumenti per affrontare quella situazione così nuova ed inaspettata.

Mi auguro che in futuro quei giornali più propensi allo scandalo si accertino preventivamente dell’autenticità di quanto scrivono, prima che venga meno quel diritto fondamentale per il quale chi è indagato dovrebbe essere tutelato dal silenzio fino alla formalizzazione delle accuse in sede di richiesta di rinvio a giudizio, o quanto meno dalla sobrietà nella comunicazione da parte di chi esercita il diritto-dovere di cronaca.

Ora che la verità è emersa, che la giustizia ha svolto il proprio compito, questa archiviazione diventa una “non notizia”, forse anche per nascondere le falsità raccontate prima, e soltanto alcuni media con brevi trafiletti ne hanno dato conto. La vicenda quindi si chiude in un assordante silenzio. Ma con mia grande amarezza e di tutte le persone che mi sono vicine; in particolare i miei affetti familiari che in un “giro di valzer” hanno visto vanificati tutti i sacrifici di una vita di lavoro; i miei colleghi che sono rimasti per tutto questo tempo con lo sconcerto dell'accaduto ed il seme del dubbio ormai innescato; ed infine tutti coloro che avevano creduto in me e che nel tempo ovviamente si sono persi per la strada della rassegnazione. Tutti noi non siamo più gli stessi, è un eccessivo fardello che pesa enormemente ed il danno subito dovrà essere superato con altro dolore. Le ferite dovranno rimarginarsi...

Di tutto ciò questa volta vorrei io farvi partecipi affinché si conoscano fino in fondo le conseguenze della leggerezza con cui troppo spesso si dà una notizia e quanto questo paese abbia bisogno di informazione seria e corretta.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

FONTE: Logo sito Degiorgi

 

Russia-Libia-Italia

Portaerei russa

L'Italia ha ricevuto da Trump la “benedizione” per essere protagonista in Libia: spetta infatti al nostro paese la leadership sul dossier Libia.

Quanto ribadito nell'imminenza del G7 di Taormina si inserisce però in un quadro internazionale caratterizzato dal fatto che i Russi sono tornati nel Mediterraneo. E non certo per andarsene. Prima la riconquista della Crimea, storico passaggio verso i mari caldi, poi l'intervento in Siria, la riattivazione della base navale di Tartus, la costruzione della base aerea di Humaymim segnano il grande ritorno dei Russi sul nostro mare.

Ai tempi dell'Urss in Mediterraneo c'erano 50 navi e diversi sottomarini nucleari. Oggi i Russi si presentano in un'altra veste finalizzata al controllo marittimo ed alla proiezione di forza a terra (power projection ashore). Il ritorno della portaerei Kutzenotov che in futuro sarà affiancata da due grandi portaerei da 70.000 tonnellate è uno degli esempi di questo nuovo scenario.

D'altronde il Mediterraneo è da sempre la porta di ingresso che conduce dall'Oriente in Europa e la cerniera con l'Africa. Tutte aree di grande valore strategico ed economico, basti pensare ai grandi giacimenti di gas naturale tra Egitto, Israele e Cripro, a quelli probabilmente presenti nel basso adriatico.

Alla Marina Russa non possono bastare le basi presenti in Siria per ottenere un ruolo dominante nel Mediterraneo e così è stata individuata nella Libia la collocazione ideale per una base dall'alto valore strategico, probabilmente situata a Derna: i buoni fondali, la vicinanza all'Egitto, il dominio sulla Sirte con i relativi terminali petroliferi la rendono ideale con l'ulteriore vantaggio di essere in mano all'Isis, ulteriore piatto d'argento per Putin. Paese ricco di gas, poco popolato, suddiviso in tre aree distinte, la Libia è priva di un governo centrale e senza un custode occidentale di riferimento.

La Russia, per rafforzare la sua influenza nell'area, è riuscita ad opporsi alle richieste italiane avanzate all'Onu di poter operare in acque territoriali libiche per contrastare le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani. Sempre i Russi avevano già ostacolato il passaggio alla fase di addestramento e tutela a favore della Marina-Guardia Costiera libica previsto dall'operazione Eu Sophia a guida italiana. Allo stesso tempo la Russia sta mettendo in piedi anche una serie di accordi commerciali, fondamentali dal punto di vista strategico, come quello con la National Oil Corporation, la principale compagnia libica.

L'Italia quindi rischia di perdere la sua libertà di azione in Libia, nonostante le dichiarazioni di Trump. Ecco perché diventa fondamentale la creazione di un governo libico solido, anche per la gestione dei flussi migratori diretti in Italia. Al momento, di fatto, appare inevitabile trattare con i Russi. Diventa dunque facilmente comprensibile l'atteggiamento espansivo di Gentiloni nei confronti di Putin, da lui definito un player fondamentale per la questione libica.

Oggi, dobbiamo prendere atto, anche dopo gli esiti del G7 di Taormina, che il nostro Paese dovrà afforntare da solo la questione dei migranti e più in generale la tutela dei nostri interessi nel Mediterraneo, pagando la non definizione di una strategia marittima ad ampio respiro. Dall'estate 2016 le nostre navi sono state ritirate anche dal Mediterraneo centrale dove operavano costantemente 5 unità di superficie.

Il Ministero della Difesa sembra non avere purtroppo la consapevolezza del destino marittimo dell'Italia continuando sulla linea di riduzione della flotta, tagliando i fondi per le attività in mare come mai accaduto prima nella storia post bellica. Bisognerebbe invece rafforzare il rapporto con la Marina Tripolina anche con operazioni coordinate nelle acque litoranee-costiere con l'apertura di ospedali, la gestione congiunta di campi profughi, l'attivazione di corridoi umanitari sotto la nostra supervisione.

La nostra flotta andrebbe utilizzata nelle sue più ampie modalità d’impiego sia in chiave di “hard power” che di “soft power". La sicurezza del Mediterraneo e la sua economia sono e saranno la nostra principale sfida e risorsa.

FONTE: Logo sito Degiorgi

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