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Dopo le Età della Pietra, del Bronzo e del Ferro: l'Età della Plastica

L'inquinamento da plastica è ufficialmente entrato nella stratificazione fossile: i frammenti di questo materiale nei sedimenti oceanici sono raddoppiati ogni 15 anni, dal secondo dopoguerra ad oggi.

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Inquinamento da plastica su una spiaggia del Pacifico. Mari e oceani: dove si accumula lo strato di plastica 

Il 12 settembre è la Giornata mondiale senza sacchetti di plastica, un'occasione per riflettere sulla non necessità delle buste di plastica monouso nei supermercati, sostituibili con borse riutilizzabili. Questa ricorrenza è stata istituita nel 2009 dalla Marine Conservation Society, un'organizzazione no-profit che vigila sulla salute degli ecosistemi marini: sono proprio gli oceani a ricordarci che, nella lotta contro l'inquinamento da plastica, siamo indietro anni luce.

 AMARA CONFERMA. Un nuovo studio su un campione di sedimenti oceanici appena pubblicato su Science Advances rivela infatti che dagli anni '40 del Novecento ad oggi, la concentrazione di residui di plastica nel pavimento oceanico è raddoppiata ogni 15 anni: la crescita delle quantità di fibre e frammenti rispecchia fedelmente la diffusione dei materiali plastici degli ultimi 70 anni.

Secondo gli scienziati della Scripps Institution of Oceanography dell'Università della California di San Diego, che hanno guidato la ricerca, dopo le Età del Bronzo e del Ferro siamo entrati nell'Età della Plastica. La presenza di plastica nei sedimenti marini potrebbe essere usata dai geologi del futuro per datare l'inizio dell'Antropocene, secondo alcuni una nuova era geologica, caratterizzata da profonde trasformazioni ecosistemiche prodotte dall'uomo.

InquinamentoTUTTA "OPERA" NOSTRA. Lo studio, l'analisi più dettagliata mai compiuta sulla presenza di plastica nei sedimenti marini presenti e passati, ha esaminato le annuali stratificazioni in un campione prelevato oltre un chilometro e mezzo al largo della costa di Santa Barbara, in California.

Il bacino si trova non lontano da un'area abitata da 4 milioni di persone (Los Angeles) ma è allo stesso tempo povero di ossigeno per l'andamento locale delle correnti: non ci sono animali che possano scavare nei sedimenti e alterarne la composizione.

Il campione è lungo 36 centimetri e comprende i sedimenti stratificati sul fondale oceanico dal 1834 al 2009. È stato estratto nel 2010 ma non c'è il rischio che, nel frattempo, il nostro inquinamento da plastica sia diminuito (anzi). L'aumento di particelle di plastica è parso esponenziale, e strettamente legato alla diffusione del materiale e all'aumento di popolazione nella California meridionale. Nel più recente degli strati analizzati, la concentrazione di plastica era di 40 particelle all'anno per ogni "quadrato" di sedimenti oceanici di 10x10 cm per lato. 

Plastica: ecco chi inquina il Mediterraneo

Plastica sacchettiDAI VESTITI. La maggior parte dei residui trovati, due terzi delle particelle, è costituita da fibre di plastica dei materiali sintetici usati nell'abbigliamento: una conferma del fatto che manca, al momento, un sistema di filtraggio adeguato di questi residui, che attraverso le acque reflue finiscono direttamente in mare. Un quinto dei frammenti di plastica nei sedimenti oceanici era composto da particelle di altri materiali plastici degradati; la pellicola di plastica era all'origine di un decimo dei residui.

UNA RELAZIONE TOSSICA. Quella osservata dagli scienziati è una "firma" molto chiara. La prova che la plastica è finita nei sedimenti praticamente da subito, nei primi anni della sua diffusione globale (dal 1945 in poi: ma in misura minore si usava anche prima). «Il nostro amore per la plastica è rimasto nei residui fossili» ha detto Jennifer Brandon, prima autrice dello studio. Non sappiamo che effetto abbia sugli organismi che popolano i fondali, come i molluschi, né sul corpo umano che di quegli stessi organismi si nutre: si pensa che attraverso cibo e acqua, introduciamo nell'organismo 50 mila particelle di plastica all'anno.  

 

 

FONTE: Logo Focus 

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Rev Ocean, la più grande nave per pulire gli oceani dalla plastica è italiana. E sta per salpare

L'imbarcazione di Fincantieri possiede tutte le tecnologie più evolute nel campo dell’esplorazione e dell’attività ambientale

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Di Giulio Cavalli

C’è una nave italiana che si prepara a solcare gli oceani per combattere la plastica che li infesta. La Rev Ocean è nata da Fincantieri ed è senza dubbio il più importante laboratorio tecnologico galleggiante dedicato al salvataggio degli ecosistemi marini dalla plastica e da altre forme di inquinamento.

Lunga 183 metri (è la più grande nave di questo tipo mai concepita e costruita), l’imbarcazione possiede tutte le tecnologie più evolute nel campo dell’esplorazione e dell’attività ambientale. Può rimanere in acqua (in qualsiasi parte del mondo e in qualsiasi condizione atmosferica) per 114 giorni in completa autonomia. Un sistema inceneritore ad alta tecnologia permette l’eliminazione della plastica senza produrre gas nocivi e recuperando il calore prodotto. I motori hanno un pacco di batterie per navigare in elettrico durante le missioni di ricerca con un sistema di recupero dell’energia e tutta l’illuminazione è a Led per ridurre il consumo di energia.

La prima missione sarà al largo di Accra, capitale del Ghana: “La metà della plastica in Ghana finisce in discarica insieme ad altri rifiuti. L’altra metà finisce per le strade, sulle spiagge e in natura”, ha dichiarato Nina Jensen, Ceo di Rev Ocean. Nella capitale del Ghana vengono prodotte ogni anno 270.000 tonnellate di rifiuti di plastica che non finiscono in nessun ciclo dei rifiuti. L’inefficienza dei servizi igienico sanitari della capitale costa circa l’1,6 per cento del Pil nazionale (per quasi 290 milioni di dollari all’anno) e provando a utilizzare un approccio di economica circolare il progetto prevede anche la creazione di posti di lavoro.

Nel caso in cui la missione in Ghana si concluda con successo, l’obiettivo della Fondazione Rev Ocean sarà quello di esportare il modello di intervento in altre città in cui il problema della plastica soffoca l’economia e lo sviluppo delle comunità. La Fondazione di propone anche di istituire una banca dati aperta per consentire l’analisi dei dati degli oceani.

Guarire l’oceano con i dati” è il titolo del progetto con cui si vuole superare l’annoso problema della mancanza della conoscenza nella ricerca marina. Una prima versione della piattaforma era già stata presentata a San Francisco lo scorso settembre. È un’iniziativa singola (e privata) ma la speranza, cocciuta, è sempre quella che la questione ambientale diventi una priorità dei media, dei governi e delle persone. E questo è sicuramente un passo.

FONTE: Logo TPINEWS

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Riemerge il mitico relitto della Terror, quasi intatto

Terror

Potrebbe svelare i dettagli che portarono alla tragica morte dei 129 marinai salpati nel 1845 dalla Gran Bretagna, per cercare il passaggio a Nord-Ovest

L'Artico canadese lo inghiottì nel 1845. Ora, a distanza di 170 anni, il relitto della Terror, una della navi incaricata di cercare il passaggio a Nord-Ovest, al suo interno, è ancora intatto.

Le immagini inedite

Per sette giorni, gli spazi interni della nave sono stati esplorati in modo sistematico per la prima volta, dal team di archeologia subacquea di Parks Canada, che ha condotto 48 immersioni con il Rov (robot sommergibile telecomandato), riuscendo ad esplorare ben 20 tra cabine e compartimenti del relitto. Secondo quanto riferiscono i ricercatori, dalle esplorazioni sono state ricavate immagini chiare di oltre il 90% del ponte inferiore, dove erano sistemati gli alloggi dell'equipaggio.

Ora, il video inedito del "mitico relitto", che documenta dettagliatamente gli interni, compresi di vasellame e altri oggetti della vita quotidiana, conservati in ottime condizioni, potrebbe aiutare gli studiosi a trovare indizi che spieghino la fine misteriosa della nave.

La storia del relitto

La Terror, una delle due navi dell'esploratore John Franklin, salpò dalla Gran Bretagna nel 1845, diretta a cercare il collegamento tra Atlantico e Pacifico. A bordo delle due navi c'erano in tutto 129 marinai che, sorpresi dal freddo, rimasero bloccati tra i ghiacciai per un anno e mezzo, prima di morire di fame e freddo. I due mezzi erano equipaggiati per affrontare i ghiacciai, con le più avanzate tecnologie dell'epoca: scafo ricoperto di ferro e macchinari a vapore, oltre alle numerose provviste che avrebbero consentito ai marinai di passare fino a 3 anni nell'Artico. In base alle prime ricerche, già effettuate nel 1859 e basate su un messaggio ritrovato sull'isola King William, l'esploratore e altri 23 membri dell'equipaggio morirono l'11 giugno 1847, in circostanze ignote. Gli altri 105 marinai, invece, decisero di percorrere a piedi sul ghiaccio la distanza che li separava dalla terra, ma nessuno di loro arrivo mai a destinazione.

La prima nave era stata trovata nel 2014 e, due anni dopo, venne rinvenuta anche la Terror, situata a 24 metri di profondità, al largo dell'isola King William. La storia delle due navi è al centro della serie televisiva The Terror, che ripercorre proprio la tragedia dei marinai intrappolati tra i ghiacciai.

Le buone condizioni di conservazione del relitto potranno, forse, svelare parte del mistero della Terror. L'anno prossimo, infatti, i ricercatori esploreranno un'area della nave dove erano presenti documenti e strumenti scientifici, con la speranza di trovare qualcosa di utile a ricostruire la vicenda.

"Esplorandola abbiamo avuto l'impressione di una nave abbandonata di recente dal suo equipaggio, in modo frettoloso, con le finestre del tetto non coperte, l'ancora sollevata e l'elica presente", ha raccontato Ryan Harris, direttore del progetto archeologico, come riporta Agi.

 FONTE: Logo IlGiornale

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Il Faro di Torre Canne compie 90 anni

L’ evento per festeggiare la ricorrenza sarà presentato in conferenza stampa

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FASANO90 anni di attività sono un bel traguardo per il faro di Torre Canne e per festeggiare la ricorrenza sono in programma alcune iniziative che vedono coinvolte amministrazione comunale, istituzioni, associazioni, residenti e villeggianti nella marina fasanese. Le celebrazioni si svolgeranno il prossimo 12 settembre.

Una conferenza stampa di presentazione dell’evento denominato  “La lanterna di Canne“, si svolgerà giovedì 5  settembre  alle ore 11.00 nei pressi del faro di Torre Canne. Sarà presente il sindaco, Francesco Zaccaria, gli assessori Cinzia Caroli e  Giuseppe Galeota e  i rappresentanti delle associazioni che organizzano l’evento accanto all’amministrazione comunale.

Il faro di Torre Canne fu costruito a partire dal 1927 ed entrò in funzione due anni dopo. Dotato di un’ottica fissa, emette luce intermittente ogni 10 secondi. Strutturalmente, è una torre ottagonale alta 35 metri, larga 7 metri alla base e 4 all’estremità superiore. Dopo i lavori di rigenerazione urbana della località balneare è stata realizzata la Piazza del Faro, luogo di incontro e di ritrovo per turisti e residenti. La struttura militare, simbolo di Torre Canne, è divenuta anche elemento di attrazione turistica e culturale. I locali al piano terra ospitano la sede di alcune istituzioni e l’infopoint turistico.

«Intento di questa amministrazione – dichiara il sindaco Zaccaria –  è quello di rendere sempre più il faro e la sua piazza punto di riferimento per la vita sociale e culturale di Torre Canne».

FONTE: logogofasano300

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Scoperta eccezionale nel Mar Baltico: ritrovato il relitto meglio conservato dell’epoca di Colombo

Situato a 120 metri di profondità, il suo scafo appare al 99% delle condizioni originarie

relitto Mar Baltico Okant Skepp 3 CopiaUna straordinaria scoperta archeologica è stata fatta nelle fredde acque del Mar Baltico tra la Svezia e l’Estonia, a circa 150 km a sud est di Stoccolma e a 120 metri di profondità: un’imbarcazione di 16 metri. Si tratta del relitto meglio conservato mai ritrovato del periodo di Cristoforo Colombo e Vasco de Gama, databile infatti agli anni a cavallo fra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500.

Incredibilmente, a causa molto probabilmente della bassa temperatura dell’acqua, del basso contenuto di sale e della scarsità di ossigeno (che limitano la presenza delle teredini e dei microrganismi che si cibano del legno), lo scafo appare al 99% delle condizioni originarie, con l’albero ancora al suo posto.

Una piccola imbarcazione, che doveva fungere da tender, è ancora fissata sul ponte, vicino all’albero, così come l’argano e due piccoli cannoni girevoli. Sono addirittura ancora visibili la pompa di sentina ed elementi del sartiame, così come il bompresso e alcune decorazioni della poppa. Rimane poco, invece, del castello di poppa, praticamente distrutto. Questo particolare, unito al fatto che i cannoni appaiono pronti al fuoco, fa pensare che la nave sia affondata durante qualche sconosciuto evento bellico.

Probabilmente si trattava dell’imbarcazione di un ricco mercante danese o svedese, affondata durante la guerra di indipendenza della Svezia (1521-1523) o, al più tardi, durante la guerra Russo-Svedese (1554-1557). Malgrado la costruzione sia ovviamente nordeuropea, le sue linee e il periodo storico da cui proviene hanno chiaramente ricordato agli archeologi le imbarcazioni più piccole della flotta di Colombo, la “Nina” e la “Pinta”, che affiancarono la più grande “Santa Maria”.

La scoperta aiuterà fortemente gli studi riguardanti la marineria dell’epoca. Questi studi vengono portati avanti da un team internazionale di ricercatori, sotto la guida del dr. Rodrigo Pacheco-Ruiz, archeologo marino che lavora per una società di ricerche oceaniche svedese, la MMT, in collaborazione con l’Università di Southampton e il Maritime Archaeology Research Institute della Södertörn University in Svezia.

“Questa imbarcazione -ha dichiarato il dr. Pacheco-Ruiz durante un’intervista- data all’Età delle Grandi Scoperte Europee e possiede un incredibile livello di preservazione. Dopo 5 secoli passati sul fondo del mare, è quasi come fosse affondata ieri. È davvero una visione stupefacente”.

Negli ultimi giorni, la notizia è rimbalzata sui siti scientifici di mezzo mondo ma ha avuto anche l’onore di finire sull’Independent e sul Daily Mail in Inghilterra e sul New York Times dall’altra parte dell’Atlantico. Si è anche cercato di dare un nome alla nave ma, durante quel periodo, la maggior parte delle imbarcazioni non ne possedeva uno, per cui è stata chiamata “Okant Skepp“, “nave sconosciuta” in svedese.

In realtà, la scoperta di un’anomalia sul fondo del mare era stata fatta nel 2009 dalla Swedish Maritime Administration tramite un side-scan sonar ma è solo ora che è risultato chiaro il valore della stessa, dopo che la MMT, incaricata della posa di una conduttura di gas naturale nell’area, ha indagato in maniera più approfondita. Dalla nave “Stril Explorer” sono stati mandati infatti dei ROV (remoted operated vehicles), che hanno fatto delle fotografie ad alta risoluzione e in 3D: il risultato è stato straordinario.

La nave non ha l’importanza storica del “Mars” (nave da guerra affondata nel 1564) oppure del “Vasa” (affondato durante il varo nel 1628) ma è decisamente più antica ed assolutamente ben conservata. Si tratta, quindi, di un grande successo, nato dalla collaborazione tra scienziati ed industria privata. La MMT è stata fondata dal biologo marino Oleg Oskarsson nel 1976 con l’intento di creare una società di lavori ma anche di ricerche subacquee che portasse avanti operazioni geofisiche, archeologiche e idrografiche, operative sotto la superficie del mare e anche legate all’ambiente. Quanti tesori in fondo al mare e quanta bellezza e storia ancora da scoprire.

Paolo Ponga

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FONTE: Logo Ligurianautica

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