Recensione: Matapan di Massimo Alfano

Dal sito Ocean4future mi fa piacere condividere la recensione sul libro dell'amico Massimo Alfano a cura di Gian Carlo Poddighe

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È  disponibile in libreria e on line il libro di Massimo Alfano che chiude il ciclo del ricordo iniziato con il webinar dell’anno scorso organizzato dall’ANMI per commemorare l’80^anniversario della tragedia dello scontro di Matapan (sempre reperibile on line). Un’analisi che  non indugia e non si appiattisce sui sofismi di alcuni storici e pseudo storici che dal dopoguerra ad oggi si sono soffermati e si soffermano sugli aspetti tattici dello scontro e sul “cigno nero”, molto assolutorio, del radar, disponibile sulle navi inglesi ma non su quelle italiane. I protagonisti non sono le navi, né i momenti tattici, ma gli uomini, sia quelli che con le loro capacità e valori, pur in un evento tragico, gettarono le basi del futuro della marina militare italiana, sia quelli che con la loro tracotanza e  mancanza di etica, prevalsero sui primi e per anni cercarono di nascondere la realtà dei fatti.

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Si tratta di un libro che in forma impeccabile recupera proprio i valori di quelle figure che per decenni sono state messe in ombra dai battages autoassolutori dei veri responsabili di quell’immane tragedia, che non fu la disfatta di una formazione navale, ma l’”abiura”, da parte di pochi, di quell’etica che è il vero capitale della nostra Marina militare. Ampliando quello che l’Autore, Massimo Alfano, anticipa nelle stesse “alette” della copertina, Matapan fu il baratro più profondo in cui la Regia Marina italiana venne gettata dai propri stessi vertici durante il secondo conflitto mondiale.

La decisione di compiere una missione in assenza di una finalità strategica, senza aver messo a fuoco le condizioni di rischio a cui sarebbe stato esposto il nucleo più importante delle Forze Navali, di fatto creando le premesse di un insuccesso.  Forse mai come in quella circostanza, l’etica del comando si piegò davanti alle esigenze della politica e le scelte operate dal Comandante Superiore in mare trasformarono i danni previsti prima della partenza in una sconfitta di enorme portata.

Gli Incrociatori della I Divisione Navale verso Gaudo Matapan

Non si trattò di una battaglia né di un agguato né tanto meno di una sorpresa, ma del sacrificio di una intera Divisione all’arroganza del comando.  Certo non è stato scritto tutto su Matapan, né in passato sono stati esaminati gli atteggiamenti psicologici del principale attore protagonista di questa tragedia. Matapan mise in evidenza tutti i limiti dei mezzi e l’arretratezza delle dottrine. Supermarina aveva gettato un guanto di sfida alla Mediterranean Fleet svolgendo un’azione dimostrativa in acque nemiche per rendere noto al mondo che il dominio britannico del Mediterraneo orientale poteva essere insidiato. L’esito confermò il pieno controllo inglese di quelle acque togliendo alla Regia Marina italianaogni possibilità di tentare successivamente operazioni di quel genere. Si rese palese, anche dal punto di vista navale, quanto la visione dell’Italia come grande potenza fosse in realtà una pericolosa illusione.

L’inadeguatezza dei mezzi, nota agli Ufficiali, che si era pienamente manifestata nello scontro di Gaudo, si unì all’inadeguatezza della dottrina per il combattimento notturno. Non fu la sfortuna a determinare il disastro, né la tanto propagandata perfidia del nemico; non fu neppure la presenza di un nuovo strumento, il radar, che ebbe invece un ruolo marginale nello svolgersi di quel drammatico scontro. Si erano confrontate una Marina che poteva andare per mare con una che sapeva stare in mare e combattere sempre e in qualunque condizione.

Non ultima, la modesta, tardiva e non organizzata azione di salvataggio dei naufraghi è forse la parte più cupa di quanto avvenne in quei giorni. L’assenza di un fattivo interesse per la sorte degli uomini che avevano eseguito gli ordini, sapendo di andare incontro alla propria probabile distruzione, travalicò il concetto di spendibilità del materiale umano entrando nell’ambito dell’incuria. Certamente testimoni scomodi, come dimostrò l’isolamento a cui furono sottoposti i pochi superstiti.Così, mentre il Comandante della Squadra navale veniva accolto dal caldo abbraccio dello Stato Maggiore e godeva della “comprensione” dei vertici politici, centinaia e centinaia di uomini morivano, giorno dopo giorno, nel gelido abbraccio del Mediterraneo di marzo.

Matapan, tuttavia, rivelò che la forza della Marina risiedeva nella dedizione dei suoi uomini, il patrimonio principale di cui disponeva la Regia Marina che risiedeva nel profondo senso del dovere che permeava la maggioranza degli ufficiali, sottufficiali e comuni. La notte del 28 marzo 1941 e i giorni seguenti ne misero in evidenza due aspetti fondamentali: l’immediato tentativo di reazione all’attacco nemico, pur trovandosi in condizioni disperate, e la tenacia posta nel resistere all’abbandonarsi al sonno della morte, confidando, sempre, nell’arrivo di unità di salvataggio. Matapan non segnò il tramonto di una grande Marina ma il punto di un inizio remoto che avrebbe portato, attraverso grandi cambiamenti e ulteriori drammi, a una nuova bandiera, un nuovo pensiero navale e alla realizzazione di una vera Marina. A Matapan furono tutti vittime ed eroi, troppo colpevolmente dimenticati per le sterili e pretestuose polemiche dei primi decenni del dopoguerra, ma sono coloro che hanno consegnato  i valori che sono propri della nuova Marina italiana, quella che si può definire una Grande Marina al di là dei numeri. Occorre voltare pagine riguardo ad un tema diventato centrale, quasi unico, delle operazioni navali italiane nella 2^ GM, dimenticandosi della ricorrente citazione assolutoria e benedicente della “… la fortuna che non arrise agli eroi” (eroi tanti, ma forse non sempre quelli indicati come tali e decorati).

In sintesi, Matapan non fu fondamentalmente uno scontro bellico tra due avversari ma uno scontro epocale ed etico all’interno della Regia Marina italiana. Da allora tutto è cambiato, in male ed in bene, tra Matapan e l’8 settembre è nata ed è maturata la Marina militare che oggi conosciamo, condividiamo ed onoriamo. Per sensibilizzazione e motivazione dei giovani e di chi si rivolge alle materie navali, è comunque necessario analizzare ed identificare responsabilità in ogni fase e solo per evitare (o cercare di evitare) la ripetizione di errori e comportamenti.

Giancarlo Poddighe

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Autore: Massimo Alfano – Titolo: Matapan il Caso e la Colpa: Dalla grande Marina alla vera Marina.
Pathos editore. 361 pagine 25 euro.
Per ottenere il volume firmato con dedica è possibile ordinarlo direttamente all’autore scrivendo a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. senza costi di spedizione. Il libro è comunque disponibile nelle principali librerie e più diffusamente on line su tutti i circuiti, compresi Amazon Feltrinelli e Mondadori.Il riferimento facebook dell’Autore è il seguente: https://www.facebook.com/massimo.alfano.31?locale=it_IT

Alcune delle foto presenti in questo blog possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore o rimuoverle, può scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo

Ufficiale del Genio Navale della Marina Militare Italiana in congedo, nei suoi anni di servizio è stato destinato a bordo di unità di superficie, con diversi tipi di apparato motore, Diesel, Vapore, TAG. Transitato all’industria nazionale ha svolto incarichi di responsabilità per le costruzioni della prima legge navale diventando promotore delle Mostre Navali Italiane. Ha occupato posizioni dirigenziali sia nel settore impiantistico che delle grandi opere e dell’industria automobilistica, occupandosi della diversificazione produttiva e dei progetti di decarbonizzazione, con il passaggio alle motorizzazioni GNV.
E’ stato membro dei CdA di alcune importanti JV internazionali nei settori metallurgico, infrastrutturale ed automotive ed è stato chiamato a far parte di commissioni specialistiche da parte di organismi internazionali, tra cui rilevanti quelle in materia di disaster management. Giornalista iscritto all’OdG nazionale dal 1982, ha collaborato con periodici e quotidiani, ed è stato direttore responsabile di quotidiani ricoprendo incarichi di vertice in società editoriali. Membro di alcuni Think Tank geopolitici, collabora con quotidiani soprattutto per corrispondenze all’estero, pubblica on line su testate del settore marittimo e navale italiane ed internazionali. Non ultimo ha pubblicato una serie di pregevoli saggi sull’evoluzione tecnologica e militare sino alla 2^ Guerra Mondiale, in particolare della Regia Marina, pubblicati da Academia.edu.

 

 

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La Fanteria di Marina compie 163 anni

La Fanteria di Marina compie 163 anni

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25 marzo 2024 Rocco Castorina - Alessandro Lentini

Da 163 anni la Brigata Marina San Marco rappresenta un fondamentale elemento capacitivo della Marina Militare, in grado di assolvere innumerevoli e diversificati compiti: dal supporto alle operazioni di interdizione marittima alle operazioni anfibie con una proiezione di forze sul mare e dal mare verso terra, dalla difesa delle basi, all’alta rappresentanza per la Forza Armata.
Il 21 marzo ricorre l’anniversario della sua fondazione, anno 1861, come “Real Marina” per la difesa di porti e arsenali navali e per dotare le navi da guerra di “compagnie da sbarco”.
Oggigiorno la Brigata Marina è un essenziale tassello della Squadra Navale, impegnata nel Mediterraneo Allargato dall’Artico al Mar Rosso, dall’oceano Atlantico al Pacifico, passando dall’estremo sud America dove tra qualche giorno transiterà nave Vespucci.
A partire dal primo gennaio 2024 sono, infatti, in media oltre 400 i fucilieri della Brigata impegnati giornalmente in attività operativa o addestrativa lontani dalla sede di Brindisi: dalle operazioni Mediterraneo Sicuro e Gabinia (nazionali), alle missioni europee Irini, Atalanta e Aspides (EU), dalle operazioni NATO Brilliant e Noble Shield, all’addestramento del Littoral Expeditionaty Group in Norvegia, per citarne solo alcune. Ma la Brigata è impegnata anche in alcune missioni internazionali a terra, come la BMIS a Gibuti, la Task Force 153 in Bahrein, la KFOR a Pristina, la MFO in Sinai, EUTM in Somalia e Mibil in Libano.
Un impegno per la Brigata Marina San Marco a 360° in tutte le attività di rilievo, nazionali e internazionali, della Marina e della Difesa, sempre al servizio della Nazione, da oltre 163 anni, per mare, per terram!
Approfondimenti storici
La storia e le tradizioni dei Fanti di Marina affondano le proprie radici in epoche molto antiche, tanto da identificare come precursori i “milites classiarii” della flotta romana.
Nel 1713 Vittorio Amedeo II costituisce il Reggimento “La Marina” attingendo dai marinai in forza alla squadra navale. Si fa risalire l’origine dei moderni Fucilieri di Marina al corpo di fanteria “Real Marina”, costituito il 21 marzo 1861, per la difesa di porti e arsenali navali e per dotare le navi da guerra di “compagnie da sbarco”.
A quattro giorni dalla proclamazione del Regno d’Italia, infatti, per volere del primo ministro Camillo Benso conte di Cavour, fu sottoposto al re Vittorio Emanuele II di Savoia il decreto, con il quale si illustrava l’opportunità di istituire un Corpo Speciale denominato “Fanteria Real Marina”: i compiti principali riguardavano gli abbordaggi in mare e la difesa delle installazioni marittime in terra. Nel 1878, la Real Marina venne sciolta ma rimasero operativi quei marinai formati ed abili all’impiego del moschetto che si addestravano autonomamente a bordo delle navi su cui erano in forza.
Nel corso degli anni la Fanteria di Marina è stata sempre sottoposta a rimodulazioni, in termini di impiego, organico e sedi e oggi, a distanza di 163 anni, la Brigata Marina San Marco, ha la sua sede a Brindisi dove trovano spazio anche le unità anfibie San Marco, San Giorgio e San Giusto.

FONTE: NOTIZIARIO DELLA MARINA MILITARE ON LINE

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Il 76/62 un'arma di successo

Dal sito Difesaonline un approfondimento sul cannone 76/62 a cura di Andrea Mucedola

7662otomelara(di Andrea Mucedola)

21/03/24 

Dopo la seconda guerra mondiale, con l’adesione alla NATO, l’Italia ricevette gran parte dei suoi armamenti dagli Stati Uniti sotto forma di un “programma di assistenza militare diretta” (MDAP). Ciò includeva due cacciatorpediniere del tipo Benson / Livermoore che vennero ribattezzati Aviere ed Artigliere (risalenti agli anni ’40), tre fregate che costituirono la classe Aldebaran (Aldebaran, Altair, Andromeda) ed altre unità che vennero proficuamente utilizzate per l’attività di squadra e fornirono un valido contributo per la progettazione delle successive unità di costruzione nazionale.

Nello stesso tempo, nel 1950, si procedette al recupero e trasformazione di due incrociatori leggeri della classe Capitani Romani, il ‘Pompeo Magno‘ e il ‘Giulio Germanico‘ che erano stati auto-affondati dai tedeschi.

Le due vecchie unità, trasformate in cacciatorpediniere, vennero ribattezzate rispettivamente San Giorgio (foto seguente) e San Marco entrando in servizio tra il 1955 e il 1956. I sistemi d’arma di queste unità vennero aggiornati alle nuove esigenze operative per contrastare minacce aeree e missilistiche sempre più veloci e letali.

sangiorgioIn origine, per quanto riguarda le artiglierie, le navi militari italiane erano equipaggiate per la maggior parte con armamenti navali di fabbricazione statunitense, tra cui il cannone USN da 5 pollici (127/38) e il Bofors 40 mm/L60.

Si trattava di armi che, secondo lo stato maggiore della Marina italiana dell’epoca, non erano adeguate alle esigenze reali in quanto: il 127 mm era considerato troppo pesante per essere impiegato da unità tutto sommato minori, mentre al contrario il 40 mm/L60 era troppo leggero per essere utilizzato sulle corvette previste dal piano di ammodernamento.

Nell’ambito dello stato maggiore della Marina nacque così un requisito operativo per lo sviluppo di un cannone di medio calibro da impiegarsi contro bersagli di superficie e aerei, basato sugli studi della marina statunitense su un’arma da 3 pollici (76,2 mm), ritenuto un buon compromesso tra i due calibri citati. Fu dato quindi l’incarico all’azienda italiana OTO Melara di La Spezia di realizzare, con la collaborazione della Marina militare italiana, un nuovo armamento che sarebbe stato primario sulle navi da guerra minori (corvette) o secondario sulle navi da guerra maggiori come fregate e cacciatorpediniere.

7662otromelara1Il primo prototipo realizzato fu un cannone binato, il 76 mm/L62 SMP3 (“Stabilimenti Meccanici di Pozzuoli – cannone da 3 pollici”) Sovrapposto (così chiamato perché le due canne erano posizionate una sopra l’altra invece che affiancate) come con la maggior parte delle torrette dei cannoni navali. La sperimentazione effettuata sulla classe Centauro fu insoddisfacente e, nel 1958, l’OTO Melara iniziò a lavorare su una versione a canna singola il cui primo esemplare fu consegnato nel 1961 per le sperimentazioni in mare.

Nel 1962 il primo 76/62 MMI Allargato fu consegnato alla Marina Militare Italiana per essere montato sulle fregate classe Carlo Bergamini. Nei cinque anni successivi la OTO-Melara ne produsse complessivamente 84 che vennero imbarcati su tutte le navi da guerra italiane che avevano in precedenza il 76mm/L62 SMP3 Sovrapposto. Il 76/62 MMI è ancora in servizio sui pattugliatori classe Cassiopea.

Il 76/62 MMI

Sperando di non commettere troppe imprecisioni descriverò brevemente quest’arma che chi servì nella Marina Militare italiana dalla fine degli anni ’70, ricorderà con una certa nostalgia. Il cannone era ospitato in una torretta a tenuta stagna che proteggeva anche da piccole schegge di proiettili e alloggiava un operatore eventualmente necessario per dirigere localmente il cannone in base ai dati forniti dal sistema di controllo del fuoco della nave. La rotazione del cannone era effettuata tramite un sistema idraulico-elettrico, con backup manuale.

Le munizioni erano immagazzinate in un caricatore sotto la torretta, da cui i colpi venivano portati agli elevatori e poi in culatta per sparare. I bossoli esauriti venivano espulsi all’esterno della torretta (e venivano raccolti da una rete per riutilizzarne il materiale). Il peso totale della torretta e del caricatore era di ben 12 tonnellate ed il cannone aveva una cadenza di fuoco tra 10 a 60 colpi al minuto.

7662otomelara2Alla fine degli anni ’60, il 76/62 MMI fu sostituito dall’OTO-Melara 76mm Compact (76/62 C), in grado di sparare 85 colpi al minuto; un cannone che per compattezza e prestazioni ebbe un grande successo a livello internazionale, anche grazie al suo peso minore rispetto al precedente.

Il compatto a sua volta si evolse verso il 76/62 SR e il 76/62 Strales e fu acquistato da oltre 60 marine internazionali.

Il 76/62 SR

Attualmente in servizio su molte navi combattenti, il Super Rapido può sparare 120 colpi al minuto impiegando diversi tipi di munizionamento. Fu introdotto negli anni ’80 e installato sulle unità della Marina fino alla classe Orizzonte, anche come sistema di difesa di punto.

Ben presto la marina italiana preferì il Super Rapido migliorato con sistema Strales e munizioni DART nel ruolo di difesa antimissile in quanto in grado di contrastare sia diversi missili subsonici (fino a 8.000 metri di distanza), sia bersagli aerei e di superficie.

È installato sulle Fregate Europee Multi-Missione (FREMM): due per unità nella versione Antisommergibile ed uno nella versione General Purpose.

La sua versione detta Sovraponte (“over deck”), più compatta e circa il 30–40% più leggera del Super Rapido standard, non richiede la penetrazione del ponte sottostante per l’installazione, potendo ospitare al suo interno 76 colpi pronti al fuoco (sia con o senza sistema Strales).

La versione Sovraponte (foto seguente) è stata installata per la prima volta sul Pattugliatore Polivalente d’Altura (PPA) classe Thaon di Revel della Marina Militare Italiana, al di sopra del tetto dell’hangar elicotteri.

7662oto nuovoIl munizionamento che fa la differenza

Tra i tipi di munizionamento voglio ricordare:

Standard HE: peso 6.296 kg, munizionamento standard con portata massima 16 km, effettiva 8 km (10 km contro bersagli aerei a 85°)

PFF: proiettile antimissile, con spoletta di prossimità e sfere di tungsteno incorporate nel guscio per un effetto di frammentazione ben definito

SAPOM: 6,35 kg (0,46 kg HE), portata 16 km (SAPOMER: 20 km) proiettile perforante con semi-armatura contro bersagli navali e terrestri sulla costa

DART: proiettile guidato contro bersagli aerei e missilistici

Mini-VULCANO: proiettile guidato con gittata massima intorno ai 40 km (una versione più piccola dello stesso munizionamento impiegato dal sistema VULCANO dei nuovi cannoni da 127 mm imbarcati sulle FREMM General Purpose e sui PPA)

In particolare, per quanto riguarda gli ultimi due (munizionamento guidato), furono ideati negli anni’80; la prima munizione di questo tipo fu la CCS (Course Corrected Shell), detta anche ‘CORRETTO‘, frutto di un programma congiunto dell’OTO e della British Aerospace che iniziò nel 1985 per realizzare un proiettile dotato di piccoli razzi per deviare la sua traiettoria attraverso comandi radio inviati dalla nave. Il sistema si rivelò troppo complesso e inaffidabile e l’OTO Melara studiò un nuovo sistema chiamato DAVIDE (solo per il mercato italiano) e, in seguito, la versione STRALES per l’esportazione.

La munizione guidata fu chiamata DART (Driven Ammunition Reduced Time of flight): in parole semplici, il suo proiettile viene guidato con dei radiocomandi fino al bersaglio e possiede una spoletta di prossimità per l’ingaggio a basso livello (fino a 2 metri sopra la superficie del mare, cosa che lo rende interessante anche contro bersagli navali di limitate dimensioni) e con una velocità di 1.200 m/s (può arrivare ad una portata di 5 km in soli 5 secondi con manovre fino a 40 G).

Il proiettile DART è composto da due parti: quella anteriore è libera di ruotare e ha due piccole ali “canard” per il controllo del volo, mentre quella poppiera ospita la testata da 2,5 kg, sei ali fisse e i ricevitori radio. Questo tipo di munizioni sono state testate sin dal 2014 raggiungendo una notevole maturità e affidabilità.

(Si ringraziano l’amm. ris. Fernando Cerutti e l’amm. ris. Giuseppe Manca per la consulenza)

Foto: web

(articolo originariamente pubblicato su https://www.ocean4future.org)

FONTE:DIFESAONLINE

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Il Polo della subacquea decolla. Via ai primi quattro bandi per progetti di ricerca

A quasi quattro mesi dall’inaugurazione , gettate le basi del disegno che dovrà indirizzare gli sforzi

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Roma, 27 marzo 2024 – Quattro bandi di ricerca attraverso i quali sviluppare nuove tecnologie e conquistare quel dominio dell’underwater auspicato proprio alla Spezia lo scorso dicembre dal ministro della Difesa Guido Crosetto, e diventato ben presto centrale anche nelle strategia dei colossi dell’industria nazionale.

A quasi quattro mesi dall’inaugurazione, comincia a muovere i primi passi il Polo nazionale della dimensione subacquea, situato all’interno del Cssn, il centro di supporto e sperimentazione navale della Marina militare. La prima riunione romana del Comitato di direzione strategica del Pns – uno degli organi principali del polo – ha permesso di gettare le basi e formulare i programmi attraverso i quali indirizzare i primi sforzi. La pubblicazione dei primi quattro bandi di ricerca tecnico scientifica è attesa a giorni, e sarà di fatto il primo atto formale con cui il Pns si aprirà al mondo della ricerca e delle grandi aziende per sviluppare studi e nuove tecnologie.

"La pubblicazione di questi bandi, prevista nei prossimi giorni, rappresenta la migliore dimostrazione della volontà comune di perseguire immediatamente la missione del Pns: promuovere la sovranità tecnologica e la competitività dell’industria nazionale nel settore subacqueo", spiega in una nota la Marina militare, primo attore di una sinergia che ha visto seduti al tavolo del Comitato di direzione strategica, lo scorso 18 marzo, di rappresentanti interministeriali della Difesa, dell’Università e della Ricerca, nonché del ministero delle Imprese e del Made in Italy, rappresentanti di Difesa Servizi (la società in house del ministero della Difesa), della federazione delle aziende Italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza, nonchè delegati della Conferenza dei rettori e della Consulta dei presidenti dei centri di ricerca.La riunione, presieduta dal sottocapo di Stato maggiore della Marina, l’ammiraglio di squadra Giuseppe Berutti Bergotto, ha visto "una convergenza unanime sui contenuti dei documenti fondamentali per il funzionamento del Polo e, soprattutto, sui primi quattro bandi di ricerca tecnico-scientifica" spiega ancora la Marina. Di certo, la realizzazione del Polo ha smosso notevolmente l’interesse dell’industria italiana. basti pensare agli ultimi memorandum of understanding nel dominio della subacquea firmati da Fincantieri e Leonardo, e dalla stessa Fincantieri con Saipem.

FONTE:LA NAZIONE

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Il misterioso caso del sottomarino russo Losharik

Articolo davvero interessante dal sito Ocean4future

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Il 1° luglio del 2019 il sottomarino russo “da ricerca” AS 12 ebbe un grave incidente durante il quale perirono almeno 14 membri dell’equipaggio tra cui il comandante nelle gelide acque artiche. Un evento segreto e misterioso, ancora strettamente custodito negli archivi della flotta russa.

Un evento segreto per la natura della sua missione e misterioso perché, di fatto, non furono mai chiarite le circostanze dell’incidente e soprattutto la non usuale presenza a bordo di diversi ufficiali militari di alto rango. Secondo il ministero della Difesa russa, le vittime morirono a causa dei fumi tossici generati da un incendio scoppiato a bordo di un generico “sottomarino per la ricerca scientifica d’altura” impegnato a mappare i fondali marini artici. In particolare, la dichiarazione del Ministero della Difesa russo, rilasciata dal servizio di notizie statale TASS, affermò che 14 marinai erano morti in acque territoriali russe a causa dell’inalazione di prodotti della combustione a bordo di un sommergibile di ricerca designato per studiare “il fondo del mare nell’interesse della Marina russa”. L’incendio, secondo la nota, scoppiò durante “(l’esecuzione di) misurazioni batimetriche ma fu poi estinto grazie al “sacrificio personale” dell’equipaggio. Il presidente Vladimir Putin riferì ai media che sette dei morti erano capitani di prima classe (un grado equivalente a capitano di vascello nella marina militare italiana) di cui due ricevettero la medaglia di Eroi.

Ipotizzando sulle circostanze, la presenza di tanti ufficiali di tale livello non è usuale e potrebbe essere giustificata solo dall’esecuzione di test di nuove apparecchiature e armi, non certo per una semplice campagna idrografica per effettuare misure batimetriche. Dopo l’incendio, il battello subacqueo ritornò alla base militare di Olenya Guba, nella penisola di Kola al di sopra del Circolo Polare Artico, la stessa base del sottomarino Kursk, che affondò nel Mare di Barents nell’agosto 2000 a seguito dell’esplosione ipotetica di un siluro, uccidendo tutti i 118 membri dell’equipaggio.

immagine satellitare Kola AS 12

Immagine satellitare della base speciale nella penisola
di Kola (circa 69°12’58″N, 33°22’42″E) dove il Losharik
è tenuto al riparo sotto un capannone (A). Un vecchio
sottomarino classe Uniform, ma ancora operativo, è spesso
ormeggiato davanti all’hangar (B). Fonte: HI Sutton

Una possibile se non certa identificazione

Sebbene l’identità del battello subacqueo fosse ancora sconosciuta, gli analisti militari ritennero che potesse trattarsi del misterioso “Losharik“, un minisottomarino spia a propulsione nucleare, designato AS 12, in grado di operare a profondità fino a 6000 m, ovvero dieci volte quella dichiarata di un normale sottomarino. Tale tesi fu in seguito confermata dai media russi che affermarono che il sottomarino era proprio l’AS 12 “Losharik”, utilizzato dalla marina russa per “non chiare” operazioni speciali.

Ma di che operazioni si potrebbe occupare?

Durante la guerra fredda furono studiati sistemi subacquei per sabotare, o più semplicemente intercettare ai fini di ascolto, i cavi di comunicazione subacquei. Nella Marina Russa queste azioni sarebbero condotte da minisommergibili come il Paltus  o il Losharink, dotati di manipolatori con bracci meccanici in grado di bypassare o distruggere condotte sottomarine, non necessariamente con esplosivi. Un sommergibile di limitate dimensioni avrebbe infatti consentito un avvicinamento silenzioso occulto con la possibilità di utilizzare mezzi filoguidati o droni per effettuare operazioni di sabotaggio mirate alle condutture. Per incrementare il loro raggio di azione i minisottomarini sarebbero trasportati sotto lo scafo di sottomarini nucleari classe Delta III, adattati in compiti di trasporto.

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Sebbene ricerche in tal senso furono probabilmente condotte da tutte le marine militari con interessi globali, il sottomarino Losharik ha una storia decisamente particolare. Sviluppato concettualmente nel lontano 1988, non fu varato fino all’agosto 2003 a causa dei problemi finanziari legati al crollo dell’Unione Sovietica. Il sottomarino fu designato ufficialmente come [sottomarino] per ricerca, salvataggio e operazioni militari speciali e assegnato alla Direzione Principale della Ricerca in acque profondeГлавное управление глубоководных исследований (GUGI), che fa capo al Ministero della Difesa russo, il cui impiego è piuttosto diversificato, occupandosi di diverse attività:
– ricerche oceanografiche abissali;
– ricerca e salvataggio di sommergibili in pericolo;
– monitoraggio dell’Oceano a livello mondiale;
– collaudo di apparecchiature di emergenza;
– conduzione di ricerche mediche sulla fisiologia delle immersioni e scientifiche.
In pratica un pot pourri di importanti e delicati settori della ricerca navale della marina russa di cui si sa ben poco.

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La nave da ricerca oceanografica “Yantar” è la nave
guida del progetto 22010, creato dagli specialisti
del Central Marine Design Bureau di Almaz. Il dislocamento
della nave è di 5.200 tonnellate cu una lunghezza di 108,
1 metri ed una larghezza 17,2 metri. Con una velocità
massima di circa 15 nodi possiede due eliche a passo
fisso (VFSH) e quattro DG per 1600 kW ciascuno – fonte Topwar

Supportato nelle operazioni in mare dalla nave di ricerca “Yantar” (progetto 22010 “Cruys“), nel 2019, il GUGI ha ricevuto nel tempo altre due navi per “condurre lavori subacquei”: l'”Almaz” (anch’essa appartenente al progetto 22010) e la nave del progetto 02670 Evgeny Gorigledzhan. Tutte queste navi possono operare indipendentemente e sono dotate di mezzi subacquei per operare in acque profonde. Alla componente navale del GUGI si affiancano alcuni sottomarini e sommergibili inquadrati nella 29a brigata di sottomarini della Flotta del Nord, tra cui il BS-136 “Orenburg” (sottomarino nucleare speciale del progetto 09786) che fa parte della Flotta del Nord, designato come piattaforma di trasporto subacqueo dell’AS-12 “Losharik”, in grado di lanciare l’altrettanto misterioso drone/siluro Poseidon.

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Oltre al BS 136 Orenburg si sono aggiunti altri due sottomarini da trasporto:
– BS-64 “Podmoskovye” (in servizio dal 2016 nella Flotta del Nord), ricostruito dal progetto 667BDRM “Dolphin”;
K-329 “Belgorod” (in servizio dal 2022, Flotta del Pacifico), originariamente progetto 949A “Antey” e poi completato secondo il progetto 09852.

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K-329 “Belgorod”, Flotta del Pacifico

Si ritiene che in un prossimo futuro si aggiungerà il sottomarino nucleare Khabarovsk (progetto 09851), diventando il terzo vettore conosciuto dei veicoli Losharik e Poseidon (ne potrà portare ben sei).

La cosa è curiosa perché sia il Khabarovsk che il Belgorod furono ideati come sottomarini di attacco per dare la caccia ai sottomarini nemici. Per arrivare rapidamente nelle zone di operazioni furono appositamente dotati di reattori e turbine super efficienti (secondo fonti della Marina russa, i sottomarini Khabarovsk e Belgorod sono circa un quarto più veloci dei loro “compagni di classe” della flotta).

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il sottomarino nucleare Khabarovsk è in grado di lanciare sei droni poseidon – foto ministero della Difesa russa

Torniamo al Losharik

Premesso quanto sopra, parliamo del minisottomarino nucleare Losharik. Innanzitutto, quel nome curioso, che richiama alla memoria un personaggio dei cartoni animati, deriva da un cavallo giocattolo composto da piccole sfere. L’architettura del sottomarino, come vedremo, richiama in qualche modo quella struttura. Il sottomarino viene rilasciato da un sottomarino madre nei pressi della zona di operazione e in seguito può operare indipendentemente.

sutton covert shores losharik

Secondo Covert Shores, lo scafo a pressione del sottomarino è infatti formato da sette elementi sferici di titanio interconnessi; sebbene questo limiti lo spazio per alloggi e attrezzature, questo garantisce una maggiore resistenza strutturale, permettendo al piccolo sottomarino nucleare di operare a profondità decisamente profonde. Anche se la sua profondità di operazione massima non è dichiarata, gli analisti ritengono che abbia operato oltre i 2.500 metri di profondità nell’Oceano Artico nel 2012 ma potrebbe scendere a quote ancora più basse. Il suo impiego operativo attuale non è noto ma potrebbe essere in grado di effettuare missioni covert di intelligence e di sabotaggio. Di questi tempi potremmo sentirne parlare presto.

Andrea Mucedola

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Ammiraglio della Marina Militare Italiana (riserva), è laureato in Scienze Marittime della Difesa presso l’Università di Pisa ed in Scienze Politiche cum laude all’Università di Trieste. Analista di Maritime Security, collabora con numerosi Centri di studi e analisi geopolitici italiani ed internazionali. È docente di cartografia e geodesia applicata ai rilievi in mare presso l’I.S.S.D.. Nel 2019, ha ricevuto il Tridente d’oro dell’Accademia delle Scienze e Tecniche Subacquee per la divulgazione della cultura del mare. Fa parte del Comitato scientifico della Fondazione Atlantide e della Scuola internazionale Subacquei scientifici (ISSD – AIOSS).

News Marina Militare,, Il misterioso caso del sottomarino russo Losharik

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Nave Vespucci verso la sfida più grande della sua storia

Il comandante Lai all'ANSA, "la prima volta del passaggio a sud"

Vespucci terrafuoco

Non è solo una missione fondamentale per la promozione del sistema Italia quella che affronta la nave scuola Amerigo Vespucci con il suo tour mondiale iniziato il primo luglio del 2023 dal porto di Genova, ma forse anche la prova più impegnativa mai affrontata in in 93 anni di servizio in quanto alla navigazione pura. Lo afferma il comandante del Vespucci, Giuseppe Lai, in un'intervista all'ANSA prima di lasciare il porto di Buenos Aires - da dove la nave mancava da 72 anni - per affrontare la seconda parte del suo World Tour.  "E' un viaggio ambizioso e una sfida anche dal punto di vista nautico" afferma Lai.Il Vespucci lascia oggi le placide acque del Rio de la Plata per cimentarsi infatti in un periplo inedito nella sua storia che lo vedrà puntare l'insidioso Atlantico del Sud fino a Tierra del Fuego, per poi risalire la costa orientale americana che affaccia sul Pacifico. "Quando venne il Vespucci a Buenos Aires nel 1952 tornò indietro, non proseguì verso la Terra del Fuoco, quindi si tratta della prima volta che passa a Sud del continente americano", rivela Lai.  La seconda parte del giro del mondo porterà la nave scuola ad approdare tra gli altri nei porti di Acapulco, Los Angeles, Tokyo, Darwin, Singapore, Mumbai, Doha, Abu Dhabi e Jeddah.

FONTE:ANSA

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