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Beirut per me

Un articolo a firma dell'Ammiraglio Giuseppe De Giorgi che ha tutta la mia approvazione. A voi le valutazioni ...

(di Giuseppe De Giorgi)

10/08/20 

Beirut1Dall’oblò del mio camerino entrava il fresco del mattino e il profumo della macchia mediterranea. Una gioia per lo spirito oltre che per i polmoni, rispetto all’odore di gasolio che ci avvolgeva sempre e che non sentivamo quasi più. Chi è stato sulle navi a caldaie lo ricorda anche troppo bene. Era il tempo della guerra civile in Libano. L’Italia era intervenuta dopo il massacro di palestinesi dei campi di Sabra e Shatila (Settembre 1982) in coordinamento con USA e Francia. Eravamo stati tempestivi e giocavamo un ruolo importante. Gli italiani erano rispettati e benvoluti dalla gente.

A terra, alla testa del contingente italiano c’era il generale Angioni. La Marina aveva schierato il battaglione San Marco del comandante Sambo, al completo. In mare avevamo un incrociatore (Doria) due cacciatorpediniere lanciamissili e fregate classe Lupo. Le nostre navi proteggevano il contingente con le loro artiglierie e i missili antiaerei. Il gruppo navale italiano aveva anche 6 elicotteri armati, per il pattugliamento e il supporto supporto logistico a terra. Io ero il capo servizio volo del Doria (foto) e della divisione navale. Atterravo spesso nel porto, vicino a una postazione dei carabinieri del Tuscania. 100 uomini, comandati dal capitano Von Pauli. Frequenti anche le missioni alla base del San Marco a sud dell’aeroporto. 

Beirut2La missione più pericolosa era il collegamento logistico con il porto. Volavamo bassi, molto bassi, soprattutto in fase di avvicinamento alla piazzola, schermandoci con la diga foranea, poi eseguivamo un arresto rapido e lo mettevamo a terra on fretta, con un piccolo strisciato, leggeri sui pattini; un atterraggio senza “hover” per non alzare polverone e guadagnare tempo. Atterravamo il più vicino possibile ai container del Tuscania per proteggerci dai cecchini che sparavano dalla collina. Il rischio maggiore era al decollo. Fu in uno di quei decolli, prima di accostare verso il mare che mi hanno sparato contro con un cannoncino antiaereo. Ma questa è un’altra storia.

Beirut dal mare era bellissima. Finché non ti avvicinavi.

Progressivamente si distinguevano i fori dei proiettili, i palazzi sventrati, le macerie, i rottami delle macchine incendiate.

Avevo avuto la fortuna di accompagnare l’ammiraglio Ruggiero (il comandante della prima divisione navale) in alcune delle sue visite a terra. In una di queste attraversammo, con la scorta del San Marco, la famigerata linea verde che separava Beirut fra le fazioni in lotta. L’odore della macchia mediterranea non si sentiva più. Sporcizia e macerie ovunque; bambini che salutavano, miliziani con il Kalashnikov, uomini della Legione Straniera di pattuglia, i nostri fucilieri di Marina, con il colpo in canna, che non abbassavano mai lo sguardo. Improvvisamente partiva qualche raffica in una strada vicina. I civili sparivano in un lampo, per ricomparire poco dopo, come se nulla fosse successo. Riapparivano le donne con le borse della spesa. Gli scugnizzi riprendevano a giocare a pallone.

Beirut3Innamorarsi del Libano fu inevitabile. Alla fine, partimmo.

Imbarcammo il contingente italiano in rientro per l’Italia su alcune navi anfibie e su mercantili. L’Italia era stata tempestiva ed efficace in Libano. Eravamo intervenuti in una parte del Mediterraneo strategica per il mantenimento della stabilità e la tutela dei nostri interessi nazionali.

I nostri uomini si erano comportati bene e la popolazione gli mostrava affetto e riconoscenza mentre lasciavano le postazioni per dirigere al porto di Beirut, verso banchine molto vicine a quelle sparite nell’esplosione del deposito di nitrato di ammonio.

Per l’occasione, al nostro gruppo navale si era aggiunto l’incrociatore Vittorio Veneto, bellissimo e imponente. La vista del convoglio era solenne. Procedeva verso ovest in linea di fila dietro al Vittorio Veneto, con le altre navi di scorta in schermo. Con mio sommo piacere, mi fu ordinato di organizzare un passaggio di elicotteri in formazione sulle navi, come saluto al contingente appena imbarcato. Dalle navi i soldati e i marinai ci salutavano agitando i berretti.

Di poppa, nella scia, Beirut ormai rossa per il tramonto, diventava sempre più piccola.

Beirut4Era il 20 febbraio del 1984. Non sarei tornato a Beirut per altri vent’anni. 22 per l’esattezza. Questa volta tornai come comandante della Task Force 425 e comandante interforze dell’Operazione Leonte. Avevamo sbarcato 1000 uomini per rinforzare le truppe dell’ONU sul confine con Israele, ma soprattutto eravamo riusciti a ottenere l’eliminazione del blocco aereo e navale, imposto da Israele al Libano, nell’ambito della guerra contro gli Hezbollah.

Anche questa volta l’Italia era stata tempestiva ed efficace, contribuendo in modo determinante a consolidare la tregua fra Israeliani e la potente fazione degli Hezbollah. Fu grazie alla ripresa dei collegamenti aerei e soprattutto marittimi, se la popolazione libanese poté ricominciare a vivere, dopo essere stata stremata dalla mancanza dei beni fondamentali, scongiurando al tempo stesso il rischio di sanguinose rivolte.

Grazie all’Italia e alla sua Marina, ritornava la normalità. Il nostro governo aveva deciso rapidamente e si era mosso con decisione, battendo sul tempo la potenza tradizionalmente di riferimento per il Libano, la Francia.

Sotto la guida dell’ammiraglio Di Paola (all’epoca capo di stato maggiore della Difesa) avevamo assunto la leadership militare in quei difficili frangenti (v.articolo). L’Italia mostrava di essere consapevole del proprio ruolo e della sua gerarchia nella comunità internazionale. Noi marinai facemmo il resto e nuovamente fummo al centro dell’attenzione dei libanesi, nuovamente a Beirut nel suo grande porto, ancora una volta vicino al magazzino da cui, il 4 agosto alle 18, si è sprigionato l’inferno di fuoco.

Beirut5Sul ponte della portaerei Garibaldi, la gratitudine dei libanesi fu espressa ai massimi livelli dall’allora primo ministro Siniora al presidente del consiglio italiano Prodi, al ministro della difesa Parisi: “… il blocco navale israeliano aveva tolto ossigeno al popolo libanese, l’Italia ci ha consentito di respirare di nuovo, Grazie Italia, Grazie Presidente Prodi, Grazie marinai italiani…” . era l’11 Ottobre 2006.

Sarebbe stato giusto e naturale vedere le nostre navi di nuovo nelle acque di Beirut, sbarcare aiuti e dare sostegno al popolo libanese. Invece, sono nei porti italiani. Ferme in attesa di decisioni che non arrivano. Poi sarà tardi. Troppo tardi per essere rilevanti.

Come in Libia del resto, siamo venuti meno al nostro ruolo e abbiamo lasciato soli i nostri alleati e amici Mediterranei nel momento del bisogno, ormai incapaci di essere all’altezza della situazione, sempre più indifferenti all’interesse nazionale.

Foto: Marina Militare / web / U.S. Air Force

FONTE: Logo difesaonline

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La Preghiera del Marinaio compie 118 anni

Storia di una tradizione che da oltre cento anni accompagna gli uomini e le donne della Marina

Preghiera

di Osvaldo Marchese

Tutto nacque dall'idea che anche gli equipaggi delle navi da combattimento dovessero avere una propria preghiera; un rito solenne al quale affidarsi e dove accrescere il loro senso di appartenenza.
Fede e amor di Patria. Sono questi gli elementi alla base della Preghiera del Marinaio, giunta lo scorso 23 febbraio al suo 118° anniversario.
Simbolo di una delle tradizioni più pure della Marina, da oltre un secolo i suoi versi sostengono lo spirito e la coesione dei nostri equipaggi, ovunque essi si trovino.
A comporre i suoi versi fu lo scrittore e poeta vicentino Antonio Fogazzaro nel 1901, sollecitato dal vescovo di Cremona, monsignor Geremia Bonomelli. Tuttavia, secondo quanto è possibile ricostruire dai documenti a disposizione dell'Ufficio Storico della Marina, l'impulso venne dall'allora comandante in seconda del Garibaldi, capitano di fregata Gregorio Ronca, fervente cattolico.
A lui si deve la volontà di istituire un atto di devozione che sposasse, attraverso la sacralità delle sue parole, il sentimento religioso con quello patriottico.
Pervaso da questo pensiero il comandante Ronca si rivolse ad una nobildonna livornese sua conoscente, la marchesa Eleonora Pallavicini, la quale a sua volta interpellò monsignor Bonomelli, cui stava al cuore lo spirito religioso dei marinai.
Fu così che l'anno precedente, a Genova, il Comitato delle dame genovesi offrì la Bandiera di combattimento al Giuseppe Garibaldi, nelle mani del comandante, capitano di vascello Cesare Agnelli. In tale occasione il comitato fece anche dono di un labaro in seta bianca sul quale la marchesa Pallavicini aveva fatto ricamare la Preghiera Vespertina per gli equipaggi della Regia Marina da guerra. Vista l'intensa carica patriottica e di fede espressa nei versi, nel marzo del 1902 il comandante chiese e ottenne dall'allora ministro della Marina, ammiraglio Costantino Morin , l'autorizzazione a recitarla in navigazione prima dell'ammaina bandiera, con l'equipaggio schierato a poppa.
Da allora tale consuetudine si diffuse rapidamente su tutte le navi della flotta, tanto che pochi anni più tardi la preghiera vespertina era già comunemente conosciuta tra ufficiali e marinai come “Preghiera del marinaio”, rendendone obbligatoria la lettura a bordo.
Una tradizione giunta intatta fino a noi, tanto che oggi nessuno può dirsi marinaio se almeno una volta durante il proprio servizio in armi sul mare non abbia ascoltato o recitato la “Preghiera del Marinaio”.
Oltre a connotare i momenti che precedono l'ammaina bandiera durante la navigazione, la Preghiera del Marinaio trova spazio anche al termine delle messe a bordo, nei presidi della Marina e al termine delle funzioni religiose celebrate in suffragio di marinai deceduti, declinando attraverso i suoi sacri versi i valori di Patria e Onore sui quali si fonda l'intera Forza Armata.

FONTE: Logo Notiziario online

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Marò, lo sfogo di Latorre: “Ancora una volta umiliato come uomo e militare”

Le dichiarazioni alla vigilia dell’udienza davanti alla Corte suprema indiana di oggi. Alla base del disappunto alcuni vincoli come la firma in caserma.

Ansa Maro

I fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone a New Delhi in una foto del febbraio del 2014

Alla base del disappunto di Latorre, alcuni vincoli sempre più difficili da sopportare. Come la firma, oggi, in caserma. «Essendo un militare e avendo dato la mia parola, nuovamente eseguirò gli ordini, ma mi chiedo: per quanto altro tempo bisognerà sopportare queste gratuite ingiustizie?».

Ma per il governo la situazione è in via di definizione e si tratta di «passi necessari» chiesti dal tribunale arbitrale. Lo stesso che, lo scorso 2 luglio, aveva appunto accolto la tesi dell'Italia, stabilendo che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, per l’incidente del febbraio 2012 in cui morirono due pescatori indiani, devono essere processati in patria. Il tribunale internazionale dell'Aja ha ricordato che i due marò erano funzionari dello Stato italiano, impegnati nell'esercizio delle loro funzioni, e pertanto immuni dalla giustizia straniera. Ma non è ancora finita. Come dimostra l’obbligo di queste ore, per Latorre, di recarsi ancora una volta dai carabinieri, come lui stesso spiega, «per apporre la firma sul registro e lo stesso sarà inviato alle autorità indiane, attestando di fatto di essere ancora sotto la loro giurisdizione. Nonostante la Corte ha sancito l’illegittimità delle pretese dell’India e delle misure da essa adottate ordinandone decadenza immediata, restano di fatto in vigore questa e tutte le altre restrizioni».

Tutto scritto sul suo profilo Facebook, a cui ha affidato un commento su questa vicenda giudiziaria lunghissima. Fa sapere di essersi «rivolto alla parte politica per chiedere indicazioni sulla linea da tenere e stanco del silenzio e delle assenze, da parte di chi ha divulgato questa sentenza come una vittoria assoluta». Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, lo scorso 2 luglio, aveva parlato di «un punto definitivo alla lunga agonia», ricordando gli anni di lunghe battaglie, il lavoro nelle sedi giudiziarie e l’impegno diplomatico.

Ma a mettere forse un punto fermo potrebbe essere determinante l’udienza di oggi di India e Italia, in corso in queste ore e già fissata da tempo davanti alla Corte Suprema indiana per dare esecuzione della sentenza del Tribunale arbitrale «obbligatoria e vincolante per entrambe le parti». Il ministero dell Difesa fa sapere che si procederà quindi «alla rimozione dei precedenti vincoli imposti alla libertà dei fucilieri dalla Corte Suprema». L’udienza per il governo costituisce «il passo necessario richiesto dal Tribunale arbitrale per la cessazione definitiva della giurisdizione penale su Massimilano Latorre e Salvatore Girone. Ciò sulla base della evidente considerazione per cui sono in concreto le Corti indiane a dover cessare l’esercizio della giurisdizione penale, e non i governi».

A quel punto, sarà l’Italia a riavviare il procedimento penale, all’epoca dei fatti aperto dalla Procura di Roma. Era il 15 febbraio del 2012: Latorre e Girone erano in servizio a bordo del mercantile Enrica Lexie. Per loro l’accusa di aver ucciso due pescatori, forse scambiati per pirati, al largo della costa del Kerala. Ma loro si sono sempre proclamati innocenti. Un periodo di carcere, poi la libertà su cauzione, qualche permesso di pochi giorni per riabbracciare i loro cari in Italia sino a quell’ictus che, nel 2014, fa ottenere a Latorre il rientro in Italia da parte delle autorità indiane. Il rimpatrio per Girone arriverà soltanto due anni dopo e per ragioni umanitarie.

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Difesa elettronica, Fincantieri vince gara per la fornitura di emulatore di seeker EO/IR

Il programma avrà una durata complessiva di circa 30 mesi

INSIS

Insis, società del Gruppo Fincantieri, si è aggiudicata la gara europea a mezzo procedura ristretta per la fornitura di un emulatore di seeker EO/IR programmabile per la verifica dell’efficacia delle contromisure dei sistemi di Difesa Elettronica. La fornitura, richiesta dal Ministero della Difesa – Segretariato Generale della Difesa e Direzione Nazionale degli Armamenti (SGD-DNA) – Direzione degli Armamenti Navali (NAVARM) – 3° Reparto Sistema di Combattimento – 8^ Divisione – Sistemi ed Armi di Superficie – prevede la progettazione e sviluppo di un sistema di ausilio alla verifica e validazione delle tecniche di contrasto a minacce missilistiche a guida elettro-ottica/infra-rosso (EO/IR), rappresentate da contromisure quali flares e sistemi DIRCM combinate con manovre evasive attuabili dalle unità della Marina Militare Italiana.

Il sistema, costituito da una componente hardware multi-sensore girostabilizzata trasportabile a bordo delle unità navali o nei poligoni ed una componente software sviluppata ad hoc per l’emulazione di tecniche di ingaggio e tracking tipiche di seeker missilistici di varia natura, permetterà di valutare uno scenario nel quale una minaccia missilistica, precipuamente emulata dal sistema in oggetto, viene rivolta nei confronti di una unità navale sotto test. Il sistema sarà altresì predisposto per l’ausilio alla verifica e validazione delle tecniche di contrasto missilistico di mezzi aerei dotati di autoprotezione. Il programma avrà una durata complessiva di circa 30 mesi e terminerà con l’esecuzione di campagne di test sul campo effettuate in collaborazione con il Centro di Supporto e Sperimentazione Navale di Livorno (CSSN-ITE) della Marina Militare Italiana.

FONTE: Logo vocetigullio

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A Mariscuola Taranto si laureano 161 Marescialli

Una tappa fondamentale nel percorso formativo dei Marescialli di Marina

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3 agosto 2020 Paolo Pucci

Giovedì 30 luglio 2020, nella storica Piazza d’Armi della Scuola Sottufficiali di Taranto, il Magnifico Rettore dell’Università degli Studi Aldo Moro di Bari, Prof. Stefano Bronzinisi ha proclamato le lauree in Scienze e Gestione delle Attività Marittime e in Informatica e Comunicazione Digitale per 161 sottufficiali della Marina Militare.

Il titolo accademico è stato conferito, con la presenza del Comandante delle Scuole della Marina Militare, Ammiraglio di Squadra Enrico Credendino, a 27 marescialli appartenenti al 20° Corso Normale, a 134 marescialli del 17° Corso Complementare e a una studentessa civile.

Il corso di laurea triennale in Scienze e Gestione delle Attività Marittime, della classe di laurea di “Scienze e Tecnologie della Navigazione”, si svolge presso l’istituto di formazione militare, ed è frequentato dai marescialli del corso normale totalmente in modalità residenziale, quest’anno fino all’insorgere dell’emergenza sanitaria, mentre i marescialli del corso complementare, per proprio iter di formazione, seguono le lezioni universitarie “in presenza” i primi tre semestri, proseguendo quindi la formazione a distanza. Al corso di laurea in Scienze e Gestione delle Attività Marittime sono iscritti anche studenti civili, che frequentano le lezioni presso la Scuola Sottufficiali.

Il corso triennale in Informatica e Comunicazione Digitale si svolge invece “in presenza” presso la sede del Dipartimento di Informatica di Taranto e vi partecipano i frequentatori dei corsi normali marescialli appartenenti alla specialità Tecnici dei Sistemi di Combattimento/Operatori Elaborazione Automatica Dati (TSC/Ead). Anche questo corso, con l’insorgere dell’emergenza sanitaria, si è concluso a distanza.

La Scuola Sottufficiali della Marina Militare di Taranto ha reagito alla sfida imposta dall’emergenza sanitaria affrontando il nuovo scenario che ha interessato la formazione militare sfruttando la propria piattaforma per la didattica a distanza Dione, erogando, in modalità e-learning, i corsi a favore degli allievi e frequentatori militari e civili, in piena sinergia con l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro per l’erogazione a distanza anche delle discipline universitarie.

 

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FONTE: Logo DifesaMarina

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