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Gli ostacoli verso l’ampliamento della Marina Usa

Ostacoli Marina usa

Paolo Mauri

Lo studio per la forza navale del futuro è stato formulato per l’ufficio del segretario alla Difesa dal Cape (Cost Assessment and Program Evaluation), l’ufficio di valutazione dei programmi e dei relativi costi del Pentagono, e dal think tank Hudson Institute. Il programma di acquisizione mostra che l’U.S. Navy si sta muovendo verso una forza più leggera con molte più navi ma meno portaerei e grandi unità di superficie; al contrario, la flotta includerà più unità minori, veicoli di superficie e subacquei senza pilota oltre a una componente di supporto logistico più ampliata.

 I due enti incaricati dal segretario alla Difesa Mark Esper di progettare come dovrebbe essere la futura Marina militare Usa, suggeriscono una flotta forte di 480/534 navi, tenendo conto delle piattaforme con e senza equipaggio. Un numero che rappresenta un aumento di almeno il 35% delle rispetto all’attuale obiettivo fissato in 355 unità con equipaggio da schierare entro il 2030.

Questi studi risalgono ad aprile del 2020 e si prefiggono di raggiungere l’obiettivo entro il 2045. Sappiamo, sempre grazie a Defense News, che da allora sono stati valutati anche attraverso simulazioni di guerra, e sono stati incorporati, almeno in parte, nel Future Naval Force Study della Marina. Questo nuovo piano di riforma strutturale delle forze doveva inizialmente essere completato lo scorso anno, ma è stato ripetutamente rinviato e l’emergenza Covid19 ha contribuito a ritardarne l’assunzione. Attualmente, il progetto è di utilizzare questo studio per istruire il prossimo piano di costruzione navale, che sarà messo a bilancio per l’anno fiscale 2022 quindi reso noto nel periodo di febbraio/marzo 2021.

Un occhio di riguardo sarà dato alle portaerei. La proposta dell’Hudson Institute, infatti, include anche la costruzione quattro portaerei leggere più piccole oltre alle restanti più grandi della classe Nimitz e Ford, ma il piano, così come quello precedente che fissava in 355 le unità per la flotta, richiede una riduzione delle unità più grandi a nove unità, sebbene l’U.S. Navy abbia sempre cercato di avere 12 portaerei attive nel suo registro.

Il Cape raccomandava anche un totale di 80/90 grandi unità di superficie, una categoria che attualmente include i cacciatorpediniere della classe Arleigh Burke e gli incrociatori della classe Ticonderoga, mentre l’istituto Hudson ritiene opportuno ridurre il numero di questo tipo di navi. Arleigh Burke e Ticonderoga insieme ammontano a 89 nell’attuale flotta statunitense. Si è anche pensato ad una futura grande unità di superficie, che potrebbe sostituire entrambi i tipi, ma l’U.S. Navy deve ancora formulare i requisiti di base per questa nave.

Sempre l’ufficio costi e programmi del Pentagono, prevede circa 70 unità minori di superficie, mentre il think tank propone di ridurle a sole 56. Al momento, le due classi di Littoral Combat Ships (Lcs) della Marina sono le uniche navi utilizzate in questa categoria. In ultima analisi per quanto riguarda questa tipologia di unità la Marina Usa prevede di acquistarne 38 navi tipo Freedom e Independence a fronte delle 55 originariamente previste, e alcune sono già uscite di linea.

L’U.S. Navy intende dotarsi anche di una nuova fregata, unità che manca dal servizio dal pensionamento delle Oliver Hazard Perry, col programma FFG(X) vinto da Fincantieri proprio recentemente.

Per quanto riguarda le unità subacquee, entrambi gli enti autori del rapporto concordano nella necessità di aumentarne il numero. La Marina Usa è in procinto di iniziare lo sviluppo di un nuovo sottomarino d’attacco con capacità più simili alle unità della classe Seawolf avanzata, originariamente progettate principalmente come hunter-killer, piuttosto che verso un sottomarino multiruolo come quelli della classe Virginia.

Nel documento viene richiesta la presenza in linea di un numero di navi da guerra anfibie compreso tra le 15 e le 19 unità, con il Cape che indica la necessità di 10 grandi navi d’assalto, come le classi Wasp e America. Il concetto base, infatti, è avere unità più piccole in grado di operare come una portaerei (imbarcando gli F-35B) per avere una capacità di ridondanza della proiezione del potere aereo e quindi evitare che la perdita di una superportaerei della classe Nimitz o Ford mini pesantemente le capacità della flotta. Del resto la perdita di una Wasp, o America, diventerebbe più accettabile (per costi anche umani) rispetto alla perdita di una Nimitz.

Parallelamente alle grosse unità anfibie, i piani prevedono un aumento anche del numero di quelle minori: vengono stimante tra le 20 e 26 navi leggere (Law) con la possibilità di arrivare anche a 30. Qui si nota quindi come la necessità di riforma del Corpo dei Marines, messa per iscritto dal suo comandante, sia stata recepita dall’U.S. Navy: la capacità di proiezione anfibia deve tornare a essere quella di un tempo perdendo le componenti pesanti, diventando quindi flessibile e pertanto basandosi su piccole unità o comunque su piccoli gruppi da sbarco per istituire sia nuove bolle A2/AD nel Pacifico, sia “controbolle” di contrasto a quelle cinesi.

Chiaramente anche le navi di supporto logistico e rifornitrici di squadra saranno aumentate (rispettivamente tra le 19 e le 30 e tra le 21 e 31), mentre risulta molto interessante osservare come il piano preveda una notevole quantità di naviglio sottile anche senza pilota: si prevede infatti l’acquisizione di dozzine di navi di superficie senza equipaggio (Usv) – tra cui anche “navi terminator” totalmente robotizzate – anche di grandi dimensioni (circa quelle delle corvette tradizionali) e grandi veicoli sottomarini senza pilota (Xluuv – Extra Large Unmanned Underwater Vehicle). Secondo il rapporto ci saranno tra i 65 e 87 grandi Usv e tra i 40 e 60 Xluuv.

Un piano certamente ambizioso, che è rivolto a garantirsi la superiorità marittima nei confronti della Cina entro i prossimi trent’anni. Pechino, infatti, ha intrapreso una campagna massiccia di potenziamento della sua flotta e, attualmente, è il Paese che sta sfornando più unità militari al mondo: i suoi cantieri navali hanno costruito, ad esempio, 18 unità nel 2016 e 14 l’anno successivo. Per fare un paragone negli Stati Uniti, negli stessi anni, sono state varate 5 e 8 nuove navi. Questo impressionante ritmo ha permesso alla Cina di diventare, recentemente, la nazione con la più grande Marina al mondo. Grande però, non significa potente: la Pla Navy è ancora fortemente carente nella capacità di proiezione di forza avendo solo due portaerei (una appena entrata in servizio) e ancora poche unità da assalto anfibio se paragonate a quelle in linea negli Stati Uniti.

Un piano che, però, potrebbe scontrarsi con la realtà nella sua attuazione.

Già l’obiettivo di 355 navi era considerato ambizioso. Nel 2019 il Congressional Budget Office (Cbo) aveva valutato che il piano di costruzione navale che la Marina aveva pubblicato quell’anno, che prevedeva di raggiungere le 355 unità entro il 2034, sarebbe costato circa un trilione di dollari (ovvero mille miliardi di dollari). La stessa U.S. Navy aveva inoltre riconosciuto che, dopo aver raggiunto il numero di navi desiderato, avrebbe avuto bisogno di 40 miliardi di dollari all’anno solo per il loro mantenimento e per l’impiego, cifra pari circa al 30% in più di quanto spende ogni anno in questo momento.

I bilanci per la Difesa statunitense sono in diminuzione, ed è particolarmente difficile, in generale, prevedere come potrebbe essere la capacità finanziaria in un periodo compreso da qui a 15/25 anni. Aggiungiamo che le prospettive di bilancio vengono rese ancora più incerte dalla realtà della pandemia in corso, che ha già portato a una accentuata recessione negli Stati Uniti, pertanto risulta che l’U.S. Navy ha problemi a trovare i fondi per la flotta già ora.

Secondariamente la Marina, negli ultimi anni, ha avuto difficoltà a raggiungere le aliquote di reclutamento, pertanto aumentare il numero di navi significa aumentare gli equipaggi nonostante la maggior presenza di sistemi unmanned. È stato proposto anche il progetto di ridurre la consistenza dei singoli equipaggi, ma c’è il rischio che il carico di lavoro aumenti, e pertanto possano nascere problemi di efficienza legata allo stress, o anche alla capacità addestrativa, che possono portare a incidenti in mare come quelli avvenuti recentemente che hanno coinvolto diverse unità americane.

Vengono sollevate anche problematiche legate alle capacità cantieristiche: ci si chiede infatti se le infrastrutture possano supportare non solo la costruzione di così tante unità, ma anche la loro manutenzione. A quanto sembra, infatti, cantieri navali della Marina sono in cattive condizioni: sebbene siano stati effettuati alcuni investimenti per ristrutturarli, non sono stati in grado di tenere il passo con il carico di lavoro che già hanno. Come riporta The Drive, due anni fa, il Government Accountability Office (Gao) ha valutato che l’U.S. Navy ha perso più di due decenni nella flotta dei sottomarini d’attacco a causa di ritardi nei lavori di manutenzione. Esiste anche la possibilità di un ostacolo di tipo prettamente politico, con il Congresso che potrebbe rivedere e ridimensionare i piani in itinere. Resta quindi da vedere come il piano del Cape e dell’Hudson Institute sarà messo in atto affinché la Marina statunitense possa garantirsi la supremazia globale in modo duraturo.

Fonte: Logo insedeover

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Alla Spezia il polo INPS per la Marina Militare

Operativo dal 1° Ottobre dopo la firma sul protocollo tra il presidente Tridico e l'ammiraglio Cavo Dragone. Posizione assicurativa, prestazioni pensionistiche, posizioni previdenziali e gestione creditizia dei prestiti: tutto accentrato qui.

INPS Marina

La Spezia - Il presidente dell’Inps Pasquale Tridico e il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, hanno sottoscritto un protocollo d’intesa per la costituzione del "Polo nazionale della Marina Militare" nel corso di una cerimonia tenutasi questa mattina presso la Sala dei Marmi di Palazzo Marina. L’istituzione del Polo sancisce l’avvio di un rapporto di collaborazione che ha lo scopo di migliorare i servizi offerti dall’Istituto al personale militare della Marina.
Il "Polo nazionale Marina Militare" sarà operativo dal 1° ottobre 2020 presso la Direzione provinciale Inps della Spezia e accentrerà tutti gli adempimenti amministrativi di competenza dell’Inps in materia di gestione della posizione assicurativa, prestazioni pensionistiche, posizioni previdenziali e gestione creditizia dei piccoli prestiti e dei prestiti pluriennali relativi al personale della Marina Militare dell’intero territorio nazionale, consolidando così una già rodata collaborazione tra le due istituzioni.

La Marina Militare, al fine di uniformare le procedure interne e le tempistiche di erogazione del trattamento pensionistico a favore del proprio personale, ha provveduto già da tempo a centralizzare la gestione delle relative pratiche presso il Reparto Trattamento Pensionistico della Marina Militare, operante alle dipendenze della Direzione di Intendenza di Roma.
L’assunzione delle competenze del Polo riguarderà gli assicurati che, alla data del 1° ottobre 2020, non risulteranno aver presentato all’Inps domanda di prestazioni pensionistiche, ovvero transiteranno dalla posizione di ausiliaria a quella di riserva, o ai fini del trattamento di fine servizio cessino dal servizio o presentino domanda di riscatto ai fini TFS o di prestazioni creditizie dalla predetta data.
L’iniziativa, grazie all’impegno di una progressiva sistemazione dei cassetti contributivi relativi alla platea interessata, favorirà lo snellimento delle procedure e delle istruttorie per la definizione delle prestazioni richieste dagli utenti, con conseguenti risparmi dei costi di gestione delle Amministrazioni coinvolte.

FONTE: Logo Cittadellaspezia

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I relitti dei sommergibili nucleari sovietici sono bombe a orologeria, ma nessuno se ne occupa

Le associazioni ambientaliste stanno mettendo pressione al governo russo, che finora non ha fatto abbastanza.

 Redazione 07/09/2020

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WIKIMEDIA COMMONS/WIKIMEDIA COMMONS

Un'eredità della Guerra Fredda minaccia la popolazione e l'ambiente della Russia, rischiando potenzialmente di irradiare gran parte del Mare di Barents, chiudendolo quindi alla pesca commerciale. Due sottomarini sovietici a propulsione nucleare sono fermi sul fondo dell'oceano e potenzialmente potrebbero rilasciare i loro combustibili radioattivi nelle acque circostanti.

Governi e associazioni ambientaliste temono che una rottura possa causare una catastrofe nucleare, con ripercussioni su pesca e ambiente locali. Il governo russo sta lavorando per risolvere il problema, che alcuni esperti definiscono una potenziale "Chernobyl al rallentatore, sul fondo del mare".

L'Unione Sovietica ha costruito quattrocento sottomarini a propulsione nucleare durante la Guerra Fredda. La stragrande maggioranza è stata demolita o serve ancora oggi nella Marina russa. Alcuni sottomarini, tuttavia, sono intrappolati in circostanze precarie, appoggiati sul fondo del mare con le scorte di uranio ancora intatte. La BBC racconta degli sforzi per rendere sicure due di questi sottomarini, K-27 e K-159.

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STFGETTY IMAGES

Il primo, K-27, era un prototipo di sottomarino della marina sovietica equipaggiato con un nuovo reattore a metallo liquido. Nel 1968, quando il sottomarino aveva sei anni, subì un incidente al reattore così grave che nove marinai sovietici ricevettero dosi fatali di radiazioni. Il sottomarino è stato affondato al largo dell'isola russa di Novaya Zemlya nel 1982 con il suo reattore ancora a bordo.

Il secondo, K-159, ha avuto una carriera abbastanza tipica con la flotta sovietica del nord prima del ritiro nel 1989. Nel 2003, tuttavia, il K-159 è affondato durante il processo di smantellamento, uccidendo nove marinai. Il mezzo è ancora oggi nel punto dove affondò allora, anche lui il suo reattore a bordo. Gli ambientalisti in Norvegia e Russia temono che prima o poi i reattori di entrambi i sottomarini si rompano, rilasciando enormi quantità di radiazioni.

Gli effetti di queste perdite potrebbero comprendere l'aumento delle radiazioni di fondo nell'ambiente locale e il divieto di pesca e caccia. In particolare sarebbero a rischio gli stock di merluzzo ed eglefino nel mare di Barents, che rendono ai pescatori locali circa 1,5 miliardi di dollari all'anno.

L'agenzia nucleare statale russa, Rosatom, ha teoricamente l'incarico di mettere in sicurezza i mezzi, ma l'impresa è sottofinanziata, un po' troppo per quella che di fatto è una corsa contro il tempo (e contro l'azione corrosiva dell'acqua salata).

FONTE: Logo Esquire

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Geopolitica in movimento sull’Indo-Pacifico. La doppia esercitazione Usa

Gli Stati Uniti sono impegnati contemporaneamente in esercitazioni sull’Oceano Indiano, con l’India, e sul Pacifico, con Giappone e Australia. Accerchiamento dei mari davanti alla Cina

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Emanuele Rossi

Il 30 maggio del 2018 il PaCom, il comando del Pacifico del Pentagono istituito da Truman nel 1947, ha cambiato denominazione formale. È diventato Indo-Pacific Command. Un modo per includervi le dinamiche geostrategiche dell’Asia Meridionale, leggasi l’India (necessario alleato, Paese-continente, per potenzialità e popolazione). Guidato da Camp Smith nella Hawaii, sotto il comando dell’ammiraglio Philip Donovan ci sono 260milioni di chilometri quadrati, ossia il 52 per cento del pianeta. L’IndoPaCom è il più grosso dei nove comandi maggiori con cui il Pentagono divide il mondo, e lo spazio, a dimostrazione di come le forze armate per gli Stati Uniti siano elemento pensato per la dominazione globale. In questi giorni l’ammiraglio Donovan esprime al meglio il suo concetto esistenziale: controllare i mari profondi, proiettare la potenza americana attraverso due oceani, dimostrare al grande rivale globale — la Cina — che l’ascesa sarà condizionata, quanto meno non facilitata.

geopolitica

La portaerei “USS Nimitz” ha doppiato nei giorni scorsi lo Stretto di Malacca per entrare nelle acque indiane, ospitata col suo gruppo da battaglia per un’esercitazione congiunta con la marina locale. Non sfugge che queste routinarie manovre arrivano in un momento delicato dei rapporti di Delhi con Pechino (vedere lo scontro sul confine himalayano). Contemporaneamente, più a est, tra i flutti del Mare delle Filippine, la “USS Ronald Reagan” è impegnata in wargame che coinvolgono diverse altre unità della Royal Australian Navy e della Forza navale d’autodifesa giapponese. Tutto sul varco orientale del quadrante del Mar Cinese Meridionale, ambito che Washington ha individuato come luogo di contenimento fisico della ambizioni globali di Pechino, recentemente oggetto di una dichiarazione anti-cinese del dipartimento di Stato. Marcare insieme agli alleati la doppia presenza, sul Pacifico e sull’Indiano, serve a ricordare a Pechino che il controllo talassocratico dei mari è ancora in mano a Washington — per le sue capacità di proiettare la forza militare a centinaia di chilometri da casa (con rapidità e funzionalità, nuovo impegno del Pentagono) e di raccogliere partnership regionali (e non) interessate ancora dall’attrazione gravitazionale americana.

FONTE: Logo Formiche

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La fregata Luigi Rizzo ammiraglia dell’Operazione Atalanta

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26 agosto 2020

Questa mattina la fregata Europea Multi Missione (FREMM)Luigi Rizzo ha assunto il ruolo di Flag Ship della European Union Naval Force Operation – Somalia denominata Atalanta, missione navale dell’Unione Europea che opera in una zona compresa tra il Mar Rosso meridionale, il Golfo di Aden e parte dell’Oceano Indiano, per garantire la presenza, sorveglianza e la polizia in alto mare finalizzate al contrasto del ella pirateria.

A bordo della fregata della Marina Militare italiana, il contrammiraglio Riccardo Marchiò ha sostituito al comando dell’operazione il contrammiraglio Ignacio Villanueva Serrano della Marina spagnola.

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Sotto il suo comando, la Task Force aeronavale assicurerà il pattugliamento nelle aree di interesse e nei corridoi di transito delle unità mercantili e la lotta alla pirateria, in collaborazione con le altre forze marittime presenti nell’area.

Alla fine di un intenso periodo di lavori tecnici propedeutici all’impegno operativo in Corno d’Africa, prima della partenza dalla base di La Spezia, si è svolta a bordo la cerimonia di passaggio di consegne tra comandanti della nave, al termine della quale, il 13 agosto, l’unità ha mollato gli ormeggi e rivolto la prora verso il canale di Suez, al comando del capitano di fregata Dario Castelli.

Nave Luigi Rizzo partecipa per la prima volta a questa missione, in un’area che ha visto negli ultimi mesi l’impegno di nave Carlo Bergamini.

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Durante il trasferimento verso il canale di Suez è stato effettuato un rifornimento in mare con nave Etna. Un ottimo momento addestrativo sia per gli equipaggi delle due unità,  sia per gli allievi marescialli della scuola sottufficiali di Taranto che, a bordo dell’Etna, hanno potuto prendere parte all’attività. L’attraversamento di Suez rappresenta il primo transito per nave Rizzo nel Mar Rosso.

Con la penisola del Sinai a far da cornice, la FREMM ha incrociato in mare anche i pattugliatori del 10° Gruppo Navale Costiero (COMGRUPNAVCOST 10), contributo nazionale alla Multinational Force & Observers  (MFO), per una breve interazione ambito attività di supporto logistico.

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L’operazione “Atalanta”, decisa dal Consiglio Europeo nel novembre del 2008, è stata la prima operazione militare a carattere marittimo a guida europea, nata con l’obiettivo di prevenire e reprimere gli atti di pirateria nell’area del Corno d’Africa (Golfo di Aden e bacino Somalo) che continuano a rappresentare una minaccia latente per la libertà di navigazione del traffico mercantile e in particolare per il trasporto degli aiuti umanitari del World Food Programme (WFP) in Somalia e Yemen.

Nel corso dell’operazione l’equipaggio di nave Rizzo sarà anche impegnato in attività Civilian and Military Cooperation (CiMiC), allo scopo di fornire supporto e beni di prima necessità alle popolazioni locali rispettando le restrizioni anti-COVID in vigore.

Nave Luigi Rizzo e il suo equipaggio saranno impegnati nell’area del Corno d’Africa sino al prossimo mese di dicembre.

FONTE: Logo analisidifesa

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