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Difesa dei nostri interessi in Mediterraneo

Un interessante articolo di "Difesa On Line" a cura del c.v. (ris) pil. Renato Scarfi

140520 difesa med2La storia ci insegna che le vie marittime sono fondamentali per l’economia e, a partire dal XIX secolo, indispensabili per sostenere la capacità industriale di ogni Paese. Tuttavia, per loro stessa natura, esse sono esposte a eventuali azioni aggressive da parte di chi desidera trarre illecito profitto da tali azioni o ad opera di elementi che intendono ostacolare i normali commerci internazionali. In questo quadro le flotte militare e commerciale hanno un’importanza vitale per la sicurezza e la prosperità delle Nazioni in particolare quando, per la scarsità delle risorse del Paese, la capacità produttiva sia subordinata alle importazioni per via marittima.

Per l’Italia è evidente la vitale necessità di importazioni dal mare, in particolare a causa della scelta di basare la nostra economia su una forte industrializzazione. Anche se é geograficamente definita una penisola, l’Italia può infatti essere assimilata a un’isola quando si parla della sua forte dipendenza dalle importazioni e, quindi, dalla disponibilità di linee di comunicazione marittime. Il mare ha, quindi, un ruolo centrale per il nostro Paese perché la scarsezza di materie prime ci costringe ad andare lontano per l’approvvigionamento. In sostanza l’Italia deve appoggiarsi all’estero per mantenere in vita il suo sistema economico. Dall’impero romano in poi, quando ha avuto a disposizione flotte per tutelare i propri interessi sul mare essa ha prosperato, quando non ha avuto a disposizione navi per contrastare la volontà dell’avversario del momento la sua economia è regredita.

140520 difesa med3Per assicurare che le materie prime necessarie al processo industriale arrivino in Italia e che il prodotto lavorato possa essere venduto, è quindi indispensabile che sia garantita la libera navigazione lungo le rotte marittime, che sono ancora il sistema più economico per il trasporto delle merci. L’80% del commercio internazionale viaggia tuttora sull’acqua.

Ma i mari e gli oceani del mondo sono pieni di passaggi dove è possibile effettuare abbordaggi a scopo di riscatto o che offrono la possibilità di impedire il transito marittimo, anche da terra o con mezzi navali relativamente limitati. Basti pensare, tanto per citare quelli di più diretto interesse italiano, gli stretti di Bab-el-Mandeb, Hormuz, Malacca. Tutte aree dove la pirateria è estremamente attiva e dove una eventuale crisi internazionale potrebbe creare le premesse per il blocco del transito dei mercantili.

Per contrastare la pirateria sono pertanto state avviate con successo operazioni di pattugliamento e scorta in acque distanti dall’Italia (foto apertura), prevalentemente condotte dalla nostre unità navali militari inserite in un dispositivo multinazionale. Proprio grazie a questi interventi gli abbordaggi da parte dei pirati sono drasticamente calati come numero. L’attenzione, tuttavia, deve rimanere alta per evitare che un eventuale ammorbidimento delle misure di prevenzione possa favorire la ripresa del fenomeno.

140520 difesa med4Detto questo, non va sottaciuto che l’area di nostro più diretto interesse, il Mediterraneo, rappresenta ancora oggi una delle regioni dove è più forte la conflittualità, a causa di situazioni che affondano le radici in nodi politici da troppo tempo irrisolti, sui quali oltretutto, si sono innestati fatti di terrorismo. E questa conflittualità cresce allorquando si parla di sfruttamento delle risorse marine, che riguardino indifferentemente l’estrazione di idrocarburi o la pesca. Stiamo, infatti, attraversando un periodo nel quale la ricerca di risorse rende molti Stati smaniosi di crearsi uno spazio vitale sempre più ampio, spesso con azioni che sfruttano una lettura prepotente e muscolare delle norme internazionali. Il campo principale sul quale tali azioni si manifestano è il mare, particolarmente ora che la tecnologia può permettere di raggiungere le sue risorse più intime e nascoste. Da autostrada delle merci e fornitore di cibo, il mare rappresenta ora un nuovo, ma vecchio, motivo di contenzioso internazionale.

Come non ricordare il lungo braccio di ferro tra la Turchia e l’ENI per i diritti di estrazione al largo della costa sudorientale di Cipro dove Ankara, con una mossa intimidatoria e senza fondamento giuridico, ha impedito nel 2018 le trivellazioni, regolarmente autorizzate da Nicosia, da parte della nave Saipem 12000. In quel caso la volontà politica turca si è espressa facendo navigare le proprie navi militari nelle acque assegnate all’ENI, impedendogli di svolgere le proprie operazioni e costringendola a rinunciare alla ricerca di idrocarburi in quell’area.

140520 difesa med6A questo si aggiunge poi la proclamazione di una zona economica esclusiva di ben 400 miglia da parte dell’Algeria che, in un mare piccolo come il Mediterraneo, significa essersi assegnata il diritto di uso delle risorse marine fino al limite delle acque territoriali spagnole (Ibiza) e italiane (Sardegna), contravvenendo all’articolo 74 della convenzione ONU sul diritto del mare. Le Autorità algerine si sono dichiarate disponibili a ridiscuterne con l’Italia, ma il fatto resta, come resta la certezza che sarebbe stato meglio avviare il dibattito prima di quell’atto unilaterale.

Come si comprende da questi esempi, ma è così da più di duemila anni, sul mare in generale e sul Mediterraneo in particolare gravitano interessi nazionali fondamentali ed è indispensabile essere pronti in qualunque momento a far valere le nostre legittime ragioni a tutela degli interessi nazionali, principalmente con la diplomazia e in punta di diritto, ma anche essendo pronti a mostrare i muscoli, se indispensabile.

Sul mare, l’unico principio che bisogna sempre difendere è la sua libertà di uso. Una verità ovvia e indiscutibile di cui appariva superflua ogni spiegazione ma che, anche con l’aumentare degli interessi relativi alle risorse marine, è stato necessario regolamentare con la prima e la terza conferenza delle Nazioni Unite sul diritto del mare, comunemente note come la Convenzione di Ginevra sull’alto mare (1958) e quella di Montego Bay del 1982 (Unclos I e III). Sembrava che questi strumenti giuridici di garanzia e di controllo fossero sufficienti ad assicurare la libertà di navigazione e di uso del mare. Ma le minacce rappresentate dalla pirateria, dal terrorismo transnazionale, dal narcotraffico e, come detto, dalla volontà di taluni Stati di arrogarsi diritti su porzioni sempre maggiori di mare (e relative risorse), rendono necessario mantenere efficaci strumenti che siano in grado di far rispettare le norme internazionali anche, se necessario, con l’uso della forza.

170419 f35b 5L’Italia deve essere pronta, come già lo sono i paesi più progrediti, a garantire la libertà di navigazione su tutti i mari e la protezione dei propri interessi nazionali, a garanzia del rispetto del diritto internazionale. La storia ci insegna che …quando si muovono le navi si muove l’economia…. Un insegnamento che non deve essere dimenticato, soprattutto da coloro che hanno la responsabilità politica e militare di fornire gli strumenti idonei a proteggere gli interessi nazionali sul mare. Un concetto che, purtroppo, sembra oggi sottovalutato da taluni, forse vittime della parzialità di certe visioni obsolete e nostalgiche, che tante offese sta arrecando all’intelligenza e agli interessi del nostro paese.

In un periodo di disordine ed emergenza mondiale come quello che stiamo attraversando e di presenza sulla scena mondiale di influenti soggetti non statuali, appare indispensabile avere ben chiara la rotta da seguire e, nel caso, identificare l’interesse nazionale e fornire alla Marina gli strumenti adeguati come, per esempio gli indispensabili aerei V/STOL da imbarcare (F-35B), in modo che le nostre unita portaerei possano raggiungere la full operational capability e siano capaci di perseguire gli obiettivi prefissati.

Ne va dei nostri interessi nazionali e del rilancio dell’economia, duramente provata dall’emergenza Covid-19 e dalle recenti crisi mondali.

c.v. (ris) pil. Renato Scarfi

FONTE: Logo difesaonline

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Ecco la vera posta in gioco dietro la vendita delle navi all'Egitto

La posta in gioco dietro la vendita di navi all’Egitto

Lorenzo Vita
13 GIUGNO 2020

La vendita delle due fregate all’Egitto è destinata a esser approvata. Ed è uno snodo politico e strategico fondamentale per l’Italia e lo scacchiere mediterraneo. Perché la vendita di una nave non è soltanto un accordo di natura contrattuale: è la definizione di un possibile nuovo quadro strategico. E l’Italia, che in questi anni sembra essere in piena ritirata dal Nord Africa, può dirsi oggi in grado di penetrare in un mercato in crescita come quello della Difesa egiziana diventando un partner sempre più essenziale per un Paese in cui fino a pochi anni fa il nostro governo aveva preferito non avere nemmeno un ambasciatore (in risposta al caso Regeni).

I termini dell’accordo sembrano abbastanza definiti. Le due fregate, Spartaco Schergat ed Emilio Bianchi, saranno cedute alla Marina egiziana per una cifra che si aggira intorno agli 1,2 miliardi di euro e si attende la firma (le indiscrezioni parlano di un pro forma) dell’Unità per le autorizzazione dei materiali di armamento (Uama). Questa la cronaca confermata anche da Palazzo Chigi.

 Ma dietro la cronaca c’è un negoziato che svela strategie molto più profonde. Contatti, diplomazia politica e navale, sfide, “sabotaggi”, guerra commerciali che danno un quadro ben più complesso di quello che molti credono si possa risolvere semplicemente dicendo “no” a una vendita come quella delle due Fremm. Lo dimostra il fatto che nessun Paese al mondo mette al primo piano questioni politiche ed etiche rispetto ai piani dell’industria bellica. E lo confermano anche i problemi interni all’Europa nati dalla guerra commerciale tra le tre maggiori potenze industriali dell’Ue.

Questi problemi si riversano anche nella delicata partita egiziana. Perché è inutile negarlo: Italia ed Egitto sono legati da enormi interessi economici e strategici e – altrettanto evidentemente – questo legame non piace a molti “alleati” di Roma nel Mediterraneo e in Europa.

Il Cairo si sta armando, ha un ruolo di playmaker nella politica mediorientale e nordafricana, sta diventando una potenza energetica e con Suez è ancora oggi la porta orientale del Mediterraneo. Caratteristiche fondamentali in cui l’Italia gioca un ruolo di primo piano: Eni ha scoperto Zohr e l’Italia è nel forum per la gas del Mediterraneo orientale. L’Italia è coinvolta in Libia dove al Sisi è uno sponsor del generale Haftar. Suez è ancora oggi un elemento essenziale delle nostre rotte marittime. E adesso la vendita di navi e sistemi d’arma permette all’Italia di inserirsi nella fiorente partita della Difesa del Cairo: dove tutti vogliono avere una fetta di torta. Ed è per questo che meno affari fa Roma e più sono contenti quelli che possono prenderne immediatamente il posto, con attori esterni che soffiano verso rotture irrimediabili nella fase di contrattazione per aprire le porte ad altre industrie, facendo riversare miliardi nelle casse di altri Stati.

La commessa delle Fremm italiane all’Egitto entra perfettamente in questa logica. E si ripete un copione inquietante. Come avvenuto per l’affare dell’Eni con Zohr, anche in questo caso un incidente diplomatico ha rischiato di minare definitivamente i rapporti fra i due Stati: prima fu Giulio Regeni, poi è stata la volta di Patrik Zaky. Due casi per fortuna di diversa natura (uno un brutale omicidio, l’altro l’arresto di un cittadino egiziano) che però cadono proprio nel momento della conclusione di due fondamentali trattative. Le conseguenze dell’inevitabile raffreddamento delle relazioni tra i due Paesi dopo il caso Regeni sono state evidenti anche sul piano militare: la Francia ha vinto commesse militari di eccezionale importanza, la Germania è penetrata nel mercato dei sottomarini egiziani. Due mosse non casuali, visto che Berlino e Parigi sono da sempre nostri competitor europei e l’industria bellica serve eccome nella strategia di un Paese.

Vendere una nave, come spiegano fonti di alto livello a InsideOver a conoscenza della trattativa, non è vendere semplicemente un mezzo, è creare una rete di intelligence e diplomatica fondamentale. Uno Stato garantisce assistenza, manutenzione, conosce perfettamente il mezzo che vende: crea le basi per un rapporto molto più profondo. E scalza, come è avvenuto in questo caso, due rivali come Francia e Germania che avevano già pregustato la possibilità di sostituirsi ai mezzi di Fincantieri e quindi alla diplomazia industriale italiana. Tanto che non a caso, spiegano le nostre fonti, a Parigi la notizia dell’accordo tra Italia ed Egitto è stata presa decisamente male. L’Italia condivide con la Francia il progetto Fremm e la Marina egiziana possiede già una fregata di questa classe, la Tahya Misr (ex Normandie) acquistata dai francesi tra il 2014 e il 2015. Dopo la commessa di una fregata, 24 bombardieri Rafale e con l’acquisto di due MistralGamal Abdel Nasser e la Anwar El Sadat, tutti erano convinti che il Cairo avrebbe proseguito nell’acquisto di mezzi francesi.

Poi è arrivata l’Italia, che è riuscita a vendere all’Egitto due navi dello stesso progetto della Francia ma con una variante sicuramente migliore sotto il profilo tecnico. Uno schiaffo nei confronti di Parigi che fa il paio con quello di Eni nel giacimento di Zohr e dei rapporti costruiti sul fronte del gas. Insomma, colpi pesanti per un Paese che con l’Egitto ha rapporti da sempre proficui e che aspettava solo di passare all’incasso. Diverso il caso tedesco, che ultimamente ha ceduto tre sottomarini alla Marina egiziana, ma che da tempo sta cercando di infilarsi nel mercato dei mezzi di superficie. E che sperava nello stop all’accordo italo-egiziano per provare a rientrare in partita. Un gioco che a Berlino piace e anche parecchio visto che Angela Merkel ha già messo in chiaro l’interesse tedesco per il Nord Africa con la scelta di puntare tutto sulla Conferenza per la Libia. E da cui tutti sperano di far fuori l’Italia: come avvenuto in Libia e come rischiano di fare le mosse di partiti fin troppo legati a interessi esterni all’Italia e mascherati da politicamente corretto ed europeismo. Ma negli affari di Angela Merkel ed Emmanuel Macron, l’europeismo non entra mai neanche di sfuggita. Ed è meglio tenerlo a mente prima che il pacifismo si trasformi in una clamorosa mannaia.

FONTE: Logo insedeover

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Fremm all’Egitto, che cosa cambierà per Fincantieri e per la Marina

Fini e scenari per Fincantieri e Marina militare dopo l’ok del governo alla vendita di due Fremm all’Egitto. L’analisi di Aurelio Giansiracusa, animatore di Ares-Osservatorio Difesa

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A seguito del Consiglio dei Ministri di giovedì scorso sembra avviata a conclusione, positivamente, la vicenda della cessione di due fregate FREMM classe Bergamini alla Marina Egiziana.

Come noto, il Cairo dal 2018 aveva mostrato più di un interesse all’acquisto delle ultime due unità della classe sopra citata, la Spartaco Schergat e la Emilio Bianchi, in avanzato stato di allestimento per la Marina Militare.

Tali unità, insieme alle quattro Bergamini ed alle quattro Margottini, la versione per la lotta antisommergibile della FREMM-IT, sono state a tempo debito ordinate dalla Marina Italiana per sostituire le otto fregate classe Maestrale allestite negli anni Ottanta ed i quattro pattugliatori di squadra classe Bersagliere, già ex fregate classe Lupo, allestite in versione export, mai consegnate al Iraq di Saddam Hussein a seguito del embargo decretato per l’invasione del Kuwait nel 1990.

Queste 12 unità rappresentavano i “cavalli” da tiro della Marina Militare, le quali, insieme ai quattro cacciatorpediniere e/o unità da difesa d’area ed alle unità portaeromobili ,hanno costituito fino a pochi anni fa l’ossatura della Squadra Navale.

Quando furono siglati i patti di cooperazione con la Francia, la Marina Militare, nell’ottica di una riduzione numerica delle unità in linea compensata da un maggior grado di capacità di combattimento ed elevata automazione nonché maggiore autonomia, indicò un requisito per 10 unità del tipo FREMM, di cui sei (le Bergamini) in versione GP o General Purpose, per impieghi multiruolo e 4 (le Margottini) in versione ASW o Anti Submarine Warfare, ottimizzate per la ricerca e neutralizzazione di sommergibili ostili.

A tale requisito è seguito il relativo ordine di costruzione di un numero uguale di fregate a Fincantieri, tutte impostate tra il 2008 ed il 2015. Le prime otto unità sono entrate in servizio tra il 2013 ed il 2019, mentre la Schergat e la Bianchi erano attese, rispettivamente, questo mese di giugno e la prossima primavera.

COSA CAMBIA PER LA MARINA MILITARE

In teoria, non dovrebbe cambiare molto per la Marina Militare perché il contratto per 10 fregate è sempre valido e non ci sono notizie in merito ad un’eventuale rinegoziazione tra Ministero della Difesa e Fincantieri in merito.

Come anticipato da Pietro Batacchi, direttore di RID, si parla di un’estensione dei termini previsti dal contratto per permettere a Fincantieri di adeguare le due fregate alle esigenze egiziane e di programmare la costruzione di due nuove unità atte a sostituire le navi appena cedute.

Sicuramente, la Marina Militare dovrà rivedere i piani di radiazione delle ultime fregate Maestrale e dei due cacciatorpediniere classe Medaglie d’Oro, perché servono almeno quattro anni tra l’impostazione, varo, allestimento, prove a mare e consegna delle nuove unità.

Le vecchie Maestrale ed i due Medaglie d’Oro hanno un’efficienza bellica ridotta perché i loro principali sistemi missilistici antiaerei sono obsoleti e non più upgradabili (Standard 1MR e Albatros/Aspide) come i missili antinave piuttosto vecchiotti (i Teseo Mk2)peraltro disponibili in numeri sempre più ridotti.

Una boccata d’ossigeno, sia pure parziale, sarà fornita dall’entrata in linea dei nuovi Pattugliatori Polifunzionali d’Altura i cui primi esemplari (peraltro, nella versione Light, quindi, con capacità di combattimento assai ridotte) si trovano alle prove, o in fase di allestimento avanzato. Ma deve essere chiaro che non si tratta di unità di Squadra perché non hanno dotazioni atte a renderle idonee come gli impegnativi compiti antisommergibili. Tutto al più, tali unità serviranno a risparmiare ore preziose di navigazione ad unità già affaticate e sotto pressione per mostrare bandiera in acque lontane dove la minaccia aeronavale è ridotta o minima.

COSA CAMBIA PER LA MARINA EGIZIANA

L’acquisto di queste due FREMM-IT rappresenta un bel salto di qualità per la Marina Egiziana che, al momento, tra le unità maggiori schiera una FREMM-FR acquistata tra quelle in costruzione per la Marine Nationale, 4 fregate classe Oliver H. Perry, coeve alle Maestrale, e due vecchie fregate classe Knox, coeve alle nostre radiate Lupo.

Evidentemente, le due FREMM-IT prenderanno il posto delle due vecchie Knox, completamente superate ed obsolete.

Per la sostituzione delle quattro Perry pare che il Cairo stia trattando con Roma l’acquisto di due-quattro FREMM-IT di nuova costruzione, unitamente, ad un vasto programma (si parla di venti unità) per pattugliatori/corvette da realizzarsi prevalentemente in Egitto, oltre cacciabombardieri Typhoon, addestratori avanzati M346 ed un satellite con capofila Leonardo.

Tralasciando questo programma e tornando alla cessione delle due FREMM-IT, è evidente che per la Marina Egiziana sarà un deciso passo in avanti immettere in linea due fregate modernissime. E’ probabile che, prima della consegna, saranno adattate alle esigenze egiziane ed a quelle italiane, come avvenne per la FREMM-FR che fu ceduta dai Francesi agli Egiziani priva dei lanciatori per missili cruise da attacco Scalp Navale, dei sistemi di comunicazioni protette e dei sistemi di guerra elettronica, tutti sistemi pregiatissimi da cui dipende la sopravvivenza della nave in caso di ostilità.

Peraltro, pur immettendo in Squadra queste unità rimane il problema, al momento irrisolvibile, di impiegarle continuativamente in mare per lunghi periodi perché la Marina Egiziana è priva di rifornitori di squadra nonché di copertura aerea antisommergibile a medio e lungo raggio. A parziale risoluzione di tale problema, la Marina Egiziana ha lanciato un programma di costruzione di nuove basi e approdi tra Mar Rosso, Sinai e costa del Mediterraneo, tra cui una non troppo distante dal confine con la Cirenaica. E’ evidente che Il Cairo intenda assumere un ruolo sempre più influente nel Mediterraneo centro-orientale e questo ambizioso obiettivo passa inevitabilmente per la crescita navale, con crescente attrito in primis con la Marina Turca sempre più attiva nell’area di interesse egiziano. Peraltro, la Marina Egiziana dovrà risolvere non pochi problemi dal punto di vista logistico, addestrativo ed operativo perché, alle unità di costruzione francese, statunitense, spagnola, sudcoreana, britannica, tedesca e, perfino, cinese, andrà ad aggiungere navi di costruzione italiana allestite e pensate per le esigenze della Marina Militare. Pertanto è prevedibile che non saranno nuove basi od approdi a cambiare il destino della Marina Egiziana ma la preparazione del personale, la qualità del comando e una razionalizzazione dei programmi che, comunque, non si intravede all’orizzonte.

LA SITUAZIONE ITALIANA

I risvolti della vicenda libica hanno messo in luce tutti i limiti della politica italiana incapace di poter incidere in prima persona nella ex “Quarta Sponda”, costringendo Roma a lasciare campo aperto all’aggressiva Ankara, tornata baldanzosamente in Tripolitania dopo più di un secolo. Il Presidente Erdogan ha lanciato una pesante campagna militare con mezzi, consiglieri militari e combattenti turcomanni provenienti dalla Siria che, relativamente, in poco tempo ha permesso al governo traballante di Sarraj di riprendere parte della Tripolitania, di allentare la pressione su Tripoli e di minacciare le aree sotto controllo diretto del LNA di Haftar. Ovviamente, Erdogan ha il suo tornaconto in questa vicenda; piazzare la Turchia al centro del Mediterraneo con uomini e basi nonché ottenere forniture di petrolio e gas dal ritrovato amico libico. Roma, per troppo tempo imbelle, ha assistito progressivamente alla perdita di influenza e, ad un certo punto, ha pure “flirtato” con il ribelle Haftar in chiave di riavvicinamento alle posizioni egiziane che non vuole la Turchia alle porte di casa.

Oggi siamo di fronte ad una situazione a dir poco complessa con la Marina Turca che si esercita congiuntamente con la Marina Italiana e quella Francese mentre, contemporaneamente scorta le navi da carico verso la Libia allontanando le navi della missione internazionale Irini che, teoricamente, dovrebbero bloccare il flusso di armi e rifornimenti verso i belligeranti.

Si cerca di tenere buoni rapporti con tutti (la vicenda ZEE italo-greca risolta con il reciproco riconoscimento), si punta a creare un nuovo partenariato strategico con l’Egitto ma, di fatto, i problemi alle porte di casa sono aumentati ed aumenteranno in tempi brevi.

Ad oggi, tralasciando la presenza russa tornata stabile nel Mediterraneo a Tartus in Siria, assistiamo alla crescita della Marina Turca grazie al lancio di diversi programmi di costruzione navali nazionali, rallentati solo in parte dalla decisione statunitense di bloccare la vendita del F-35B che avrebbe dovuto operare dalla unità portaeromobili d’assalto anfibio Anadolu, dalla presenza di una Marina ed Aeronautica Algerine sempre più potenti ed in grado di organizzare Anti Access/Area Denial (A2/AD) con navi, sottomarini, missili antinave ed antiaerei a lungo raggio in grado di interdire una vasta area del Mediterraneo sud occidentale e la Marina Egiziana che, potenziato il Mar Rosso con nuove basi schierandovi diverse unità, ora guarda alla espansione nel Mediterraneo sia nell’area cipriota sia nel Mar Libico.

Per la Difesa Italiana è giunto il tempo di prendere atto di questa situazione che si è creata relativamente in breve tempo e che, con gli Stati Uniti sempre più assenti e risucchiati dalla crisi asiatica con la Cina, deve puntare necessariamente ad un deciso potenziamento del comparto aeronavale e spaziale nazionale, per il mantenimento della supremazia tecnologica ed operativa oggi messa in crisi e sotto pressione, salvaguardando gli enormi interessi nazionali nel Mediterraneo.

LA VITTORIA DI FINCANTIERI

Infine, rimane da valutare il ruolo e la “vittoria” di Fincantieri in tutta questa complessa vicenda. Per il gruppo di Trieste si tratta di un altro successo rilevante sul mercato internazionale dopo quello pesantissimo ottenuto negli Stati Uniti con la vittoria del programma FFG(X), riuscendo ad entrare in un mercato, quello egiziano, che era riservato alla “socia” Naval Group che, oltre la FREMM FR, ha venduto quattro corvette multiruolo Gowind (allestite in parte ad Alessandria d’Egitto) e le due unità portaelicotteri d’assalto anfibio classe Mistral, a suo tempo allestite per la Russia ma mai consegnate a seguito del embargo per i fatti della Crimea.

Per Fincantieri l’obiettivo tattico era penetrare nel difficilissimo mercato egiziano; il risultato strategico è fidelizzare il cliente con un programma di costruzione di altre FREMM e dei nuovi pattugliatori come inizio.

L’obiettivo tattico sembra essere stato ottenuto; per quello strategico sarà necessario conoscere le reali possibilità egiziane e sarà, altrettanto, necessario il supporto del Governo Italiano per le garanzie nel finanziamento di un programma di tale portata.
Probabilmente, il governo egiziano metterà sul piatto a parziale copertura del pagamento le forniture di gas estratte da Zohr (la joint venture con ENI).

Fincantieri, da parte sua, dovrà organizzare bene il lavoro tra i suoi cantieri perché tra PPA in costruzione per la Marina Militare e le unità in allestimento per la Marina del Qatar, gli impianti al momento sono piuttosto occupati. Se oltre le due unità che saranno allestite in compensazione delle due vendute si aggiungeranno altre due o quattro nuove FREMM è molto probabile che sarà necessario “mobilitare” tutti i cantieri, considerato che in questo arco temporale partiranno anche i lavori per le EPC, corvette/pattugliatori nate dalla collaborazione italo-francese e che hanno visto aggiungersi anche Spagna e Grecia (nonché l’interesse di altri Paesi europei).

Fincantieri si sta dimostrando sempre più leader nel settore delle costruzioni navali anche con NAVIRIS, in attesa di capire come finirà la vicenda STX e la possibile joint venture o addirittura fusione con la tedesca ThyssenKrupp Marine Systems con cui ci sono trattative in atto per la divisione sommergibili, oltre essere sempre più presente nel settore infrastrutturale.

FONTE: LogoStartMag

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Armi all’Egitto, da Roma arriva il via libera alla vendita di 2 fregate Fremm al regime di al-Sisi

L’affare parte di una commessa da 9 miliardi

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Due navi della Marina militare italiana, la “Schergat” e la “Bianchi”, cedute al Cairo: l'accordo riferito all'Ansa da fonti vicine al dossier. L'Egitto resta il principale acquirente di armi italiane, con un volume di affari da 871 milioni di euro solo nel 2019, nonostante nel Paese continuino le violazioni dei diritti umani e non ci sia collaborazione nella ricerca della verità sulla morte di Giulio Regeni. Leu - fanno sapere dal partito - si è espressa in maniera contraria.

L’Italia ha dato il via libera alla vendita di due fregate Fremm all’Egitto. Si tratta di due navi della Marina militare italiana, le ultime due delle dieci ordinate: la “Spartaco Schergat” e la “Emilio Bianchi”, per un valore stimato di circa 1,2 miliardi di euro. L’affare fa parte di una commessa ancora più ampia che, come riportato dal Fatto Quotidiano, dovrebbe comprendere anche altre 4 fregate, 20 pattugliatori d’altura di Fincantieri, 24 caccia Eurofighter Typhoon e 20 velivoli da addestramento M346 di Leonardo, più un satellite da osservazione, per un valore totale fra i 9 e gli 11 miliardi di euro. L’accordo tra Roma e Il Cairo sulle prime due fregate è stato riferito all’Ansa da fonti qualificate vicine al dossier e sarebbe arrivato in seguito alla telefonata tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il leader egiziano al-Sisi. Le stesse fonti riferiscono che la decisione sarebbe stata già condivisa con i vertici di Fincantieri, che era in trattativa con Il Cairo e attendeva appunto l’autorizzazione all’esportazione delle due navi. Leu – fanno sapere dal partito – si è espressa in maniera contraria alla vendita delle fregate. Nonostante il regime autoritario continui a non collaborare con i magistrati italiani nella ricerca della verità sull’uccisione del ricercatore universitario Giulio Regeni, l’Egitto resta il principale destinatario dell’export di armi italiano. Lo confermano i dati relativi al 2019: già da un anno il Cairo è il miglior cliente dell’industria bellica italiana con 871 milioni di euro. Segue il Turkmenistan, altro regime non democratico, con un giro di affari da 446 milioni solo lo scorso anno. Mentre in totale le consegne di armi all’estero fatturate nel 2019 arrivano a 2,9 miliardi di euro.

L’allarme in merito ai nuovi affari tra Roma e il Cairo era stato lanciato solo pochi giorni fa con la campagna ‘Banche Armate’ che chiede alle banche di non finanziare “le aziende che vendono armamenti ad al-Sisi”. Le tre riviste promotrici, Missione Oggi dei missionari Saveriani, Nigrizia dei missionari Comboniani e Mosaico di Pace del movimento Pax Christi, ponevano l’attenzione su quello che viene definito ‘il contratto del secolo’, “un contratto per forniture militari del valore complessivo di 9 miliardi di dollari, il maggiore mai rilasciato dall’Italia dal dopoguerra”.

Per di più destinato proprio all’Egitto, Paese che continua a mostrare, dalla presa del potere del presidente Abdel Fattah al-Sisi, sistematiche violazioni dei diritti umaniincarcerazioni arbitrarierepressione del dissenso e persecuzione degli oppositori politici. Per quanto riguarda i rapporti con l’Italia, Il Cairo non ha mai fornito risposte e un vero sostegno nella ricerca di verità per l’uccisione di Giulio Regeni e continua a trattenere in carcere, ormai da quasi 4 mesi e senza un regolare processo, lo studente egiziano dell’università di Bologna, Patrick George Zaki. L’esecutivo al-Sisi è anche tra i principali sostenitori del generale Khalifa Haftar che, in Libia, da anni compie attacchi contro il Governo di Accordo Nazionale di Fayez al-Sarraj, riconosciuto dalle Nazioni Unite, violando sistematicamente la tregua armata. Infine, va tenuto anche conto che la legge 185 del 1990 vieta le esportazioni di armamenti verso i Paesi i cui governi sono responsabili di accertate “violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani”. Il nome di Regeni non appare nemmeno nel comunicato della presidenza egiziana con cui domenica è stata data notizia della telefonata tra Conte e al-Sisi. “Quale Paese venderebbe mai un intero arsenale militare ad un autocrate che permette l’assassinio di un suo cittadino?”, si chiede Giorgio Beretta sul sito dell’Osservatorio diritti.

FONTE: logo fattoquotidiano

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Giornata della Marina 2020

Giornata marina striscia

giornata della Marina

Dal 1939 la Marina celebra la sua giornata

Anche quest’anno il 10 giugno ricordiamo un’impresa eroica e vittoriosa che cambiò gli equilibri del primo conflitto mondiale.

La Giornata della Marina 2020 sarà celebrata presso Palazzo Marina a Roma, nel rispetto delle precauzioni necessarie per contenere la diffusione del Covid-19 varate dal Governo, in assenza di pubblico.

Rimani sintonizzato sui nostri canali social perché saranno diversi i contenuti che ti porteranno dentro le emozioni di questo speciale giorno già da oggi. Fra questi una imperdibile visita virtuale a bordo di nave Vespucci in diretta sulla nostra pagina Facebook il 10 giugno a partire dalle ore 1700.

Ti aspettiamo a bordo! Non mancare!

FONTE: Marina logo

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