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150 anni e non sentirli

Nel 2019, sia il Faro di Capo S. Vito (Ta) che l’Arsenale di La Spezia hanno compiuto 150 anni.

A ricordarcelo due riviste edite dalla Marina Militare, e in particolare:

La Rivista Marittima del mese di Luglio/Agosto 2019

contiene un corposo allegato di 180 pagine, tutto dedicato all’Arsenale di La Spezia ed alla ricorrenza della sua progettazione e costruzione,con dovizia di particolari e tante foto d'epoca oltre naturalmente alle immagini dei progetti originali.

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Il Notiziario della Marina, nel numero di Ottobre 2019

contiene un bellissimo articolo relativo al “compleanno” dello splendido Faro di Capo San Vito, luce guida del golfo di Taranto.

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Credo valga la pena andare a leggere i contenuti appena accennati. Credetemi sono veramente coinvolgenti e sicuramente indicati per coloro che si interessano di storia della Marina.

FONTE: Archivio del sottoscritto

 

News Marina Militare,, 150 anni e non sentirli

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Un mare di bombe. Ogni anno i palombari della Marina Militare disinnescano decine di migliaia di ordigni esplosivi abbandonati nelle nostre acque

I manufatti bellici risalgono alle due guerre mondiali e possono rivelarsi molto pericolosi per i subacquei ed i marinai dei pescherecci

4 ottobre 2019 | di Riccardo Bottazzo

Mola di Bari 1920x1461Oltre 35 mila grossi ordigni esplosivi recuperati soltanto quest’anno. Senza contare 18.826 proiettili di calibro inferiore ai 12,7 mm. E’ davvero incredibile la quantità di manufatti potenzialmente pericolosi che i reparti subacquei della Marina Militare Italiana hanno trovato e recuperato nelle nostre acque. Mari, fiumi e laghi italiani sono infatti ancora “seminati” con bombe e proiettili inesplosi, rimasti in eredità dalle guerre mondiali. Bombe che ancora oggi possono rivelarsi pericolosissime tanto per i subacquei quanto per i marinai dei pescherecci. Lo scorso anno, gli ordigni bonificati sono stati oltre 44 mila. Ma tutto lascia presagire che alla fine di questo 2019, i manufatti bellici saranno assai di più.

Una delle ultime operazioni compiute dagli artificieri e dagli esperti palombari del Comsubin – il raggruppamento subacquei e incursori “Teseo Tesei” della Marina – riguarda la mina navale che i pescatori del motopeschereccio Aquila Reale di Bari, avevano inavvertitamente issato sul ponte della loro barca con la rete. Gli artificieri della Marina, prontamente avvertiti dalla prefettura, sono intervenuti rimuovendo con la massima delicatezza l’ordigno, risalente alla seconda Guerra Mondiale, per poi rimorchiarlo lontano e farlo brillare in un’area sicura, usando la massima attenzione per non provocare danni all’ecosistema marino. La manovra è stata portata a termine il 18 settembre, con pessime condizioni di tempo e di mare.

Attualmente, i palombari  del Nucleo Sdai di Ancona sono impegnati in una delicata operazione volta a trovare, identificare e rimuovere i tanti ordigni esplosivi presenti sul fondo del lago di Varna, in provincia di Bolzano, abbandonati nel 1918 dall’esercito austro-ungarico in ritirata. A tutt’oggi, sono stati recuperati e messi in sicurezza, solo quest’anno, 1056 bombe da fucile e 4 fumogeni. Insomma, più una Santa Barbara che un lago, questo di Varna, se si considera che dal 2017, anno in cui è cominciata la bonifica, sono stati portati a galla più di 12 mila ordigni esplosivi.

L’ultima operazione è quella appena conclusa nel lago di Bracciano, vicino a Roma. Gli operatori del nucleo Sdai della Spezia hanno individuato due grossi ordigni esplosivi che giacevano alla profondità di appena un metro e mezzo. Un’analisi approfondita ha potuto stabilire che si tratta di una bomba di mortaio e di un proiettile perforante da 75 mm. Anche questi ordigni sono stati presi in carico dagli artificieri dell’esercito.

L’avreste mai detto che le nostre acque nascondessero tali “tesori” bellici? No, vero? Eppure non è infrequente per un sub, abituato ad immergersi fuori dai sicuri e collaudati percorsi proposti dai diving, imbattersi in curiosi manufatti arrugginiti che potrebbero rivelarsi tutt’altro che innocui. In casi come questi, bisogna vincere la tentazione di grattare col coltello da sub l’oggetto per scoprire di cosa si tratta. Comportamento questo, molto più frequente di quello che possiate immaginare.

L’ho visto fare, in un’occasione, ad un mio compagno di immersione mentre esploravamo una “tegnua” adriatica. Si trattava di un grosso proiettile che per fortuna non è esploso. Ma voi non seguite l’esempio del mio amico e ne guadagnerete in salute! Al contrario, bisogna evitare anche solo di avvicinarsi all’oggetto, prendere nota del punto e segnalarlo immediatamente alla locale Capitaneria di Porto o ai carabinieri che chiederanno l’intervento dei palombari di Comsubin.

In ogni caso non spaventiamoci troppo. Si può trovare di peggio, in fondo al mare. Come quel tipo che andava ad oloturie ed ha sbattuto la maschera su un oggetto ovale grande come un armadio. Pensava che fosse un Ufo ed invece era una bomba atomica che un aereo dell’Air Force si era perso in mezzo al mare dopo una manovra sbagliata. Ma questa incredibile storia la racconteremo in un prossimo articolo!

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FONTE: Logo Ligurianautica

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Polignano, anche la mareggiata è uno spettacolo

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Autunno con fenomeni atmosferici alterni in Puglia. Le splendide giornate di sole sono quasi un ricordo, ma la bellezza naturale del meteo continua. Come a Polignano a Mare, dove una mareggiata provocata dai forti venti ha regalato immagini spettacolari. L'impatto con la costa catturato dalle foto di Antonella Giuliani trasmette tutta la potenza della giornata, apprezzata da centinaia di persone che hanno condiviso gli scatti.

di GIANVITO RUTIGLIANO

FONTE: Logo Repubblica Bari

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La più grande missione della Marina Militare Italiana

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Il 30 aprile 1975 Saigon cade, e assieme a lei tutto il Vietnam del sud. I comunisti si scatenano in un vortice di vendette verso militari e civili, instaurando un regime totalitario.

Al loro arrivo un milione di persone viene prelevato per essere “rieducato”, nei “tribunali del popolo” gli accusati non hanno diritto alla difesa, e a cui seguono esecuzioni sommarie.

A migliaia vengono tolte case, beni, proprietà e vengono gettati nelle paludi, dette “Nuove Zone Economiche”, dove avrebbero dovuto creare fattorie e coltivazioni dal nulla. In realtà, li mandano a morire di fame. L’intero Vietnam del sud diventa un grande gulag, dove accadono orrori simili a quelli della Kolyma di Stalin.

Devono scappare ma non possono farlo via terra, perché i paesi confinanti li respingono; l’unica opzione per intere famiglie consiste nel prendere barconi improvvisati e gettarsi in mare, lontano dai fucili e dai tribunali del popolo.

Le immagini di questi disperati fanno il giro del mondo e dividono l’opinione pubblica mondiale, ancora divisa per ideologie pre-muro di Berlino. Il comunismo non può essere contestato né fare errori, sono “menzogne raccontate dai media che ingigantiscono la faccenda per strumentalizzarla”, si mette in dubbio che siano veri profughi.

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Mentre l’occidente blatera, i rifugiati sui barconi scoprono di non poter sbarcare da nessuna parte.

Vengono ribattezzati “boat people”, disperati con a disposizione due cucchiai d’acqua e due di riso secco al giorno che raccolgono l’acqua piovana coi teli di plastica e sono in balia di tempeste e crudeltà.

Per l'Italia sono anni difficilissimi tra inflazione alle stelle, bombe e attentati, ma il neonato benessere è ancora troppo recente per far dimenticare agli italiani il loro passato di povertà, ruralità ed emigrazione. Quando le immagini dei boat people vengono rese pubbliche da Tiziano Terzani il 15 giugno 1979, invece di aggiungersi al dibattito globale di opinionisti e intellettuali impegnati a decidere se salvare dei profughi di un regime comunista sia un messaggio capitalista o no, Pertini capisce che ogni minuto conta, chiama Andreotti e dà ordine di recuperarli e portarli in Italia.
 
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Andreotti è presidente del Consiglio, ma è stato prima ministro della difesa. Quella che riceve è una richiesta folle, perché l’Italia non ha mai fatto missioni simili né per obiettivo né per distanza. Ora però il ministro della difesa è Ruffini, e dice che in teoria è fattibile. Insieme scelgono come braccio destro Giuseppe Zaberletti, uno che aveva già dimostrato un’estrema capacità organizzativa in situazioni di crisi, e si mettono a studiare il da farsi. Non sanno quanti sono, né in che zona precisa; sono fotografie sfocate in mezzo al nulla.

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Il mondo del 1979 non parla inglese, figurarsi il vietnamita. Anche gli interpreti scarseggiano e non c’è tempo di trovarli, però c’è la Chiesa. Andreotti domanda al Vaticano se ha a immediata disposizione preti vietnamiti e gli arrivano padre Domenico Vu-Van-Thien e padre Filippo Tran-Van-Hoai. Per un terzo interprete, i Carabinieri piombano all’università di Trieste, scorrono i registri e reclutano sul posto uno studente, Domenico Nguyen-Hun-Phuoc. A quel punto, Ruffini può alzare il telefono.

L’incrociatore Vittorio Veneto dell’ottavo gruppo navale è alla fonda a Tolone, in Francia, dopo aver finito la stagione. L’equipaggio di 500 uomini non vede l’ora di sbarcare per abbracciare le proprie famiglie, quando nelle mani del comandante Franco Mariotti arriva un cablogramma urgentissimo dall’ammiraglio di Divisione Sergio Agostinelli, a bordo dell’Andrea Doria. Ordina di tenere a bordo solo il personale addetto alle armi, poi di riadattare l’assetto della nave e salpare alla volta di La Spezia per riunirsi all’Andrea Doria per una missione di recupero.

Mariotti lascia a terra 350 uomini, che invece chiedono di restare a bordo per aiutare. Predispone 300 posti letto per donne e bambini su letti a castello nell’hangar a poppa, e 120 posti per gli uomini a prua. L’alloggio sottufficiali diventa un’estensione dell’infermeria, e sotto il ponte di volo viene adibita la zona d’aria. Servono almeno dieci bagni in più, ma ce la fa. Impiega cinque giorni a cambiare l’assetto, e solo al quarto giorno, prima di partire, ordina agli uomini di scendere a salutare le famiglie.

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Arrivano a La Spezia il 4 luglio, dove vengono caricati e istruiti medici, infermieri, interpreti, medicinali e vestiti. Il giorno dopo salpano alle 10 diretti verso il sud di Creta, dove si riuniscono con la nave logistica Stromboli, comandata dall’ammiraglio Sergio Agostinelli; in totale ci sono 450 posti letto sulla Vittorio Veneto, 270 sulla Doria e 112 sulla Stromboli.

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Dopo 10 giorni di navigazione ininterrotta, il 18 luglio ormeggiano a Singapore e caricano le provviste supplementari, così da dare il tempo all’intelligence di fare “ricognizione informativa” e di improntare un piano.

In quattro giorni parlano con l’ambasciatore della Malesia, con l’addetto della marina militare inglese, i portavoce di World Vision International e definiscono le zone da pattugliare. Le direttrici di fuga sono cinque: due verso Thailandia e Hong Kong, di scarso interesse perché passano per acque territoriali. Le altre tre sono di preminente interesse, cioè dall’estremo sud del Vietnam verso la Thailandia (costa occidentale del golfo del Siam), verso Malesia e isole Anambas dell’Indonesia. Le ultime due sono le più probabili perché sono vicine alla piattaforma petrolifera della Esso, che per chi mastica poco il mare è l’unico polo di attrazione.

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Ma devono fare 12,000 chilometri senza scalo. la navigazione più lunga mai fatta dalla Marina militare italiana.

 Alle 10 del 25 luglio salpano alla volta del mar cinese meridionale e golfo del Siam. Durante la notte, va e viene un eco radar. Il giorno dopo il mare è a forza 4, e il ponte viene spazzato da raffiche di vento e acqua. Alle 8.15, con un coraggio notevole, l’Agusta Bell 212 si alza in volo per investigare le coordinate e localizza la prima barca alla deriva. È un catorcio di 25 metri carico fino all’inverosimile che sta colando a picco davanti alla piattaforma della Esso.
 
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L’Andrea Doria dà l’avanti tutta e arriva a prenderli alle 9.20, carica su un gommone interprete, medici, scorta e glielo manda incontro in mezzo alla burrasca che monta, raccomandandosi di rispettare norme di prevenzione e contagio. Il gommone si affianca e gli interpreti recitano un testo che hanno imparato a memoria

«Le navi vicine a voi sono della Marina Militare Italiana e sono venute per aiutarvi. Se volete potete imbarcarvi sulle navi italiane come rifugiati politici ed essere trasportati in Italia. Attenzione, le navi ci porteranno in Italia, ma non possono portarvi in altre nazioni e non possono rimorchiare le vostre barche. Se non volete imbarcarvi sulle navi italiane potete ricevere subito cibo, acqua e assistenza medica. Dite cosa volete e di cosa avete bisogno» 

 
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Un’onda allontana il gommone, e una donna vietnamita, convinta che gli italiani li stiano abbandonando come tutti, gli lancia il proprio figlio a bordo.

I marinai erano italiani del 1979, un mondo in cui non esistevano i social e queste scene non erano già state raccontate e non sembrano "normali". A quella vista reagiscono d'istinto. Tutte le procedure per evitare contagi vengono infrante, e dallo scafo tirano fuori 66 uomini, 39 donne e 23 bambini.

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Teodoro Porcelli, all’epoca marinaio di vent’anni, è sul barcarizzo di dritta quando riconsegna il figlio alla madre. Lei per tutta risposta gli accarezza i capelli e si mette a piangere, poi portano insieme il bambino dal dottore.

A bordo degli incrociatori, gli uomini sgobbano come animali. Infermerie, lavanderie, forni e cucine lavorano senza sosta, coi panettieri che danno il turno e i cuochi che devono allestire 1000 pasti al giorno, di cui una doppia razione per i macchinisti che sono ridotti a pelle e ossa per a far andare le quattro caldaie Ansaldo-Foster Wheeler contro le onde, il tutto con temperature tropicali e navi tutt’altro che adatte.

Medici e marinai devono stare attenti a 125 bambini che una volta nutriti corrono dovunque, ma ovviamente prediligono il ponte di volo.

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Il 31 luglio a bordo dell’Andrea Doria nasce un bambino che la madre battezza col nome di Andrea. Marsicano lo avvolge con un vestitino di seta che doveva regalare a sua figlia. I vietnamiti più in salute vogliono essere d’aiuto e fare qualcosa, così vengono messi a fare i lavori del mozzo secondo il vecchio e famosissimo proverbio della Marina : “Pennello e pittura, carriera sicura”

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Il 1 agosto a bordo delle navi non c’è più spazio fisico; hanno navigato per 2640 miglia, esplorato 250,000 kmq di oceano e salvato 907 anime. L’ammiraglio dà ordine di tornare a casa, e il 21 agosto 1979 i tre incrociatori entrano in bacino San Marco.

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Ad accoglierli c’è un oceano di gente, oltre a chi ha pianificato l’operazione fin dall’inizio: Andreotti, Ruffini, Zamberletti e Cossiga, che in seguito alla crisi di governo ha sostituito Andreotti.

A bordo ci sono malattie anche tropicali e uomini malmessi, così a qualcuno viene in mente che Venezia, riguardo a importazioni di merci e uomini, qualcosina ne sa. Così, proprio come faceva la Serenissima novecento anni prima, i vietnamiti vengono messi in quarantena nel Lazzaretto vecchio e in quello nuovo. Quelli che non ci stanno vengono spediti in Friuli.

 Sono entrati così in simbiosi con l’equipaggio che a parte pianti, abbracci, baci e giuramenti, alcuni chiedendo se possono arruolarsi. Alla fine ci sarà uno scambio di dichiarazioni tra vietnamiti ed equipaggio:

«Ammiraglio, comandante, ufficiali, sottufficiali e marinai; grazie per averci salvati! Grazie a tutti coloro che con spirito cristiano si sono sacrificati per noi notte e giorno. Voi italiani avete un cuore molto buono; nessuno ci ha mai trattato così bene. Eravamo morti e per la vostra bontà siamo tornati a vivere. Questa mattina quando dal ponte di volo guardavamo le coste italiane una dolce brezza ci ha accarezzato il viso in segno di saluto e riempito di gioia il nostro cuore. Siete diversi dagli altri popoli; per voi esiste un prossimo che soffre e per questa causa vi siete sacrificati. Grazie.»

L’ammiraglio risponde:

«Noi siamo dei militari; ci è stata affidata una missione e abbiamo cercato di eseguirla nel modo migliore. Siamo felici d’aver salvato voi e così tanti bambini e di portarvi nel nostro paese. L’Italia è una bella terra anche se gli italiani, a volte, hanno uno spirito irrequieto. Marco Polo andò con pochi uomini alla scoperta dell’Asia; voi venite in tanti nel nostro piccolo mondo. Sappiate conservare la libertà che avete ricevuto.» 

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Il popolo italiano si mobilita in massa; vengono raccolti 26.500.000 di lire tramite raccolta di abiti usati e altrettanto arriva tramite donazioni private. Arrivano offerte di lavoro e di abitazione, una famiglia si offre di costruire una casa alle famiglie, una ditta si offre di arredarla. Una scolaresca raccoglie i soldi per comprare un motorino e una macchina da cucire, i dipendenti della Banca Antoniana si tassano lo stipendio fino all’agosto del 1980, versando ogni mese i loro risparmi nel conto corrente della Caritas. I commercianti padovani inviano generi alimentari, molti ospitano i rifugiati nelle loro case ad Arsego, San Giorgio delle Pertiche, Fratte e Zugliano.
 
Pasquale Marsicano Ruffini, ricordando la storia, dirà poi “potevo considerarmi soddisfatto della mia intera esperienza politica per il solo fatto di aver potuto contribuire alla salvezza di quei fratelli asiatici”. I vietnamiti si integrano alla perfezione, diventano italiani o disperdendosi per l’Italia arrivando oggi alla terza generazione. Parecchi marinai prenderanno la medaglia di bronzo.

Quarant’anni dopo, i marinai e i profughi hanno aperto un gruppo Facebook per ritrovarsi, i sopravvissuti sono ora in tutto il mondo con le loro famiglie ma non dimenticheranno mai quegli eroi che hanno attraversato tutto il mondo per salvarli.

“A tutti i marinai della “Stromboli”, noi vietnamiti vi siamo molto riconoscenti. Se non ci foste venuti in aiuto, noi ora non saremmo probabilmente vivi. Vi pensiamo spesso, ora che siamo qui al sicuro e ricordiamo quanto buoni e gentili siete stati con noi. Il vostro ricordo rimarrà sempre nel nostro cuore e anche se non ci vediamo più, noi vi penseremo che con affetto, riconoscenza e nostalgia. Grazie ancora!”Scritto da Nicolò ZulianiFoto di archivio e di Roberto Vivaldi
 
Articolo di: Pietro Frattini
 
 



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Isola di plastica anche nel Tirreno: e’ tra la Corsica e l’Isola d’Elba e grande decine di km di rifiuti monouso

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Un’isola di plastica, formata in gran parte da rifiuti monouso, va alla deriva tra la Corsica e l’isola d’Elba. È composta da migliaia di tonnellate di rifiuti trasportati dalle correnti. L’impatto di questi materiali sui fondali, e nello specifico nella zona del Santuario dei Cetacei, può essere devastante.

Così il Mar Tirreno ha una nuova isola. Non è il risultato di un lungo viaggio guidato dagli esploratori. No, ahimè no. È solo il risultato dell’inciviltà delle persone. Tonnellate e tonnellate di rifiuti di plastica stanno andando alla deriva nel Mediterraneo. Portati dalle correnti, formano un’isola lunga diversi chilometri tra l’Elba e la Corsica.

Le correnti marine hanno creato l’isola di plastica del Tirreno

Molto più piccola del suo omologo presente nell’Oceano Pacifico, e di cui abbiamo parlato diffusamente, questa bomba ecologica rappresenta una minaccia concreta per la flora e la fauna del Mar Tirreno e di tutto il Mediterraneo; noi avevamo già denunciato questo problema, cioè della troppa plastica presente nei nostri mari, circa 6 anni fa.

Il fenomeno non è purtroppo nuova, ha detto Francois Galgani, il capo di Ifremer a Bastia  “Questa è una situazione cronica, poichè porta alla creazione  concentrazioni molto alte in questa zona. Le correnti nel nord-ovest del Mediterraneo portano l’acqua a risalire lungo la costa italiana e quando arriva sulla base dell’isola d’ Elba, nell’arcipelago toscano, trova li il suo impedimento e viene spinta averso il canale della Corsica.”

E’ per questo che in questa zona ci sono densità più elevate; quando abbiamo condizioni meteorologiche avverse, ad esempio il vento da nord o nord-est in estate, abbiamo grandi accumuli di rifiuti sulla costa della Corsica.

Si tratta di poche decine di chilometri, afferma François Galgani. Ma a differenza delle “isole di plastica nel Pacifico o nell’Atlantico ” che sono “correnti permanenti” che causano “sempre negli stessi luoghi accumuli”, nel Mediterraneo, ci sono zone di accumuli temporanei, alcuni giorni o settimane, un massimo di due o tre mesi, ma, almeno sinora, non ci sono raccolte in modo permanente.

balena costa ligure santuario cetacei 1024x576Una balena avvistata sulla costa Ligure, nel Santuario dei Cetacei:
oggi è messo a repentaglio dal problema della plastica in mare

Il problema della plastica monouso

Secondo Legambiente oltre la metà dei rifiuti è rappresentato da plastica monouso “quindi la nuova direttiva europea appena approvata dal Consiglio dell’Unione Europea – commenta – darà un aiuto notevole”.

Da questo punto i vista all’Elba i tempi sono stati anticipati. Dopo Marciana Marina, Campo nell’Elba e Porto Azzurro anche il Comune di Capoliveri, all’inizio del 2019 ha detto no alla vendita di prodotti di plastica monouso tra campeggi, alberghi e negozi, aderendo così alla campagna Palagos Plastic Free lanciata proprio da Legambiente e Parco Nazionale Arcipelago Toscano

. Il resto l’hanno fatto i pescatori di Livorno e il progetto sperimentale ‘Arcipelago Pulito’ lanciato a marzo 2018 dalla Regione Toscana.

I rifiuti di plastica in mare non sono riciclabili

Per pulire, ci deve essere un valore per quello che recupereremo”, aggiunge François Galgani. “Se stai cercando reti da pesca sul fondo, questi sono oggetti che sono molto costosi, possono essere riparati, riutilizzati e quindi riciclati. Tuttavia, in mare, il problema è che i rifiuti galleggianti non sono riciclabili, sono molto degradati, sono materiali molto eterogenei, c’è diversi tipi di plastica e quindi costa molto riciclarli, e quindi questo non accadrà “ , dice lo scienziato.

“Ci sono posti dove abbiamo una vera zuppa di plastica. Il problema alla fine è che questa plastica si accumula nei tessuti dei pesci e in altri organismi commestibili, diffonderà le sue microplastiche tossiche, e noi poi mangeremo questi pesci o questi prodotti”.

Le possibili soluzioni al problema della plastica in mare

Come abbiamo messo in evidenza il problema, allo stesso modo abbiamo parlato di possibili soluzioni e nuove invenzioni che possono aiutare a ridurre l’impatto ambientale di questi fenomeni. Ricordiamo sempre che è necessario “ripensare” i nostri consumi, e in primis le nostre scelte: prima di acquistare un materiale con un imballaggio inutile o superfluo, dovremmo ragionarci molto di più e orientare le nostre scelte verso prodotti sostenibili. Anche la UE pare abbia fatto il passo decisivo verso la riduzione sino alla eliminazione degli oggetti monouso in plastica, proprio con la legge approvata definitivamente in questi giorni.

LEGGI IN MERITO ALLA PULIZIA DEI MARI DALLA PLASTICA

Il 19enne che inventa il dispositivo per ripulire gli oceani dalla plastica

A 12 anni inventa robot che ci salverà dalle microplastiche in mare

Creato enzima killer capace di mangiare la plastica. Può salvare i nostri mari

FONTE: Logo ambientebio

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Svezia, i relitti di due navi da guerra individuati nel Mar Baltico: uno sarebbe la nave gemella di Vasa

Svezia, i relitti di due navi da guerra individuati nel Mar Baltico: uno sarebbe la nave gemella di Vasa
Un gruppo di archeologi svedesi ha scoperto due relitti al largo di Vaxholm, nei pressi di Stoccolma. Secondo le prime rilevazioni, almeno uno di questi dovrebbe essere la nave gemella della Vasa. La Vasa è un grande vascello svedese affondato nel giorno del suo varo, il 10 agosto 1628. Recuperata nel 1961 e esposta nel Museo Vasa di Stoccolma, è considerata la nave da guerra del XVII secolo meglio conservata al mondo. "Quando siamo scesi in profondità abbiamo visto un enorme muro davanti a noi, è stato pazzesco", racconta Jim Hansson, uno degli archeologi che ha partecipato alla missione, parlando del primo impatto visivo con uno dei relitti. Al momento non è in programma il trasporto delle navi in superficie. La particolare composizione delle acque del Mar Baltico in cui sono affondate, ha consentito la loro buona conservazione.

A cura di Mario Di Ciommo

Video relitto Vasa

FONTE: Logo REptv

 

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