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Il primo impianto ibrido solare-ondoso di produzione di energia elettrica

Lo ha avviato Eni nell'offshore di Ravenna. In futuro questo modello consentirà di convertire piattaforme 'mature' in hub per la generazione di energia rinnovabile.

Piattaforma Eni

Eni ha installato e avviato con successo l’unità di produzione Inertial sea wave energy converter (Iswec), un innovativo sistema di produzione di energia in grado di trasformare l’energia prodotta dalle onde in energia elettrica, adattandosi anche alle differenti condizioni del mare così da garantire un’elevata continuità nella produzione energetica.

L’impianto pilota, installato nell’offshore di Ravenna a cura del Distretto centro settentrionale di Eni, è integrato in un sistema ibrido smart grid, unico al mondo, composto da fotovoltaico e sistema di stoccaggio energetico. L’impianto ha raggiunto un picco di potenza superiore a 51 kW, ovvero il 103% della sua capacità nominale. Questa tecnologia risulta idonea per l'alimentazione di asset offshore di medie e grandi dimensioni e, in futuro, consentirà a Eni di convertire piattaforme offshore 'mature' in hub per la generazione di energia rinnovabile.

ConvertitoreIl modello del convertitore Iswec (le dimensioni reali sono: lunghezza 10 m, larghezza 5 m, altezza 2,9 m)

Le onde sono la più grande fonte rinnovabile inutilizzata al mondo, con densità energetica estremamente elevata, alta prevedibilità e bassa variabilità, e rappresentano, quindi, una fonte di energia molto promettente per il futuro e adatta alla decarbonizzazione dei processi offshore. L’impegno di Eni nella ricerca di energia da fonti rinnovabili, lavorando in maniera sinergica con il Politecnico di Torino e lo spin-off Wave for Energy con un esempio virtuoso di open innovation, ha portato all’individuazione dell’elevato potenziale derivante dal moto ondoso, riconoscendolo quale principale risorsa rinnovabile energetica non sfruttata a livello globale. La potenza disponibile dalle onde è applicabile a contesti off-grid e allo stesso tempo complementare ad altre fonti rinnovabili, per la realizzazione di un sistema energetico resiliente con zero emissioni.

Questo progetto, fa sapere l'azienda, rappresenta per Eni (che controlla Agi al 100%) un ulteriore esempio concreto di integrazione tra il mondo accademico e l’impresa. Eni continua a valorizzare gli accordi di collaborazione in essere con le principali università italiane per accelerare lo sviluppo industriale di tecnologie innovative, potenziando e supportando il tessuto industriale nazionale.

FONTE: Logo Agi energia

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Pacifico: l’isola di plastica è 16 volte più grande del previsto e continua a crescere

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Molti forse ignorano la sua esistenza: la grande “isola di plastica” del Pacifico è un enorme accumulo di spazzatura galleggiante (composto soprattutto da plastica) situato nell’Oceano Pacifico, che secondo le ultime stime continua a crescere in maniera inarrestabile.  Le navi e gli aerei della fondazione olandese Ocean Cleanup l’hanno percorsa in lungo e in largo e hanno contato 80mila tonnellate di frammenti in un’area grande tre volte la Francia. La massa di spazzatura e plastica, concentrata dalle correnti, approssimativamente fra il 135º e il 155º meridiano Ovest e fra il 35º e il 42º parallelo Nord, è rappresentata dalla superficie di oceano in cui la concentrazione di rifiuti supera il chilogrammo al chilometro quadro e, fattore preoccupante, è 16 volte più alta rispetto a quanto si stimasse fino a ieri. L’isola ha in realtà l’aspetto di una “zuppa”: non ha nulla a che fare con una nuova terra emersa. Ma sta diventando sempre più “densa” e per paradosso si trova a metà strada tra due famose mete turistiche come la California e le Hawaii.I nuovi dati – pubblicati su Scientific Reports – sono inquietanti perché parlano di una concentrazione di spazzatura che è passata dai 400 grammi per chilometro quadro degli anni ’70 a 1,23 kg nel 2015. Il 99,9% di questa spazzatura è plastica. Quasi la metà è formata da reti da pesca. Il resto è una quota dei 320 milioni di tonnellate di questo materiale prodotti ogni anno nel mondo. Uno di questi frammenti (una cassetta per le bottiglie d’acqua) ha ancora stampigliato l’anno di produzione: 1977. Gli oggetti più grandi (50 centimetri o più) rappresentano il 53% della massa. Ma se consideriamo il numero dei frammenti, sono le microplastiche (meno di mezzo centimetro) a farla da padrone, con il 94% dei residui. In tutto la brodaglia contiene 1,8 trilioni di pezzi: 250 per ogni individuo del pianeta.

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Attraverso una serie di spedizioni oceaniche, The Ocean Cleanup sta studiando la massa totale e la distribuzione dei frammenti di plastica negli oceani, e metodi, tecnologie e strumenti di riciclaggio della plastica oceanica che siano economicamente e tecnicamente sostenibili. Nell’agosto del 2015 ha lanciato la cosiddetta “Grande Spedizione” (in inglese: Mega Expedition), in cui una flotta di circa 30 navi ha attraversato la grande chiazza di immondizia del Pacifico usando reti a traino chiamate “manta trawls” per misurare la concentrazione e la dimensione e scala della distribuzione della plastica in quella zona. I ricercatori, a bordo della nave madre RV Ocean Starr, hanno riportato di aver avvistato rifiuti di plastica di dimensione maggiore di quanto previsto nella grande chiazza di immondizia del Pacifico. Secondo il sito web di The Ocean Cleanup, questa spedizione è stata condotta in preparazione di una pulizia della grande chiazza di immondizia del Pacifico su larga scala, che l’organizzazione intende iniziare nel 2020.

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Articolo di Francesco Ladisa

FONTE: logo inmeteo

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La danza infinita del faro

Riporto un bellissimo racconto di Chiara Baù, che esprime in se tutto l'amore che essa ha per la natura ed il mare. Vi invito a leggerlo ma anche a visitare il suo bellissimo sito. Credetemi, ne vale veramente la pena!

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© Chiara Baù

Ogni volta che osservo un faro ho la sensazione di ammirare un’opera d’arte con qualcuno che vive al suo interno. La sua presenza a picco sulle scogliere ha animato i miei sogni fin da piccola.

Chiudo gli occhi e immagino il guardiano del faro assorto nei suoi pensieri, mentre scruta l´orizzonte. Non riesco a figurarmi un faro senza il suo custode, quasi fossero due compagni inscindibili.

Eppure al giorno d’oggi i fari ancora operativi stanno subendo un processo di automazione totale per ridurne i costi di gestione e manutenzione; sfuma così la presenza di una figura leggendaria.

Di nuovo chiudo gli occhi e fantastico di trovarmi di fianco a lui, in silenzio, ad osservare le molteplici forme delle onde, a volte impetuose e graffianti sulle pareti del faro, a volte simili a dolci carezze. Lo immagino mentre ascolta il vento che accarezza il volto grinzoso segnato da eleganti rughe.

Un compito, quello del guardiano, forse tra i più prestigiosi ed onorevoli: accendere all´imbrunire un fascio di luce che salva e dà conforto alle imbarcazioni in mare per poi spegnerlo all’alba lasciando le imbarcazioni in balia del loro faro naturale, quello della luce solare.

Tempo addietro avevo realizzato il sogno di incontrare gli orsi nelle foreste, studiandone il comportamento, ora era il momento di cogliere altri desideri, immaginare di stare in compagnia di un guardiano del faro.

Mi sono così trasferita sulla costa atlantica della Bretagna, nel Finistère, un promontorio sul mare su cui sono concentrati i fari più spettacolari. L’alta densità di fari su questo tratto di costa si spiega con la rinomata pericolosità della navigazione. È qui che l’oceano esprime tutta la sua potenza con imponenti correnti, escursioni termiche di marea e onde che raggiungono altezze di una quindicina di metri. I venti sembrano spazzare tutto ciò che lo circonda, ma lui, il Faro col suo fedele guardiano resistono tenaci e imperturbabili.

Oggigiorno il guardiano non é più presente fisicamente, ma lo è la sua anima. Desideravo assaporare questa sensazione e percepirne l’essenza sulle coste dell’Oceano Atlantico. Non mi sarei permessa di entrare fisicamente nel faro al posto del guardiano, ma sarei rimasta al suo fianco come un fantasma, vicino alla sua anima. Ecco perché ho progettato di recarmi in Bretagna a visitare i fari più caratteristici e, per coglierne lo spirito, ho deciso di trascorrere alcune ore in prossimità di queste sentinelle del mare nei momenti più significativi della giornata: l’alba e il tramonto.

Durante il giorno ammiravo l’eleganza dei fari che sembrano sfilare lungo la costa come su una passerella, in attesa che mezz’ora prima del crepuscolo una luce si accendesse per offrire un punto importante di riferimento alle imbarcazioni in mare. La sentinella del mare deve il suo nome all’isola di Pharos, situata di fronte ad Alessandria d’Egitto, dove nel III secolo a.c. era stata costruita una torre alta tra i 115 e i 135 metri, sulla cui sommità un fuoco acceso emetteva un segnale luminoso, che grazie ad un elaborato sistema di specchi, si dice ideato da Archimede, consentiva una gittata di oltre 30 miglia.

Una storia antica e innumerevoli vicende si nascondono dietro ognuna di queste costruzioni in muratura. Durante la notte diventano amiche delle imbarcazioni, trasformandosi in statue impassibili durante il giorno. Probabilmente sono osservate anche dalle balene durante le loro rotte migratorie, e chissà mai che non offrano punti di riferimento anche ad altri abitanti dell’oceano, come la tartaruga caretta caretta che durante brevi emersioni le controlla per orientarsi sul proprio percorso, o per i capodogli spesso vittime di spiaggiamenti.

Mi alzo nel cuore della notte, vestita a cipolla. Cerco il luogo più adatto vicino al faro ma senza entrarvi.

Con la macchina fotografica mi sono appostata per ritrarre l’alba. La luce è scarsissima e usando lo scoglio come cavalletto rimango immobile il più possibile. Uso le stesse tattiche di quando mi nascondevo in lande desolate per osservare il passaggio dell’orso grizzly. In silenzio e immobile: regole sacre per fotografare e ammirare le situazioni più affascinanti in natura.

Aspettavo l’istante da tempo. Sdraiata su uno spuntone di roccia granitica, in compagnia dei gabbiani, l´oceano atlantico davanti, scuro e sconfinato. Una sensazione di completezza davanti a questo spettacolo. È ancora buio, ma le nuvole sembrano delinearsi dolcemente uscendo poco alla volta dall’oscurità per rivelare i contorni dorati alle prime luci dell’alba. Voglio fermare il tempo, immortalare l’istante, forse il più bello della giornata. Ho sempre desiderato appendere in casa il poster di un faro, pur potendolo semplicemente acquistare alla libreria del mare a Milano, ma possedere e ammirare l´immagine di un faro in soggiorno doveva essere una conquista. Così mi trovo al cospetto dell’Oceano. Sistemata sullo scoglio la macchina fotografica osservo il fascio di luce che nel buio scarso dell’incipiente mattino simula una danza. Sembra ondeggiare sulla musica perenne delle onde del mare, una danza circolare dove una striscia argentea si propaga improvvisa sul mare, sul tetto di un’isolata baracca della spiaggia, sulle scure rocce granitiche della costa.

Ogni singola pietra sembra animarsi e divertirsi in questa giostra, antiche pietre partecipi nei secoli di uno spettacolo sempre attuale che volge a un nuovo giorno.

Il faro si sbizzarrisce su ogni angolo di buio, il raggio deciso sembra dividersi in due grandi bracci che accarezzano ogni onda del mare e ogni zolla di terra. Con delicatezza chiudo lentamente il diaframma dell’obiettivo. La luce del sole sta per fare il suo ingresso. Il faro però non si interrompe e continua il suo compito.

Manca ancora una manciata di minuti al sorgere del sole. La roccia granitica modellata dalle tempeste punzecchia la mia pelle. Immersa nella magica atmosfera del crepuscolo mattutino osservo il faro che ho davanti a me sulla scogliera, imponente e regale. Il fascio luminoso tanto rassicurante nelle ore notturne sembra affievolirsi man mano che i raggi del sole iniziano ad annunciare il giorno, emergendo delicati e svettanti dall’orizzonte.

È un momento sacro e anche il faro davanti a me sembra inchinarsi alla presenza del sole. Con timidezza il fascio luminoso si spegne lasciando il testimone ad un fascio più luminoso e sfolgorante, quello del sole. Un passaggio delicato, quasi un colloquio di benvenuto, una sorta di dialogo e in quel momento in cui la luce si spegne, un passaggio di consegne tra il faro e il sole, una cerimonia esistente da secoli. Se nel buio che precedeva il sorgere del sole era il faro a farla da padrone, ora il compito tocca al sole.

Le rocce assistono allo spettacolo consueto di ogni giorno, memorizzando luci e colori mutevoli ad ogni secondo. Sembrano animarsi, e ogni granello di roccia si illumina d’incanto al cospetto dei raggi solari.

Un passante lontano, forse un vagabondo si chiede cosa mai stia facendo sdraiata in cima allo scoglio, immobile, in balia di un vento freddo e pungente.

Immortalato il momento di un antico scambio di ruoli tra faro e sole, rimango appollaiata sullo scoglio ancora qualche istante per ammirare il faro nella sua nuova veste. Poi un poco assonnata lascio lo scoglio per andare a riposare, non senza trascurare una ricca colazione nell’accogliente pasticceria del villaggio bretone vicino.

Il pensiero del guardiano del faro non mi abbandona. Mi diverto a instaurare un dialogo virtuale con la sua figura immaginaria. Fantastico mentre l’osservo scrutare il mare, intessere un amichevole colloquio con onde e gabbiani; di sicuro non ricorre ad Alexa, il dispositivo con intelligenza artificiale che spopolando sui mercati online sembra essere diventato uno strumento di dialogo indispensabile per gran parte di utenti. Un marchingegno programmato per parlare e rispondere a qualsiasi domanda, capace anche di augurare la buonanotte. Sembra che l’era digitale spalanchi tutte le finestre, mentre in realtà finisce spesso col costruire muri o rapporti solo virtuali. Il guardiano del faro, pur trascorrendo la maggior parte del tempo in solitudine, non ricorre ad Alexa, non conosce linguaggi artificiali.

Piuttosto che instaurare fittizie conversazioni sui social colloquia con le onde, dialoga con le balene ed al tronco arenato sulla spiaggia dopo una furiosa burrasca pare rivolgersi con curiosità e amicizia “Caro tronco viaggiatore, il destino ti ha trasportato su questa spiaggia strappandoti alla famiglia su isole lontane, un uragano ti ha rapito dalla tua foresta regalandoti un viaggio nell’oceano. Nascondi nelle tue venature la saggezza del mare, porti sul tuo legno le ferite delle tempeste, ma la tua debolezza col tempo si è trasformata in fermezza e armonia. Il tuo legno accoglie i gabbiani e la tua nobiltà si mischia alla bellezza delle conchiglie che ti circondano”.

Questo l’immaginario conversare del guardiano del faro col tronco di legno fradicio abbandonato sulla spiaggia deserta.

Tiene un piccolo taccuino il guardiano, dove annota gli avvistamenti in mare. Il volto è tranquillo anche quando onde gigantesche avvolgono il faro oltre la sommità in una nuvola turbinosa di acqua scrosciante e schiuma imponente. Un’identità forte e ben definita accompagnata da una calma e serenità esemplari.

Il suo udito si è talmente affinato da distinguere la voce delle onde più diverse: l’onda lunga che nel suo ritmato peregrinare rivela una voce profonda quasi baritonale, l’onda corta con uno sciacquio più allegro e scoppiettante. Anche ad occhi chiusi riesce a riconoscere il battito d’ali del gabbiano e a distinguerlo da quello del cormorano o di una fregata.

L’ora del tramonto si avvicina. Il rituale è il medesimo della mattina. Installo la macchina fotografica sul cavalletto, mi incastro tra le rocce rugose modellate dal vento e rimango in attesa.

Mentre mi accoccolo tra gli spuntoni rocciosi, mi accorgo che è una verde flora originale quella che riesce a conquistare il granito spazzato dagli spruzzi delle onde. Si tratta di minuscoli licheni che dipingono le pareti degli scogli. Le luci si fanno sempre più calde, il faro si appresta al compito quotidiano, io lo stesso.

L’attimo dell’imbrunire in cui il faro si accende per proiettare i suoi raggi sembra un incantesimo. Si schiude un mondo nuovo, sconosciute emozioni, non più la paura ancestrale del buio che mi spaventava da bambina. Il timore svanisce e si dissolve con la crescente bellezza di un’atmosfera unica col faro che con ritmo costante illumina tutto l’ambiente sul suo percorso circolare. La luce sembra propagarsi all’infinito e come una bacchetta magica si insinua in ogni minuscolo angolo di buio.

Ora è la luce del faro che prende il sopravvento, mentre è tempo per il sole di riposare. Assisto nuovamente al passaggio di consegne e un po’ infreddolita ripongo la macchina fotografica dopo aver catturato il tramonto nell’obiettivo. La luce del giorno non è più sufficiente e preferisco osservare coi miei occhi il propagarsi dei luminosi raggi del faro. Mi lascio sfiorare e ci gioco, un gioco rituale come quando da piccola saltavo la corda.

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© Chiara Baù

La cerimonia alba-tramonto viene ripetuta sempre con stupore e curiosità per tutti i fari della costa bretone. Ogni faro ha una sua identità e un suo custode che là vi abita con i propri ricordi e pensieri.
E accanto ad ogni faro mi sento sempre più vicina allo spirito del guardiano. Il mare non è solo un nuovo punto di vista, bensì un libro da cui attingere in ogni istante.

Dopo qualche settimana sono impegnata per lavoro in Costa Azzurra. Un ambiente che contrasta con la selvaggia Bretagna. La costa appare puntellata come un alveare per la densità delle costruzioni.

Sembra non esserci spazio neanche per un albero. Un tratto di mare sta per essere rapito dall’uomo. Dalle vetrate dell’hotel vedo emergere dal mare delle fondamenta di acciaio che spuntano dall’acqua come in un film di fantascienza. Un´immagine che solo alla vista disturba.

Scopro in realtà che per edificare nuovi hotel forse per un aspetto più spettacolare e originale viene sacrificata una porzione di mare. Il direttore dell’hotel accenna a nuovi posti di lavoro, nuove imprese, nuovi investimenti. Da naturalista convinta penso all’usurpazione di una parte di natura e trovo questa soluzione del tutto artificiosa e innaturale.

Il mare, penso, avrebbe dovuto dare il suo consenso, ma il mare non risponde, la sua sofferenza è silenziosa.

Penso allo sguardo del guardiano del faro quando scruta il mare, al nuovo orizzonte interrotto dall’arpione di una gru piuttosto che dallo spruzzo dello sfiatatoio di una balena.

Per un istante ho dimenticato che il guardiano del faro non esiste più. Eppure è come se mi avesse affidato un nuovo compito. Nei giorni trascorsi sulle coste della Bretagna ho imparato quanto sia impagabile lo sguardo sull’orizzonte sconfinato e quanto prezioso sia lasciarlo navigare nell’infinito.

Uno sguardo che può essere colmato e arricchito dal tuffo acrobatico di un delfino, dal volo di un gabbiano o da un veliero lontano. Il guardiano del faro sapeva difendere quell’orizzonte, e controllarlo accendendo e spegnendo il fascio luminoso.

Non posso impedire che quel tratto di mare venga violentato, ma posso tramandare il pensiero del guardiano a chiunque mi conosca. Solo così la danza infinita del faro potrà continuare.

 FONTE: Logo Imperialbuldog

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La difesa vende ai turchi il Vittorio Veneto

La Difesa vende ai turchi il Vittorio Veneto

La Difesa ha concluso la procedura di vendita per 3 milioni di euro alla turca Simsekler dell'ex Incrociatore e dell’ex Fregata Granatiere
 
Vittorioveneto
 

Il ministero della Difesa ha concluso la procedura di vendita dell’ex Incrociatore Vittorio Veneto e dell’ex Fregata Granatiere, soggetta all’obbligo di demolizione e riciclaggio sicuro e compatibile con l’ambiente aperta ad operatori che agiscono in conformità tecnica con i requisiti previsti dal Regolamento Europeo n. 1257/13.

La manifestazione di interesse fu emanata da Agenzia Industrie Difesa lo scorso 31 ottobre, per selezionare potenziali offerenti ammissibili alla vendita per la cessione di due Galleggianti, ex navi della Marina Militare italiana. Le due ex navi da tempo si trovano presso l’Arsenale Militare Marittimo di Taranto (Marinarsen – Taranto) e saranno vendute insieme.

L’Autorità ha deciso di alienare l’ex Incrociatore Vittorio Veneto e l’ex Fregata Granatiere, con l’obbligo per l’acquirente di effettuarne la demolizione e un riciclaggio sicuro e compatibile con l’ambiente, in quanto le suddette ex navi presentano quantità di materiali pericolosi quali ad esempio amianto. La tipologia dei materiali pericolosi presenti sulle due ex navi ed i relativi quantitativi stimati sono riportati nell’Inventario dei Materiali Pericolosi delle due ex UU.NN. che sono stati condivisi con gli offerenti che sono risultati idonei alla presente fase di preselezione.

(leggi l’intervento del Commissario straordinario per le bonifiche Corbelli nel 2017 in Consiglio comunale sulla situazione del Vittorio Veneto https://www.corriereditaranto.it/2017/12/06/nave-vittorio-veneto-e-scontro-sulle-bonifiche/)

La manifestazione di interesse stabiliba entro e non oltre 35 giorni solari dalla data di pubblicazione sul sito web dell’Autorità ovvero entro le ore 16:30 del 5 dicembre 2018, l’invio delle offerte. L’8 gennaio 2019, è stata ultimata la preselezione degli operatori economici (O.E.) interessati alla presente procedura. Poi, lo scorso 20 febbraio, nella sede dell’Agenzia Industrie Difesa in Roma, si è riunita la Commissione nominata con Atto Dispositivo n. 25/2019 in data 18/02/2019 per valutare le offerte.

Sono state 7 le società selezionate che entro il termine previsto dalla lettera di invito hanno presentato offerta, ma soltanto 4 le società che hanno inviato l’incartamento entro il temine previsto: la turca SOK DENIZCILIK con sede ad Ataturk, la turca SIMSEKLER con sede ad Izmir, la ISTAMBUL SHIPYARD con sede ad Istanbul, la LEYAL DEMTAS con sede ad Izmir.

La Commissione ha provveduto a verificare la documentazione amministrativa (busta A) pervenuta ed ha valutato la conformità di quanto presentato dalle concorrenti in relazione a quanto chiesto dal disciplinare di gara. Ed ha poi aperto le offerte economiche (buste B) ed ha rilevato i seguenti incrementi percentuali offerti dalle concorrenti. Consideratii criteri di valutazione adottati dalla Commissione (maggiore incremento percentuale rispetto al prezzo base palese di euro 890.000,00) e prevista lapossibilità di aggiudicazione anche in presenza di una sola offerta valida, e vista la conformità delle documentazioni e delle offerte presentate, la Commissione ha dciso di aggiudicare la vendita, fermo restando gli accertamenti di rito, alla società SIMSEKLERche ha presentatoun incremento percentuale del 280,00% per un valore di vendita pari a 3.382.000,00,00 euro.

La Simsekler General Ship Chandlers & Ship Repair Inc. è la principale azienda di fornitura navale, riparazione navale e società di riciclaggio di navi verdi in Turchia. SIMSEKLER è stata fondata ad Aliağa nel 1976. SIMSEKLER, e mira a soddisfare le esigenze marittime della Turchia, è una società di alto livello in grado di servire in tutti i porti e gli stretti turchi con i suoi 40 anni di esperienza.

Svanisce il sogno del museo

Dunque, a distanza di 13 anni da quando, il 29 giugno 2006, la nave fu protagonsita della cerimonia del suo ultimo ammainabandiera, laliturgia che per una unità militare significa la fine della vita operativa e il via allo smantellamento, la Vittorio Veneto nelle prossime settimane abbandonerà il bacino del Mar Piccolo dove è stata ancorata in tutti questi anni.

In cui si sono succeduti proclami, tavoli tecnici, conferenze, incontri e scontri politici, interrogazioni di ogni tipo, promesse, annunci, possibilità di scippo da parte di altre città come Trieste e quant’altro, tramonta la possiiblità di valorizzare un pezzo di storia della Marina Militare italiana che per anni ha fatto parte del panorama unico del Mar Piccolo (all’interno del più ampio progetto di realizzare un polo museale all’interno dell’Arsenale, finanziato dal CIS). Tranne che per pochi casi (sulle colonne del ‘TarantoOggi‘ abbiamo scritto diversi articoli negli anni ed anche sul corriereditaranto.it, alcuni politici locali e la Fondazione Marittima Ammiraglio Michelagnoli), nessuno si è di fatto concretamente interessato ad un progetto che è finito per restare nel cassetto, come tanti, troppi, riguardanti Taranto e le sue risorse.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2017/09/07/nave-museo-vittorio-veneto-si-puo-fare-forse/)

E’ chiaro che, passato troppo tempo, è divenuto anche impossibile pensare di bonificare le due unità navali.

Una città che troppo spesso preferisce piangersi addosso, o dipingersi come peggio non può; dove si rincorre lo scoop social-mediatico, dove in troppi si riempiono la bocca di cose che non conoscono; il tutto mentre il tempo scorre inesorabilmente e con lui i treni che passano e non tornano più indietro. E con loro anche la Vittorio Veneto, destinata alla demolizione, di cui non resterà che un triste ricordo. Chapeau.

(leggi tutti gli articoli sulla Vittorio Veneto https://www.corriereditaranto.it/?s=vittorio+veneto&submit=Go)

Fonte: Logo Corriereditaranto

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Plastica Addio! Dal Veneto arriva la pellicola per cibi 100% naturale fatta dalle api

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Un’ idea ecologica ed innovativa quelle che arriva da Castelfranco Veneto dove si pensa a soluzioni alternative per liberarsi una volta per tutte dalla plastica

sostituendola con un materiale ecologico 100% naturale, composto da fibra di cotone olio di jojoba e ingrediente speciale, la cera d’api, che a differenza della pellicola trasparente di plastica, non inquina e può essere riutilizzato 100 volte per singolo foglio.

Apepak è fatto di cotone biologico certificato Global Organic Textile Standard, o riciclato dagli avanzi dei laboratori tessili italiani. La cera d’api, la resina di pino e l’olio di jojoba sono forniti da apicoltori e aziende italiane, con quindi una grandissima cura per i dettagli e le materie prime

Questo super materiale di chiama Apepak e l’idea e la realizzazione vengono dalla cooperativa sociale Sonda, che sta facendo parlare molto di sè grazie ai social,

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e Apepak si presenta come un panno di cotone, che lavorato con cera d’api e olio di jojoba diventa modellabile e resistente ad unto e perdite, così da poter essere utilizzato per ricoprire gli alimenti, Il vantaggio è quello di non usare la plastica, di avere un prodotto riutilizzabile e che alla fine del suo ciclo di vita non inquina

è traspirante e permette quindi che il contenuto avvolto respiri, perfetto quindi per i prodotti come pane e prodotti di panificazione per evitare che l’umidità li renda molli. Perfetto anche per frutta e formaggi, per mantenerli freschi ed in buone condizioni a lungo,

Apepak sostituisce gli involucri usa e getta di carta, plastica e alluminio, così da:
Risparmiare 9 kmq di involucri di plastica all’anno
Remunerare 30 minuti di lavoro di un socio svantaggiato di Sonda Società Cooperativa Sociale Onlus
Remunerare 3 giorni di lavoro di api da miele italiane
Sostenere l’agricoltura di cotone biologico e dare una nuova vita agli avanzi dei laboratori tessili italiani.

La cooperativa ha un laboratorio a San Vito di Altovole, e li sta già producendo e sperimentando questa nuova pellicola, anche grazie all’aiuto di un gruppo di volontari che la sta testando per capire come migliorare il prodotto per renderlo unico nel suo genere,

Francesca Amato, vicepresidente della cooperativa racconta a TribunaTreviso:

“L’idea ci è arrivata da un nostro amico negli Usa che ha registrato il marchio Apepak. Per noi però ha anche un’altra valenza: quella che questa produzione si trasformi in posti di lavoro per persone svantaggiate, Ci sono già alcuni prodotti similari ma stiamo cercando di avere un prodotto più ecologico possibile.”

l’idea della cooperativa non è solo quella di creare un prodotto completamente ecologico e buono per l’ambiente, ma anche quella di inserire e dare lavoro a persone in difficoltà

Ecco cosa si legge sul sito internet di ApePak:

L’ALTERNATIVA NATURALE AGLI INVOLUCRI DI PLASTICA
Dopo una vita di sogni e un anno di sviluppo, eccovi la nostra idea:
Apepak sostituisce gli involucri usa e getta, ​È durevole, multiuso, malleabile, antisettico, sigillante, biodegradabile…

Apepak è perfetto per portare un panino a scuola, la frutta in ufficio, far lievitare un impasto
o sigillare il piatto degli avanzi. E tu, come lo userai?

Bella idea, italiana, per tutti gli appassionati di sostenibilità e per chi vuole ridurre i consumi di plastica monouso!

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Ecco il sito internet di ApePak

FONTE: Logo positizie

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Vorrei vedere il mare per l’ultima volta”. E l’ambulanza si ferma sulla spiaggia

“Vorrei vedere il mare per l’ultima volta”. E l’ambulanza si ferma sulla spiaggia 

di Susanna Picone

anziano ambulanza mare

La Croce Rossa di Ivrea ha esaudito il desiderio di un anziano di ottantotto anni trasportato dalla Toscana al Piemonte per ragioni di salute.

Quando quel signore ha chiesto di poter vedere ancora una volta il suo mare a Marina di Carrara i soccorritori si sono fermati sulla spiaggia e per lui hanno spalancato il portellone.

Un vecchietto su una barella, all’interno di un’ambulanza ferma su una spiaggia. Col portellone aperto davanti all’anziano e il mare di fronte a lui.

È toccante uno scatto apparso in questi giorni su Facebook, che ritrae appunto un signore che, costretto su una barella in ambulanza, guarda il mare.

Il suo mare, quello di Marina di Carrara, che probabilmente non vedrà mai più dato che, a causa delle sue precarie condizioni di salute, dalla Toscana lo hanno portato in Piemonte, nel Cavanese.

Ma prima di lasciare la sua terra quel signore della foto, un uomo di ottantotto anni, ha chiesto un favore all’equipaggio della Croce Rossa di Ivrea.

“Potete fermarvi un attimo, vorrei vedere il mare”, avrebbe detto con gentilezza ai volontari, forse consapevole del fatto che probabilmente non avrebbe più rivisto quel panorama.

E i medici e gli infermieri che lo stavano trasferendo in Piemonte hanno deciso di accontentarlo.

Dopo aver interpellato la famiglia l’equipaggio della Croce Rossa di Ivrea ha fermato quindi l’ambulanza a due passi dalla spiaggia e aperto il portellone per mostrare al paziente il mare.

Solo dopo quell’emozionante momento e una fotografia scattata anche insieme all’equipaggio della Croce Rossa di Ivrea, il viaggio dell’anziano verso il Nord è ricominciato.

croce rossa anziano mare1

Ambulanza si ferma in spiaggia: il figlio ringrazia

Grazie a quanti hanno fatto vedere al mio babbo il mare” – “Volevo ringraziare i quattro angeli volontari della Croce Rossa di Ivrea – ha scritto il figlio dell’anziano paziente su Facebook elencando i nomi dei membri dell’equipaggio – che ci hanno aiutato a trasportare il mio babbo in ambulanza da Carrara a Ivrea e hanno acconsentito a fargli vedere, forse per l’ultima volta, il mare”.

Fonte: Logo Fanpagenews

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Il posto di lavaggio-Enzo Arena

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Il posto di lavaggio

Lavaggio Non è che poi io sia del tutto inesperto di “posti di lavaggio”.
Chissà quanti ne avrò fatti in vita mia! In caserma, a bordo, a casa…
Mi risuonano ancora nelle orecchie le voci di Capo Siluro, di Capo Cannone o del Nostromo mentre, con fare un pochino rude e selvaggio urlavano: “Svegliaaaa ciurma di dormiglioniiiii fannulloniiii imboscatiiii!… Svegliaaaaaaa!.... posto di lavagggioooooo!”
Lo sbattere di un pezzo di tubo tra le brande per fare più rumore possibile e l’accendere delle luci era un brusco risveglio.
Le casermette Sommergibili di Taranto, La Spezia o Augusta, ricordano ancora il trambusto di tutte le mattine e le lotte tra chi doveva controllare e chi cercava di squagliare.
In navigazione il posto di lavaggio era annunciato per “Interfonico” ma non per questo era meno fastidioso. Il capo passava subito dopo l’annuncio con carta e penna in mano, pronto a scrivere chi non era presente sul posto.
“Per essere in ritardo al posto di lavaggio”…era questa una delle voci più cliccate nel “registro dei rapporti al personale”.
Perciò, capite cari amici, che di posto di lavaggio ho una certa esperienza e non lo sottovaluto affatto.
Alle 1830 dovevo prenderla alla stazione al rientro da una breve licenza di giorni quattro e già alle sette del mattino, subito dopo il caffè, avevo pronti tutti gli attrezzi necessari.
Scopa, ramazza, secchio con acqua, detersivo liquido, strofinacci (due: uno per lavare per terra ed uno per ripassare ben strizzato), cif ammoniacal, ecc... Insomma non mancava niente; tutto come quando a bordo si aspettava la visita di un “pezzo grosso” ed il posto di lavaggio doveva essere…“speciale”.
Mi ricordo che a volte il posto di lavaggio poteva durare anche giorni.
In certe occasioni non c’era l’Interfonico che annunciava il “Cessa posto di lavaggio, inizio lavori”. Se si aspettava una visita importante, il posto di lavaggio diventava un “posto di lavaggio continuato”.
Così io avevo pensato di fare.
Innanzitutto avevo fatto il letto che non facevo da tre giorni, poi avevo deciso di non cucinare per non sporcare e non perdere tempo e concentrarmi solo sul posto di lavaggio.
Avrei mangiato un panino veloce a mezzogiorno in giardino per non lasciare le briciole per casa e la sera l’avrei invitata a cena fuori.
Tutto il giorno a pulire.
I bordi del copriletto alzati perché la scopa potesse arrivare bene sotto il letto, le sedie capovolte sul tavolo perché non fossero d’intralcio.
“Prima spazzare, poi passare lo strofinaccio e poi ripassare con lo straccio umido”...continuavo a ripetermi.
Ma ancora prima di questo dovevo ricordarmi di pulire i vetri e tutti gli specchi dove i nipotini avevano lasciato le loro impronte di ovetto kinder , patatine, pennarelli vari e gelato al cioccolato (vetril e carta di giornale erano pronti).
Pensate, cari amici, che perché non mi sfuggisse niente mi ero pure scritto tutti i vari passaggi su un foglio di carta e man mano che facevo, smarcavo.
Mi ero ricordato di bordo e delle visite speciali.
Ricordavo che dopo che si considerava finito il posto di lavaggio e la nave era pronta ad accogliere il “pezzo grosso”, il Comandante in persona, seguito dal Secondo e dal Capo Aiutante facevano un giro d’ispezione per evitare che qualcosa potesse essere sfuggita.
“Su quell’oblò c’è una macchia di pittura” diceva il Comandante al Secondo ed il Capo, sempre con carta e penna in mano, segnava che su quell’oblò si doveva ripassare perchè c’era una macchia di pittura.
Anch’io, che avevo finito il posto di lavaggio alle 16 e 30, avevo smesso i panni del marinaio e, indossati quelli del Comandante, mi ero fatto il giro d’ispezione.
A parte le ciabatte fuori posto, che avevo subito sistemato nella scarpiera, a parte i panni non stirati che, dopo essere stati dimenticati un giorno in lavatrice giacevano da tre giorni appesi allo stendino, e che avevo provveduto a nascondere in un armadio e, a parte l’oblò (quello della lavatrice, non della nave) che era rimasto aperto, era tutto perfetto.
Un’ultimo forte alito allo specchio seguito da potente strofinata con una grande pezzuola tipo quella che serve a pulire gli occhiali, per esserne certo della pulizia e nel contempo dare una controllata anche a me stesso, ed ero pronto ad andare in stazione per accorglierla all’arrivo del treno.
“Cosa hai preparto per cena?” disse la signora mentre io stavo ancora per aprire la porta di casa.
Anche se ero preparato a rispondere che avremmo festeggiato il suo ritorno con una cenetta fuori, il cuore mi batteva forte per l’ansia.
Mi avrebbe fatto un bel complimento appena avrebbe visto lo spendore della casa e sentito il profumo di pulito?
Mi avrebbe detto, buttandomi le braccia al collo, “sei un tesoro di marito”?
No! Niente di tutto questo!
Entrò sospettosa, arricciò il naso, fece un rapido giro per la casa ed io dietro con la sua valigia ancora in mano col cuore che mi batteva forte ed a bocca aperta pronto a sentire la sentenza che si profilava (ci mancava solo il Capo Aiutante col foglietto e penna per scrivere cosa non andava).
“Sono mancata appena quattro giorni e guarda com’è ridotta questa casa! C’è sporco e disordine dappertutto!
Dai, su! Rimboccati le maniche, rassetta e incomincia il posto di lavaggio mentre io disfo la valigia.”
Capito cari amici?! Capito!? Che dovevo fare?
E meno male che non è entrata subito in cucina ed il bicchiere e cucchiaio sporchi di gelato nel lavandino li ho visti prima io e con fare veloce li ho fatti sparire nel secchio della spazzatura!
Ero stato attentissimo a tutto ma dopo il panino mangiato in giardino mi ero lasciato sopraffare dalla mia golosità ed avevo pure dimenticato di cancellare le tracce.

Enzo Arena1 Enzo Arena

News Marina Militare,, Il posto di lavaggio-Enzo Arena

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Ritrovato l'incrociatore Giovanni dalle Bande Nere affondato nel 1942

Ritrovato l'incrociatore Giovanni dalle Bande Nere affondato nel 1942. L'ultimo fuochista: «Il mio cuore è rimasto lì»

giovannibandenereE' rimasto lì a 11 miglia marine a Sud di Stromboli, dal primo aprile del 1942, quando alle 9 del mattino due siluri del somergibile britannicop H.M. S. Urge lo portò in fondo al mare.  L'ha ritrovato il cacciamine Vieste della Marina Militare, durante un'attività di verifica tecnica e sorveglianza dei fondali nel Mar Tirreno:  il relitto dell'Incrociatore Leggero Giovanni Delle Bande Nere è stato scoperto a  una profondità compresa tra i 1460 e i 1730 metri. L'affondamento era avvenuto mentre era in trasferimento da Messina a La Spezia, per effettuare alcune riparazioni in Arsenale scortato dal cacciatorpediniere Aviere e dalla torpediniera Libra. Spezzato in più tronconi, affondò rapidamente. Nell'evento perì gran parte dell'equipaggio. Ma non tutto.

Giovannidallebandenere1

«Non sono mai sceso dal Giovanni dalle Bande Nere, io mi sono salvato ma il mio destino e il mio cuore sono ancora lì, con tutti i miei compagni che sono morti quel 1 aprile del 1942». Così  Gino Fabbri, fuochista ausiliario sull'incrociatore ricordava il terribile giorno dell'affondamento dell'incrociatore leggero italiano a opera del sommergibile britannico Urge. Una storia che segnò tutta la sua vita fino alla morte avvenuta nel 1966 a soli 44 anni: a raccontarlo i tre figli del marinaio, Mirella, Bruno e Aurelio Fabbri. Il fuochista fu poi salvato e ricoverato all'ospedale di Messina dopo molte ore di permanenza in mare, ricoperto di nafta e petrolio su tutto il corpo. «Il più grande rimpianto di mio padre - spiega la figlia - era di non essere riuscito a salvare 4 suoi compagni che erano rimasti con lui aggrappati a una delle zattere. Mio padre, poi, allo stremo delle forze riuscì a nuotare fino alla torpediniera Libra dove fu issato a bordo con una cima».

Bandenere twitter

La scoperta dell'incrociatore è avvenuta grazie all'impiego dei veicoli subacquei imbarcati sul cacciamine Vieste in grado di condurre ricerca e identificazione a quote profonde: il veicolo autonomo subacqueo (Autonomous Underwater Vehicle - AUV) Hugin 1000, della ditta Kongsberg, e il veicolo filoguidato Multipluto 03, della ditta GAY Marine. Circoscritta l'area di ricerca in base alle presunte coordinate dell'affondamento, il cacciamine ha proceduto a mappare il fondale con il veicolo Hugin, scoprendo più contatti correlabili con il relitto. Successivamente i contatti sono stati identificati grazie all'uso del Multipluto, che ha consentito di filmare anche le prime immagini della nave rivelando i tre tronconi in cui si spezzò nell'affondamento e accertandone l'identità.

FONTE: logo messaggero

News Marina Militare,, Ritrovato l'incrociatore Giovanni dalle Bande Nere affondato nel 1942

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Una barriera corallina al largo della costa pugliese: "E' unica nel Mediterraneo"

barriera corallinaLa barriera corallina scoperta a Monopoli

È l’eccezionale scoperta dei ricercatori del dipartimento di Biologia dell’Università di Bari: "Come quelle che popolano i fondali delle Maldive o di Sharm el Sheikh, nel Mar Rosso: era davanti ai nostri occhi"

Una barriera corallina al largo di Monopoli. Come quelle che popolano i fondali delle Maldive o di Sharm el Sheikh, nel Mar Rosso. È l’eccezionale scoperta dei ricercatori del dipartimento di Biologia dell’Università di Bari, guidati dal direttore Giuseppe Corriero, annunciata dalla Gazzetta del Mezzogiorno. Una scogliera corallina in cui i sub si sono imbattuti fra i 40 e i 55 metri di profondità, a circa due chilometri dalla costa del comune a sud di Bari. Ma l'ipotesi degli studiosi è che il fronte della barriera possa estendersi anche ben oltre, seppure non in modo uniforme: in direzione del capoluogo pugliese, da un lato, e fino a Otranto, dall’altro.
 
È la prima volta che nel Mediterraneo scopre una barriera così, con caratteristiche molto simili a quelle di memoria equatoriale”, dice il professor Corriero al quotidiano pugliese. E aggiunge: “L’aspetto paradossale è che ce l’avevamo davanti agli occhi e non l’abbiamo mai vista”. Fino a tre anni fa – le ricerche sarebbero partite allora – quando il docente si è imbattuto in “qualcosa di strano” e ha voluto vederci chiaro.

Una 'barriera corallina' al largo della costa pugliese: il video dell'eccezionale scoperta

Se il modello sembra identico a quello di marca equatoriale, a rendere unica la barriera corallina pugliese sarebbero almeno due peculiarità. La prima: la profondità di circa 50 metri, stando a quanto riferisce l’esperto. Quindi l’habitat e i suoi colori: “Nel caso delle barriere delle Maldive o australiane – continua Corriero – i processi di simbiosi tra le madrepore (animali marini che costituiscono i banchi corallini) sono facilitati dalla luce, mentre la nostra barriera vive in penombra e quindi le madrepore costituiscono queste strutture imponenti di carbonato di calcio in assenza di alghe”. Ecco, dunque, i colori più “soffusi, dati da spugne policrome con tonalità che vanno dall’arancione al rosso, fino al viola”. 
 
Alla ricerca hanno partecipato anche studiosi delle Università Tor Vergata di Roma e di quella del Salento, con robot e particolari tecnologie di immersione. 
E per difendere il tesoro nascosto, gli stessi ricercatori avrebbero già “allertato informalmente” l’Ufficio parchi e tutela della biodiversità della Regione. Lo scenario che si apre da oggi, in termini di economia del turismo e di tutela del mare, è sotto gli occhi di tutti.

FONTE: Logo Repit Bari

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I tagli indeboliscono la nostra politica estera. L’intervista all’ammiraglio De Giorgi

I tagli indeboliscono la nostra politica estera. Siamo troppo impegnati sul fronte interno”. L’intervista all’ammiraglio De Giorgi

Degiorgi palco

Mercoledì 6 marzo 2019

I tagli alla indeboliscono l’impegno dell’Italia in politica estera. La nostra classe politica appare più concentrata sulla gestione degli affari interni del Paese, mentre sarebbe importante non delegare la responsabilità della sicurezza e dell’interesse nazionale prima agli Usa e poi eventualmente all’Europa”. A sostenerlo è l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, ex capo di stato maggiore della Marina Militare

di Daniele Piccinin

I tagli al bilancio della Difesa, in linea con gli ultimi governi, vanno letti come un semplice segnale di razionalizzazione della spesa o rappresentano qualcosa di diverso per il nostro Paese?

L’irrilevanza militare Italiana, sia in termini di mezzi che forse soprattutto della volontà e credibilità di un suo impiego per operazioni d’interesse nazionale, è senz’altro uno dei fattori di debolezza che rende difficile per l’Italia sviluppare politiche funzionali autonome, in scenari di profonde crisi e situazioni complesse come sono quelli dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente.

Sta dicendo che l’Italia ha rinunciato ad avere una politica estera?

Quello che molti economisti ed esperti di politica oggi studiano è proprio la mancanza tra gli Stati moderni di una politica estera di grande respiro. Dagli Stati Uniti alla Francia, all’Italia, il mondo sembra oggi essere percepito come un magma ingovernabile la cui sfide sfuggono alla capacità di pianificazione dei Governi. Quasi tutti i Paesi importanti dell’Occidente, infatti, preferiscono subordinare le scelte di politica estera alle necessità immediate di politica interna.

Una crisi d’identità visto il ruolo strategico in termini di diplomazia che ha sempre ricoperto l’Italia, ma anche un segnale preoccupante per la già fragile Europa, non crede?

Questa crisi di visione evidenziata dall’Occidente non trova riscontro in Oriente. Russia, Cina, Turchia hanno definito e stanno attuando linee d’azione di lungo periodo frutto di precise strategie che danno coerenza e incisività alla loro azione sia nel campo militare che in generale di politica estera, come si vede in Siria, in Mediterraneo, nel Mar della Cina, in Africa Orientale, via della seta inclusa.

E l’Europa?

Dopo aver costruito un grande mercato, garantito diritti e libertà fondamentali dei propri cittadini, aver costruito le basi di una comune politica economica, il processo sembra essersi ormai fermato. Per rilanciare la forza dell’Unione Europea servirebbe la completa rinuncia alla sovranità nazionale dei singoli Stati, per dare vita a una federazione di Regioni semi-autonome, ma non troppo, con la Politica estera, militare e macroeconomica guidata da un Governo centrale. Dopo la rinuncia a batter moneta, sarebbe quindi necessario perdere un altro dei pilastri identificativi di una nazione indipendente, le proprie Forze Armate.

E l’Italia come si pone in questa prospettiva?

Per molto tempo l’Italia ha visto con favore questa ipotesi in quanto come stato sconfitto dagli alleati si trattava di perdere poco, in quanto Nazione già a sovranità limitata, peraltro insofferente verso il mondo militare. La nostra classe politica vedeva con favore tale ipotesi per potersi concentrare sulla gestione del potere, senza la responsabilità della sicurezza e dell’interesse nazionale, in quanto delegate prima agli Usa e poi eventualmente all’Europa. Oggi il nazionalismo sta rinascendo in un’Europa indebolita dall’allargamento del suo perimetro a 28 nazioni assai poco uniformi sotto il profilo culturale e dei valori fondanti. Da un’Europa a 6 popoli di matrice Latina e Germanica si è passati, non a caso, sotto la spinta americana dell’amministrazione Bush al coacervo attuale.

Quale potrebbe essere il ruolo dell’Italia in questo scenario?

Da un punto di vista geopolitico il nostro Paese è una terra di “mezzo”: non al centro della massa continentale europea come la Germania o la Francia, non più frontiera avanzata dell’Impero americano, ma pur sempre il prolungamento meridionale dell’Europa verso un mare tuttora importante come il Mediterraneo. Da questa posizione, l’Italia ha sempre dovuto guardarsi contemporaneamente sia dall’Occidente sia dall’Oriente. Di qui la naturale predisposizione alla duplicità del nostro stare in Europa, vista dai partner come doppiezza levantina nel cercare di giocare contemporaneamente su più tavoli. Il venir meno dell’interesse degli Stati Uniti verso l’Italia, unitamente alla rinuncia al multilateralismo, implicita nella deriva sovranista, espone la natura di vaso di coccio dell’Italia fra vasi di ferro nell’arena internazionale.

Cosa dovrebbe fare la politica per rilanciare il nostro Paese in campo internazionale?

Yalta aveva affidato l’Italia alla tutela degli Stati Uniti, che hanno determinato la nostra politica estera dalla rovinosa sconfitta della Seconda Guerra Mondiale ad oggi, consentendo alla nostra classe politica di concentrarsi sulla sola politica interna, coerentemente con lo status di un Paese sconfitto e occupato/garantito militarmente dalle Potenze vittoriose. Con il venir meno della garanzia e della tutela dello “Zio Sam”, sarà la nostra nuova classe dirigente capace di affrontare le conseguenze che la ricerca di sovranità nazionale imporrà? Dall’ennesimo taglio al bilancio della Difesa, non sembrerebbe di percepire alcun cambiamento per adeguare la difesa nazionale alla fine dello scudo del multilateralismo. Se invece vogliamo preservare la nostra sovranità non abbiamo altra scelta: dobbiamo sviluppare e sostenere Forze Armate credibili investendo molto di più nella Difesa Nazionale.

FONTE: Logo Labparlamento

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