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Quei ragazzi di mare avvelenati dall’amianto sulle navi militari

Sono 600 i morti stimati tra gli imbarcati. «Spaccavamo i tubi di asbesto con il martello». Per la bonifica stanziati solo 1,5 milioni l’anno

di Gian Antonio Stella

Ragazzi amianto

Un milione e mezzo di euro l’anno. Quanto gli stipendi lordi annuali di un pugno di ammiragli. Ecco quanto ha speso ufficialmente la Marina, da quando l’amianto è vietato, per rimuovere dalle navi militari le enormi quantità di asbesto. Causa, per il procuratore padre dell’inchiesta, di almeno 600 morti di tumore. È una gara contro il tempo, ormai: riusciranno i marinai ammalati ad aver giustizia prima che l’abbia vinta «la grande consolatrice»? «Bini Mario, contumace. Chianura Francesco, contumace. Cucciniello Guido, contumace...». Basta la lettura dei resoconti delle udienze del tribunale militare di Padova per capire il peso dato all’inchiesta dagli alti ufficiali. Poco. Pochissimo. Mai venuti in aula. Ci pensino gli avvocati…

Il libro

Accusa l’ultimo report del Registro nazionale dei mesoteliomi che «l’Italia è attualmente uno dei Paesi al mondo maggiormente colpiti dall’epidemia di malattie amianto correlate. Tale condizione è la conseguenza di utilizzi che sono quantificabili a partire dal dato di 3.748.550 tonnellate di amianto grezzo prodotto nazionalmente nel periodo dal 1945 al 1992 e 1.900.885 tonnellate di amianto grezzo importato nella stessa finestra temporale». Totale: oltre cinque milioni e mezzo di tonnellate. Prodotte, importate e piazzate anche sulle navi militari, come raccontano nel libro Navi di amianto Lino Lava e Giuseppe Pietrobelli, un po’ ovunque: «Avvolge i tubi. Protegge dal calore. È nelle guarnizioni, dentro i macchinari, nelle porte tagliafuoco. Perfino nei forni delle cucine». Per decenni. «Ho lavorato in ambienti con temperature di 50 gradi», ha deposto il maresciallo Armando Carnelevare, «per lavorare sui tubi dovevamo spaccare l’amianto col martello e lo scalpello, senza mascherine. Finito il lavoro ricoprivamo il tubo con l’amianto che avevamo a bordo». Tutto a mano, spiegano gli autori: «I guanti non servono, e nemmeno la mascherina, perché quella sostanza non brucia i polpastrelli, non irrita gli occhi, non emana odori repellenti. Con le mani la si impasta fino a formare una specie di malta da applicare a una calderina di riscaldamento o ad un tubo». E i residui? «Quelli che si depositavano venivano usualmente raccolti con scopa e paletta», risponde il capitano di corvetta Marco Aglietti, una specie di 007 dell’amianto, «e gettate nelle comuni immondizie». Il tutto decenni «dopo» lo studio del 1906 dello scienziato inglese H.M. Murray che collegava il cancro al respiro dei «corpuscoli dell’asbesto».

Tutti muti

Mai saputo niente? Mai, è stata la risposta corale delle massime autorità in divisa. «Sono certo di non avere mai ricevuto alcuna direttiva in merito ai pericoli relativi alla presenza dell’amianto», mette a verbale in Procura a Padova l’ammiraglio Mario Host. Ammette però che nell’ambiente giravano voci: «Dagli scambi con ufficiali di altre Marine, a partire dagli anni 90, ho saputo che il primo abbinamento tra amianto e asbestosi è stato riscontrato durante la Seconda Guerra Mondiale nella Reich Marine hitleriana a carico degli equipaggi degli U-Boot. E che nella U.S. Navy, nel primo Dopoguerra, dove l’amianto era ampiamente diffuso, di fronte a un consistente numero di casi di asbestosi, la politica governativa si era orientata a risarcire economicamente le vittime o le famiglie delle vittime, perché non era possibile sostituire questo materiale data l’enorme consistenza della flotta». Rileggiamo: gli americani sapevano già «nel primo Dopoguerra». Negli anni Venti. Certo, ci volevano soldi, e tanti, per risanare la flotta militare italiana. Sostituire un solo interruttore Otomax costa 1.768 euro. Una porta con telaio 3.276. Un fumaiolo da 135 mila a 169 mila. Fatto sta che chi doveva lanciare i primi allarmi, avendo la responsabilità della salute di migliaia di militari, non lo fece. Neanche dopo un allarmante dossier segreto sui marinai di Taranto che nel 1969, l’anno dello sbarco sulla Luna, avvertiva la Marina di «una situazione di effettivo pericolo nel confronto di diverse categorie di lavoratori direttamente addetti alla manipolazione dell’amianto». Tutti muti. Tanto che la nave salvataggio Anteo costruita dalla Breda di Porto Marghera, denuncia il libro, sarà consegnata alla Marina Militare nel 1980 piena d’amianto e sarà «scoibentata 18 volte in 18 anni dal ‘95 al 2013». Un cantiere eterno.

Risarcimenti

Certo, man mano che le navi rientravano per la manutenzione, un po’ di amianto veniva tolto. Ci mancherebbe. E grazie a una direttiva europea dal 1988, cioè 24 anni dopo la conferenza di New York del ’64 che associò definitivamente il mesotelioma pleurico all’amianto, è perfino obbligatoria (sic...) l’apposizione di un’etichetta su ogni pezzo di amianto rimasto a bordo che ne evidenzi la pericolosità. Fu solo nel 2007, però, quattro decenni dopo il primo allarme ufficiale a Taranto e 15 anni dopo la legge che vietava l’amianto e ne ordinava la rimozione, che fu avviata la prima mappatura delle navi. Risultato finale: su 165 unità militari censite, 149 avevano amianto. E cinque anni dopo, nel 2012, smentendo tutte le rassicurazioni dei predecessori, lo stesso ammiraglio Giampaolo Di Paola, ministro della difesa con Monti, ammetteva che solo una nave su cinque aveva fatto la bonifica completa. Per le altre era avviata... Allegria. Risarcimenti? I parenti del meccanico alle caldaie Giovanni Baglivo che nell’agosto 2004 fece partire l’inchiesta registrando prima di morire la sua denuncia, col filo di voce che gli era rimasto, per il procuratore militare Sergio Dini, hanno avuto 850 mila euro. E così quelli del puntatore Giuseppe Calabrò. Poi, però, l’Inail e la Difesa, la Marina e i governi di vari colori devono essersi spaventati davanti alla conta progressiva di casi gravi e gravissimi: come potevano pagare danni così ingenti se in Parlamento lo stesso procuratore, come dicevamo, parlava di «circa 600 decessi di appartenenti alla Marina» come di «un dato inequivoco»?

Tre processi

E questo cinque anni fa. Con l’incubo che, poiché questo tipo di cancro può rivelarsi a distanza di anni, i marinai vittime dell’amianto (non solo addetti alle sale macchine, se è vero che il sistema di ventilazione interno irrorava aria viziata dappertutto) possono continuare a crescere, crescere, crescere fino a una vetta probabile nel 2020. Una cosa è certa: dopo tre processi (uno finito in prescrizione, uno lentamente in corso, uno in istruttoria e forse alla prescrizione inesorabilmente avviato), dopo tanti ritardi, tanti morti, tante reticenze, lo Stato non può affidarsi alla polvere del tempo. Né i cittadini possono rassegnarsi a leggere certe testimonianze, come quella della moglie e del figlio del contrammiraglio Sergio Azzone, morto a cinquantasei anni a causa di un tumore ai polmoni: «Tutti i superiori e i colleghi di mio padre dopo la sua morte sparirono completamente con noi. Ricordo ancora il triste pellegrinaggio mio e di mia madre nei vari uffici degli ammiragli che finivano sempre, nella ipotesi migliore, con il sottufficiale di turno che ci comunicava, ad occhi bassi e mortificato, l’indisponibilità ad essere ricevuti»...

FONTE: Logo Corrieredellasera

Marina Militare e Agenzia Spaziale Italiana insieme per la sorveglianza marittima

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Siglato ieri un accordo di collaborazione tra la Marina Militare e l'Agenzia Spaziale Italiana (ASI), nell’ambito delle attività spaziali applicate alla sorveglianza marittima

20 luglio 2018 Luciano Regina -

Siglato ieri, presso la Biblioteca storica di Palazzo Marina, un accordo di collaborazione tra la Marina Militare e l'Agenzia Spaziale Italiana (ASI), nell'ambito delle attività spaziali applicate alla sorveglianza marittima

Il protocollo d'intesa, firmato dal capo di Stato Maggiore della Marina Militare, ammiraglio di squadra Valter Girardelli e dal Presidente dell'Agenzia Spaziale Italiana, prof. Roberto Battiston, promuove una reciproca collaborazione per la definizione di un programma per impiegare in maniera sinergica le competenze dell'ASI nel settore spaziale e quelle della Forza Armata nel campo della sorveglianza marittima.

Un settore, quello del controllo della navigazione marittima, in cui la Marina Militare ha investito risorse importanti per dotarsi di apparati moderni e personale altamente specializzato. Questo ha permesso la costituzione di una rete di stazioni Radar costiere che sono parte del "Dispositivo Integrato di Sorveglianza Marittima".

La cooperazione prevede la costituzione di un tavolo di esperti, gruppo di lavoro specialistico, per la promozione di progetti congiunti al fine di accrescere una sinergia efficace per lo sviluppo del sistema Paese. 

Il gruppo di lavoro porterà avanti diverse attività tra le quali: la valutazione del sistema AIS (Automatic Identification System) in un contesto spaziale e satellitare, l'approfondimento degli studi di algoritmi per lo sfruttamento dei "big data" di origine spaziale, e lo studio di applicazioni per l'impiego di sistemi spaziali già esistenti (sia  nazionali che quelli frutto di cooperazioni internazionali anche extra-europee), per migliorare le capacità di sorveglianza marittima.

FONTE: Logo Notiziario online

 

Il pianeta della plastica. La campagna di National Geographic

copertina plastica

Siamo sommersi dalla plastica, un materiale inquinante e difficile da smaltire. Il National Geographic lancia una campagna per ridurne l'uso, con una copertina shock e un video...

La copertina dell’ultimo numero di National Geographic, importante magazine dedicato alla conoscenza del nostro pianeta, è una delle più iconiche della lunga storia del giornale. L’immagine, disegnata dall’artista messicano Jorge Gamboa, rappresenta un iceberg che, sotto la superficie dell’acqua si trasforma in un gigantesco sacchetto per la spesa, illustrazione fortemente simbolica di un problema ecologico che sta diventando ingestibile: il proliferare dei rifiuti in plastica.
Per sostenere la propria campagna, intitolata Planet or Plastic?, contro l’abuso di questo materiale, è stato realizzato anche questo breve video che riassume in pochi minuti l’intera storia della plastica e dei suoi utilizzi nel mondo. Dagli inizi, quando l’unica fonte era vegetale, con l’estrazione della gomma dagli alberi, all’invenzione dei polimeri industriali, estratti da combustibili fossili e poi raffinati. Il filmato finisce con una serie di suggerimenti su come ridurre l’utilizzo della plastica, facendo a meno del packaging e utilizzando materiali alternativi.

FONTE: Logo artribune

Sul Po la diga mobile che blocca la plastica

operazione in corso

Le operazioni di raccolta della plastica alla diga mobile sul Po a Pontelagoscuro

Jacopo Giliberto

Ci sono quelli dell’indignazione a comando, del «bisognerebbe», dei proclami plastic free, dello stop ai mari sporcati dalla plastica, della soluzione perfetta, del «basterebbe fare come dico io», dei «dovrebbero», del «ma il problema è un altro».
E poi ci sono quelli che fanno le cose vere: il consorzio italiano Castalia ha posato martedì sul Po una diga sperimentale che raccoglie la plastica che galleggia sul fiume portata dalla corrente fino al mare. È plastica che raccolta non arriverà all’Adriatico e al Mediterraneo.

È tecnologia italiana, tutta nata provando e riprovando. Impegnando neuroni e sudore, intelligenza e fatica fisica.
Il progetto sarà esportato ai grandi fiumi del mondo che vomitano nei mari e negli oceani tonnellate di bottiglie e flaconi, il Niger, il Congo, il Fiume Giallo, il Nilo, il Rio delle Amazzoni, il Gange e così via.

ciotti ronchi e berselli

Un momento della sperimentazione. Da sinistra Antonello Ciotti (Corepla),
Edo Ronchi (Fondazione Sviluppo Sostenibile) e Meuccio Berselli (Autorità del Po)

I costi? Finora le spese sono state sostenute privatamente e nemmeno un soldo pubblico è stato usato; tuttavia questo potrebbe essere uno dei casi in cui il denaro pubblico troverebbe una destinazione meritoria.

Insieme con Castalia, la flotta ambientale italiana che pulisce dagli inquinamenti il mare, nel progetto Il Po d'AMare per salvare dalla plastica il fiume ma anche l’Adriatico ci sono il consorzio Corepla di riciclo della plastica presieduto da Antonello Ciotti, la Fondazione Sviluppo Sostenibile guidata da Edo Ronchi, l’Autorità distrettuale di bacino del Po (l’ex Magistrato del Po) con il segretario Meuccio Berselli, un convintissimo sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani.

In appena 24 ore di barriera antiplastica sono state raccolte dal Po decine di chili di «bottiglie, tappi, flaconi di detersivo, confezioni di alimenti», descrive Lorenzo Barone, direttore tecnico di Castalia, mentre si sporge con lo sguardo sul cassone dove è stata accumulata l’immpondizia tolta alla corrente del grande fiume.

la diga

La barriera antiplastica

La minaccia del cloro
Aggiunge Edo Ronchi della Fondazione Sviluppo Sostenibile: «Dobbiamo togliere la plastica dal fiume prima che arrivi al mare. Per tre motivi: in primo luogo, perché quando è nel fiume è concentrata ma quando entra in mare la plastica si disperde e diventa irraggiungibile. Poi perché quando si contamina con il sale del mare, e il sale è fatto di sodio e di cloro, la plastica non è più riciclabile e non si può nemmeno ricuperare come fonte di energia perché quando brucia il cloro sviluppa composti pericolosi. Terzo motivo, quando entra nell’acqua salata la plastica si degrada e si spacca in frammenti sempre più piccoli, quelle microplastiche mangiate dai pesci che entrano nella catena alimentare».

Link1I fiumi del mondo
C’è una cifra, il numero 85.

Il consorzio Corepla riesce a raggiungere l’85% degli imballaggi usati in Italia, «ma dobbiamo capire dove va a finire quel 15% che sfugge alla nostra rete», commenta Antonello Ciotti, presidente del consorzio di riciclo che fa parte del sistema Conai di ricupero degli imballaggi.
Ma c’è un altro 85.
«Abbiamo chiesto all’Università di Lipsia uno studio da cui si evince che l’85% dei rifiuti nel mare proviene dai dieci maggiori fiumi del mondo, e non sono fiumi europei», aggiunge Ciotti.
Sono i grandi sporcaccioni degli oceani; sulle loro rive vivono miliardi di persone che consumano come forsennati europei.
Miliardi di persone non bevono più le acque fangose delle pozze che portano le malattie e al loro posto bevono salubri bevande sterili e imbottigliate. Possono calzare scarpe (suole e tomaie di poliuretano). Finalmente possono indossare vestiti come le tute sportive (poliestere). Finalmente possono lavarsi, e possono pulire nella lavatrice i loro vestiti.
Ma poi le bottiglie vuote di Maltina e di Orangina, i flaconi usati del detersivo e dello shampo, le scarpe sfondate e le tute vecchie non trovano un servizio di raccolta e smaltimento. E arrivano ai fiumi. E agli oceani.

barca

Il battello di Castalia ha raccolto nella rete la plastica rimasta catturata dalla diga mobile

L’immondizia nel mare
Per arginare la sporcizia del mare è importante agire sui fiumi. I rifiuti marini provengono per circa l’80% dalla terraferma e raggiungono il mare prevalentemente attraverso i corsi d’acqua e gli scarichi urbani, mentre per il 20% derivano da attività di pesca e navigazione.

Tra le principali cause vi sono la non corretta gestione di rifiuti urbani e industriali, la scarsa pulizia delle strade, abbandoni e smaltimenti illeciti.
Inoltre l’Italia, per la sua posizione al centro del Mediterraneo, un bacino chiuso, e l'estensione delle sue coste, è un Paese particolarmente esposto a questo problema.

Link2Come funziona la diga antiplastica
La barriera antiplastica della Castalia è una delle prime sperimentazioni al mondo.
Esperienze simili sono allo studio in Danimarca (con prove in India), Francia e in Olanda.

Castalia è un consorzio formato da un gruppo di armatori con navi antinquinamento.
Per conto del ministero dell’Ambiente, delle compagnie petrolifere e di aziende, le navi Castalia intervengono per fermare gli inquinanti in mare, come il petrolio, con strumenti come le barriere galleggianti.
A titolo di esempio, le navi e i battelli di Castalia sono intervenuti per proteggere l’isola del Giglio quando è naufragata la nave da crociera Costa Concordia (2012) e quando un’onda di prodotti petroliferi è sgorgata da un oleodotto sul Polcevera arrivando fino al mare di Genova.

Così sulla sua esperienza Lorenzo Barone di Castalia si è domandato: visto che sappiamo fermare ciò che scorre sull’acqua, perché non proviamo a fare qualcosa contro la plastica?
È stata condotta una prova sul fiume Sarno in Campania, poi sul Tevere.
Non andava bene ancora; la corrente non era sufficiente alla prova, e le prime prove si basavano su strumenti come le reti, che bloccano anche i pesci e il legname portato dalla corrente.

Finalmente, la giusta idea. Salsicce gonfiabili di gomma studiate per galleggiare alla giusta altezza. Abbastanza immerse nell’acqua da fermare bottiglie e flaconi, non troppo immerse in modo che tronchi di legno portati dalla corrente non si fermino e scivolino sotto la salsiccia di gomma. La plastica viene catturata. «L’unica difficoltà è con le canne palustri, che hanno la stessa densità della plastica e si fermano sui galleggianti», aggiunge Barone.

La diga viene messa come un imbuto o come una Y vicina a una riva, e la plastica che si ferma sui grandi bracci aperti viene convogliata dalla corrente fino al tratto centrale dell’imbuto.
La barriera non taglia a metà il fiume da una riva all’altra, in modo da non impedirne la navigazione. Invece più barriere in sequenza lungo il corso del fiume possono estrarre dalla corrente tutta la plastica.

Un battello periodicamente raccoglie la plastica che vi è concentrata e la porta a riva, in un cassone scarrabile.

Quando il cassone è pieno, un camion porta la plastica al centro di riciclo della plastica Transeco a Zevio (Verona), a circa 75 chilometri, dove avverrà una prima separazione delle diverse frazioni del rifiuto, con la selezione della componente plastica da inviare a successivi trattamenti e lo smaltimento della frazione estranea non recuperabile. Il rifiuto plastico verrà poi inviato al centro di selezione Drv di Torretta a Legnago (Verona), un centro di selezione Corepla capace di suddividere, mediante una rete di lettori ottici, gli imballaggi in plastica delle diverse plastiche per l’avvio al riciclo o al recupero energetico.

Link3Il grande fiume
Ferrara ha una storia importante con la plastica. Dagli anni ’30 Ferrara ospita uno dei più importanti poli europei della produzione di materie plastiche e della ricerca. Questo è uno dei motivi che hanno spinto ad avviare qui la sperimentazione della diga antiplastica. Ma anche il fatto, come ricorda il sindaco Tagliani, il fatto che i ferraresi amano il loro fiume. Lo amano talmente da berselo: è il grande fiume ad alimentare l’acquedotto di Ferrara. E i ferraresi esigono un Po pulito.

Assicura Meuccio Berselli, segretario generale dell’Autorità di bacino del Po (quello che una volta era il Magistrato del Po), che la sperimentazione ora in conduzione alla stretta di Pontelagoscuro, prima che il fiume si apra nel Delta, sarà ripetuta più a monte fra Piacenza e Cremona all’ansa che il fiume disegna a Isola Serafini.
Il Po raccoglie la plastica di 20 milioni di persone, del 40% del Pil nazionale, di 4 regioni e 13 province, di 6mila depuratori. Non sempre è plastica gettata dai maleducati: spesso la pioggia, il maltempo o la cattiva sorte portano con sé ciò che trovano come tronchi, rifiuti, sassi, fango, animali. Ma quasi tutto affonda; viaggiano spinti dalla corrente solamente i pezzi di legno e le bottiglie di plastica.

E dopo E poi? E poi si penserà a togliere la plastica dai 21 fiumi italiani. E gli italiani potranno esportare ambiente ai Paesi che più ne hanno bisogno, in quei dieci fiumi che rovesciano immondizia sul mondo.

Le dichiarazioni ufficiali: Berselli dell’Autorità del Po
«Poter contare su un futuro che tenga maggiormente in considerazione le risorse naturali esauribili e impegnarsi con tutti gli strumenti tecnologici e di ricerca avanzata possibili per mitigare l'incidenza degli agenti inquinanti è compito di chi ha a cuore un ambiente sostenibile in cui vivere e prosperare. In linea con gli auspici ministeriali, cercando soprattutto di dare ulteriori ed esaustive risposte alle comunità che vivono e operano lungo l’asta del fiume Po e ai molteplici portatori di interesse che l’Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po che rappresento in qualità di segretario generale, si adopererà al massimo delle proprie competenze e potenzialità tecniche per avviare e concertare tutti i processi virtuosi in grado di fornire risposte approfondite e soluzioni praticabili nella lotta all'inquinamento delle acque. Questo progetto sperimentale ne è un esempio concreto», ha sottolineato Meuccio Berselli.

Le dichiarazioni ufficiali: Barone di Castalia
«Dopo un’intensa fase sperimentale, il nostro prototipo, ideato e brevettato per raccogliere la plastica galleggiante dei fiumi, diventa operativo: attraverso una barriera sperimentale in polietilene e con l’ausilio di mezzi seahunter, siamo in grado di intercettare la plastica nel tratto del Po in località Pontelagoscuro in maniera selettiva. Il sistema non interferisce con il delicato equilibrio di flora e fauna del Po ed è progettato per restare posizionato nel fiume anche per lungo tempo: insomma, in questo modo spezziamo il circolo vizioso dell’inquinamento da plastica abbandonata che, dalla terraferma, arriva ai fiumi e poi fino alle acque del mare», ha spiegato Lorenzo Barone, direttore tecnico di Castalia.

Le dichiarazioni ufficiali: Ciotti di Corepla
«Una sperimentazione che abbiamo fortemente voluto. Un effettivo, innovativo argine a quell’80% di rifiuti marini che provengono dalla terraferma, frutto di una scorretta gestione dei rifiuti urbani e industriali oltre che di abbandoni e smaltimenti illeciti. Questo progetto sperimentale di raccolta e riciclo della plastica avviato sul fiume Po ci auguriamo possa favorire, in un prossimo futuro, la creazione di reti ed opportunità per i territori, le imprese e il sapere scientifico, creando vera economia circolare per valorizzare proprietà ed energie di questo materiale. Ricordo che l'Italia è all'avanguardia in Europa per know how: ricicliamo infatti imballaggi che in altri Paesi non vengono nemmeno raccolti. Ad oggi oltre 8 imballaggi in plastica su 10 immessi sul mercato vengono recuperati e la sfida per Corepla è diventare catalizzatore nella ricerca e sviluppo di nuove applicazioni nel campo del riciclo», ha dichiarato Antonello Ciotti.

Le dichiarazioni ufficiali: Ronchi della Fondazione Sviluppo Sostenibile
«Il marine litter è uno dei problemi ambientali più gravi del nostro tempo. Si stima che oltre l'80% sia composto da plastiche e microplastiche, e gran parte di queste arrivano in mare trasportate dai corsi d'acqua. Il progetto sperimentale sul Po potrà consentire di valutare l'efficacia del sistema di raccolta dei rifiuti nelle acque fluviali, le quantità e le tipologie di rifiuti presenti, insieme alla possibilità di riciclare le plastiche raccolte creando una filiera virtuosa. Sulla base dei risultati del progetto pilota, uno dei primi al mondo, questa modalità di prevenzione dei rifiuti marini potrebbe essere estesa a tutti i principali fiumi italiani», ha concluso Edo Ronchi.

FONTE: Logo 24ore economia

Marina Militare, I Palombari a supporto della ricerca archeologica subacquea al largo Capo Noli

palombari

Dal 15 al 25 luglio, i Palombari del Gruppo Operativo Subacquei (G.O.S.) della Marina Militare, con il supporto di Nave Anteo, effettueranno immersioni sul sito di Capo Noli (SV), durante le quali verranno svolte attività di ricerca archeologica subacquea, sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio della Liguria, rivolte allo studio del sito archeologico della zona e alla valorizzazione della Città di Finale Ligure e del Finalese, territorio su cui si sono concentrate le prime operazioni militari del decennio delle guerre napoleoniche.
Un team costituito da tre Palombari iperbarici della Marina condurrà infatti le operazioni con la “tecnica della saturazione” ed effettuerà uno scavo alla profondità di circa 65 metri per acquisire nuove informazioni e reperti dal relitto di una scialuppa armata francese, affondata nell’ambito della “battaglia di Capo Noli” nel 1795, detta anche “battaglia di Genova”.
Questo episodio storico è di fatto ritenuto la prima vera e determinante battaglia navale nel Mediterraneo tra la flotta Anglo-Napoletana e quella della Francia rivoluzionaria – le più potenti dell’epoca – che videro tra i protagonisti alcuni degli importanti protagonisti della storia navale di tutti i tempi come il futuro ammiraglio Francesco Caracciolo, al comando della nave di linea da 74 cannoni Tancredi e responsabile del contingente partenopeo, e Orazio Nelson, che a bordo del suo Agamemnon, proprio a Capo Noli segnò la sua prima importante personale vittoria guadagnandosi la promozione al comando di squadra.

Palombaro1
Dopo una missione esplorativa condotta nel luglio 2016, la Marina Militare con questa particolare operazione intende approfondire le attività di ricerca, continuando la collaborazione al programma di studi che la Soprintendenza della Liguria sta conducendo in zona insieme al Comune di Finale Ligure e ad un equipe di specialisti nel più ampio spirito duale e complementare con cui la Forza Armata rende disponibili i propri mezzi, le proprie capacità e l’expertise a favore della collettività e delle istituzioni.
L’immersione in saturazione, che viene svolta per consentire al personale del Comando Subacquei e Incursori (COMSUBIN) di mantenere un elevato livello addestrativo in questa particolare tecnica, rappresenta una complessa operazione subacquea che solo la Marina Militare è in grado di condurre in tutto il Mediterraneo ed è riconosciuta in ambito mondiale come la massima espressione del professionismo subacqueo.
Per effettuare l’intervento i Palombari del Gruppo Operativo Subacquei soggiorneranno per una durata totale di 10 giorni in un ambiente iperbarico, vivendo in un volume di soli 18 metri cubi nel quale verrà realizzato e mantenuto un microclima artificiale costituito da una miscela ternaria di elio, ossigeno ed azoto. Per effettuare le attività archeologiche sul relitto verrà impiegata la camera di decompressione subacquea, nota come SDC (Submersible Decompression Chamber), collegata agli ambienti iperbarici di Nave Anteo.Il 19 luglio alle 12.15 presso il Comune di Finale Ligure, verrà svolta una conferenza stampa per illustrare i primi risultati delle operazioni, alla presenza del Sindaco, dott. Ugo Frascherelli, del comandante del COMSUBIN, ammiraglio di divisione Paolo Pezzutti e del direttore della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio della Liguria, dott. Simon Luca Trigona.

FONTE: Logo tarantoindiretta

Il mare della Sardegna è il più bello d'Italia, 20 foto per capire perché

SASSARI. Viaggio tra le spiagge più belle della Sardegna attraverso le foto di Filippo Soru. Quarentenne, originario di Domusnovas, da sempre amante del mare, ha visitato praticamente tutte le spiagge dell'isola. «Con l’arrivo dei social, in particolare Instagram - spiega Filippo -, ho deciso di mettermi in gioco pubblicando gli scatti che avevo conservato nel corso degli anni. Non sono un fotografo professionista ma mi definisco un dilettante allo sbaraglio. Quello che fotografo mi fa emozionare e mi piace pensare di riuscire a trasmettere a chi osserva i miei scatti un po’ dell’emozione che ho provato io in quell’istante, e far conoscere al meglio la mia bellissima isola. Ultimamente ho scoperto le dune di Is Arenas Biancas, a Teulada, sotto un altro aspetto: prima mi dedicavo solo al mare, ora immortalo in uno scatto ciò che il vento crea con la sabbia. Devi cogliere l’attimo perché basta un soffio di vento e tutto cambia». (Filippo Soru su Instagram) (a cura di Federico Spano) 

 

FONTE: Logo nuovasardegna sassari

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