Salvate Mauro, il custode solitario dell'isola di Budelli

Mauro Custode Budelli

Da 25 anni il signor Morandi, modenese, è l'unico abitante di questo pezzo di paradiso nell'arcipelago della Maddalena: "Mi cacciano perché da anni denuncio la cattiva gestione del parco". E scatta la petizione: già novemila firme

"Budelli è Mauro, Mauro è Budelli". Ha raccolto ormai novemila firme in pochi giorni la petizione su change.org perché il custode dell’isola di Budelli (piccolo angolo di paradiso nell’arcipelago de La Maddalena), non sia costretto ad abbandonare la sua casa galleggiante dopo 25 anni. "L'amministrazione dell'ente parco - punta il dito Morandi - mi vuole cacciare perché ho sempre denunciato la cattiva gestione dell'isola negli ultimi anni: immondizia sulle spiagge, pulmini elettrici in abbandono, gommoni buttati all'aperto senza manutenzione,  l'altro anno non hanno nemmeno messo le boe per le barche che calavano l'ancora al largo. Ora sembra si sia aperto uno spiraglio, vediamo, io sono sempre disponibile a trovare un accordo". 
Modenese, 77 anni, ex insegnate di educazione fisica in pensione, dal 1989 è l’unico abitante dell’isola. Racconta che ci arrivò per caso, pochi giorni prima che l’ex guardiano andasse in pensione, durante un viaggio diretto Polinesia. Il resto è cronaca recente. Fallita la società immobiliare italo-svizzera che ne era proprietaria, Budelli è finita all’asta e ad acquistarla si è fatto avanti il magnate neozelandese Michael Harte mettendo sul piatto 3 milioni, con gli ambientalisti indignati da una parte e Morandi che faceva il tifo dall'altra, perché l'isola passasse allo straniero "visto che lo Stato finora non ha saputo prendersene cura". Alla fine, dopo una lunga battaglia legale, l'Italia ha esercitato il diritto di prelazione, Harte si è ritirato e adesso l’isoletta della spiaggia rosa è diventata ufficialmente proprietà dell’ente parco de La Maddalena.
"Nessuno vuole mandar via il signor Morandi dall'isola di Budelli - si difende il presidente dell'ente parco, Giuseppe Bonanno - Allo stesso tempo, però, come ente pubblico abbiamo il dovere di rispettare le leggi. Un ente pubblico, come potrebbe contrattualizzare un 77enne? Come possiamo autorizzare il custode a vivere in locali non agibili? Per non parlare della condizione di isolamento, che mal si concilia con la garanzia delle condizioni di sicurezza che gli devono essere comunque garantite". Tutti punti che costituiscono proprio la forza dell'isola e del suo Robison Crusoe, secondo i novemila firmatari della petizione.
"Venticinque anni fa - si legge nella petizione apparsa online una settimana fa - Mauro accettò l’incarico di guardiano, prendendosi cura della fantastica isola di Budelli. Per tutti questi anni ha pulito i sentieri, ha raccolto la plastica dalle spiagge: ha fatto sì che i turisti, più o meno educati, si innamorassero di quel posto". E ancora: "Noi non vogliamo che Mauro lasci l’Isola perché pensiamo innanzitutto che se Budelli è rimasta una meraviglia della natura è anche grazie a lui, ed in secondo luogo perché siamo convinti che il Parco abbia tutto da guadagnare dalla sua presenza: conosce ogni pianta e ogni roccia, ogni albero ed ogni specie animale, riconosce i colori e i profumi con il mutare del vento e delle stagioni. Mauro è conosciuto da filosofi, artisti famosi, giornalisti, uomini potenti e ricchi, ma soprattutto è conosciuto dagli uomini semplici,
che amano la Sardegna e il suo mare". Quindi: "Vorremmo che Mauro continuasse a prendersi cura dell’isola e desidereremmo ancora incontrarlo all'inizio del sentiero tra i ginepri, per darci il benvenuto, come in tutti questi anni ha fatto!". Firmato: "Gli amici di Mauro Morandi a La Maddalena, a Livorno, Genova, Pisa, Bologna, Napoli, Roma, Palermo, Monaco di Baviera, Barcellona, Antalya, New York, Sydney… e tante altre parti del mondo".

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News varie dal mare, Budelli, Mauro Morandi, Custode

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USS Zumwalt: ad ottobre i primi pattugliamenti ombra della nave da guerra più potente del mondo

(di Franco Iacch)
17/05/16

170516 zumwalt 3La nave più potente mai realizzata dall’uomo, entrerà in servizio attivo entro il prossimo ottobre. E’ questa la conferma della US Navy e dalla General Dynamics Bath Iron Works per la USS Zumwalt, cacciatorpediniere in grado di ingaggiare bersagli a cento miglia di distanza con cannoni elettromagnetici e con una segnatura cosi ridotta da apparire sui radar con le dimensioni di un peschereccio.

La capofila della classe Zumwalt, è ormai nella fase finale delle prove in mare. Entro la prossima estate si svolgerà l'ispezione della Marina. Se quest'ultima dovesse concludersi senza inconvenienti, inizieranno le prove di accettazione in mare. Superata anche questa fase, il più grande e potente cacciatorpediniere multiruolo della Marina degli Stati Uniti mai costruito, entrerà in servizio entro i primi di ottobre.

Il costo dell’intero programma è di 23 miliardi dollari. Il costo totale degli appalti per le tre navi è stimato in 13,2 miliardi dollari, circa 4,4 miliardi dollari a battello. La seconda nave, la Michael Monsoor, sarà consegnata nel novembre del prossimo anno, a pochi mesi di ritardo dalla timeline originale. La decisione è stata assunta a causa della complessità del progetto per la classe definita come la più potente del mondo. La terza e ultima nave della classe, la Lyndon B. Johnson, sarà consegnata nel dicembre del 2018.

Il più potente cacciatorpediniere multiruolo della Marina degli Stati Uniti mai costruito, è stato pensato, progettato ed armato per la guerra del futuro ad un costo esorbitante: 4,4 miliardi dollari a battello, circa tre volte il costo di un cacciatorpediniere attuale per un costo totale di 13,2 miliardi di dollari per tre navi (sulle 32 previste inizialmente). Dal 2009 al 2015, il costo di ogni singolo battello è aumentato del 34,4%.

Sarebbe opportuno rilevare che ogni cosa sulle Zumwalt è unica nel suo genere. Il suo profilo stealth per esempio, dovrebbe renderela invisibile ai radar nemici. Nonostante sia il 40% più grande di un Arleigh Burke, ha una Rcs (Radar Cross-Section) di un peschereccio.

Il cacciatorpediniere Zumwalt reintroduce la campanatura: la larghezza massima della nave è sulla linea di galleggiamento, mentre procedendo verso l’alto lo scafo inizia a restringersi. La sua inusuale carena poi, è stata progettata con tecnologia a penetrazione d'onda o wave-piercing per una velocità massima di 30 nodi (56 km/h).

E' stata progettata per riversare una devastante capacità di fuoco anche se colpita gravemente. La classe Zumwalt è armata con ottanta missili da crociera Tomahawk (dislocati su vari pod Vls Mk 57 avanzati, lungo tutta la nave in modo da non perdere la capacità missilistica anche se colpiti), due cannoni Ags da 155 mm, due da 57 mm e batterie di Sea Sparrow evoluti.

Il sistema Gun Advanced o Ags merita un discorso a parte. Spara proiettili-razzo di undici chili, con un margine di errore (Cep) di 50 metri, ad una distanza massima di 154 km. Ogni unità avrà una capacità di 750 proiettili. La canna dell’Ags è raffreddata ad acqua per evitare il surriscaldamento, mentre la cadenza di fuoco è di dieci colpi al minuto per arma. La potenza di fuoco combinata di un paio di torrette conferirebbe ad ogni cacciatorpediniere classe Zumwalt una potenza di fuoco pari a dodici cannoni da campo M198.

Le Zumwalt saranno equipaggiate con sistemi difensivi laser progettati per abbattere droni ed aerei nemici e cannoni elettromagnetici in grado di sparare proiettili a velocità ipersonica. Secondo la Marina USA, la tecnologia laser è stata progettata per eliminare le minacce asimmetriche come droni, piccoli aerei e motoscafi: tutte potenziali minacce per le navi da guerra presenti nel Golfo Persico.

170516 zumwalt 1I cannoni elettromagnetici sono già stati testati. Parliamo di proiettili al tungsteno che raggiungono il bersaglio con una velocità pari a sette volte quella del suono, per una potenza superiore (ad un costo nettamente inferiore) ad un missile Tomahawk. Questo armamento conferirà alle Zumwalt il ruolo di “true warfighter game changer”.

A bordo troveranno spazio due elicotteri Sh-60/ Seahawk (Lamps Mk III) per l’anti-submarine warfare e tre Mq-8 Fire Scout, elicotteri non-pilotati sviluppati per la ricognizione armata. Le dimensioni della nave e la centrale elettrica in grado di produrre 78 megawatt di energia elettrica - sufficiente per alimentare 78 mila abitazioni - ne fanno una piattaforma ideale per le armi del futuro come il cannone elettromagnetico.

Le navi da quindicimila tonnellate hanno un margine di crescita del 10%, pari ad ulteriori 1500 tonnellate di tecnologia futura da implementare nel sistema senza alterare le prestazioni del battello.

Il grado di automazione raggiunto infine, sarebbe così elevato che per condurre la nave basterà un equipaggio di 158 membri, la metà di quelli richiesti per l’attuale generazione di cacciatorpediniere (una vita operativa di 35 anni potrebbe far risparmiare ai contribuenti 280 milioni dollari per nave).

Le Zumwalt rappresentano il punto di rottura tra il passato ed i nuovi scenari da guerra del futuro. Così come per l'F-22, unico caccia al mondo per cui è stato coniato il termine dominio aereo, anche le Zumwalt si fregiano di tale appellativo. Il suo armamento elettromagnetico dovrebbe metterla in grado di imporre il dominio su qualunque mare e contro qualsiasi nemico. Il nome di battaglia delle Zumwalt è "Silver Bullet", proiettile d’argento.

Il maestoso quanto irrealizzabile programma Zumwalt era stato concepito per una flotta di 32 navi ridotte definitivamente a tre. La perdita di economie di scala ha fatto salire il costo delle singole navi. La classe Zumwalt introdurrà i pattugliamenti ombra. Considerando l’investimento e la potenza di fuoco, ogni Zumwalt meriterebbe un gruppo da battaglia indipendente così come avviene per le portaerei. Le altre piattaforme, però, annullerebbero il vantaggio tattico di un vettore a bassa osservabilità. Ecco che allora la classe Zumwalt potrebbe essere la prima unità ad essere scortata soltanto da sottomarini d’attacco.

Inizialmente, la USS Zumwalt sarà integrata in un gruppo da battaglia di una portaerei. Successivamente, le Zumwalt inizieranno i pattugliamenti ombra.

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FONTE: Logo difesaonline

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M.M. al via la vendita di corvette, fregate e cacciatorpediniere usate

Maestrale

È la più grande operazione di vendita di navi belliche dismesse: 60 i mezzi navali obsoleti da cedere a forze armate straniere, tra questi uno mai consegnato a Saddam Hussein. Serve come autofinanziamento per le spese degli armamenti. Il governo vigila sul rischio triangolazioni. Le imbarcazioni da guerra saranno prima ristrutturate nei nostri cantieri.

 di ALBERTO CUSTODERO
03 maggio 2016

ROMA -"Sommergibile acciaio, sei tubi lancia siluri, 20 nodi di velocità a 300 metri di profondità, vendesi. No terroristi o Stati canaglia". Ci fosse una bacheca Seconda mano della Marina Militare Italiana, si potrebbe leggere un annuncio 'usato sicuro' di questo genere. Il prossimo 24 maggio, infatti, il porto di La Spezia si trasformerà in una enorme fiera dove saranno esposte le navi dismesse della nostra Marina. Quello in corso è il più grande progetto di dismissione di navi da guerra usate della storia della Repubblica. La maggior parte dei mezzi navali della Marina Militare ha superato il limite della vita operativa utile, che per l'attuale generazione di navi è di circa 20 anni.



Tra fregate missilistiche, cacciatorpediniere e sommergibili, i mezzi militari navali dismessi sono sessanta. E dovranno essere alienati entro il 2025. Ma per la Marina, vendere 60 unità navali usate non è certo un'operazione facile. Tra i mezzi navali in vendita, il sommergibile Sauro (20 nodi a 300 metri di profondità), quattro corvette della Classe Minerva. E la fregata missilistica Maestrale, 35 anni: ha partecipato all'operazioneenduring freedomnel 2002 nel Golfo Persico, ha combattuto contro i pirati nei mari della Somalia, e ha fatto parte di mare nostrum nel salvataggio di migranti nel Canale di Sicilia.

 
L'elenco delle navi in vendita

Sessanta navi in vendita. Spiega Cristiano Nervi, capitano di vascello e capo ufficio permute e alienazioni del Comando Logistico di Napoli: "Il considerevole numero di unità di prossima dismissione - dice - richiede un impegno particolare da parte della Forza Armata, in considerazione delle possibili positive ricadute di carattere economico di cui il sistema Paese potrebbe beneficiare nel caso si riuscisse a concretizzare un congruo numero di vendite". Cosa si nasconde dietro questa colossale operazione commerciale? "La vendita di una nave ad una Marina Estera - dice Nervi - comporta un ritorno economico diretto per le casse dell'Erario e più in generale per il sistema Paese, poiché ne beneficia anche l'Industria nazionale che viene coinvolta nel retrofit delle unità stesse e nel successivo supporto tecnico-logistico".

Un business per la Marina. Ma non solo. Le navi dismesse dalla Marina rappresentano un buon affare per le marine estere più piccole perché sono garanzia di affidabilità nel tempo in quanto progettate e costruite in Italia dove la cantieristica e il suo indotto sono espressione di altissimo livello di tecnologia e innovazione, manifesto del made in Italy nel mondo. L'attuazione del  programma navale d'emergenza  garantisce il mantenimento e l'incremento del vantaggio tecnologico nazionale ed internazionale nel settore della cantieristica. "In un momento di crisi - spiega Nervi - le Marine Estere potrebbero preferire un 'usato sicuro' e performante a navi nuove più costose. Non tutte le Marine sono in grado di gestire e ottenere il massimo rendimento da unità caratterizzate dai più elevati contenuti tecnologici e preferiscono orientarsi verso soluzioni più datate, ma ancora efficaci".

Parola d'ordine: refitting. Il refitting (il restauro e la trasformazione delle imbarcazioni) e la vendita delle unità della Marina usate, costituiscono un'alternativa vantaggiosa rispetto alla demolizione, poiché generano lavoro per la cantieristica nazionale. L'impiego degli arsenali della Marina Militare nelle attività di refitting costituisce un ulteriore valore aggiunto in termini di competenze e strutture. La nave Amerigo Vespucci, ambasciatrice d'Italia, è stata oggetto di una spettacolare operazione di refitting.

Gli acquirenti: le Marine Militari estere. Interessati agli acquisti di navi da guerra dismesse, le Marine Militari estere. I nuovi mercati, in particolare nel comparto difesa, hanno visto l'affermarsi di grandi investitori, come Cina, Brasile, Turchia, e di una fascia di Paesi che hanno bisogno di coniugare l'esigenza di dotazioni militari e civili con budget limitati e tempi di consegna ridotti. In questo senso l'offerta di refitting da parte del sistema industriale italiano rappresenta una buona opportunità.

Come evitare che finiscano al Califfato? Ma cosa si fa per evitare che attraverso le note e annose triangolazioni il materiale bellico navale italiano (con tutti gli apparati sensibili Nato) possa finire in mano a Stati nemici-canaglia-filo terroristici, come ad esempio Daesh? Risponde Nervi: "La configurazione degli apparati imbarcati viene definita in relazione ai Paesi a cui la nave viene ceduta. Il processo di 'approvazione' della cessione di materiali della Difesa a Paesi terzi vede coinvolti, nei vari step, lo Stato Maggiore della Difesa e il Segretario Generale della Difesa e Direttore Nazionale degli Armamenti, con un passaggio obbligatorio anche dal ministero degli Esteri per le preventive e necessarie valutazioni strategiche e geo-politiche. Gli accordi di vendita prevedono che il Paese acquirente non possa cedere a sua volta la nave se non autorizzati dal governo italiano (end user certificate)".

Le navi in vendita. E quelle vendute. Per il capo ufficio permute e alienazioni del Comando Logistico di Napoli, "nel medio periodo saranno dismesse numerose unità, tra le quali le unità da sbarco classe San Giorgio, le rifornitrici classe Stromboli, i cacciatorpediniere della classe Ammiragli, le fregate classe Maestrale non ammodernate e i sommergibili Classe Sauro della III e IV serie". "In questo momento è in corso l'attività di retrofit di due corvette Classe Minerva cedute alla Guardia Costiera del Bangladesh presso l'Arsenale della Marina Militare di La Spezia". "Quattro Unità della Classe Lupo sono state vendute al  Perù con assoluta soddisfazione da parte del cliente ed è attualmente in corso il retrofit di quattro corvette classe Minerva destinate alla Guardia Costiera del Bangladesh".

La delicata trattativa tra governi. "La cessione di una nave - prosegue Nervi - può avvenire per il tramite di accordi diretti tra i governi o attraverso l'industria nazionale. Il prezzo viene negoziato tra i governi e l'industria nazionale chiamata agli interventi di retrofit sulla base delle esigenze operative rappresentate dal Paese compratore. La vendita delle navi, ma anche il dual use (la possibilità di essere impiegate anche in compiti non militari, ma di Protezione civile), costituiscono un'opportunità di autofinanziamento e favoriscono lo sviluppo e la competitività delle imprese".

Età delle navi, e piano di ammodernamento. "L'età media della flotta è molto elevata - precisa Cristiano Nervi - soprattutto se paragonata a quella di altre Marine di riferimento (quella britannica, per esempio), che hanno già dismesso unità, le cui omologhe, nella nostra Forza Armata, hanno ancora una prospettiva di impiego di sei o sette anni. Nei prossimi anni sarà completata la consegna delle fregate della classe Fremm e, successivamente, verranno realizzati dei pattugliatori polivalenti d'altura (Pps), un'unità logistica (Lss) e un'unità da sbarco (Lhd)". Il governo nel 2104 ha avviato un "programma navale" finanziato in Legge di Stabilità da 5,4 mld di euro. Le future navi della Marina saranno più economiche, serviranno anche per la Protezione civile, e saranno "ecologiche".

La nave mai consegnata a Saddam. Una curiosità: tra le navi in vendita, c'è l'unità missilistica Aviere. Fu costruita, insieme ad altre tre unità, per l'Iraq di Saddam Hussein, ma a causa dell'embargo dovuto prima alla guerra Iran.Iraq e poi alla prima guerra del Golfo, non venne mai consegnata agli iracheni. Dopo essere stata sottoposta a una serie di lavori per essere adeguata agli standard Nato, entrò in servizio nella Marina Militare italiana nel 1995, venendo classificata "pattugliatore di squadra" ed è stata reimpiegata recentemente nei soccorsi ai migranti nell'operazione mare nostrum.

FONTE: Logo Rep.it

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Quanto ci costi cappellano: ecco gli stipendi d'oro dei preti militari

Grazie a una legge del 1961, i sacerdoti in divisa sono equiparati agli ufficiali. Per loro lo Stato spende oltre 20 milioni di euro, tra retribuzioni, tredicesime, benefit e pensioni. E la riforma in arrivo che promette tagli in realtà farà risparmiare solo il 3 per cento, appena 350mila euro

di Paolo Fantauzzi

Cappellani MilitariPapa Francesco la sua opinione l’ha fatta conoscere da tempo: per assistere spiritualmente i soldati, in caserma e nelle missioni all’estero, non servono sacerdoti coi gradi. Anche il buonsenso del pontefice, però, rischia di infrangersi davanti a una questione che si trascina da anni fra resistenze fortissime: l’equiparazione dei cappellani militari a ufficiali delle Forze armate in virtù di una legge del 1961 .

Sacerdoti-colonnello, tenente o capitano che possono aspirare a diventare generali e hanno diritto a retribuzioni dorate, indennità di ogni tipo, avanzamenti automatici di carriera e una serie di benefit assai lontani dall’idea della Chiesa povera tanto cara al papa venuto dalla fine del mondo. Un assoluto centro di comando “anfibio”, metà religioso e metà temporale, che fa parte a tutti gli effetti dello Stato italiano, ha rapporti diretti col Quirinale (che nomina per decreto i cappellani), il ministro della Difesa e il potere politico e che alla consolidata felpatezza vaticana unisce il rigore proprio della gerarchia militare.

Un universo che è un viatico per fulgide carriere, come mostra il caso del cardinale Angelo Bagnasco, divenuto noto con la celebrazione dei funerali dei solati caduti in Afghanistan e Iraq e approdato dopo appena tre anni al vertice della Cei.

CARO CURATO

Nel 2015 fra effettivi e “di complemento”, realtà abolita da anni per gli ufficiali, solo di stipendi i 205 cappellani sono costati oltre 10 milioni di euro, un terzo in più di appena due anni prima. E chissà che direbbe il Papa, che puntualmente tuona contro l’arricchimento del clero, se sapesse che l’arcivescovo Santo Marcianò, che lui stesso ha nominato ordinario nel 2013, in virtù dell’equiparazione a generale di corpo d’armata può contare su 9.545 euro lordi al mese, che con la tredicesima diventano 124mila l’anno.

Stipendi CappellaniIl ruolo di vicario generale, assimilabile a generale di divisione, ne garantisce 108mila, mentre gli ispettori (generali di brigata) arrivano a 6mila al mese. Altri due milioni costa il funzionamento della diocesi, ovvero l’ Ordinariato, che ha sede a Monti, alla salita del Grillo, in uno stupendo complesso con vista sui Fori, e dispone pure di un seminario equiparato ad accademia nella cittadella militare della Cecchignola. Cifre alle quali aggiungere almeno 7 milioni per pagare le pensioni, che grazie ai cospicui contributi previdenziali si aggirano in media attorno ai 3mila euro al mese. Impossibile però conoscere cifre esatte per questi dipendenti pubblici: l’Inpdap non è in grado di fornire un dato preciso.

Nel complesso, dunque, l’assistenza spirituale alle Forze armate costa alle casse pubbliche circa 20 milioni: tutti soldi, si badi bene, aggiuntivi rispetto al miliardo di euro che già annualmente entra nelle casse della Cei ed è usato in gran parte proprio per il sostentamento del clero. Ma se lo stipendio di un prete è sui mille euro, un cappellano come tenente parte dal doppio e a fine carriera, da colonnello, può superare i 5mila.

Senza contare gli innumerevoli bonus. Se il sacerdote dei parà si butta col paracadute (in passato uno è stato perfino istruttore) ha diritto all’indennità di lancio; quello della marina, se non è a terra, all’indennità di imbarco. E poi, fra le tante, quella di trasferimento, il rimborso per il trasporto del bagaglio personale e dei mobili, l’indennizzo chilometrico per gli spostamenti. «E siccome l’orario è quello d’ufficio, una celebrazione dopo le 16,30 viene considerata straordinario», spiega un cappellano che chiede l’anonimato. Benefit già difficili da accettare per i graduati, figurarsi per un ecclesiastico. Che quando va in missione internazionale gode pure della relativa lievitazione della busta paga. Forse anche per questo è sempre una stessa ristretta cerchia a prendervi parte.

IL BUON SOLDATO

Tanti privilegi favoriscono il rampantismo e rischiano di distogliere dalla missione evangelica. Come pure i ricorrenti casi di cronaca, l’ultimo dei quali risalente ai giorni scorsi: un cappellano dell’Aeronautica indagato dalla Procura di Pisa per stalking verso un giovane aviere al quale chiedeva prestazioni sessuali. Del resto della vita militare questo mondo dorato ha solo i vantaggi: un concorso di accesso non c’è, le visite di idoneità non sono affatto inflessibili e il sovrappeso, teoricamente motivo di congedo forzato, non rappresenta un problema.

Ma c’è pure chi vive con fastidio tanti benefit, perché compito di un religioso è essere un buon pastore d’anime. O al massimo un soldato sì, ma di Gesù, come ricorda nel nome il trimestrale dell’Ordinariato “Bonus miles Christi”. Solo che la rivista, spedita gratis alle istituzioni e pagata dal ministero della Difesa, più che a un bollettino informativo assomiglia a una tribuna dell’arcivescovo Marcianò. Con una sovraesposizione, anche fotografica, che fra omelie, interviste e prefazioni supera non solo gli spazi minimi relativi alle attività pastorali, ma pure quello riservato ai discorsi del pontefice. D’altronde si tratta pur sempre di un generale di corpo d’armata, per quanto in abito talare.

RIFORMA O NO?

Ma se lo Stato è laico, perché non togliere i gradi ai cappellani e far provvedere direttamente al Vaticano? Se ne parla da anni. «La Chiesa è pronta da ieri, non da domani», ha assicurato a Radio radicale nel 2013 il vicario generale, monsignor Angelo Frigerio. «Senz’altro, basta trovare formule alternative», ha ribadito nel 2014 Marcianò. «In tempi brevi si giungerà a una soluzione», ha garantito a inizio 2015 padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa.

Malgrado gli annunci, il tavolo bilaterale si è insediato solo lo scorso gennaio e ci sono voluti altri due mesi per la seconda riunione. Il rischio delle calende greche, insomma, è concreto, anche perché l’Italia si è seduta al tavolo senza nemmeno presentare una proposta e ha schierato la stessa squadra che si occupa del Concordato, notoriamente assai vicina alla Santa Sede. Inoltre tre membri su sei sono anche nella commissione che dovrebbe rivedere il meccanismo dell’8 per mille, mai toccato nonostante le ripetute critiche della Corte dei conti per l’eccessivo vantaggio che deriva alla Cei dalla modalità di ripartizione dei soldi.

Solo casualità? Di certo il tema scotta: da quando la Chiesa ha meno voce nella scelta dei docenti di religione, le Forze armate sono l’unico appiglio rimasto. Per questo il Vaticano, dietro l’apparente disponibilità, non molla. «La nomina dei tre ispettori-generali di brigata per l’esercito, la finanza e i carabinieri è stata sospesa dalla Difesa in vista della riforma. Sulla carta ci sono ma di fatto no, quindi la nostra spending reviewce l’abbiamo già», dice all’Espresso Frigerio, che da ex sindacalista Cgil (in gioventù era elettricista) guida la commissione d’Oltretevere.

Parole non casuali, perché proprio questa sarà la linea del Piave per la Santa Sede: riservare il grado di generale solo all’ordinario militare ma lasciando tutto il resto così com’è. Equiparazione con gli ufficiali e benefit compresi. Risparmio stimato: 350 mila euro, il 3 per cento appena. Non proprio un gran sacrificio.

FONTE: Logo Espresso

News Marina Militare,, Cappellani Militari

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