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Sea Shepherd, a Lerici un convegno sul pericolo della plastica nei mari

plastica mare
 
Ci sono centinaia di chili di plasticain un solo chilometro cubo di Mediterraneo. L'impressionante dato è stato diffuso dal ricercatore del Cnr Marco Faimali nel corso del convegno sulla pericolosità delle micro e macroplastiche nei mari e negli oceani, organizzato a Lerici (La Spezia)da Sea Shepherd.

«Se filtrassimo un chilometro cubo di acqua del Mediterraneo – ha spiegato Faimali - troveremmo da qualche decina sino a centinaia di chili di plastica. Il Mediterraneo è una delle zone più problematiche per questo aspetto: stiamo cercando di capire quali saranno gli effetti sull'ecosistema. La plastica non è un inquinante normale, assorbe altri agenti inquinanti e funge da vettore. Le plastiche si trasformano in particelle sempre più piccole, anche perché vengono triturate e mangiate dai pesci, rendendo sempre più complesso catturarle. Stiamo studiando quali sono ad esempio gli effetti sullo zooplacton. L'invasione silenziosa della marine litter è diventata ormai un problema globale. Il 3% della produzione annuale di plastiche finisce in mare»

 Nel corso del convegno non sono mancati purtroppo altri elementi allarmanti sulla quantità di plastica in mare, rappresentanti dal “basurero” una scultura che raffigura un pesce con la pancia piena di rifiuti plastici realizzata dall'artista Margot Bertonati. La dispersione della plastica in mare provoca la morte di 100 mila mammiferi marinie di un milione di uccelli. Proprio i mammiferi marini sono i più esposti ai rifiuti plastici (43%), seguiti dagli uccelli marini (36%). Non sembrano invece avere scampo le tartarughe. Si calcola come ogni anno finiscano in mare dalle 8 alle 10 tonnellate di spazzatura, nel 75% dei casi si tratta proprio di plastica. Secondo una proiezione entro il 2025 ci saranno 64 milioni di spazzatura negli oceani. Pensate che una banale rete da pesca abbandonata, rischia di rimanere in mare per ben 650 anni. «Nelle zone riserva meno accessibili – ha spiegato la ricercatrice Silvia Merlino - la concentrazione di questi elementi è superiore che in altre aree». Si è visto infatti che le spiagge tendenzialmente protette sono quelle più inquinate dalla plastica, probabilmente perché essendo meno frequentate vengono ripulite di rado. La riflessione è emersa dal confronto tra le spiagge tutelate di Pianosa, Palmaria e San Rossore con altre più frequentate come quelle delle Cinque Terre o Lerici. Giuliana Santoro, referente per La Spezia di Sea Shepherd ha annunciato che sul fronte delle microplastiche ci sarà tutto l'impegno possibile da parte del movimento ambientalista per inserire la campagna in difesa del plancton tra le iniziative di Sea Shepherd. L'Italia è il secondo produttore di plastica in Europa,subito dopo la Germania, sarebbe importante se fosse proprio l’Italia a prendere la leadership sulle tecnologie e sulle iniziative concrete per limitare i danni delle plastiche in mare cominciando proprio dalla loro rimozione, prima che diventino “micro”. 
 

Tra gli eserciti più potenti al mondo c’è anche quello italiano

Eserciti classifica

Dal 2006 esiste una classifica generale degli eserciti più forti del mondo compilata annualmente da un sito, il Global Firepower, che utilizzando diversi fattori e basandosi su diverse fonti, alcune anche importanti come i report – pubblici – della Cia, stabilisce un coefficiente per ogni nazione che indica il suo valore militare complessivo.

Questo coefficiente è il frutto di analisi non solo prettamente militari, ma prende in considerazione anche fattori come la geografia, la forza lavoro, il debito pubblico, la popolazione complessiva, le risorse naturali.

Il ranking finale non dipende quindi solamente dal numero di armamenti, siano essi aerei, navi o carri armati, a disposizione, e nemmeno dal numero complessivo dei soldati, ma prevede un’analisi particolareggiata di questi ultimi premiando, ad esempio, la diversità degli arsenali: quindi schierare 100 unità contromisure mine non ha lo stesso valore tattico/strategico di mettere in campo 10 portaerei, pertanto il coefficiente in questo caso sarà differente.
Le stesse scorte di armi atomiche non vengono tenute in considerazione, ma le potenze atomiche riconosciute o sospettate (come Israele) hanno comunque un bonus, oppure quelle nazioni che non hanno uno sbocco sul mare non vengono penalizzate per non avere una Marina Militare, invece quelle dotate di una carente diversità degli asset navali lo sono.

Anche quegli Stati che fanno parte di alleanze, come la Nato, ricevono un bonus, secondo il principio che vuole che in caso di conflitto ricevano assistenza dai propri alleati aumentando quindi la propria capacità militare offensiva o difensiva.

Stabilità economica e popolazione sono altresì fattori determinanti per la classifica generale per ovvi motivi riconducibili ad una possibile efficienza dell’economia di guerra, secondo l’assunto che maggiore è la popolazione e più elevato il grado di industrializzazione più forte sarà la produzione durante un conflitto.

Viene quindi analizzato l’equilibrio totale di uno Stato: forze armate numerose, diversificate, con mezzi idonei a portare la guerra in terra, aria e mare, supportate da una economia florida, resiliente, e da una forza lavoro importante in una nazione dai confini difendibili occupano i primi posti della classifica.

Al primo posto troviamo, ovviamente, gli Stati Uniti. Secondo l’analisi di Global Firepower il personale militare totale americano ammonta a 2 milioni 83 mila uomini con 13362 velivoli (ad ala fissa o rotante) di ogni tipo, 5884 carri armati, 415 unità navali, una flotta mercantile di 3611 navi su 24 porti maggiori ed infine una forza lavoro di 160 milioni 400 mila persone.

Al secondo posto c’è la Russia con 3 milioni 586 mila uomini impiegati nelle forze armate, 3914 velivoli, 20300 carri armati, 352 unità navali, una flotta mercantile di 2572 navi su 7 porti principali ed una forza lavoro di 76 milioni 530 mila persone.

Al terzo posto troviamo la Cina con 2 milioni 693 mila uomini in divisa, 3035 velivoli, 7716 carri armati, 714 unità navali, 4287 navi mercantili su 15 porti principali, una forza lavoro di 806 milioni 700 mila persone.

Quarta è l’India, a seguire Francia, Regno Unito, Corea del Sud, Giappone, Turchia, Germania e all’undicesimo posto l’Italia subito prima di Egitto e Iran.

Per l’Italia i dati riportati dal sito sono: 287 mila uomini nelle Forze Armate; 828 velivoli di cui 90 da caccia, 186 da attacco, 425 da trasporto, 193 da addestramento; 200 carri armati e 10688 veicoli da combattimento armati (leggeri e medi), 164 pezzi di artiglieria semovente, 90 pezzi di artiglieria trainata, 21 lanciarazzi tipo Mlrs; la Marina vedrebbe un totale di 143 unità distribuite su 2 portaerei, 14 fregate, 4 cacciatorpediniere, 2 corvette, 8 sommergibili, 10 pattugliatori e 10 unità contromisure mine più altro naviglio tipo rifornitori d’altura, rimorchiatori, cisterne ecc. La nostra forza lavoro ammonterebbe a 25 milioni 940 mila persone e la nostra marina mercantile disporrebbe di 1430 navi con 9 porti principali.

Qui però cominciano le nostre perplessità in merito ai dati riportati. Per il nostro Paese, infatti tra gli effettivi vengono riportati anche 20 mila uomini della Riserva, ma sappiamo bene che questo numero resta solo sulla carta non essendo ancora entrata in vigore la riforma che prevede l’istituzione di una quota permanente per queste funzioni. Secondariamente, per quanto riguarda i dati della totalità del numero di uomini nelle FFAA, ci risultano, al 2017 secondo le fonti ufficiali del ministero della Difesa, circa 170 mila uomini a fronte dei 287 mila riportati dal sito. Per quanto riguarda le unità navali poi, nel 2017 queste ammontavano, secondo i dati ufficiali della Marina Militare, a 1 portaerei (nave Cavour), 4 navi anfibie (compresa nave Garibaldi) 4 cacciatorpediniere, 12 fregate, 2 corvette, 15 pattugliatori, 8 sommergibili, quindi una leggera discrepanza rispetto all’analisi di Global Firepower.
Ancora diversi i numeri dell’Aeronautica Militare: solo per la linea di attacco, infatti, ci risulta, come si legge nel Documento Programmatico Pluriennale per la Difesa recentemente redatto, che i velivoli totali siano 254 (AMX e Tornado) compresi i 16 AV-8B della MM.

Nella stessa classifica troviamo Israele al 16° posto, il Pakistan, potenza nucleare al 17°, la Corea del Nord al 18°, l’Arabia Saudita al 26°, la Svizzera al 34°. Negli ultimi 4 posti ci sono Sierra Leone, Suriname, Liberia e, a chiudere in 136° posizione, il Bhutan.

FONTE: logo occhi della guerra4

Cresce l’export di armi al mondo, mentre in America si prova a limitarne l’uso

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Il volume dell’export internazionale di armi nel periodo tra il 2013 ed il 2017, confermando la tendenza al rialzo iniziata agli inizi degli anni 2000, è stato superiore del 10% rispetto a quello del 2008-2012. Questi dati emergono da uno studio pubblicato dall’International Peace Research Institute di Stoccolma (SIPRI), mettendo in risalto, in particolare modo, l’aumento considerevole del flusso di armi verso il Medio Oriente e l’India(destinazioni rispettivamente del 32% e del 12% del totale degli acquisti a livello globale). Un flusso raddoppiato negli ultimi 10 anni legato al fatto che la maggior parte degli stati della regione sono stati coinvolti direttamente in conflitti nel periodo tra il 2013 ed il 2017. Nonostante le preoccupazioni sui diritti umani abbiano così portato, proprio ultimamente, accesi dibattiti politici sulla limitazione delle vendite delle armi, oggi, Stati Uniti ed Europa rimangono i principali esportatori di armi nella regione medio orientale (con una percentuale, ad esempio, di oltre il 98% di armi esportate in Arabia Saudita).

Sono proprio Stati Uniti, Russia, Francia, Germania e Cina i cinque maggiori esportatori di armi al mondo, con l’Italia al nono posto di questa particolare classifica. Durante il primo anno dell’amministrazione Trump, ad esempio, sono stati oltre 82,2 i miliardi di dollari ricavati dalla vendita di armi da parte degli Stati Uniti notificati al Congresso, con un aumento dei ricavi del 30% rispetto ai 76,5 miliardi di dollari dell’amministrazione Obama del 2016, sopratutto per quanto riguarda la categoria bombe e missili, a seguito di importanti accordi di difesa missilistica raggiunti con Arabia Saudita, Polonia, Romania, Giappone e Emirati Arabi Uniti.

La Russia dal canto suo nel 2016 ha superato i 15 miliardi di dollari di consegna d’armi, esportando in 52 paesi, non solo India e Cina paesi che vengono riforniti di armamenti già da lungo tempo dal governo del Cremlino, ma anche il regime siriano: “Nonostante le pressioni senza precedenti di un certo numero di paesi occidentali e gli ingiusti metodi di concorrenza che utilizzano, siamo riusciti a penetrare nuovi mercati esteri” ha voluto precisare il direttore dell’agenzia Rosoboronexport incaricata delle esportazioni degli equipaggiamenti militari. E nonostante alcune sanzioni internazionali, a seguito dell’annessione della Crimea, ed una legge approvata la scorsa estate dal Congresso Usa per vietare rapporti commerciali con 39 società di armamenti russe, la Russia ha saputo portare avanti con forza la sua corsa agli armamenti, specialmente in questi ultimi 15 anni, tanto è vero che lo stesso Putin ha presentato, a pochi giorni dalle elezioni, i nuovi armamenti russi, tra cui una nuova versione del missile intercontinentale multi testata Sarmat, un missile da crociera alimentato a nucleare ed un drone sottomarino più veloce di qualsiasi siluro fino ad oggi costruito.

Oltre alla Russia anche la Cina sfida oggi la supremazia militare degli Stati Uniti e dei loro alleatied il ritmo con cui sta ingrossando il proprio esercito potrebbe essere tradotto in un “sistematico processo di preparazione alla guerra” (secondo alcuni esperti dell’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici, IISS, nel rapporto annuale Military Balance 2017) con, a livello aereo, i caccia stealth Chengdu J-20 previsti in fase operativa dal 2020 e unità missilistiche aria-aria a lunga gittata PL-15 equipaggiate con radar a scansione elettronica e, a livello marino, il varo negli ultimi 15 anni di più corvettes, fregate, cacciatorpedinieri e sottomarini di Giappone, India e Corea del Sud messi assieme. Rimanere indietro a livello tecnologico è, infatti, una minaccia tanto grande quanto fortemente sentita dalle grandi potenze e la corsa agli armamenti, come i dati appena citati ci suggeriscono, sembra oggi una scelta condivisa e perpetrata da moltissimi Statial mondo desiderosi di acquisire, secondo le loro intenzioni, maggiore peso sugli equilibri mondiali in un trend che non trova sosta ne tenderà a calare a breve.

Nel frattempo in America, a seguito dell’ultima strage scolastica (la diciottesima dall’inizio dell’anno), qualcosa sembra essere sul punto di cambiare: intanto sopratutto l’interesse dell’opinione pubblica, specialmente dei giovani, in futuro probabilmente una vera e propria stretta sulla vendita delle armi da fuoco con alcune proposte, anche controverse come quella del presidente Trump di armare gli insegnanti appositamente formati, che fanno discutere ed infiammano il dibattito.

Intanto in Florida, dove si è consumata l’ultima strage, è stata promulgata una legge che introduce le prime misure restrittive verso le armi da fuoco, tra cui l’aumento dell’etàminima per l’acquisto da 18 a 21 anni, un periodo di attesa di tre giorni per chi acquista fucili o armi automatiche e il divieto di commercio per il “Bump Stock” ossia un meccanismo da circa 100 dollari che montato sull’arma trasforma un normale fucile semi-automatico, in cui bisogna premere ogni volta il grilletto per sparare un singolo colpo, in un mitra a tutti gli effetti in cui tirando il grilletto una sola volta e tenendolo premuto si spara una raffica che si esaurisce solo quando finiscono i colpi nel caricatore. Con questo potenziatore, un fucile può arrivare a sparare fino a 400-800 colpi al minuto, anche se i caricatori normali arrivano, salvo modifiche, a 30. Le decisioni prese dallo stato della Florida sono però state subito attaccate dai legali della National Rifle Association (NRA)che hanno subito aperto una causa contro lo stato americano per aver creato un “precedente pericoloso” con una norma considerata incostituzionale che, secondo i legali, violerebbe il II e XIV emendamento della Costituzione americana ossia quello rispettivamente sul diritto a possedere armi e sul diritto a proteggersi. Diritti che fanno parte della storia americana e che molti cittadini, fino ad oggi, hanno difeso con forza. Se è pur vero, infatti, che l’NRA versi denaro a livelli record in occasione di ogni elezione (circa 4,1 milioni di dollari per attività di lobbying nel 2017), la cifra è inferiore a quella di altri gruppi. L’influenza quindi dell’associazione non deriva solo dal lobbismo ma dal gran numero di attivisti di un gruppo che ha oltre 145 anni di storia e probabilmente più di 5 milioni di membri attivi pronti a mobilitarsi ed impegnarsi in politica in caso di necessità. La strage al liceo di Parkland ha però dato vita a un movimento popolare guidato dagli studenti capace di cambiare anche qui l'equazione politica americana sulle armi da fuoco che finora, massacro dopo massacro, dava come risultato sempre e solo la vittoria della lobby della National Rifle Association, contraria a qualunque regolamentazione.

La Florida non è però il solo caso di svolta. L'Oregon era diventato nei giorni scorsi il primo stato a passare una nuove legge restrittiva sulla diffusione delle armi vietando l'acquisto e il possesso di armi da fuoco da parte di persone che hanno precedenti per violenza domestica o stalking. Si tratta sempre di provvedimenti parziali che non accontentano i fautori di vere riforme ma sono, a mio avviso, il segno importante di un cambiamento in atto. Le cose quindi potrebbero cambiare veramente, anche se molto lentamente, specie con il differenziarsi dell’elettorato futuro, formato da minoranze etniche che entro la metà del prossimo secolo potrebbero diventare la maggioranza e con una nuova visione da parte dei giovani che già oggi sono meno interessati al porto d’armi rispetto agli anziani e più favorevoli ad un controllo delle armi per evitare che certi stragi non si ripetano più. Ma nel frattempo mentre se ne parla e se ne discute, in America e nel resto del mondo, la vendita di armi aumenta ogni giorno di più.

FONTE: Logo Amm Degiorgi oro

Sea Hunter: la prima nave da guerra senza equipaggio entra nella flotta USA

Con un dislocamento di 140 tonnellate ed una lunghezza di 40 metri, può raggiungere la velocità di 27 nodi

SeaHunter

Roma, 27 apr – Dopo otto anni di sviluppo e test, la prima nave da guerra senza equipaggio si è recentemente unita alla flotta della Marina degli Stati Uniti. E’ stata battezzata “Sea Hunter“, ed è stata concepita dall’agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti “Defense Advanced Research Projects Agency” (DARPA).

Il prodotto della “Mad Science”

Il concetto per la nave senza pilota è nato nel 2010 dal cosiddetto reparto “Mad Science” (scienza pazza) del Pentagono.

Sei anni dopo, la nave senza equipaggio, 140 tonnellate, lunga 132 piedi (40 metri), fu battezzata Sea Hunter sul fiume Willamette a Portland, nell’Oregon.

«Elegante e spigoloso, sembra provenire dal futuro», ha dichiarato Scharre, ex US Army Ranger e “senior fellow” del “Center for a New American Security”. «Con uno scafo lungo e stretto e due stabilizzatori, il Sea Hunter taglia gli oceani come un pugnale a tre punte, rintracciando i sottomarini nemici».

A bordo, per il battesimo della nave nel 2016, c’era il vice segretario alla Difesa Robert Work, che si riferiva alla stretta prua dell’imbarcazione come a un “Klingon Bird of Prey” della serie “Star Trek”.

Trovi il video anche nella sezione

Video di mare-Marina Militare

«Questa nuova nave opererà ovunque voglia la Marina degli Stati Uniti – ha dichiarato Work – dal Mar Cinese al Mar Baltico, dal Golfo Persico all’Atlantico o nel Pacifico».

Dopo la sua inaugurazione nel 2016, il Sea Hunter è stato trasferito alla Marina che ha effettuato quasi due anni di test al largo della costa della California.

Il Sea Hunter è costato 20 milioni di dollari ed ha un costo operativo stimato che va dai 15.000 ai 20.000 dollari al giorno, mentre un cacciatorpediniere costa 700.000 dollari al giorno per operare.

Tuttavia – viene specificato – il Sea Hunter non è stato progettato per sostituire le navi militari ma collaborare con loro.

La nave-drone è stata progettata principalmente per dare la caccia ai sottomarini nemici ma, attualmente, il Sea Hunter non è equipaggiato con armi ma il vice Segretario alla Difesa ha dichiarato che l’armamento della nave rappresenta il passo successivo in un prossimo futuro.

«Potremmo essere in grado di installare “pacchetti” di sei o quattro missili a bordo – ha detto Robert Work– e questa sarà una flotta diversa da qualsiasi marina della storia, una flotta da battaglia in cui la collaborazione tra uomini e macchine confonderà i nostri nemici».

FONTE: logo grnet 400

Il 28 aprile è la giornata delle vittime dell'amianto

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Amianto: un big killer che provoca il mesotelioma, ottava causa di morte in Italia.Il 28 aprile è la giornata delle vittime dell'amianto

Ce ne sono ancora oltre 40 milioni di tonnellate in scuole, edifici pubblici, ospedali, aerei navi e mezzi militari. L'Osservatorio nazionale sull'amianto pronto a istituire, in collaborazione con i diversi comuni, anche degli sportelli “fisici” in varie città della penisola per aiutare i cittadini a rischio.

Mesotelioma27 APR - Scuole (circa 2400 con 350mila studenti e 50mila dipendenti), ospedali, edifici pubblici e aerei, navi e altri mezzi militari: a 25 anni dalla legge 257/92 che  che in Italia ha stabilito il divieto di estrazione, lavorazione e commercializzazione dei materiali di amianto e/o contenenti amianto, ce ne sono ancora in circolazione circa 40 milioni di tonnellate in circa 50 mila siti, e un milione di micrositi.
 
E l’amianto continua a mietere vittime: il mesotelioma provocato dalle sue fibre  è l’ottava causa di morte sia negli uomini sia nelle donne. Senza tenere conto di tutte le altre patologie asbesto correlate, molto meno rare. Secondo i dati pubblicati su “I numeri del cancro 2016 di Aiom /Airtum”, in Italia, sono stati circa 1.900 i casi diagnosticati ogni anno nel nostro Paese, con un particolare incremento oltre i 50 anni.
 
Domani, 28 aprile, in occasione della Giornata Vittime Amianto, l’Osservatorio Nazionale sull’Amianto (ONA Onlus), associazione rappresentativa dei lavoratori e cittadini esposti e vittime dell’amianto ha dichiarato: “Siamo costretti giorno dopo giorno a registrare decine di nuovi casi di patologie asbesto-correlate. Purtroppo l’epidemia di queste malattie è ancora in corso, per i lunghi tempi di latenza perché possono arrivare fino a 40-50 anni. Ecco perché l’unico sistema per evitare nuove malattie e quindi nuovi decessi è quello di evitare ogni forma di esposizione a queste fibre killer, e ciò attraverso la bonifica. Solo così sarà possibile vincere l’epidemia, perché ricordiamo che non sussistono limiti di soglia al di sotto del quale il rischio si annulla e tutte le esposizioni di amianto sono dannose per la salute umana. Trattandosi di un cancerogeno e, come per tutti i cancerogeni, il limite è 0, al di là di quello che molto spesso si legge sui giornali”.
 
A oggi, nonostante la sua accertata pericolosità (anche Iarc, l'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro delle Nazioni Unite, ha infatti riconosciuto l'amianto come cancerogeno e ha chiesto di bandirne l'utilizzo in ogni sua forma), non esiste una normativa internazionale che ne limiti la produzione e la commercializzazione.
 
La Confederazione Internazionale dei Sindacati (Ituc), e il Sindacato Mondiale dell'Industria (IndustriAll) hanno sostenuto dodici nazioni africane nel chiedere l'inserimento dell'amianto nella lista dei materiali pericolosi della Convenzione di Rotterdam i cui componenti si riuniranno, a Ginevra, entro il 5 maggio prossimo.  Sono sessanta i paesi nel mondo ad aver bandito l'amianto.
 
Un nuovo “big killer” che silenziosamente si fa spazio nella quotidianità di ognuno di noi, perché i casi di mesotelioma non sono altro che la punta dell’iceberg, poiché, tenendo conto di tutte le altre patologie che l’amianto è in grado di cagionare, il bilancio sale, purtroppo, a più di 6.000 decessi ogni anno (circa 3.500 per tumore al polmone, cui si aggiungono tutte le altre patologie neoplastiche - tumore della laringe, dell’ovaio, della faringe, dello stomaco e del colon retto e quelle fibrotiche - asbestosi, placche pleuriche e ispessimenti pleurici e per complicazioni cardiocircolatorie).
Secondo Iarc 2012 (International Agency for Research on Cancer), tra le neoplasie causate dall’esposizione all’amianto rientrano anche il cancro alla laringe e alle ovaie, ed, inoltre è stata confermata l’associazione tra esposizione ad amianto e maggiore incidenza di cancro alla laringe, allo stomaco e al colon retto.
 
L’Osservatorio Nazionale Amianto, anche sulla base delle risultanze dell’ultima monografia IARC, ha chiesto un ulteriore aggiornamento delle tabelle Inail, con l’inserimento di tutte le patologie neoplastiche nella lista 1 rispetto all’attuale collocazione rispettivamente nella lista 2 e 3.
“Riteniamo che l’Inail debba adeguare la lista 1 della tabella delle patologie asbesto correlate, e vi debba ricomprendere anche il tumore della faringe, dello stomaco e del colon retto, che ora sono inseriti nella lista 2, il tumore dell’esofago, che ora è inserito nella lista 3, sulla base dell’ultima monografia IARC, ed il resto della letteratura scientifica e dei dati epidemiologici. Non sono da escludere anche altre patologie, sempre sulla scorta delle risultanze scientifiche: come per esempio i tumori dell’apparato emolinfopoietico – ha detto Ezio Bonanni, Presidente dell’Osservatorio Nazionale sull’Amianto -. L’emergenza amianto è ben più vasta di quello che raccontano i dati epidemiologici: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, purtroppo ogni anno, solo per il mesotelioma e per il tumore al polmone, perdono la vita più di 107.000 persone e decine di migliaia sono coloro che si ammalano. In Italia più di 6.000 persone perdono la vita ogni anno. Ciò non può essere più sopportato, l’ONA chiede la messa al bando globale dell’amianto e la bonifica in Italia. Solo evitando le altre esposizioni si può arrestare l’epidemia di patologie asbesto correlate”.
 
L’Associazione, oltre ai Dipartimenti e allo Sportello Amianto Online, attraverso il quale tutti i cittadini possono chiedere assistenza, sta procedendo a istituire, in collaborazione con i diversi comuni, anche degli sportelli “fisici” in varie città della penisola.

Numeri amianto

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A Gaeta la Nave americana costruita con l’acciaio delle Torri Gemelle

Gaeta, 21 Aprile 2018: è approdata a Gaeta questa mattina la Nave Americana USS New York (LPD-21). Con a bordo 400 persone di equipaggio.

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Un po’ di storia…

Subito dopo l’attentato terroristico dell’11 settembre 2001, il Governatore di New York George E.Pataki inviò una lettera al Segretario della Marina Militare Gordon R.England richiedendo che la  Navy conferisse il nome USS New York ad una unità di superficie impegnata nella “Guerra al Terrorismo”, in onore alle vittime del tragico avvenimento che colpì vigliaccamente lo Stato di N.Y. Proprio nel 2001.

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La USS New York (LPD-21)ha un equipaggio di 360 e può trasportare fino a 700 Marines.

A memoria della tragedia delle torri gemelle, La principale peculiarità della nave è la seguente: una parte della prua è stata costruita con l’acciaio ricavato dalle macerie delle Torri Gemelle del Trade Center di New York, crollate nel famigerato attentato dell’11 settembre 2001.

La simbolica fusione rappresenta meno di un millesimo del peso totale della nave, ed il 9 settembre 2003 è stata versata in stampi di circa 7,5 tonnellate. E’ stato riferito che gli operai del Cantiere hanno trattato il materiale con la riverenza solitamente riservata alle reliquie religiose.

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Credits Foto F. P. Di Tucci – GaetAlbum

FONTE: Logo Gaeta medievale MEDIO

La fuciliere di Marina cresciuta coi marines: "Noi alla pari dei maschi"

L'intervista alla 24enne Claudia Cosentino: "Maternità e vita militare? Non è un'utopia"

Claudia Cosentino Fuciliere

 di ALESSANDRO FARRUGGIA

Roma, 18 aprile 2018 - Guardiamarina Claudia Cosentino, 24 anni, Battaglione San Marco, com’è per una donna fare il fuciliere di Marina?

"Un onore. Dopo tre anni di accademia militaremi è stata prospettata la specializzazione anfibia e ho colto al volo l’opportunità. E così ho fatto un anno di specializzazone in America".

Con i marines?

"Sì, in Virginia. Sette mesi di addestramento. Trenta donne su trecento, solo quattro stranieri; due donne io e un’altra collega italiana".

Addestramento duro, come si racconta?

"Fisicamente molto duro, all’inzio duro anche linguisticamente per l’uso esteso degli acronimi militari, un sfida nonostante parlassi già un buon inglese. Ma ero motivata e ce l’ho fatta".

Come Demi Moore in soldato Jane?

"Non mi sono mai sentita il soldato Jane. Il film è un film. Ti fa vedere le difficoltà dell’addestramento, ma non illustra bene il rapporto con gli istruttori, i superiori, nessuno mi ha mai detto: non ce la fai perchè sei donna. Non c’è stata alcuna discriminazione".

Tornata in Italia, si sente anche un po’ marine?

"Francamente no. Anche quando ero lì mi sentivo Italia, un San Marco. Ma certo, è stata una esperienza indimenticabile".

Problemi con gli uomini?

"Nessuno, mi rispettano, io rispetto loro. Il rapporto è assolutamente alla pari. Molto professionale. Non mi sono mai sentita diversa perché donna".

Che problemi ci sono per una donna a essere militare in un reparto operativo?

"Gli stessi che può avere un uomo, i problemi che accomunano un po’ tutti i militari; i trasferimenti, le partenze improvvise, i mille problemi della vita di caserma, il conciliare il lavoro con la vita privata. Ma si superano".

La sua famiglia che ha detto quando ha comunicato loro che aveva deciso di arruolarsi?

"Io ho sempre avuto la passione per la divisa e lo sapevano. Il problema era semmai: che arma sceglierò? Ho optato per la Marina, che per me è perfetta. Mio padre è un poliziotto, ha capito la mia scelta ed era orgoglioso, e così mio fratello. Ho perso mia madre quando avevo quattro anni, e a casa sono cresciuta con regole severe. Mi è servito nella vita militare, in accademia e anche dopo, in America e qui a Brindisi".

Non teme che ci potranno essere problemi il giorno che dovesse scegliere di avere un figlio?

"Per nulla. Credo che sia assolutamente possibile conciliare la vita militare con la maternità. La Marina ci supporta, sono sicuro che non mi sentirei sola".

FONTE: Logo quotidianonet corto

 

Migranti, Ong, sbarchi fantasma:intervista all'Amm. De Giorgi

Migranti, Ong, sbarchi fantasma: l'ammiraglio De Giorgi svela i segreti del Mediterraneo

Migranti, Ong, Ue, Libia, Minniti, sbarchi fantasma: l'ammiraglio Giuseppe De Giorgi analizza la situazione del Mediterraneo in un'intervista ad Affaritaliani

di Lorenzo Lamperti

Giuseppe De GiorgiI migranti, le navi delle Ong, i rischi legati alla Libia, l'inanismo dell'Unione europea, l'aumento degli "sbarchi fantasma", il pericolo foreign fighters. L'ammiraglio Giuseppe De Giorgi, capo di stato maggiore della Marina Militare italiana fino al giugno 2016, analizza in una lunga intervista ad Affaritaliani.it la situazione attuale del Mediterraneo.

Il gip di Ragusa ha dissequestrato la nave di Proactiva Open Arms sostenendo che l'Ong ha agito in stato di necessità. Che cosa ne pensa della decisione del gip?

Ineccepibile. Una volta recuperati i naufraghi, la nave soccorritrice non aveva l’obbligo di consegnarli alla guardia costiera libica tanto più se sotto la minaccia delle armi. Occorre aver chiaro il fatto che l’attribuzione di una zona SAR (Search and Rescue) a una nazione implica l’assunzione della responsabilità di assicurare il soccorso e l’eventuale coordinamento di più mezzi anche internazionali, ma non comporta alcuna sovranità sull’area stessa. Una volta imbarcati i naufraghi su una nave in acque internazionali, il comandante della nave che ha provveduto al salvataggio non ha più obblighi verso l’autorità SAR. Quest’ultima non può dirottare la nave senza il consenso dell’armatore. Nei confronti dei naufraghi soccorsi vige l’obbligo da parte dell’armatore e del comandante della nave di accompagnarli al porto sicuro più vicino. L’autorità SAR termina il proprio compito una volta salvata la vita umana.

Il gip sostiene che la Libia non sia in grado di riaccogliere i migranti salvati in mare e che sia un luogo non sicuro. Lei è d'accordo?

Si sono d’accordo. Penso sia urgente che la Libia sia ricondotta a uno stato di diritto che governi pienamente il proprio territorio e che si assuma nei confronti della comunità internazionale la responsabilità di controllare le sue frontiere in accordo al diritto umanitario e internazionale. Mentre si infittiscono i controlli alle frontiere dobbiamo tuttavia aiutare a svuotare i campi di detenzione con corridoi umanitari sotto il controllo dell’Onu e dell’Ue. Certo non può essere solo l’Italia la destinazione di tutti perché gli altri Stati vengono meno agli impegni di ridistribuzione degli immigrati assunti in ambito di consiglio europeo.

Secondo gli ultimi report di Frontex gli sbarchi stanno diminuendo, ma si moltiplicano anche i casi dei cosiddetti "sbarchi fantasma". Qual è la situazione oggi nel Mediterraneo?

Sì, gli sbarchi da navi mercantili, militari o delle Ong sono diminuiti sensibilmente, mentre purtroppo sta ripresentandosi lo sbarco clandestino di imbarcazioni veloci direttamente sulla costa italiana, senza filtri di sicurezza, come accadeva prima di Mare Nostrum. E’ un fenomeno preoccupante perché vede una riattivazione della criminalità italiana nella gestione del traffico di esseri umani sul territorio nazionale. Si stanno attivando anche rotte diverse da quelle dalla Libia. Dalla Tunisia e dall’Egeo per esempio. Gli sbarchi fantasma sono da contrastare con decisione anche sotto il punto di vista del pericolo d’infiltrazione di foreign fighters o del traffico di armi.

Che cosa è cambiato nel Mediterraneo dopo la grande polemica sulle Ong dello scorso anno?

Si sono ridotte di molto le navi impegnate nel soccorso vicino alle coste libiche, anche se ritengo sia in atto una fase di riorganizzazione del traffico degli esseri umani, in parte su nuove rotte e con mezzi diversi rispetto ai vecchi barconi da 200/300 persone, a favore di mezzi più veloci con tariffe molto superiori, ma con maggiore certezza di arrivo clandestino sulle coste italiane.

Lo scorso anno nell'intervista ad Affaritaliani.it lei sosteneva che sarebbe stata importante una riappropriazione delle acque da parte della Marina. Si è andati in quella direzione durante gli ultimi 12 mesi oppure no?

Mare Sicuro e Sofia sono ancora attive, ma con poche navi. Per migliorare la situazione servono tuttavia fondi di esercizio aggiuntivi per la Marina, ridotti da troppo tempo ai minimi termini e direttive diverse da parte della Ministra e del Capo di Stato Maggiore della Difesa. Tra l’altro la presenza di navi in mare in numero adeguato consentirebbe di sorvegliare anche lo spazio aereo intorno all’Italia oltre a concorrere a scoraggiare l’utilizzo illegittimo del mare a 360° (comprese le violazioni all’ambiente marino).

L'Unione europea ha fatto passi avanti sul tema dei migranti?

Nelle intenzioni e nelle dichiarazioni senz’altro si. Nei fatti direi di no. Alla missione Sofia non sono mai arrivate ad esempio regole d’ingaggio idonee a operare nelle acque territoriali e sulle coste libiche, che avrebbero consentito un salto di qualità operativa. Né mi sembra siano stati attivati i massicci investimenti per dare corso al “Migration Compact” proposto dall’Italia e approvato a La Valletta dall’UE. Sarebbe necessario che l’Ue fosse più incisiva anche sotto il profilo militare. Mi sembra che la tendenza sia invece alla ripresa di operazioni delle nazioni vincitrici della guerra, Francia e Inghilterra (nonostante la Brexit) mentre le altre nazioni europee mantengono un ruolo ancillare. Ora molte cancellerie europee criticano l’intervento ed esprimono i loro distinguo con espressione “imbronciata”. Peccato che nelle fasi antecedenti all’attacco siano state inerti, in vitreo silenzio.

Come giudica l'operato in materia del ministro Minniti? Che cosa dovrebbe fare il prossimo governo? A che cosa potrebbe portare un eventuale esecutivo Lega-M5s?

Il Ministro Minniti ha avuto il coraggio di affrontare un problema spinosissimo mettendoci la faccia e conseguendo risultati concreti in breve tempo (penso agli accordi con i sindaci del Fezzan ad esempio), dimostrando che quando l’Italia si muove con tempestività e coraggio i risultati arrivano. Molti dimenticano che il Ministro Minniti e il Governo Gentiloni hanno operato non solo per tentare di rimettere in sesto le frontiere libiche, ma anche per aprire corridori umanitari sia dalla Libia che dalla Siria, oltre a essere riusciti a ottenere il ritorno dell’UNHCR (United Nations High Commissioner Refugees) in alcuni campi di raccolta dei profughi, dopo anni di assenza. Per le navi delle Ong la questione è molto delicata. Io credo che la grande maggioranza delle Ong non fosse in combutta con la criminalità libica. Penso che i volontari fossero mossi dal desiderio di aiutare i profughi, in fuga dalla miseria e dalle guerre, a lasciare la Libia e i suoi campi di detenzione in qualunque modo, a prescindere dal diritto internazionale. Hanno riempito il vuoto lasciato dalla fine di Mare Nostrum e dall’allontanamento delle navi di Mare sicuro. Per farlo si sono spesso posizionati troppo vicini alle coste libiche, intervenendo su mezzi non in corso di naufragio, uscendo quindi dalla protezione del diritto internazionale che governa il soccorso in mare. Non essendo armate e comunque non avendo giurisdizione non hanno potuto contrastare i trafficanti che hanno quindi ripreso a recuperare i barconi e i motori fuoribordo impunemente, cosa che non potevano fare quando c’erano le Navi Militari che li catturavano appena ne avevano l’occasione. Perché le cose migliorino è necessario scongiurare il rischio che la Libia diventi uno “stato fallito” (failed state) recuperando lo status di nazione sovrana, responsabile verso la comunità internazionale del controllo delle sue frontiere, nel rispetto del diritto umanitario. Credo anche che nel frattempo sia necessario mantenere aperti corridoi umanitari sotto il controllo governativo, istituendo anche una sorta di “green card” per gli immigrati che lavorano in Italia per tornare ai paesi di origine quando lo desiderino, mantenendo così legami con le loro terre. Ciò agevolerebbe anche il loro rientro e l’investimento dei loro guadagni in Patria. Per quanto riguarda a cosa potrebbe portare un eventuale esecutivo 5S Lega, mi auguro più grinta nei confronti della Francia e dell’Europa, ma fedeltà al campo Atlantico.

Chiusura sulla Siria. Come giudica l'intervento di Trump, May e Macron e quale messaggio ci dà l'accaduto sull'Ue?

L’intervento “tripartito” è stato militarmente ineccepibile e misurato in modo da non provocare escalation ulteriori, né caso raro vittime civili. Al Presidente Trump ha consentito di recuperare credibilità sul tema del contrasto all’uso delle armi chimiche e di ottenere un successo importante in termini di opinione pubblica interna. La Francia ha potuto riaffermare il suo ruolo di potenza regionale in grado di rappresentare un partner di riferimento per gli Usa in Mediterraneo, mentre l’Inghilterra, pur apparendo in ombra, rispetto alla Francia, ha mantenuto il suo status di alleato affidabile degli Usa. I russi, consentendo di salvare la faccia al Presidente Trump hanno ottenuto la pubblica rinuncia degli Usa a rimanere in Siria. Il processo di pace e l’assetto post guerra civile in Siria sarà quindi gestito dalla Russia, dall’Iran e dalla Turchia. Questa situazione non è quella auspicata dalla Francia che non vuole essere esclusa dai giochi nel Mediterraneo Orientale e che si considera tuttora uno dei custodi del Libano Maronita. Ora la palla è a Israele…mentre l’Ue continua a “pedalare senza catena”.

FONTE: Logo Affariitaliani

Da dove sono stati lanciati i missili in Siria

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Dei 105 missili lanciati contro gli impianti di ricerca e stoccaggio di armi chimiche in Siria circa 70 sono stati lanciati da piattaforme navali, di cui, aspetto estremamente interessante, solo una dislocata in Mediterraneo, mentre le altre hanno lanciato dal Mar Rosso e dal Golfo Persico.

Dei restanti 35 missili:

19 sono stati lanciati da bombardieri B1 USAF, decollati probabilmente da una base in Qatar, 6 da Rafale Francesi partiti dalla Francia, 8 da Tornado UK, decollati dalla vicina base di Akrotiri a Cipro (ca 150 miglia nautiche/280 km) dalla Siria.

 Si tratta di una tendenza ormai in atto da qualche tempo e non solo in campo occidentale, basti pensare agli attacchi condotti proprio in Siria dalle navi della Marina Russa, in navigazione addirittura nel Mare Caspio, che dimostra il ruolo crescente delle Navi di superficie come sistema d’arma in grado di proiettare forza su terra, oltre alle Portaerei, comunque senza aver necessità di basi amiche e addirittura operando da altri bacini marittimi, in totale sicurezza. La diffusione crescente della capacità di lancio di missili da crociera  da navi di medie dimensioni consentirà di compensare la minor libertà d’azione dei mezzi aerei pilotati tenuti sempre più lontani dalle aree prossime agli obiettivi grazie all’avvento di sistemi antiaerei sempre più efficaci, come il temutissimo S400 russo, il cui raggio d’azione nel caso di specie avrebbe incluso la stessa base di Akrotiri da cui sono decollati i 4 Tornado della RAF.

Con l’aumento del raggio d’impiego dei missili da crociera aviolanciati si aprono nuove possibilità per piattaforme di lancio, derivate direttamente da aerei di linea, com’è in fondo il nuovo pattugliatore marittimo della US Navy P8 Neptune, in grado, fra l’altro, di lanciare missili stand off in quantità significative. In molti scenari aeroplani di caratteristiche aerodinamiche e prestazionali analoghe ad aerei di linea, da pattugliamento marittimo o da trasporto potranno essere impiegati a integrazione dei costosissimi cacciabombardieri stealth di 5^/6^ generazione (es.: F35), potendo rilasciare un numero molto superiore di armi a distanze maggiori dalle basi e a costi di gestione assai inferiori. In questo caso saranno i missili a dover essere stealth per penetrare le difese avversarie (com’è già nel caso dello SCALP e del JSSM ER o del LRSSM USA), invece degli aerei.

Un elemento di novità è stato l’utilizzo, per la prima volta, di una Fremm come piattaforma di lancio del missile da crociera SCALP Naval, lanciabile dagli stessi lanciatori Silver 70 in dotazione alle FREMM italiane, che tuttavia non ne sono dotate, essendo stata sempre respinta dallo Stato Maggiore della Difesa, la richiesta di acquisizione da parte della Marina Militare.

Considerando che anche i PPA in costruzione sono dotati degli stessi lanciatori delle Fremm, c’è da chiedersi perché il Ministero della Difesa non si decida ad acquisire tale missile che costituirebbe per le nostre navi e per la Difesa nazionale, un moltiplicatore di forza notevolissimo, aumentandone significativamente il potenziale di deterrenza.

Visto che lo SCALP Naval è prodotto da un consorzio europeo sembrerebbe una scelta opportuna oltre che pienamente in linea con la “priorità” alla Difesa Europea, proclamata così spesso dalla Ministra della Difesa.

Gli Aerei UK e Francesi hanno invece utilizzato lo Storm Shadow, la versione aviolanciata dello Scalp Naval con una portata inferiore, in dotazione (questa si, per fortuna) anche all’Aeronautica Italiana.

La RAF ne ha lanciati 8 impiegando solo 4 Tornado. La Francia ha impiegato una quantità di aerei circa doppia, con il ricorso a rifornitori in volo per lanciare 6 missili Storm Shadow.

L’operazione sarebbe stata tecnicamente alla portata anche dell’Italia potendo disporre ancora dei Tornado (di recente sottoposti a un importante piano di estensione vita) e di rifornitori in volo, anche se per il “targetting” (capacità in cui la nostra Aeronautica ha fatto grandissimi progressi detenendo notevoli professionalità nel settore) avremmo dovuto probabilmente appoggiarci all’USAF o alla RAF.

Sotto il profilo del risultato politico che era il vero obiettivo della missione, il presidente Trump ottiene un risultato importante in termini di opinione pubblica, dando contemporaneamente un segnale forte non solo alla Siria, ma soprattutto ad altri potenziali utilizzatori di armi chimiche, rilanciando la coesione e l’operatività militare delle Potenze Alleate. Un ristretto club di nazioni, vincitrici della guerra e membri permanenti del consiglio di sicurezza dell’ONU, ancora in grado di compiere scelte difficili in tempo reale. Nessuno dei tre Leader ha chiesto il benestare dei rispettivi Parlamenti assumendosi la responsabilità di avvalersi delle proprie attribuzioni di legge.

Se l’esclusione di Germania e Italia da questo genere di interventi non deve quindi stupire, dovrebbe invece far riflettere come, al di là delle dichiarazioni degli ultimi anni, l’EU sia stata alla finestra, mentre Francia e Inghilterra giocavano in modo “sovrano” la loro partita di interesse nazionale.

In tutto questo “baillame” i russi ottengono invece un risultato strategico importante; consentendo agli USA di salvare la faccia sulla questione della “linea rossa” contro Assad, hanno ricevuto in cambio la pubblica rassicurazione che gli Stati Uniti non intendono cambiare il regime di ASSAD e che appena possibile si ritireranno dalla Siria lasciando di fatto alla Russia, all’Iran e alla Turchia il compito di governare le trattative di pace e l’assetto politico della Siria post guerra civile.

Nel campo occidentale ne esce rafforzata la Francia sia nel suo rapporto con gli USA, grazie alla prontezza con cui Macron si è associato a Trump ed ha propugnato l’azione militare, nella quale ha dato dimostrazione evidente sia di possedere capacità operative autonome per missioni strategiche a grande distanza dalle basi metropolitane, sia di poter interpretare credibilmente il ruolo di potenza regionale di riferimento per gli USA, nel bacino del Mediterraneo. Ruolo a cui aspirava l’Italia negli anni in cui la Francia si teneva lontana dalla Nato e rimarcava la propria indipendenza dalla politica estera americana.

L’Inghilterra ha impiegato efficacemente il “minimo” di mezzi, per essere della partita, ma è risultata in ombra rispetto alla Francia che sempre più può affermare il suo ruolo di alleato Americano paritetico all’Inghilterra, con il vantaggio di essere la sola Potenza Regionale in grado di contenere il neo Ottomanismo di Erdogan e di avere un ruolo di protagonista nel Nord Africa e in generale nell’immensa Africa Francofona. In tal senso non ci si deve dimenticare il ruolo importante giocato storicamente dalla Francia in Libano. È verosimile inoltre che a seguito della pronta partecipazione all’iniziativa di Trump, Macron ottenga maggiore libertà d’azione in Libia, a scapito dell’Italia.

 E l’Italia?  In questo caso non abbiamo giocato neppure il ruolo ausiliario delle nostre basi aeree ad eccezione di Sigonella e di Aviano che sono sotto la diretta autorità USA e da cui non dovrebbero essere comunque partiti aerei destinati al raid, ma verosimilmente di supporto elettronico e di sorveglianza marittima, attività che comunque quelle basi conducono di routine. Del resto con un Governo per i soli affari correnti sarebbe stato impossibile decidere la nostra partecipazione, a meno di un ordine diretto degli Stati Uniti, che non è mai arrivato.

Del resto, anche con un Governo nella pienezza delle sue funzioni, la nostra partecipazione si concretizza in generale tardi dopo estenuanti discussioni parlamentari e quasi sempre con il caveat “no combat” che toglie spessore alla nostra partecipazione riducendone al minimo il ritorno politico nei confronti degli alleati e lo “standing” Italiano sullo scacchiere internazionale, dove i fatti contano più delle parole.

Nelle condizioni date la nostra partecipazione non sarebbe stata quindi possibile e bene ha fatto Il Governo Gentiloni a rimanere defilato sulla questione. In situazioni come queste, o si è della partita da subito per obiettivi strategici di interesse nazionale o meglio, come ha fatto anche la Germania, astenersi del tutto.

Di certo sembrano purtroppo lontani i tempi in cui l’Italia si mostrava in grado di assumere l’iniziativa nel condurre tempestivamente operazioni nazionali ambiziose come la missione Leonte in Libano, in grado di coagulare, intorno all’Italia, forze Navali UK, Francesi, Greche, con il pieno riconoscimento da parte della Comunità Internazionale.

Amm DegiorgiAmmiraglio Giuseppe De Giorgi

Campo di vela Internazionale “IMC” 2018

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Campo di vela Internazionale “IMC” 2018

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Il Campo di Vela 2018 è stato organizzato dall’ANMI e si svolgerà presso la Scuola Navale Militare Francesco Morosini di Venezia dal 24 Luglio (data di arrivo) al 03 Agosto (data di partenza).

clicca qui per scaricare le informazioni / istruzionied i 6 allegati riportati di seguito

cmi barche morosini

La C.M.I. (Confederazione Marittima Internazionale), è costituita dalle Associazioni Nazionali dei Marinai in congedo di Austria, Belgio, Bulgaria, Francia, Germania, Italia, e Regno Unito di cui l’Associazione Nazionale dei Marinai d’Italia (ANMI)  è il Membro più importante con i suoi 37.000 associati.

La CMI e le Associazioni costituenti, senza finalità di lucro, hanno lo scopo di promuovere in ambito nazionale ed internazionale i comuni valori della cultura e tradizione marinare incentrati sul mare, l’ambiente marino, la salvaguardia della vita umana in mare, l’educazione dei giovani ai mestieri ed  alle attività marinare.

Il Campo di Vela Internazionale, organizzato annualmente presso uno dei Paesi Partecipanti, è una delle iniziative più importanti rivolte ai giovani, perché occasione unica di socializzazione e di  scambio   culturale, oltre che di attività sportiva.  Negli ultimi anni, il Campo di Vela CMI è stato ospitato nelle località seguenti:

2004   Split (Austria/Croazia)
2005   Ostenda (Belgio)
2006   Parrow (Germania)
2007   Brest (Francia)
2008   Plymouth-Torpoint (Gran Bretagna)
2009   Sabaudia (Italia)
2010   Den Helder (Olanda)
2011   Ghumden (Austria)
2012   Brugges (Belgio)
2013   Kiel (Germania)
2014   Varna (Bulgaria)
2015   Opatija (Croazia)
2016   Opatija (Croazia)
2017   Varna (Bulgaria)
2018   Venezia (Italia)

Punti di contatto
Presidenza Nazionale ANMI:  Amm. Massimo MESSINA
tel: +39-06-3680.2380    mob.: +39-335.7385235
e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

FONTE: logo marinaiditalia138

L'ultimo pescatore di plastica

Ultimo pescatore

Prendo spunto dalla puntata di Lineablu del 14 aprile e dall'intrervista a un pescatore, il sig. Fabris. Il dolore si legge nei suoi occhi e nei suoi gesti, lui che ha fatto del mare il suo lavoro e la sua vita. Con il suo peschereccio (e dei suoi figli, ci tiene a rimarcarlo)solca l'Adriatico e raccoglie i rifiuti che pesca con le sue reti, conferendoli ai depositi a terra. Il "fishing for litter", quelle agevolazioni che il Nord Europa ha messo a sistema per spronare i pescatori a non ributtare in mare i rifiuti pescati, ma a portarli a terra, sembra che in Italia sia tramontato dopo solo tre anni. Poche e sporadiche iniziative e solo sul Tirreno. Eppure l'Adriatico è una fonte primaria di sussistenza, sia per il cibo che per il turismo. Grazie sig Fabris per quello che fa per il nostro mare, e speriamo che chi è al potere possa prendere atto e promulgare nuove leggi per ripulire e prevenire l'inquinamento dell'Adriatico! 

www.museomareravenna.com

FONTE: Totiano

Grazie di cuore all'amico del mare "Totiano"  Andate a visitare il suo profilo You Tube.

 

L’isola di plastica del Pacifico è peggio di quanto si potesse immaginare (VIDEO)

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L’isola di plasticadel Pacifico è in condizioni ben peggiori rispetto a quanto si potesse immaginare. Lo rivela Ocean Cleanup, la fondazione olandese che sta sviluppando tecnologie avanzate per liberare gli oceani dai rifiuti di plastica.

Ocean Cleanup ha infatti appena presentato i risultati iniziali della propria prima esplorazione aerea con cui ha sorvolato la grande isola di plastica del Pacifico. La plastica si sta accumulando sempre di più tra le Hawaii e la California.

 

L’isola di plastica è un ammasso di rifiuti che vaga nell’oceano Pacifico. L’accumulo è noto da molto tempo, almeno dalla fine degli anni Ottanta.

La spedizione mira a misurare in modo accurato il più grande accumulo di rifiuti di plastica nel Pacifico in preparazione della sua completa pulizia che dovrà iniziare prima della conclusione di questo decennio, dunque entro il 2020.

Secondo Ocean Cleanupper capire come smantellare l’isola di plastica bisogna osservare il problema molto da vicino e riconoscerlo in tutta la sua complessità. Il progetto fu fondato nel 2013 dal 18enne Boyan Slat.

Leggi anche: BOYAN SLAT, IL RAGAZZO CHE SALVERÀ GLI OCEANI DALLA PLASTICA (VIDEO)

 

“Anche se dobbiamo ancora avere a disposizione un’analisi dettagliata dei risultati, penso che la situazione sia ben peggiore di quanto pensassimo. Ripulire l’oceano diventa dunque ancora più urgente e dovremo eliminare la plastica per evitare la progressiva formazione di microplastiche nei prossimi anni”.

Leggi anche: PLASTICA: L'IDEA DI UN RAGAZZO PER RIPULIRE GLI OCEANI È REALTA'. IN GIAPPONE DAL 2016

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La speranza è di riuscire a rimuovere almeno la metà della plastica accumulata in un arco di tempo di circa 10 anni. Tra i rifiuti più pericolosi che ora si trovano nell’oceano troviamo le reti da pesca abbandonate.

Leggi anche: PLASTICA: COME DIMEZZARE LE ISOLE DI RIFIUTI NELL'OCEANO GRAZIE ALL'INVENZIONE DI UN 19ENNE

Il rischio è che la soluzione all’accumulo dei rifiuti di plastica non giunga in tempo, visto che un rapporto dello scorso gennaio ha evidenziato che se continueremo di questo passo gli oceani conterranno più plastica che pesci entro il 2050.

FONTE; Logo grenme

L’isola di plastica presente nel Pacifico. Sempre più danni all’ambiente

Nell’oceano Pacifico da anni ormai è presente l’isola di plastica, una grande quantità di immondizia concentratasi a causa delle correnti degli oceani

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Ci sono voluti undici anni di misure, ma alla fine si è riusciti a capire la quantità di plastica concentratasi nell’oceano Pacifico settentrionale, la cosiddetta “Great Pacific Garbage Patch”.

L’isola di plastica non è altro che un ammasso di immondizia che vaga nell’oceano Pacifico.  L’accumulo è noto da molto tempo, da almeno alla fine degli anni ’80, e ha un’età di oltre 60 anni. Un gigantesco vortice di correnti superficiali ha concentrato in quest’area i rifiuti formati principalmente da materiali plastici gettati o persi da navi in transito, o scaricati in mare dalle coste del Nord America e dall’Asia.

isola plasticaQuesta concentrazione, oltre che dall’effetto focalizzante delle correnti, dipende dal fatto che la plastica non è biodegradabile e permane per tempi lunghissimi nell’ambiente. Una lentissima degradazione a opera principalmente della luce del Sole, scompone i frammenti plastici in sottili filamenti caratteristici delle catene di polimeri. Questi residui, non sono metabolizzabili dagli organismi, e finiscono per formare un vera e propria formazione dell’isola di plastica nell’acqua salata dell’oceano.Gli effetti che l’isola di plastica ha nei confronti dell’ambiente non sono ancora stati studianti in maniera approfondita, ma sicuramente hanno un incidenza sull’ambiente alquanto elevata. Si pensa alle alte concentrazioni di PCB (molto tossici e probabilmente cancerogeni) che possono entrare nella catena alimentare visto che i filamenti plastici sono difficilmente distinguibili dal plancton e quindi ingeriti da organismi marini, organismi che noi stessi essere umani ci cibiamo. Più in generale, è preoccupante la presenza di rifiuti pervasivi e tossici, in un ecosistema fondamentale, durante periodi di decine o centinaia di anni. L’isola di plastica però, non è presente solo nell’oceano Pacifico, ma anche nell’oceano Atlantico e molto probabilmente  nel mar Mediterraneo.Questo avvenimento non è soltanto una catastrofe ambientale che va ad incidere su tutti gli essere viventi, ma mette in evidenza l’incapacità dell’essere umano nell’adeguarsi all’ambiente e al rispetto di esso. Le condizioni ambientali in questo ultimo periodo storico sono alquanto peggiorate, determinando situazioni sempre più allarmanti e preoccupanti. Se non iniziamo davvero ad interessarci  nel nostro ambiente, le conseguenze le pagheranno i nostri figli e nipoti.

FONTE: Logo ZON

Nell’oceano Pacifico c’è un’isola di plastica grande tre volte la Francia

Uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports ha quantificato l'intera estensione di questa massa di spazzatura

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Nell’Oceano Pacifico, tra la California e le Hawaii, bottiglie di plastica, giocattoli per bambini, scarti di oggetti di elettronica, reti da pesca abbandonate e milioni di detriti galleggiano nell’acqua. Questa massa di detriti, di almeno 80mila tonnellate, occupa un’area che è diventa grande quanto tre volte la Francia.

Negli ultimi anni quest’area è diventata nota come Great Pacific Garbage Patch, una discarica in cui oggetti quotidiani vengono depositati dalle correnti. Le materie plastiche finiscono per disintegrarsi in minuscole particelle che spesso vengono mangiate dai pesci e che quindi possono arrivare sulle nostre tavole.

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Lo studio, pubblicato giovedì 22 marzo 2018 sulla rivista Scientific Reports, ha quantificato l’intera estensione di questa massa di spazzatura chiamata “garbage patch”: è 16 volte più grande di quanto si pensasse e occupa un’area circa quattro volte più grande della California e tre volte la Francia.

Lo studio è stato condotto da un team internazionale di scienziati con la Ocean Cleanup Foundation, un’organizzazione no profit olandese che sta sviluppando sistemi per rimuovere la spazzatura oceanica, e che per visionare l’area di detriti hautilizzato aerei e navi.

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Laurent Lebreton, l’autore principale della ricerca, ha dichiarato che l’area sta crescendo in maniera esponenziale e il 99,9 per cento di quello che i ricercatori hanno estratto dall’oceano è plastica. Da qui il nome “isola di plastica”.

Leggi anche: Il 90 per cento dell’acqua in bottiglia contiene tracce di plastica

“Tra gli oggetti che abbiamo recuperato abbiamo trovato un numero sorprendente di reti da pesca, in plastica, abbandonate”, ha affermato Lebreton. Queste reti da pesca costituivano quasi la metà del peso totale dei detriti.

La spiegazione che i ricercatori hanno attribuito alla scoperta è la vicinanza dell’isola di plastica alle zone di pesca e anche che il materiale da pesca è progettato per il mare e rimane intatto più a lungo rispetto ad altri oggetti.

“Abbiamo trovato anche alcuni oggetti inaspettati”, ha detto Lebreton. “Giocattoli di plastica, che ho trovato davvero tristi perché potrebbero venire dallo tsunami che c’è stato in Giappone”, ha aggiunto riferendosi al disastro del 2011 che ha disperso milioni di tonnellate di detriti nell’oceano.

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La proposta degli ambientalisti

L’area è talmente grande che gli ambientalisti hanno invitato le Nazioni Unitea dichiarare il Great Pacific Garbage Patch un paese, chiamato “The Trash Isles. Hanno anche sollecitato 200mila persone a diventare cittadini dell’isola, il cui sindaco sarebbe dovuto essere l’ex vicepresidente degli Stati Uniti e ambientalista Al Gore.

Il Great Pacific Garbage Patch fu scoperto per la prima volta nel 1997 dall’oceanografo Charles Moore, tornato dalla traversata Transpacific Yacht Race, dalla California alle Hawaii.

Siamo ancora in tempo per agire (forse)

La preoccupazione è che entro pochi decenni i pezzi più grandi di detriti possano trasformarsi in microplastiche, molto più difficili da rimuovere dall’oceano. “È come una bomba a orologeria”, ha dichiarato Joost Dubois, portavoce della fondazione Ocean Cleanup.

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La fondazione dice che sarebbe quasi impossibile rimuovere la plastica con metodi tradizionali, come le reti attaccate alle barche. Il gruppo ha sviluppato invece un sistema meccanico che galleggia sull’acqua e concentra le materie plastiche in aree più dense, che possono essere poi raccolte dalle barche e portate a riva per essere raccolte.

L’Ocean Cleanup prevede di lanciare il primo sistema di questo tipo quest’estate da Alameda, in California.

FONTE: Logo TPI news

 

C'è una nuova isola di plastica nell'Oceano Pacifico

Si trova nel versante meridionale del Pacifico e sembra destinata a diventare grande come l'accumulo di rifiuti che da tempo galleggia più a nord

immagini.quotidiano.net

Le isole di plastica che invadono i mari rappresentano una minaccia globale. Per questo motivo non fa piacere sapere che un gruppo di scienziati ne ha individuata una nuova di zecca e di dimensioni gigantesche. Ricopre una grossa fetta dell'Oceano Pacifico meridionale e fa il paio con il Great Pacific Garbage Patch, la chiazza di rifiuti che da molti anni campeggia più a nord.

QUANTO È GRANDE L'ISOLA
Secondo le stime degli scienziati, la distesa di immondizia copre una superficie di 2,6 milioni di chilometri quadrati, circa otto volte la dimensione dell'Italia. La sua esistenza era un'ipotesi già da tempo, ma ora un team di oceanografi dell'Algalita Marine Research Foundation ha raccolto delle prove inequivocabili, attraverso una spedizione che ha lambito l'Isola di Pasqua, tra le altre.

CORRENTI MARINE
L'isola di plastica, ribattezzata South Pacific Garbage Patch per distinguerla dalla sorella del nord, è figlia del vortice subtropicale del Sud Pacific o. Si tratta di un mix di correnti marine, che convoglia in questo angolo di oceano le enormi quantità di spazzatura che finiscono costantemente in mare. La maggior parte dei campioni raccolti dai ricercatori non sono costituiti da bottiglie o sacchetti, bensì da detriti plastici più piccoli di un chicco di riso, che si estendono in verticale e in orizzontale, formando qualcosa di molto simile a una nuvola di smog.

ISOLE SORELLE
Il Great Pacific Garbage Patch (o Pacific Trash Vortex) è nato intorno agli anni '80 e si è accresciuto fino a raggiungere una dimensione probabile di 10 milioni di chilometri quadrati, in pratica quasi il 6% dell'intero Oceano Pacifico. L'isola scoperta ora nel tratto meridionale potrebbe seguirne le orme nel giro di un decennio. "La mia prima impressione è che i campioni raccolti riportino a quanto visto nel Pacifico settentrionale nel 2007. Quindi siamo dieci anni indietro", ha detto l'oceanografo Charles Moore. Gli scienziati devono ancora pubblicare ufficialmente i dati raccolti, ma hanno deciso di dare un assaggio della loro scoperta per sensibilizzare l'opinione pubblica e spingere gli esperti a studiare possibili soluzioni al problema.

FONTE: Logo Quotidiano net

La Marina Militare torna nell’Artico per studiare il futuro del nostro clima.

 alliance
 
 
Mercoledì 17 gennaio, “Alliance” la nave polivalente di ricerca della Marina Militare è partita dal porto di La Spezia verso i mari d’Islanda e Groenlandia, oltre il Circolo Polare Artico, per attuare una missione scientifica, in collaborazione con il Centre for Maritime Research and Experimentation (CMRE) della Nato, che si concluderà a fine aprile 2018. E così dopo 90 anni dalla storica missione del Comandante Nobile e a seguito della recente spedizione effettuata nell'estate del 2017 denominata "High North", la Marina Militare ritornerà al Polo Nord, per la prima volta in periodo invernale artico, per sostenere le attività di ricerca a supporto dell’organizzazione internazionale Woods Hole Oceanographic Institution (WHOI) nell’ambito del programma multidisciplinare Iceland-Greenland Seas Project (IGP). Scopo principale della spedizione sarà questa volta lo studio dell’interazione aria/acqua e la relativa ventilazione che si viene a creare nel Mare Artico, con l'obiettivo di raggiungere una migliore comprensione della circolazione delle correnti marine.
La nave Alliance (distintivo ottico A5345 – nominativo internazionale IALL) è, come già detto, un’unità polivalente di ricerca della NATO, ossia una nave oceanografica utilizzata per la ricerca scientifica marina, in particolare in campi quali l'oceanografia, l'idrografia, la meteorologia, gli studi sulle correnti marine, la flora e la fauna acquatica. Caratteristica del natante è quella di essere una delle più silenziose del suo genere, essendo stata concepita per garantire un minimo livello di propagazione del suono in acqua, caratteristica che la rende una piattaforma particolarmente adatta a quelle sperimentazioni scientifiche per le quali l'assenza di suoni sotto la superficie è essenziale. Dotata di circa 400 mq di laboratori, sistemi di navigazione e comunicazione all'avanguardia, gru, verricelli e argani, con una struttura poppiera "a portale” (che le permettono di effettuare movimenti di carico e, contestualmente, manovre di messa a mare e recupero di apparecchiature subacquee), da marzo 2016 la Alliance, è stata equipaggiata con il personale della Marina Militare grazie a un'intesa del dicembre 2015 fra la Marina Militare e il CMRE. Al comando del Capitano di Fregata Daniele Cantù, la Alliance, con un equipaggio composto da 47 militari e 22 scienziati provenienti da diverse organizzazioni internazionali, si troverà così a percorrere in circa quaranta giorni lo stretto di mare che separa l'Islanda dalla costa orientale della Groenlandia, per ottenere rilievi approfonditi di diversi parametri (come ad esempio la conduttività elettrica, temperatura, profondità, analisi geochimiche, velocità del suono in acqua, rilievi bati-termografici, misurazione della batimetria e misurazioni meteorologiche), effettuando la correlazione tra essi ed, infine, una raccolta statistica dei dati acquisiti.
Tra comparto della difesa e della ricerca si è instaurata una buona sinergia che fa ben sperare per programmare nuove missioni e dare continuità al lavoro già svolto nelle campagne precedenti. Operando su una superficie di circa 650 km quadrati di aree inesplorate già a luglio 2017, precisamente dal 09 al 29, la Marina Militare, in collaborazione con i più importanti enti di ricerca nazionali (CNR, OGS, ENEA) ed il centro NATO-CMRE, aveva raccolto molti dati nei settori della geofisica, della geologia marina, della caratterizzazione del fondale e dell'oceanografia fisica durante la campagna “High North” svolta nel Mar Glaciale Artico nelle acque antistanti le isole Svalbard in Norvegia.La spedizione, con l’obiettivo di acquisire elementi utili di valutazione in molteplici settori, a partire da quello climatico, per una migliore comprensione dell’evoluzione del clima e del suo impatto sul pianeta, si inquadrava perfettamente all’interno delle attività svolte dalla Marina Militare Italiana a supporto del cosiddetto “Tavolo Artico”, nell’ambito del quale viene offerto supporto specialistico al gruppo di lavoro “Emergency, Prevention, Preparedness and Response” dell’Artic Council, concilio in cui l’Italia è stata ammessa dal 2013 come osservatrice, riconoscimento che non viene concesso a tutti i paesi, a seguito della complessa e continua attività scientifica svolta nella regione. Dai dati raccolti durante la campagna “High North 17” è stata evidenziata per la prima volta la presenza di una “sorgente” di una serie di canyon tracciati dalle correnti di ghiaccio e acqua dovute all’arretramento dei ghiacci. Tali scoperte verranno valorizzate nel corso dei prossimi mesi e presentate in specifiche pubblicazioni e consessi scientifici nazionali ed internazionali.  I risultati delle analisi sono stati, inoltre, inviati al progetto IBCAO (International Bathymetric Chart of the Arctic Ocean) per contribuire alla realizzazione della Carta Batimetrica dell’Artico per valutare l’entità dei cambiamenti che il riscaldamento globale sta provocando nell’Oceano Artico e fornire un contributo alla previsione dell’impatto che questi possono avere sul resto del pianeta.
Le dinamiche della copertura glaciale in rapporto ai cambiamenti climatici e l’ambiente e le nuove possibili rotte di navigazione commerciale che potrebbero aprirsi a Nord(sia per tutelare la sicurezza della navigazione, sia per una valorizzazione di aspetti socio-economici utili al nostro Paese), sono, infatti, un argomento di grande sensibilità per la comunità internazionale a diversi livelli e le aree polari, in special modo l’Artico, risultano oggi dei laboratori speciali per incrementare la conoscenza di quello che è stato e di quello che sarà il futuro per il nostro pianeta. L’Artico è, infatti, una regione di rilevanza strategica sempre più importante, sia per i profili di natura commerciale, sia di tutela dell’ecosistema e di sicurezza, in particolare per la presenza del 30% di riserve di gas e del 13% di quelle petrolifere. L’interesse per lo sfruttamento di giacimenti minerali, pesca e turismo è fortissimo, da parte delle nazioni artiche e non solo. Per tutti questi motivi si tratta di una regione del mondo che va studiata e tutelata e la Marina Militare si dimostra elemento trainante della ricerca italiana in Artico.
Dopotutto il sogno di ogni marinaio, animato da spirito di avventura, è di poter navigare in mari sconosciuti, specie per una missione in acque non usuali per le nostre navi militari, in cuilo studio e la salvaguardia dell’ambiente marino risultano di grande interesse per tutta la Marina Militare, poiché comprendere in anticipo quali saranno i futuri scenari ambientali ed economici, è fondamentale per una Nazione marittima come l’Italia.Mercoledì 17 gennaio, “Alliance” la nave polivalente di ricerca della Marina Militare è partita dal porto di La Spezia verso i mari d’Islanda e Groenlandia, oltre il Circolo Polare Artico, per attuare una missione scientifica, in collaborazione con il Centre for Maritime Research and Experimentation (CMRE) della Nato, che si concluderà a fine aprile 2018. E così dopo 90 anni dalla storica missione del Comandante Nobile e a seguito della recente spedizione effettuata nell'estate del 2017 denominata "High North", la Marina Militare ritornerà al Polo Nord, per la prima volta in periodo invernale artico, per sostenere le attività di ricerca a supporto dell’organizzazione internazionale Woods Hole Oceanographic Institution (WHOI) nell’ambito del programma multidisciplinare Iceland-Greenland Seas Project (IGP). Scopo principale della spedizione sarà questa volta lo studio dell’interazione aria/acqua e la relativa ventilazione che si viene a creare nel Mare Artico, con l'obiettivo di raggiungere una migliore comprensione della circolazione delle correnti marine.
La nave Alliance (distintivo ottico A5345 – nominativo internazionale IALL) è, come già detto, un’unità polivalente di ricerca della NATO, ossia una nave oceanografica utilizzata per la ricerca scientifica marina, in particolare in campi quali l'oceanografia, l'idrografia, la meteorologia, gli studi sulle correnti marine, la flora e la fauna acquatica. Caratteristica del natante è quella di essere una delle più silenziose del suo genere, essendo stata concepita per garantire un minimo livello di propagazione del suono in acqua, caratteristica che la rende una piattaforma particolarmente adatta a quelle sperimentazioni scientifiche per le quali l'assenza di suoni sotto la superficie è essenziale. Dotata di circa 400 mq di laboratori, sistemi di navigazione e comunicazione all'avanguardia, gru, verricelli e argani, con una struttura poppiera "a portale” (che le permettono di effettuare movimenti di carico e, contestualmente, manovre di messa a mare e recupero di apparecchiature subacquee), da marzo 2016 la Alliance, è stata equipaggiata con il personale della Marina Militare grazie a un'intesa del dicembre 2015 fra la Marina Militare e il CMRE. Al comando del Capitano di Fregata Daniele Cantù, la Alliance, con un equipaggio composto da 47 militari e 22 scienziati provenienti da diverse organizzazioni internazionali, si troverà così a percorrere in circa quaranta giorni lo stretto di mare che separa l'Islanda dalla costa orientale della Groenlandia, per ottenere rilievi approfonditi di diversi parametri (come ad esempio la conduttività elettrica, temperatura, profondità, analisi geochimiche, velocità del suono in acqua, rilievi bati-termografici, misurazione della batimetria e misurazioni meteorologiche), effettuando la correlazione tra essi ed, infine, una raccolta statistica dei dati acquisiti.
Tra comparto della difesa e della ricerca si è instaurata una buona sinergia che fa ben sperare per programmare nuove missioni e dare continuità al lavoro già svolto nelle campagne precedenti. Operando su una superficie di circa 650 km quadrati di aree inesplorate già a luglio 2017, precisamente dal 09 al 29, la Marina Militare, in collaborazione con i più importanti enti di ricerca nazionali (CNR, OGS, ENEA) ed il centro NATO-CMRE, aveva raccolto molti dati nei settori della geofisica, della geologia marina, della caratterizzazione del fondale e dell'oceanografia fisica durante la campagna “High North” svolta nel Mar Glaciale Artico nelle acque antistanti le isole Svalbard in Norvegia.La spedizione, con l’obiettivo di acquisire elementi utili di valutazione in molteplici settori, a partire da quello climatico, per una migliore comprensione dell’evoluzione del clima e del suo impatto sul pianeta, si inquadrava perfettamente all’interno delle attività svolte dalla Marina Militare Italiana a supporto del cosiddetto “Tavolo Artico”, nell’ambito del quale viene offerto supporto specialistico al gruppo di lavoro “Emergency, Prevention, Preparedness and Response” dell’Artic Council, concilio in cui l’Italia è stata ammessa dal 2013 come osservatrice, riconoscimento che non viene concesso a tutti i paesi, a seguito della complessa e continua attività scientifica svolta nella regione. Dai dati raccolti durante la campagna “High North 17” è stata evidenziata per la prima volta la presenza di una “sorgente” di una serie di canyon tracciati dalle correnti di ghiaccio e acqua dovute all’arretramento dei ghiacci. Tali scoperte verranno valorizzate nel corso dei prossimi mesi e presentate in specifiche pubblicazioni e consessi scientifici nazionali ed internazionali.  I risultati delle analisi sono stati, inoltre, inviati al progetto IBCAO (International Bathymetric Chart of the Arctic Ocean) per contribuire alla realizzazione della Carta Batimetrica dell’Artico per valutare l’entità dei cambiamenti che il riscaldamento globale sta provocando nell’Oceano Artico e fornire un contributo alla previsione dell’impatto che questi possono avere sul resto del pianeta.
Le dinamiche della copertura glaciale in rapporto ai cambiamenti climatici e l’ambiente e le nuove possibili rotte di navigazione commerciale che potrebbero aprirsi a Nord(sia per tutelare la sicurezza della navigazione, sia per una valorizzazione di aspetti socio-economici utili al nostro Paese), sono, infatti, un argomento di grande sensibilità per la comunità internazionale a diversi livelli e le aree polari, in special modo l’Artico, risultano oggi dei laboratori speciali per incrementare la conoscenza di quello che è stato e di quello che sarà il futuro per il nostro pianeta. L’Artico è, infatti, una regione di rilevanza strategica sempre più importante, sia per i profili di natura commerciale, sia di tutela dell’ecosistema e di sicurezza, in particolare per la presenza del 30% di riserve di gas e del 13% di quelle petrolifere. L’interesse per lo sfruttamento di giacimenti minerali, pesca e turismo è fortissimo, da parte delle nazioni artiche e non solo. Per tutti questi motivi si tratta di una regione del mondo che va studiata e tutelata e la Marina Militare si dimostra elemento trainante della ricerca italiana in Artico.
Dopotutto il sogno di ogni marinaio, animato da spirito di avventura, è di poter navigare in mari sconosciuti, specie per una missione in acque non usuali per le nostre navi militari, in cuilo studio e la salvaguardia dell’ambiente marino risultano di grande interesse per tutta la Marina Militare, poiché comprendere in anticipo quali saranno i futuri scenari ambientali ed economici, è fondamentale per una Nazione marittima come l’Italia.
 

Groenlandia, il ghiaccio si scioglie e tornano a galla i segreti militari Usa

Aerei Groenlandia

C’è un segreto militare Usa che era pensato per non essere scoperto. E, invece, i cambiamenti climatici che portano allo scioglimento dei ghiacci ci consegnano indizi terribili. Marlene Cimonsdi Nexus Media ha svolto un’inchiesta in cui svela che al culmine della Guerra fredda (negli anni 50) la calotta glaciale della Groenlandia ospitava una serie di basi militari clandestine degli Stati Uniti il ​​cui compito era quello di tenere in posizione 600 missili balistici a medio raggio con testate nucleari pronte per il dispiegamento verso l’Unione Sovietica.

La base, Camp Century in Groenlandia, fu abbandonata nel 1967 lasciando dietro di sé una terribile eredità sepolta sotto tutto quel ghiaccio e neve. Tonnellate di rifiuti tossici che i funzionari militari evidentemente presumevano sarebbero rimasti congelati per sempre. Cinquant’anni fa, l’esercito degli Stati Uniti probabilmente non teneva conto del cambiamento climatico. Ma ora, lo scioglimento dei residui ricoperti mette a repentaglio l’ecosistema marino.

 

Il ghiaccio di Camp Centurynascondeva decine di migliaia di litri di gasolio, grandi quantità di policlorobifenili (Pcb) e quella che si ritiene essere una piccola quantità di pericolosissimo materiale radioattivo seppure di medio livello. Il caso è l’indice inquietante di come l’innalzamento del livello del mare possa portare nell’oceano materiali tossici provenienti da altri siti militari costieri.

Le isole del Pacifico sono particolarmente vulnerabili secondo lo studio che cita, tra gli altri, i rifiuti radioattivi militari statunitensi lasciati durante la Guerra fredda all’atollo di Johnstone alle Isole Marshall. L’indagine geologica degli Stati Uniti sta attualmente studiando questi potenziali rischi, ma la loro piena estensione non è ancora nota. Il cambiamento climatico è un problema globale e quindi difficile da attribuire esclusivamente a qualsiasi governo o attore politico, ma gli effetti come questi qui esposti sono territorialmente specifici: quindi le popolazioni locali possono individuarne le responsabilità e chiedere un risarcimento.

L’uragano Harvey illustra il problema. I cambiamenti climatici hanno esacerbato un uragano, rendendolo più grande e più cattivo di quanto sarebbe stato altrimenti. Il ciclone ha di conseguenza portato gravi danni agli impianti chimici e alle raffinerie, che a loro volta hanno rilasciato nel terreno e in mare inquinanti tossici.

Gli Stati Uniti da soli hanno centinaia di basi oltremare che richiedono un continuo coordinamento politico con i governi ospitanti e i rischi ambientali legati al clima potrebbero rappresentare un nuovo tipo di tensione all’interno delle alleanze politiche internazionali. La Groenlandia, ora un territorio semi-sovrano della Danimarca, potrebbe subire una contaminazione delle acque da Camp Century. In definitiva, ci saranno costi di disinquinamento da pagare e un risarcimento per i locali colpiti dall’inquinamento.

Nel 1951 – all’epoca in cui i paesi firmarono l’accordo di difesa della Groenlandia, che stabilì le basi – la Danimarca aveva una politica estera nominalmente priva di nucleare ma aperta ad alleanze formalmente riconosciute. Il trattato in vigore ha quindi permesso agli Stati Uniti di rimuovere la proprietà dalle basi o di disfarsene in Groenlandia (dopo aver consultato le autorità danesi) senza tuttavia far cenno ai materiali radioattivi.

Così la Danimarca potrebbe obiettare che non è stata completamente consultata in merito alla disattivazione reale di alcuni siti militari abbandonati; quindi qualsiasi scoria atomica abbandonata rimane una responsabilità degli Stati Uniti. Inoltre, la Danimarca afferma che non è mai stata contattata ufficialmente per un piano di posizionamento di missili nucleari in Groenlandia.

In assenza di cambiamenti climatici, il ghiaccio quasi certamente avrebbe conservato questo segreto per sempre. L’idea che l’esercito potesse lasciare i rifiuti abbandonati in Groenlandia, per essere sepolto nella neve per sempre, non sembrava una pazzia. Nessuno al momento ha previsto l’enorme e devastante esperimento che stiamo da tempo incautamente conducendo sul nostro pianeta.

Gli amanti della pace hanno salutato con entusiasmo l’assegnazione del premio Nobel per la Pace del 2017 alla associazione iCAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapon) una coalizione (come dice il nome) internazionale di gruppi attivi nella richiesta di eliminazione delle armi nucleari, eppure il rischio venuto alla luce nel mare Artico rivela una sconsiderata politica che non si è limitata solo al periodo della Guerra fredda.

Sono 90, infatti, le bombe nucleariche alloggiano tuttora a Ghedi e Aviano– nel Nord dell’Italia – e che vengono ammodernate e mantenute a spese del nostro Paese, ma senza alcun controllo da parte delle popolazioni e senza messa in discussione della loro legittimità da parte delle nostre istituzioni. Stanno lì come accigliati cerberi a disposizione della Nato e in mani non certo affidabili come quelle di Donald Trump, ma anche (fortunatamente) sotto osservazione degli sforzi di denuclearizzazione del pianeta come quelli prodotti dai 122 Paesi che hanno firmato in sede Onu il trattato Tpna.

FONTE: Logo Fattoquotidiano

Cade in mare elicottero della Marina militare, morto uno dell'equipaggio

La vittima è lo specialista di volo Andrea Fazio. Gli altri quattro sono in buone condizioni. L'incidente durante un'esercitazione notturna nel Mediterraneo centrale. I militari sono stati trasferiti a bordo di Nave Borsini. Condoglianze del ministro della Difesa, Roberta Pinotti.

Elicottero cadutoUn elicottero della Marina militare impegnato nell'operazione Mare sicuro è caduto in mare, nel Mediterraneo centrale, durante un'esercitazione notturna programmata. Nell'incidente è morto uno dei cinque membri dell'equipaggio. I militari sono stati tutti recuperati e trasportati su una nave militare "per le necessarie valutazioni e cure sanitarie", secondo quanto reso noto dallo Stato maggiore della Difesa. Poi la notizia che uno di loro non ce l'ha fatta.

"Nella tarda serata di ieri - viene spiegato dalla Marina - un elicottero SH 212 di Nave Borsini, del dispositivo Mare Sicuro in Mediterraneo centrale, è caduto in mare in prossimità dell'unità navale. Tutti e cinque gli occupanti del velivolo sono stati recuperati dai mezzi della nave. Quattro di loro sono in buone condizioni, mentre lo specialista di volo Andrea Fazio, recuperato in stato di incoscienza, è deceduto a bordo della nave durante le operazioni di rianimazione".

Per quanto riguarda la dinamica dell'incidente, lo Stato maggiore della Marina spiega che il velivolo è caduto in mare a breve distanza da nave Borsini, "in fase di appontaggio". La missione era in assetto 'Night Vision Googles', vale a dire con l'utilizzo di visori notturni, e vi partecipavano anche due tiratori scelti della Brigata Marina San Marco.

Appena ammarato, l'elicottero si è rovesciato su un fianco; i due piloti e i due fucilieri della brigata San Marco sono riusciti ad uscire dall'elicottero mentre il capo di prima Classe Andrea Fazio, poi deceduto, è stato recuperato ancora dentro l'abitacolo dagli operatori subacquei di nave Borsini subito intervenuti. I due piloti e i due fucilieri di Marina sono "in buone condizioni ma sotto shock e vengono seguiti dai sanitari della nave".

Alle prime luci dell'alba, sottolineano alla Marina, si è perso il contatto visivo con l'elicottero e con i galleggianti a cui era stato assicurato. Il velivolo, dunque, potrebbe essersi inabissato anche e causa delle cattive condizioni meteo. Sul luogo dell'incidente sono giunte altre navi della Marina Militare mentre  il 'Borsini' dirige verso il porto di Augusta. "Sono in corso indagini per determinare le cause dell'incidente", aggiunge la Forza armata.

La Marina spiega ancora che "i famigliari del militare, effettivo presso il secondo Gruppo elicotteri di stanza a Catania sono stati avvertiti e vengono assistiti da personale specializzato per il supporto psicologico e spirituale. Altre unità della Marina militare sono accorse in assistenza a Nave Borsini nella zona dell'ammaraggio".

Il ministro dellaDifesa, Roberta Pinotti ha espresso le proprie condoglianze alla famiglia del sottufficiale: "Ai familiari del maresciallo Fazio va il mio sentimento di vicinanza e quello di tutto il personale della Difesa. Esprimo la mia solidarietà alla Marina Militare", ha detto Pinotti.

FONTE: Logo Rep.it

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