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Salto di Quirra: la finta guerra in Sardegna che fa morti veri

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Salto di Quirra C’è una terra in Italia dove la guerra, pur non essendo mai iniziata, ha fatto centinaia di vittime fra militari e popolazione civile, causato disastri ambientali e inquinamento da rifiuti bellici che contaminano uno dei territori più amati da italiani e stranieri, meta di prestigio per vacanzieri da tutto il mondo. Parliamo della Sardegna, la bella terra che, nel vergognoso silenzio mediatico, ha subito una violenza enorme, che dopo anni di denunce e testimonianze, perizie e controperizie, resta incastrata dentro a un lungo processo in attesa di una sentenza.Il Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze di Salto di Quirra, nella zona sud-orientale della Sardegna, prende vita nel lontano 1956 da un accordo fra Italia e Stati Uniti. Occupa un territorio suddiviso in “poligono di terra”, che si estende per 12mila ettari, e “poligono di mare” che occupa altri duemila ettari di superficie, oltre a 50 km di costa fra Capo Bellavista e Capo San Lorenzo. Nel territorio del poligono rientra anche parte della spiaggia di Murtas, privilegiata dagli amanti di immersione e pesca subacquea, che si estende per 6 km da Capo San Lorenzo alla Torre di Murtas. All’interno del confine del poligono si trova anche il principale sistema carsico lungo 11 km, nel quale scorre un corso d’acqua che sfocia dalla parete rocciosa e diventa cascata. Queste grotte custodiscono rare specie animali endemiche minacciate in Italia e in Europa dal pericolo di estinzione. Parliamo, dunque, di luoghi estremamente affascinanti e fragili, un vero e proprio patrimonio naturale e paesaggistico abbandonato alla distruzione e contaminazione di potenti e pericolosi “giocattoli da guerra”. All’interno della base lavora personale dell’Aeronautica militare, dell’Esercito Italiano e della Marina Italiana, ma il poligono di Quirra, uno dei più grandi in Europa, non è solo un luogo di addestramento militare: esso opera da vero e proprio centro di sperimentazione di missili, razzi e sistemi d’arma complessi.

La Sindrome di Quirra

Nel 2000 il sindaco di Villaputzu, Antonio Pili, coraggiosamente denuncia le anomalie che da anni si stanno verificando nel territorio: i casi di pastori e abitanti che si ammalano di tumori e leucemie ha un notevole incremento, così come accade agli stessi militari che lavorano nel poligono. Gli animali da allevamento, che pascolano e si nutrono senza restrizioni nei campi vicino alla base, subiscono la stessa sorte, oltre alle orribili malformazioni alle quale sono soggetti i nuovi nati nelle greggi. La chiamano la “Sindrome di Quirra”. L’inchiesta della Procura di Lanusei parte nel 2010 dal lavoro del Procuratore Domenico Fiordalisi e si concentra sull’ipotesi che il veleno mortale che fa ammalare uomini e animali sia proprio nelle armi testate che espandono nell’aria le cosiddette nano particelle: uranio impoverito, torio e arsenico hanno contaminato per decenni l’aria, la terra e le falde acquifere. Continueranno a farlo, anche quando il poligono non sarà più operativo, perché le guerre, vere o simulate, producono spazzatura. Sul fondale marino si trova, infatti, una discarica di materiale bellico che ha costretto a disporre l’interdizione alla navigazione in una zona di mare di 100 ettari a non molta distanza da Capo San Lorenzo.

In un primo momento, la Commissione Parlamentare d’inchiesta sentenzia che a Quirra non c’è nessuna correlazione fra ciò che accade nel poligono e gli insoliti casi di tumori. La perizia del 2014 di ben 79 pagine, firmata da Mario Mariani, docente di ingegneria chimica, nucleare e biomedica al Politecnico di Milano, esclude che quel poligono e ciò che avviene al suo interno possa essere causa dell’incremento di malattie tumorali. Mariani evidenzia che sarebbe comunque opportuno evitare di far brillare ordigni in quella zona poiché le ripetute esplosioni perpetrate nel tempo, causano “frantumazioni significative delle rocce sottostanti che possono aver quindi rilasciato in gran parte il loro contenuto contaminante”. Il veleno, dunque, sta nella composizione naturale del territorio e delle sue vecchie cave che contengono arsenico, tutto il resto risulta nella norma. Ma la perizia viene contestata da molti studiosi come “incompleta e contraddittoria”.

Intanto, la gente del posto reagisce in maniera anomala all’inchiesta: c’è crisi, parlarne vuol dire fare una cattiva pubblicità alla zona, allontana i turisti, si corre il rischio di perdere il frutto del lavoro e del tempo speso a coltivare campi e ad allevare pecore.

Video Quirra

Un processo che rischia la prescrizione

Negli anni l’indagine è passata nelle mani del Procuratore Biagio Mazzeo e si è arricchita di testimonianze importanti che arrivano proprio dagli ex militari che lavoravano nel poligono di Quirra e che ne pagano ancora oggi le conseguenze sulla propria pelle. Lavoravano alle operazioni di bonifica dotati solo di comuni guanti in lattice, denunciano, in aree del poligono fortemente contaminate mettendo inconsapevolmente a rischio la propria salute.

Gli otto ex comandanti della base e del distaccamento di Capo San Lorenzo sono, dunque, accusati di aver autorizzato o comunque non impedito l’accesso alle aree delle esercitazioni militari, poiché non hanno provveduto a recintare la zona o a collocare cartelli e segnalazioni adeguate, di non aver interdetto l’area alla popolazione, oltre a non aver dotato di adeguati dispositivi di sicurezza il personale militare. Molte inchieste parlano anche di versamenti illeciti di materiale altamente contaminante in mare o interrati nel sottosuolo. Quirra era diventata la terra di nessuno, dove varie nazione, previo lauto compenso in denaro, poteva sperimentare i propri giocattoli bellici. Il Pm Mazzeo spiega che bisogna accertare le responsabilità dello Stato nella vicenda di Quirra, poiché è difficile pensare che i vertici al comando fossero all’oscuro di quanto accadeva in quei luoghi. E’ indispensabile chiamare a testimonianza i capi dello Stato Maggiore di quegli anni, ovvero Salvatore Cicu, Emidio Casula, Arturo Parisi, Ignazio La Russa, Giorgio Napolitano e l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che è stato Ministro della Difesa dal 1999 al 2001.

Il processo soprannominato “Veleni di Quirra”, rischia la prescrizione nel 2020, anche a causa di “incidenti di percorso”, se così vogliamo definirli, che hanno creato rallentamenti, come quando, a causa dell’incrocio fra inchieste, nel febbraio del 2018 vengono sequestrati i computer della Dottoressa Antonietta Gatti, consulente della Procura di Lanusei, esperta in nano particelle, chiamata a testimoniare al processo. Senza i risultati delle analisi condotte e contenuti nei computer sequestrati, per la Dottoressa Gatti sarebbe stato impossibile portare al processo la verità scientifica sulla quale molti studiosi oggi concordano: il poligono di Quirra ha davvero un ruolo fondamentale nell’avvelenamento del territorio circostante e della popolazione. Se venisse riconosciuto il danno ambientale, che a Quirra è ormai evidente, la prescrizione potrebbe slittare a 12 anni e si potrebbe arrivare finalmente a una sentenza.

di Anna Lisa Maugeri

FONTE: logo ilfarosulmondo slogan

 

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The Deep Sea

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Uno spettacolo che vale la pena vedere.

Grazie all'amica del mare Donatella Bianchi

 

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La flotta Russa dimenticata

La flotta russa dimenticata vista dal Drone

Sono tre,le caravelle russe lasciate da anni al loro destino per troppi debiti o questioni giudiziarie...
Battono bandiera maltese ma sono registrate al porto di San Pietroburgo con nomi russi impronunciabili e negli uffici della capitaneria di porto, per comodità, le hanno ribattezzate amichevolmente le tre caravelle. Ufficialmente si chiamano V-Nicolaev, Vomvgaz, Orenburg Gazprom: tre navi fluviali di fine anni Ottanta, lunghe circa 110 metri, di proprietà di una società riconducibile al colosso russo Gazprom, ferme nelle acque dal 2006 in un noto porto italiano, ridotte a relitti (una ha già una falla nello scafo). La loro non è l’unica storia di navi abbandonate nei porti italiani spesso per via di debiti dell’armatore o questioni giudiziarie. Poi il tempo passa e non solo non c’è più resa economica sufficiente per rimetterle in mare ma addirittura non sono buone nemmeno come ferro da rottamare.

Le tre caravelle arrivarono ormai undici anni fa da Sebenico con un carico di pietrame calcareo diretto al terminal del porto italiano.. Vennero fermate per una questione di sicurezza: mancava un’abilitazione. Non si sono più mosse perché nel tempo si sono accumulati debiti e sequestri conservativi fino al punto da non essere più appetibili per l’armatore. Per un periodo sono state ormeggiate in darsena di città e dal 2009 sono a ridosso della scarpata della cassa di colmata... Sono in stallo,in un limbo.
Il codice della navigazione consente l’intervento dell’autorità per ragioni di sicurezza se c’è intralcio alla navigazione o rischi ambientali: il punto di ormeggio è fuori da ogni transito e prima di essere sistemate lì erano state bonificate. Ormai non sono più appetibili nemmeno da rottamare: i costi delle operazioni sarebbero più alti di quanto ricavabile vendendo il ferro per la fusione...

Info dal web...
Le immagini dal drone sono del nostro Amico Massimiliano M. e le potete trovare anche sulla pagina amica :
https://www.facebook.com/Urbexintruders/

FONTE: https://www.facebook.com/misteridellaterra.it/

 

News varie dal mare, La flotta Russa dimenticata.

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La riforma del Mibact fa rinascere l'attenzione per il patrimonio subacqueo

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È stata presentata dal ministro Dario Franceschini la nuova organizzazione del MiBACT, l’ennesima resasi necessaria dopo la pasticciata e frettolosa riorganizzazione promossa dal precedente ministro Alberto Bonisoli, che aveva prodotto non poche confusioni, come l’insensata e incomprensibile eliminazione dell’autonomia di tre importanti musei-parchi come Villa Giulia, Galleria dell’Accademia di Firenze e il parco dell’Appia, ora prontamente (e giustamente) ripristinata da Franceschini.

Si spera che possano anche riprendere presto servizio i tre direttori prima in carica, uno dei quali (Simone Quilici), peraltro, appena nominato dallo stesso Bonisoli. La restituzione dell’autonomia a questi tre musei è solo una delle novità introdotte da Franceschini con un provvedimento che non solo si preoccupa di ripristinare quanto improvvidamente smantellato ma anche di dare maggiore coerenza e articolazione al disegno complessivo della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale avviato nel 2014. 

In tal senso va innanzitutto il ritorno del turismo al MiBACT, con la necessità di una specifica Direzione Generale, che ci si augura possa essere dotata di mezzi e personale adeguati ai compiti. Nella stessa direzione vanno non solo la conferma delle Soprintendenze uniche a base territoriale con l’istituzione di nuove sette Soprintendenze in regioni particolarmente complesse (Liguria, Lombardia, Toscana, Lazio, Marche), ma anche il ripristino dei poli museali regionali, ora denominati Direzioni museali regionali (che si spera svolgano maggiormente un ruolo nella costruzione dei sistemi museali locali, d’intesa con Regioni, Comuni, Diocesi e privati, nel quadro del sistema museale nazionale, anche dando vita a forme innovative di gestione con il coinvolgimento delle energie presenti in ogni regione), dei Segretariati regionali e delle Commissioni regionali del patrimonio culturale che raggruppano tutti i dirigenti dei vari istituti periferici del MiBACT in ogni Regione per garantire un confronto tra di loro e una omogeneità negli interventi di tutela e valorizzazione, oltre a costituire un riferimento unitario per Regioni e Enti locali. 

Fin qui siamo nel campo del ripristino e potenziamento di quanto era stato smontato. Le novità sono però non meno importanti. A partire da quella che considero la più rilevante: l’istituzione della Soprintendenza Nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo, che avrà sede a Taranto. Si tratta di un provvedimento di grande portata strategica per più versi, innanzitutto perché finalmente restituisce una necessaria attenzione all’archeologia subacquea che negli ultimi anni è stata fortemente ridimensionata, se non del tutto annullata.

L’Italia ha, infatti, una gloriosa tradizione in questo settore: di fatto l’archeologia subacquea è nata proprio in Italia e in Francia alla metà del Novecento. Si pensi alla straordinaria e innovativa figura di Nino Lamboglia che per primo intuì l’importanza di questa disciplina e diede vita al Centro sperimentale di archeologia sottomarina, che fu anche dotato di imbarcazioni specializzate nelle ricerche archeologiche. Poi quella realtà andò progressivamente in crisi già negli anni 70-80 dopo l’improvvisa morte di Lamboglia e l’Italia non si è mai dotata di una specifica Soprintendenza, a differenza della Francia che fin dal 1966 istituì la Direzione delle Ricerche archeologiche sottomarine e subacquee (DRASSM), con sede a Marsiglia, dotata di imbarcazioni, mezzi e personale specializzato, e con competenza di tutela del patrimonio in tutte le acque francesi.

Strutture analoghe esistono in Spagna e in molti altri Paesi, tranne che, finora, in Italia, che negli anni passati diede vita solo a un Servizio Tecnico per l’Archeologia Subacquea (STAS), con funzioni solo di supporto alle soprintendenze, che non ha però lasciato un ricordo particolarmente positivo. Unica eccezione in Sicilia, Regione dotata di autonomia nei beni culturali, che ha istituito la Soprintendenza del Mare grazie all’iniziativa e alle grandi capacità di Sebastiano Tusa, purtroppo scomparso di recente in un drammatico incidente aereo.

Quella di Taranto potrà dunque essere l’occasione per restituire all’Italia un ruolo anche internazionale nel campo dell’archeologia subacquea, se si saprà operare ad alti livelli, evitando il rischio del basso profilo e della mera operazione di facciata. Da Taranto dipenderanno sedi operative (al momento sono previste a Napoli e a Venezia, ma sarebbe opportuno prevederne altre, almeno in Sardegna e in Toscana-Liguria) per poter intervenire nei vari ambiti lungo una costa, come quella italiana, lunga molte migliaia di chilometri.

Quanto mai opportuna è la scelta della città dei due mari, per tanti motivi: la sua collocazione geografica, centrale rispetto ai mari italiani, il suo antico rapporto con il mare, la necessità di dar vita, in una città colpita da una crisi profonda, a prospettive nuove che non potranno esserci senza valorizzare il patrimonio culturale, il paesaggio, le risorse del mare, investendo in ricerca, alta formazione, innovazione.

Ovviamente ci si augura che la realizzazione della Soprintendenza del Mare non deluda le attese: servirà infatti non solo una sede adeguata, con uffici, laboratori e magazzini ma soprattutto personale scientifico specializzato (archeologi subacquei e navali, bioarcheologi, ma anche geoarcheologi/geomorfologi, architetti, antropologi culturali, restauratori), tecnici sommozzatori, fotografi, videoperatori, disegnatori (con abilità subacquee), ecc. Ma serviranno soprattutto imbarcazioni attrezzate per le ricerche in mare (simile alla nave André Malraux della DRASMM) con attrezzature per lo scavo archeologico sottomarino, le prospezioni geofisiche.

Inizialmente un accordo con la Marina Militare o con altri corpi specializzati dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco, sarà necessario. Così come sono auspicabili strette collaborazioni e accordi operativi con le Università (sono molte quelle in cui sono attivi archeologi e insegnamenti di archeologa subacquea: Bari, Campania, Catania, Foggia, Napoli L’Orientale, Napoli Suor Orsola Benincasa, Pisa, Roma tre, Salento, Sassari, Udine, Viterbo, Venezia), il Cnr e altri Istituti di ricerca.

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Non mancano altre importanti novità, come la nascita di nuovi sette musei-parchi autonomi: Vittoriano-Palazzo Venezia, Pinacoteca Nazionale di Bologna, Museo Nazionale dell’Abruzzo, Muse Archeologico Nazionale di Cagliari, Palazzo Reale di Napoli, Museo Nazionale di Matera e, in particolare, mi piace sottolineare l’importanza (e la difficoltà) di quello di Sibari, sito archeologico di importanza straordinaria pari solo alla sua sfortuna per le tante occasioni mancate e i complessi problemi ambientali legati a quel sito.

Anche la nascita di una specifica Direzione Generale per la Sicurezza  prevenzione e l’emergenza rappresenta un importante passo in avanti per dotare finalmente il nostro Paese di strutture specificamente specializzate nella prevenzione e nella manutenzione programmata e anche nelle emergenze: spero sia anche un passo decisivo per giungere presto alla nascita di una specifica funzione dedicata al patrimonio culturale nella Protezione Civile

Infine, vanno sottolineate altre novità, dall’attenzione data al settore degli Archivi e Biblioteche (si istituiscono tre soprintende archivistico-bibliotecarie soppresse, si restituisce autonomia organizzativa agli Archivi di Stato e si attribuisce particolare rilievo all’Archivio Centrale dello Stato che torna a essere diretto da un dirigente di prima fascia, si istituisce la Biblioteca Nazionale dei Girolamini a Napoli) all’investimento sul digitale (nasce l’Istituto per la digitalizzazione del patrimonio, che darà vita alla Digital Library) sulla creatività contemporanea, e altre ancora. Certo la nascita di molte nuove strutture si scontrerà a breve con la mancanza di dirigenti e con il necessario ricorso a incarichi ad interim, ma il disegno complessivo ne esce rafforzato e ora la battaglia sarà quella delle risorse umane.

Pur in una fase politicamente difficile e alquanto precaria e nonostante le responsabilità nel garantire gli instabili equilibri del Governo, che lo impegnano quotidianamente, Dario Franceschini sta interpretando questo suo nuovo mandato nel senso del consolidamento e nell’ampliamento delle riforme da lui volute fin dal 2014 e soprattutto nel dotare il Ministero di nuove risorse e di nuovo personale (sin segnala in tal senso l’ottenimento di ben 31 nuovi posti di dirigente, 2 di prima e 29 di seconda fascia, destinati in gran parte alle strutture periferiche, mentre si è in attesa del nuovo grande bando di concorso per funzionari, tecnici e amministrativi).

Le riforme, infatti, camminano sulle gambe e grazie alla competenza, la passione, la voglia di innovazione e l’intelligenza delle persone. Cosa di cui il MiBACT (e il Paese) ha enorme bisogno.

FONTE: Logo Huffinpost

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Nasce il "mare dei delfini", nuova area protetta in Toscana

Mare delfini toscana

Si estende da Pietrasanta a Piombino alle isole

Nasce il "mare dei delfini", un braccio di acqua che in Toscana sarà un'area protetta per i tursiopi.  È infatti in dirittura d'arrivo il nuovo Sito di interesse comunitario (Sic) al tursiops truncatus, una specie di delfini molto diffusa in Toscana. La giunta regionale ha appena approvato la delibera che chiude il processo amministrativo e inaugura nel mare toscano un'area protetta dedicata a questa specie di mammifero marino. Dopo l'approvazione del Consiglio regionale, che dovrebbe avvenire entro dicembre, il sito sarà ufficialmente istituito. Lo comunica in una nota la stessa Regione Toscana.

Il Sic a mare proposto riguarda il triangolo che si stende tra i comuni di Pietrasanta e Piombino e si spinge fino a comprendere le isole di Gorgona, Capraia e le Secche della Meloria, per una superficie di oltre 3740 chilometri quadrati, considerando che le due Isole e la Meloria, erano già state designate nel 2015. Complessivamente si tratta del più grande sito nel Mediterraneo per la protezione del tursiope. "L'atto nasce da una larga condivisione - ha detto l'assessore all'Smbiente Federica Fratoni - frutto di un percorso positivo di concertazione con gli attori locali che ha soddisfatto tutti, dagli enti ai portatori di interessi, e fra questi i pescatori e le associazioni ambientaliste. Sono molto soddisfatta per questo ulteriore passo avanti nella direzione della salvaguardia della biodiversità. Abbiamo messo un altro tassello dell'impegno che la Regione sta portando avanti per la tutela dei cetacei e delle tartarughe marine e più in generale dell'ecosistema marino". L'iter era stato annunciato a Viareggio lo scorso ottobre nell'ambito del seminario 'Toscana: il Sic marino sul tursiope', dando il via al percorso di approvazione del Sic da parte della Regione di concerto con la Capitaneria di Porto di Viareggio, il Comune di Viareggio, il Parco nazionale dell'Arcipelago toscano, Arpat e Università di Siena. Il Sic, ovvero il Sito di interesse comunitario o Sito di importanza comunitaria discende dalla direttiva 'Habitat', sottolinea la Regione, recepita in Italia a partire dal 1997, che nasce dall'idea che alla protezione delle singole specie debba necessariamente essere legata la protezione degli habitat in cui le stesse specie vivono. Scopo della direttiva è quindi contribuire a salvaguardare la biodiversità mediante la conservazione degli habitat naturali, nonché della flora e della fauna selvatiche nel territorio europeo.

FONTE: Logo repubblica

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Marina Militare: gli scheletri nell’armadio della Vittorio Veneto

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“I marinai ammalati raccontano la loro storia”

La nave Vittorio Veneto, ormai in disarmo da giugno del 2009, è stata una gloriosa lanciamissili della Marina Militare Italiana.

Sono stati eliminati gli otturatori dai cannoni, tagliati e sigillati con tappi di bronzo.
Destinata a diventare un museo, il progetto è stato bloccato a causa della massiccia presenza di amianto presente all’interno che andrebbe rimosso e trattato per poter   consentirne l’apertura al pubblico.
Una nave storica in servizio dal 1969 al 2003, che prende il nome dalla precedente nave della Marina (impiegata nella Seconda guerra mondiale)

Sono tante le operazioni che hanno reso questa nave un simbolo e onore per la Marina Militare: le operazioni umanitarie, come quella del ’73 quando la nave partecipò con l’Andrea Doria e il Terzo gruppo elicotteri al soccorso delle popolazioni colpite dalle alluvioni in Tunisia.

Ma anche le operazioni di soccorso nelle zone del Friuli, colpite dal terremoto nel 1976.

La nave soccorse e portò in Italia anche un migliaio di profughi vietnamiti che fuggivano dal loro Paese, insieme ad altri gruppi navali.
Nell’84 partecipò alla seconda fase dell’operazione “Libano Due”, con il sostegno dell’O.N.U., scortando i convogli e garantendo l’appoggio e la copertura dei contingenti nazionali schierati a Beirut.

Ma, purtroppo, com’è giusto ricordare i successi, sono troppi gli scheletri nell’armadio che si celano dietro la bellezza di molte navi della Marina Militare come questa.
Il processo di Padova ha portato a galla testimonianze e documenti secretati da cui si evince che la presenza dell’amianto a bordo dei navigli e, soprattutto la sua pericolosità per la salute, erano noti circa dagli anni ‘60.

Molti marinai, soprattutto coloro che hanno lavorato nei reparti caldaie, gli elettricisti e i meccanici, sono venuti a mancare alle proprie famiglie e hanno lasciato un enorme spavento a chi ancora lavorava a bordo delle navi.

Morti a causa dell’amianto. Mesotelioma pleurico, ispessimenti pleurici, tumori. Queste le cause del decesso. Altri si sono ammalati e ancora oggi, purtroppo, abbiamo testimonianze di coloro che vi hanno lavorato e hanno gravi problemi di salute a causa dell’inalazione di fibre di amianto.

Come ci racconta il sig. T.A. : «Mi sono arruolato nella Marina Militare a soli 16 anni, con la mansione di elettricista. Lavoravo come conduttore e manutentore di apparecchiature elettriche e, per un breve periodo, anche come conduttore di girobussole. Ma il mio impiego era prevalentemente quello di elettricista. Ho lavorato su varie navi della Marina come la Brenta, il Fasan, la Caorle, la Vittorio Veneto e molte altre. Dal 97 al 2003 sono stato imbarcato sulla nave Vittorio Veneto».
L’amianto era un elemento preponderante, come risaputo, in molte navi nella Marina Militare. Utilizzato per le sue capacità di isolante, resistenza al calore e per la sua economicità, venne impiegato in modo massiccio e già dagli anni ’60 ci sono prove che ne documentano la pericolosità nonostante sia stato messo al bando solo con la legge 257 del 1992.
«Anche prima degli anni ‘60 sapevano che l’amianto era presente nella nave perché trovammo dei documenti del ‘69 redatti dal Policlinico di Bari su dei campionamenti di visite che avevano fatto a una quindicina di operai che si erano sottoposti a questi esami.  Già all’epoca gli esami mostravano degli ispessimenti pleurici, solo che questi documenti sono rimasti secretati per non destare allarmismi.
Sul Vittorio Veneto molti campioni fatti del 2003 mostravano la presenza di amianto”.

Per quanto riguarda il suo impiego, nella nave Vittorio Veneto, dove era presente l’amianto?

«L’amianto era presente nelle guarnizioni che facevamo per le resistenze elettriche, nelle cucine elettriche, lavoravamo con i burgman in amianto che erano dei fogli che servivano per fare delle guarnizioni nelle cucine dagli anni ‘80 al ‘95 circa. Lavoravamo questi fogli a mani nude. Inoltre, questa nave, progettata nel ‘63, aveva la propulsione a caldaie. L’amianto era ampiamente utilizzato per isolare le condutture di vapore ad altissime temperature».
Non avevate protezioni?
«No. Utilizzavamo guanti, casco, tuta e coperte spegni fiamma in amianto per le esercitazioni antincendio >>.

In quali anni ha lavorato sulla nave Vittorio Veneto?
«Dal ‘97 al 2003 sono stato imbarcato sulla nave Vittorio Veneto sempre con la mansione di elettricista».

Quando scoprì di aver contratto una patologia a causa dell’inalazione delle fibre di asbesto?

«La Marina nel 2011 aveva iniziato il progetto “Archimede”, ovvero dei controlli da fare sul personale più a rischio. Io avevo aderito a quel progetto perché sapevo di avere a che fare con l’amianto. Mi contattarono nel 2015 per sottopormi a questi controlli. Ero già stato riformato e avevo scoperto di avere delle patologie legate ad esposizione ad amianto.
A gennaio 2015 mi hanno riformato a causa di questa fibrosi polmonare causata dall’amianto e alla riduzione della capacità respiratoria. A settembre 2014 avevo chiesto di essere visitato e, in seguito alla tac ad alta risoluzione, che feci ad ottobre, scoprii di avere le fibre di amianto nei polmoni.
Tecnicamente mi diagnosticarono una broncopatia cronico ostruttiva per cui anche la mia capacitò respiratoria è ridotta».

È rimasto in contatto con i suoi colleghi? Anche loro hanno avuto dei problemi a causa dell’esposizione ad amianto?

Negli ultimi quattro anni si sono ammalate tantissime persone, nel periodo in cui sono stato imbarcato, sono rimasto in contatto con trenta persone che hanno avuto seri problemi di salute a causa dell’amianto, ispessimenti pleurici, tumore al polmone…».

Un altro marinaio, il sig. N. mi racconta la sua storia.

«A 16 anni feci domanda per lavorare nella Marina Militare. Mi assunsero nel 1987.
Sono arrivato a Mariscuola alla Maddalena nell’87 dopodiché feci un corso per quindici mesi. Successivamente ho iniziato a lavorare sulla nave Vittorio Veneto».

Qual era la sua mansione?
«Lavoravo nei locali caldaia. Tutti i tubi erano ricoperti di amianto perché è un ottimo isolante.
Dovevamo cambiare le guarnizioni, le flange. Nelle flange c’erano delle guarnizioni di amianto con all’interno fibre, che noi andavamo a tagliare, a bucare e aprire con le mani per poter fare la forma della flangia.
Ho anche lavorato nelle camere di combustione della caldaia.

All’interno di queste camere, fatte come un camino, c’erano dei mattoni in fibre di amianto.
Con le alte temperature i mattoni tendevano a rompersi, durante le varie fasi di accensione e spegnimento, a causa del calore. A volte durava anche mesi, Quando si spegneva l’apparato noi aprivamo la camera di combustione e attorno allo sportello c’era una corda fatta di fibre di amianto. Dovevamo togliere questa corda a mani nude, a freddo ovviamente, ma l’amianto era friabile perché la corda si sbriciolava e le fibre si disperdevano. Dovevamo sostituirla.

Per poter far vaporizzare l’acqua le temperature erano elevatissime per portare l’acqua a 450 gradi.

In quale periodo ha lavorato sulla nave Vittorio Veneto?
Ho lavorato sul Veneto dall’88 al ’94, poi sono stato via fino al ‘99 per un corso di aggiornamento e poi sono imbarcato sulla nave Vesuvio.
Lì la situazione non era diversa. Poi dal ‘99 al 2003 sono tornato sul Veneto fino a quando la nave è andata in riserva. Tutt’ora lavoro per la Marina Militare.

L’amianto è ancora presente nelle navi?
Ancora c’è l’amianto, è censito e incapsulato e ora la mia situazione lavorativa non è pericolosa. Prima, invece, ho inalato una quantità di fibre di amianto. Mi hanno chiamato per un controllo nel progetto Archimede nel 2015. Hanno riscontrato dei micronoduli polmonari fibrotici sparsi in entrambi i polmoni, causati dall’asbesto.
Sono molto preoccupato. Non solo per me ma anche per i miei figli.

Entrambi, come gli altri, hanno contratto delle patologie asbesto correlate e sono molto provati sia fisicamente che psicologicamente.
Non solo per sé stessi. Ma soprattutto per la loro famiglia. La paura di lasciare i figli e le mogli, perché purtroppo i tempi di latenza delle malattie asbesto correlate sono molto lunghi. Vivono sperando che la malattia non peggiori e di poter godere ancora del calore familiare e della bellezza della vita.
Amavano il loro lavoro e si sono ritrovati ammalati proprio a causa di questo minerale presente nelle navi.
Si chiedono perché coloro che potevano parlare e “proteggere” gli altri, evitando di esporli a questo rischio, non l’abbiano fatto.
Per tale motivo chiedono giustizia.

L’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, che ha iniziato questa battaglia nel 2008, continua a combattere dal punto di vista legale per ottenere giustizia per coloro  che hanno contratto malattie a causa dell’amianto e altri cancerogeni: “Poiché l’amianto ha capacità fibrogene e cancerogene molti di coloro che hanno svolto servizio in questa unità navale hanno contratto asbestosi, placche pleuriche, ispessimenti pleurici, mesotelioma, tumore del polmone e altre patologie tumorali. Per questo motivo come ONA abbiamo agito davanti a diverse autorità giudiziarie tra cui la Procura della Repubblica di Taranto che sta istruendo alcuni procedimenti con riferimento a uno dei quali abbiamo opposto anche la richiesta di archiviazione per ottenere l’integrale tutela giuridica della giustizia per le Vittime.
Le tutele risarcitorie hanno avuto un buon risultato con la costituzione delle prestazioni di Vittima del Dovere e di risarcimento danni su cui stiamo proseguendo.
L’ONA svolge un servizio di assistenza medica tecnica e legale per la tutela dei diritti delle vittime”.

Il Vittorio Veneto vivrà in tutti noi, che, quando da un’altra nave ne scorgevamo all’orizzonte l’inconfondibile sagoma, provavamo un senso di ammirazione, di rispetto e di orgoglio” Amm La Rosa(2006)

E ora, aggiungo, purtroppo per i nostri militari, guardando questa nave, è impossibile non provare un forte dispiacere, abbattimento per coloro che gli hanno tolto quanto avevano di più prezioso, ovvero la stima e l’amore per il loro lavoro.

FONTE: Logo Giornale sullAmianto 1

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Granelli di sabbia ingranditi 300 volte, uno spettacolo straordinario e inaspettato

Una speciale lente tecnologica ingrandisce i granelli di sabbia e quello che appare è qualcosa di unico e sorprendente

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Sotto la sabbia è sepolto il mistero della vita, fra le dune c’è il canto dell’universo. Chi non sa ascoltare, chi non sa immaginare è lontano dalla verità.
Romano Battaglia forse già intuiva il prezioso tesoro nascosto in un granello di sabbia quando scrisse il suo pensiero.
Lo spettacolo incredibilmente bello che si rivela ai nostri occhi lo dobbiamo al dottor Gary Greenberg.

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Fotografo e cineasta, vanta un dottorato in ricerca biomedica ed è un appassionato di macrofotografia.
La macrofotografia, per i non addetti ai lavori, è uno speciale genere fotografico che prevede l’utilizzo di tecniche fotografiche particolari.
Lo scopo è quello di ingrandire soggetti molto piccoli per rivelarne i più piccoli dettagli.

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Il dottor Greenberg, che ora vive nell’isola delle Hawaii, ha utilizzato questa speciale tecnica per ingrandire pensate cosa: i granelli di sabbia. Immaginiamo il vostro stupore nel guardare queste immagini certamente sorprendenti. Avreste mai immaginato che in un minuscolo granello di sabbia si nascondesse tanta bellezza?

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I granelli di sabbia, ingranditi circa 300 volte, mostrano qualcosa che supera qualsiasi forma di immaginazione.
Un granello di sabbia rispecchia la meraviglia dell’universo.
(Paulo Coelho)
Al loro interno una sorta di mondo magico, forme e colori insospettabili!
Essi sono composti da piccoli e grandi organismi marini. Strutture multiformi, eleganti e delicate.

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“È incredibile pensare che quando camminiamo sulla spiaggia stiamo calpestando questi piccoli tesori” afferma il dottor Greenberg felicemente stupito.
È proprio il caso di dirlo, anche il più piccolo granello di sabbia è unico e irripetibile.
Sul sito Sand Grainsè possibile visionare tutte le straordinarie immagini raccolte dal noto ricercatore.
Il mondo è un luogo meraviglioso, e meravigliosa è anche la più piccola delle cose. Quella che può sembrare la più banale o insignificante. Granelli di sabbia.
Vedere un mondo in un granello di sabbia e un paradiso in un fiore selvatico, tenere l’infinito nel palmo della mano e l’eternità in un’ora.

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Recitava William Blake, e grazie al dottor Greenberg, quel mondo noi lo abbiamo visto.
Cosa ne pensate? Sorpresi anche voi? Condividete l’articolo con i vostri amici, lo apprezzeranno senza dubbio!

(Credits photo: sandgrains)

FONTE: Logo Alicanthe

 

News varie dal mare, Granelli di sabbia ingranditi 300 volte, uno spettacolo straordinario e inaspettato

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L'Enigma Italiana al Museo del mare di Tortona

L' "ENIGMA" ITALIANA

Alla celebre macchina crittografica"Enigma", già presente nel Museo del mare di Tortona, si è aggiunto un'altro analogo congegno, questa volta di fabbricazione italiana, in uso nei primi anni della guerra fredda, la Cryptograph-CR

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La Cryptograph-CR è una macchina per cifratura elettromeccanica basata su rotori, sviluppata e prodotta dalla OMI, a Roma, alla fine degli anni '50, come successore del Criptografo OMI .Era destinata all'uso da parte delle forze armate italiane,in particolare della Marina Militare. La macchina è tipicamente alloggiata in un involucro di metallo verde ed è conservata in una valigetta di trasporto anch'essa verde, in legno, con alloggiamenti per rotori ed altri accessori.

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L' OMI era una ditta che costruì una serie di macchine per cifratura, a rotore, il cui primo modello, l' OMI Alpha fu costruito nel 1939, poco prima della seconda guerra mondiale.
Dopo la guerra, intorno al 1954, vale a dire durante i primi giorni della guerra fredda, seguì il Criptografo OMI, verso la fine degli anni '50, poi il Cryptograph-CR e infine, nei primi anni '60, il Cryptograph-CR Mk II. Tutti sono stati sviluppati e prodotti dalla società italiana Ottico Meccanica Italiana fondata nel 1926 da Umberto Nistri (1895-1962) a Roma

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Nella parte anteriore è presente una tastiera a 27 pulsanti sulla quale manca la lettera "W". Ciò è stato fatto in quanto la "W" non è utilizzata nella lingua italiana. Il tasto W è sostituito dalla barra spaziatrice. Il tasto freccia in basso a destra viene utilizzato per il trasporto continuo della carta.

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Un contatore ripristinabile è visibile attraverso il coperchio superiore. Mostra il numero di caratteri inseriti.

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Le ruote di cifratura si trovano all'interno della macchina, a sinistra del centro, con l'asse longitudinale che scorre dalla parte anteriore della macchina verso la parte posteriore. Ogni ruota ha 26 contatti su entrambi i lati e, quindi, ha 26 possibili posizioni, ognuna delle quali è identificata da una delle lettere dell'alfabeto latino (AZ). Le lettere sono stampate in modo tale da essere leggibili dalla posizione dell'operatore. Ci sono 7 ruote in totale, Quando il coperchio superiore della custodia è in posizione, le 7 ruote sporgono dalla superficie superiore del coperchio in modo che la loro posizione possa essere visualizzata e modificata. Ciascuna delle ruote ha le 26 lettere dell'alfabeto stampate attorno alla sua circonferenza, in modo tale che possano essere lette dall'operatore durante l'utilizzo della tastiera.

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Quando si digita un carattere sulla tastiera, la ruota più vicina alla parte anteriore della macchina si sposta in senso antiorario (dal punto di vista dell'operatore) alla posizione successiva. Ciò significa che dopo "A" deve essere visibile la "B". La seconda ruota farà un singolo passo dopo un giro completo della prima. Nelle due fotografie accostate si può notare il movimento antiorario compiuto del rotore inferiore dopo un paio di battute.

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Aprendo una serratura munita di chiave posta sul lato sinistro della macchina è possibile rimuovere il coperchio metallico che ne protegge i meccanismi interni.

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L'immagine mostra i vari controlli e le caratteristiche di un OMI Cryptograph-CR al quale è stato rimosso il coperchio superiore. Le ruote di cifratura sono a sinistra, con l'asse che va da davanti a dietro e il disco di entrata più vicino all'operatore. Lo statore e il riflettore sono nella parte posteriore. Le ruote di cifratura sono azionate da una serie di ruote dentate che si trovano al centro della macchina, appena sotto l'accoppiamento delle ruote. Un accoppiamento elettrico (cioè un solenoide) assicura che l'intero meccanismo compia un giro completo ad ogni pressione del tasto. Nella parte anteriore della macchina è presente una doppia stampante per il messaggio in cifra e quello in chiaro.

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Il tamburo è composto da cinque rotori o ruote di cifratura mobili, uno statore e un riflettore. Le ruote di cifratura vengono spostate quando viene immesso un messaggio sulla tastiera.
Lo statore non si muove, ma può essere impostato su una delle sue 26 posizioni. Neanche il riflettore si muove, ma come lo statore può essere impostato su una delle sue 26 posizioni.Possono essere rimosse solo le 5 ruote cifrate. Sono tutte montate su un mandrino.

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Il funzionamento del tamburo e il flusso della corrente elettrica è molto simile a quello dell'Enigma. Il cablaggio della tastiera è collegato al disco di entrata all'estrema destra, che consiste di 26 contatti piatti. Da lì, la corrente entra in uno dei contatti a molla della ruota più a destra. Il cablaggio all'interno della ruota trasporterà la corrente su uno dei suoi contatti piatti sul lato sinistro. In questo modo, la corrente passa attraverso tutte e 5 le ruote di cifratura e lo statore (S), fino a quando non arriva al riflettore (R) sulla sinistra. La corrente viene quindi restituita. Il diagramma schematico semplificato sopra mostra come la corrente fluisce dalla ruota di entrata, attraverso le ruote di cifratura, lo statore, il riflettore e il retro. Il percorso di ingresso è mostrato in rosso, mentre il percorso di ritorno è blu. Nell'esempio, la lettera "A" è codificata in "D". A causa del fatto che viene utilizzato un riflettore, il percorso è reversibile (reciproco). Ciò significa che, nelle stesse impostazioni e posizioni delle ruote, la lettera "D" verrebbe codificata in "A", proprio come sull'Enigma. Significa anche che la macchina ha la stessa debolezza di Enigma, in quanto una lettera non può mai essere codificata in se stessa. In altre parole: se si preme "A", può diventare qualsiasi lettera, ma mai "A".

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Come già detto quando si digita un carattere sulla tastiera, la ruota più vicina all'operatore si sposta in senso antiorario alla posizione successiva. Poiché ogni telaio ha una sola tacca di rotazione, significa che la seconda ruota farà un singolo passo dopo un giro completo della prima, e così via per tutte le altre.

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Le 5 ruote di cifratura (cioè le cinque ruote più a destra quando si guarda il tamburo dal lato sinistro della macchina) sono montate su un asse che può essere rimosso rilasciando le leve di bloccaggio del tamburo su entrambe le estremità del tamburo. Prima di fare ciò, tuttavia, l' ingranaggio del cambio dietro le ruote (di nuovo quando si guarda dal lato sinistro) dovrebbe essere disinnestato per primo . Ora è possibile rimuovere il mandrino.

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Ogni ruota di cifratura è composta da tre parti principali: un telaio metallico, un nucleo di cablaggio rosso e un nucleo di cablaggio nero, come mostrato nell'immagine sopra. Sebbene ogni telaio abbia un numero univoco (da I a V), sono tutti identici e presentano una tacca sul giro delle ruote alla lettera "A". Ogni ruota è dotata di due nuclei di cablaggio unici: uno nero e uno rosso. Quello nero è sempre montato a destra (o davanti quando lo si vede dalla prospettiva dell'operatore) con i contatti a molla rivolti verso l'esterno. Allo stesso modo, il nucleo rosso è sempre a sinistra con i suoi contatti a faccia piatta rivolti verso l'esterno. Il telaio non è altro che un supporto pressofuso per i due nuclei, ognuno dei quali può essere inserito in 26 diverse posizioni. L'anima rossa viene sempre inserita da sinistra, in modo tale che i 26 contatti a molla si accoppino con i 26 fori nella parte centrale del telaio. Il nucleo viene quindi avvitato al telaio utilizzando la clip pieghevole al centro. Allo stesso modo, l'anima nera può essere inserita nella parte destra del telaio in 26 modi ed è fissata in posizione con la clip.

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A differenza di Enigma, l' OMI Cryptograph-CR possiede una stampante integrata. Due strisce di carta fuoriescono in basso nella parte destra della macchina, proprio dietro la tastiera. Le strisce di carta poi rientrano superiormente per raggiungere la stampante. Su una striscia verrà stampato il testo in chiaro, sull'altra il testo cifrato.

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Sulla destra della tastiera sono presenti i settaggi per la stampante

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La fotografia mostra le due testine di stampa, che sono identiche, montate sullo stesso asse. Un doppio commutatore assicura che ciascuno dei martelli da stampa venga rilasciato esattamente nel momento giusto. Alla destra delle testine vi sono i tamponi rotanti per l'inchiostro ed a sinistra il rullo trascina-carta, appena davanti al contatore delle battute.

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Le due striscioline di carta attraversano poi una finestrella tramite la quale l'operatore può controllare l'esattezza di quanto ha scritto.

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Le stampate in chiaro e criptate infine fuoriescono alla sinistra dell'operatore.

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Nella parte superiore del coperchio in legno della custodia della macchina è presente un cassettino ribaltabile nel quale sono riposti i nuclei di cablaggio rossi e neri per i rotori, il cavo di alimentazione, chiavi, un mandrino ed altri accessori.

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Nella fotografia un contenitore per fusibili di riserva

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Infine, al di sotto del cassettino porta oggetti ci sono due alloggiamenti per le bobine di carta della stampante

Bibliografia

https://www.cryptomuseum.com/crypto/omi/cr/index.htm

https://de.m.wikipedia.org/wiki/OMI_(Maschine)

FONTE: Giovanni Salvi-facebook

News Marina Militare,, L'Enigma Italiana al Museo del mare di Tortona

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