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Radioamatori e Marina Militare: il Faro della Vittoria di Trieste protagonista dell'etere

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Il nominativo speciale IQ3TS/LH ha solcato l'etere per molte ore facendo conoscere il Faro della Vittoria ai tanti radioamatori

25 agosto 2016
Stefano Fonda 

Si è svolta nel fine settimana del 20 e 21 agosto la XIX edizione dell'International Lighthouse/Lightship Weekend, un evento radioamatoriale di portata internazionale che anche quest'anno ha visto protagonista un prestigioso sito della Marina Militare, il Faro della Vittoria di Trieste.

 radioamatori int 2La manifestazione nasce da una storica decisione del governo degli Stati Uniti, che alcuni decenni fa proclamò il 7 di agosto la giornata dei fari nordamericani.

Nel 1998, quindi, per iniziativa di due radioamatori scozzesi, si svolse la prima edizione, alla quale parteciparono radioamatori di novantacinque paesi. Da allora la manifestazione si svolge annualmente ogni terzo weekend di agosto. 

L'appuntamento è particolarmente sentito dai molti radioamatori che operano o hanno operato come radiotelegrafisti sia nella Marina Militare che in quella Mercantile, ed è un'occasione per i più giovani di cimentarsi al telegrafo. Lo spirito radiantistico si unisce quindi alla fratellanza marinaresca, creando una vivacità nell'etere che richiama migliaia di radioamatori da tutto il mondo e di ogni età. Il codice Morsenon è più utilizzato dal 2005 ma rimane un metodo di comunicazione in grado di trasmettere informazioni che spesso la normale voce, o fonia, non riesce a far arrivare a lunghe distanze. Il suo caratteristico tono infatti è molto più efficace ed è spesso risolutivo nei collegamenti in cui si fa fatica ad ascoltare la voce del proprio corrispondente.

Nel corso della manifestazione la sezione dell'Associazione Radioamatori Italiani locale insieme al presidente, Luigi Popovic, hanno attivato una stazione radio nella quale si sono avvicendati diversi operatori che hanno effettuato circa settecento collegamenti, in fonia, telegrafia e nei modi digitali in uso ai radioamatori. Tra questi, circa un centinaio di stazioni erano installate su fari o navi faro.

Alcuni di questi collegamenti sono stati effettuati dal tenente di vascello Stefano Fonda, ufficiale in servizio presso il Comando in Capo della Squadra Navale. Radioamatore e membro dell'Associazione Radioamatori Marinai d'Italia egli ha avuto modo di cimentarsi con una stazione radio di tutto rispetto: un potente ricetrasmettitore HF accoppiato ad una antenna filare di oltre 40 metri, installata all'esterno della struttura in una condizione pressochè ottimale.

Oltre a guidare la navigazione notturna nel Golfo di Trieste, il faro richiama da sempre numerosi visitatorianche per il suo valore simbolico: fu edificato infatti in ricordo dei marinai caduti nella Prima guerra mondiale.

Costruito tra il 15 gennaio 1923 ed il 24 maggio 1927 ad opera dell'architetto triestino Arduino Berlam, si erge su un poggio a 60 metri sul livello del mare sulle antiche strutture del forte austriaco Kressich, del 1854. Il basamento della struttura è costituito da pietre provenienti dall'Istria e dal Carso. La statua bronzea della Vittoria alata, la gabbia in bronzo e cristallo che custodisce la lanterna-faro e la statua del marinaio sulla parte alta del faro, sono opera dello scultore triestino Giovanni Mayer.

radioamatori int

 

In un mondo dove satelliti e comunicazioni telematiche hanno ormai il sopravvento nel nostro quotidiano, la passione per le radiotelecomunicazioni in onde corte conserva un fascino particolare e il periodico evento - l'attivazione di stazioni radioamatoriali dai fari - attira appassionati da tutto il mondo. Il nominativo speciale IQ3TS/LH ha viaggiato nell'etere per molte ore facendo conoscere il Faro della Vittoria ai tanti radioamatori che hanno trascorso il fine settimana alla ricerca di queste rare attivazioni.

 FONTE: Logo Notiziario online

Wanda: una giornalista inutile sulla Garibaldi ...

Wanda: una giornalista inutile sulla Garibaldi, tra "tutine verdi" e militari ridicolizzati

garibaldi elicotteri

Roma, 23 ago - (di Giuseppe Paradiso)

Avete presente lo "scoop" imbarazzante del filmato andato in onda su "Mattino 5" (Mediaset) che puntava a ridicolizzare il giudice civile milanese, Raimondo Mesiano, reo di aver comminato una sanzione alla Fininvest? Bene, i lettori di oggi del Fatto Quotidiano hanno vissuto un'esperienza simile: Wanda Marra, l'inviata a Ventotene per il Fatto Quotidiano, riesce a farci capire come un'importante vocazione come quella del giornalismo può essere ridicolizzata in circa 5.000 battute, all'interno delle quali gli sfortunati lettori del quotidiano di Marco Travaglio non troveranno alcun accenno sui contenuti del summit tra Renzi, Merkel e Hollande- neanche in chiave critica - ma, in compenso, si delizieranno nel leggere un articolo dove la puntuta giornalista riesce nell'impresa di prendere in giro tutti, a cominciare dal premier (bersaglio primario), militari, organizzazione, intelligence, etc.

La nostra Wanda si aggira a bordo del Garibaldi raccontandoci degli "elicotteristi in tutina verde" (giuro, ha scritto proprio così) che probabilmente non sapranno mai che, per la giornalista, la loro tuta di volo farebbe pendant con un bel paio di scarponcini (sempre da volo) rosa shocking, giusto per dare una nota di colore a bordo della nave grigia.

Vogliamo parlare dei "Due militari in motoscafo tipo Starsky & Hutch che fanno la ronda intorno alla nave"? Massì parliamone, anche perchè presumo che neanche loro sapranno mai che la Wanda Quotidiana sta scrivendo un articolo dove li prenderà per il culo proprio mentre loro stanno assicurando a lei - e a tutti gli ospiti presenti a bordo - una cornice di sicurezza.

Bisogna rendersi conto però che la (breve) esperienza a bordo del Garibaldi per la "cronista parlamentare" (non scherzo) è stata fin da subito segnata da un'intima sofferenza. Leggiamo.

"La sala stampa approntata per l’occasione è un enorme hangar nel fondo della nave, senza oblò, che in genere viene usato per tenere gli elicotteri. Un bunker.".

Capite quanta afflizione nello scoprire che l'hangar di una nave militare è privo di oblò? Per fortuna che la rampante giornalista non ha chiesto lumi su questo scandaloso vezzo delle navi militari, cioè di non essere un facile bersaglio visivo nella notte mentre navigano in mezzo al mare. Ma, forse, visto che ha etichettato l'evento come una «crociera modello “viaggio della speranza” per i giornalisti di mezza Europa», magari avrebbe gradito uno sfavillio di luci come nel salone delle feste della Harmony of the Seas. Pensate sia finita qui? E invece no.

Leggendo l'articolo c'è una frase che lascia interdetti: "Sui muri, bandiere segnaletiche dell’aeronautica."

Muri? Bandiere segnaletiche dell’Aeronautica? Cosa ci fanno sui "muri" (si chiamano "paratie" in realtà) delle bandiere dell'Aeronautica? Niente, perchè in realtà quelle che ha visto sono bandiere segnaletiche del codice internazionale nautico (INTERCO, dall'inglese International Code of Signals), progettato nel 1855 quando ancora in Italia l'Aeronautica - come Forza Armata autonoma - nemmeno esisteva.

Ma il viaggio della nostra arguta cronista (che non racconta niente però) prosegue all'interno della nave, raccontandoci di buffet, segnale wi-fi non perfetto, zona fumatori, imbattendosi di tanto in tanto nell'equipaggio che  "fa il possibile per tenere un andamento vagamente marziale". Ora, io sono stato qualche volta a bordo di una nave militare, ma non ho mai visto l'equipaggio marciare al passo dell'oca, forse la Wanda sì però, e ci racconta questo gustoso particolare, mentre deve affrontare "cunicoli e scalette" per arrivare sul ponte di volo a prendere un po' d'aria, probabilmente stizzita perchè non ha trovato una più comoda scalinata in marmo di Carrara che la sua omonima più famosa, la Osiris, scendeva (o saliva) con tanta grazia.

L'articolessa si conclude con un laconico "Sul ponte si fa sera". Già, si fa sera, e mentre la Wanda tutta contenta scende dalla nave, stringendo al petto i suoi inutili appunti, immagino a bordo il lavoro dei marinai, che ha continuato tutta la notte per rassettare l'unità. Domani mattina, agli "elicotteristi in tutina verde", toccherà fare una "passeggiata anti-fod" sul ponte di volo, per raccogliere qualche rifiuto gettato via con noncuranza da qualche giornalista sprovveduto, non immaginando che potrebbe rivelarsi fatale per l'equipaggio di un velivolo se venisse risucchiato dalle turbine o per il personale del ponte, qualora la potenza del getto dei turbomotori lo scagliasse come un proiettile verso di loro.

FONTE: GrNet logo

La Regia Marina durante la Grande Guerra a difesa della “Serenissima”

(di Marina Militare)
16/05/16

160516 serenissima 1Nell’immaginario collettivo la Grande Guerra si identifica con il conflitto terrestre: trincee, fango e montagne. Ciò si spiega con il numero dei mobilitati del Regio Esercito, oltre 6 milioni di uomini (ma tra loro anche donne, le “Portatrici carniche”, per esempio) su 36 milioni di abitanti. Il ruolo della Regia Marina è invece solitamente correlato alla rievocazione di singoli, per quanto straordinari, episodi come l’affondamento delle corazzate austro-ungariche Wien (leggi articolo), Santo Stefano (leggi articolo) e Viribus Unitis (leggi articolo) o, tutt’al più, a quell’eccezionale impresa strategica, organizzativa, nautica e umanitaria che fu il salvataggio dell’Esercito Serbo.

Questa percezione è comprensibile, ma oscura il fatto essenziale che la Prima Guerra Mondiale sia stata combattuta anche sul mare, e che grazie al mare e alla Marina, la vittoria del conflitto sia stata, alla fine, conseguita.

Una vittoria determinata, in ultima istanza, dal collasso economico degli Imperi Centrali causato da 4 anni di blocco navale alleato: italiano in Adriatico (prima del 24 maggio 1915 passava, alla spicciolata, di tutto), e inglese nel Mare del Nord.

I fatti, puri e semplici, sono i seguenti: senza il controllo dell’Adriatico, conseguito nei confronti della Marina austro-ungarica, e del Mediterraneo, ottenuto contro la minaccia dei sommergibili tedeschi, non sarebbe stato possibile vincere la guerra. Questo perché, ieri come oggi, oltre l’80% del traffico commerciale passa dal mare e senza approvvigionamenti un popolo è semplicemente destinato a morire. Ebbene, senza il blocco navale assicurato dalle Regie Navi e dai loro equipaggi tra il 1915 e il 1918, la guerra sull’Isonzo, sulle Alpi e sul Piave non solo non sarebbe stata vinta, ma avrebbe comportato, assieme alla rovina dell’Italia, anche quella della Francia e dell’Inghilterra.

160516 serenissima 4Delineato, quindi, lo scenario e l’obiettivo da raggiungere, il metodo adottato fu l’esercizio del Potere Marittimo sulla base di direttive elaborate e imposte dall’Ammiraglio Paolo Thaon di Revel, capo di stato maggiore della Marina e artefice della vittoria sul mare nella Grande Guerra. Il mezzo si tradusse nell’azione coordinata, quotidiana e pressante esercitata dai MAS, dalle torpediniere, dai caccia, dalle mine, dai sommergibili, dagli idrovolanti, dai mezzi speciali e dalla Marina tutta che confinò in maniera silenziosa (e mortale) la flotta austro-ungarica dentro le proprie basi, le precluse l’uscita nel Mar Jonio, e quindi nel Mediterraneo e nel Levante, e chiuse di fatto, una volta per tutte, la partita, vecchia di 5 secoli, tra l’Italia e l’Impero Asburgico.

Uno sforzo titanico riassumibile in poche cifre: 86.000 missioni di guerra, 2 milioni di ore di moto e 25 milioni di miglia percorse, pari a 1.200 volte la circonferenza terrestre all’equatore.

Dato questo quadro generale, concentriamoci su Venezia, ovvero sulla funzione determinante assolta dalla Marina per la difesa di Venezia e, con essa, per l’esito favorevole del conflitto. Una difesa che fu preparata ben prima del 24 maggio 1915.

Uno sforzo titanico riassumibile in poche cifre: 86.000 missioni di guerra, 2 milioni di ore di moto e 25 milioni di miglia percorse, pari a 1.200 volte la circonferenza terrestre all’equatore.

Dato questo quadro generale, concentriamoci su Venezia, ovvero sulla funzione determinante assolta dalla Marina per la difesa di Venezia e, con essa, per l’esito favorevole del conflitto. Una difesa che fu preparata ben prima del 24 maggio 1915.

L’ammiraglio Thaon di Revel, sulla base di un lucido e corretto apprezzamento di situazione, aveva individuato in Venezia la chiave di volta dell’Alto e Medio Adriatico. La città era, infatti, l’unica grande base navale italiana in grado di mantenere sotto scacco diretto Trieste e, soprattutto, Pola, la maggiore tra le basi navali asburgiche.

 160516 serenissima 2L’eventuale perdita della Serenissima avrebbe significato riaprire l’Adriatico e il Mar Ionio alla flotta austroungarica, in quanto i punti d’appoggio di Brindisi e Valona non potevano ospitare forze in grado di contrastare efficacemente il grosso della squadra imperial-regia. Taranto, unica località tra Venezia e il Mar Ionio dove potevano essere dislocate le maggiori e più moderne navi da battaglia italiane, era, infatti, troppo distante. Perdere Venezia, inoltre, avrebbe significato consentire all’esercito imperiale asburgico di accerchiare le linee italiane e di sbucare, senza possibilità di contrasto, attraverso tutta la Pianura padana, fino alle Alpi e agli Appennini.

Ecco perché l’Ammiraglio Thaon di Revel, per essere certo che Venezia non capitolasse, pretese, nel pieno della crisi politica successiva a Caporetto, che la difesa della città e della laguna fosse affidata in toto, anche sul fronte costiero terreste, agli uomini della Marina, alla sua gente, in cui confidava e che credeva in lui.

Venezia fu, pertanto, oggetto di pazienti, silenziose ed efficaci cure da parte della Marina. In particolare fu curata l’infrastruttura dell’Arsenale, dotandola, per l’epoca, di mezzi senz’altro adeguati e, soprattutto, di maestranze capaci e ben organizzate.

Furono, inoltre, compiuti interventi sulla stessa geografia: a terra furono scavati e dragati un’infinità di nuovi canali; in mare furono posate oltre 5.000 mine, poi diventate 14.000 alla fine del conflitto. Queste azioni si tradussero, all’apertura delle ostilità, nella decisione austro-ungarica di non attaccare Venezia dal mare.

Tra i compiti strategici assegnati alla Marina fin dall’inizio del conflitto va ricordato l’appoggio dell’ala a mare del Regio Esercito. Per poter assolvere al meglio questa missione, la Marina italiana armò, ancor prima di entrare in guerra, i propri primi “pontoni armati”.

Contemporaneamente l’Arsenale di Venezia realizzò anche mezzi speciali quali la “Mignatta”, i barchini saltatori della classe “Grillo”, gli idroscivolanti armati di siluro e modificò in efficaci vettori di sommozzatori i sommergibili tascabili delle classi “A” e “B”.

L’arsenale di Venezia assicurò anche il proprio indispensabile supporto tecnico ai MAS e di cui la città lagunare fu, assieme a Grado,la principale base operativa dell’Alto Adriatico.

160516 serenissima 3Sempre dentro l’Arsenale di Venezia furono realizzate le protezioni per la salvaguardia del patrimonio artistico e architettonico veneziano. Fu proprio l’Ammiraglio Thaon di Revel a pianificare e far mettere in opera una serie di intelligenti iniziative tese a tutelare le opere, i monumenti i palazzi della città. Ben sapeva, infatti, come emerge dalla sua lunga corrispondenza con D’Annunzio protratta fino alla morte del Poeta che la guerra è cultura perché l’anima di un popolo e dei singoli è cultura.

Si perfezionò poi al massimo la difesa contraerea della città lagunare, impiantando numerose batterie di cannoni montati sulle antiche fortezze e su apposite strutture lungo le coste spingendosi fino alle altane organizzate, sopra i tetti, per piazzare mitraglieri e fucilieri.

Alla difesa contraerea si aggiunse, nel 1916, la progressiva conquista della superiorità aerea da parte dell’Aviazione di Marina che aveva proprio a Venezia la base principale, ovvero la grande stazione aeronavale di Sant’Andrea. Nel corso del conflitto gli idrovolanti della Marina effettuarono oltre 36.000 missioni.

Tra le istallazioni che contribuirono alla difesa di Venezia e, quindi, alla vittoria finale, spicca però l’opera della Batteria navale 001 “Bordigioni” impiantata a Cortellazzo, ala estrema dello schieramento italiano sul basso Piave e punto più avanzato dello schieramento difensivo veneziano dopo Caporetto.

L’Italia e l’Europa, che oggi conosciamo, si giocarono il tutto per tutto proprio davanti alle acque di Cortellazzo, il 16 novembre 1917, allorquando l’Esercito austro-ungarico, nel pieno dello slancio successivo all’insperato successo strategico, e non solo tattico, di Caporetto, era giunto alle porte di Venezia. Il piano prevedeva, a questo punto, di sfondare lungo la strada costiera, accerchiare lo schieramento italiano dal Piave al Monte Grappa e farla finalmente finita. Proprio la posta decisiva indusse, finalmente, la flotta asburgica ad appoggiare l’attacco dal mare con le corazzate Wien e Budapest, uscite da Pola e scortate, oltre che dagli idrovolanti asburgici, da 13 torpediniere. Giunte in prossimità di Cortellazzo le corazzate austriache aprirono il fuoco, alle 10.45, contro la batteria comandata dal tenente di Vascello Bruno Bordigioni, dapprima da circa 9.000 metri, accorciando poi la distanza fino a 6.500 metri, ovvero a bruciapelo per i cannoni da 240 e 150 mm di quelle navi.

La batteria di Cortellazzo, 4 cannoni da 152 mm, resistette sotto il bombardamento dei grossi calibri nemici danneggiando, col proprio preciso tiro, le due corazzate austro-ungariche.

I marinai serventi ai pezzi non mollarono, infatti, di un millimetro sotto quel fuoco infernale sparando a loro volta, secondo i dettami della tradizione navale italiana, con precisione e con metodo. Il Wien incassò così, complessivamente, sette colpi nell’opera morta mentre al Budapest andò peggio, venne colpito sotto la linea di galleggiamento da un proiettile, oltre che da numerose schegge di altri colpi caduti vicino che aprirono diverse vie d’acqua.

Nel cielo, nel frattempo, gli idrocaccia della Marina giunti in supporto, duellarono e respinsero gli aerei avversari. I MAS 9, 13 e 15, al comando del Capitano di fregata Costanzo Ciano, e una squadriglia di cacciatorpediniere, al comando del capitano di corvetta Domenico Cavagnari, attaccarono la divisione navale austro-ungarica. L’arrivo sulla scena delle corazzate Saint Bon ed Emanuele Filiberto, uscite da Venezia agli ordini dell’ammiraglio Mario Casanuova, convinse infine le unità austro-ungariche a rientrare a Pola forzando le macchine.

Quello stesso giorno, i marinai dei battaglioni della Brigata Marina difesero, con successo, le trincee e le buche scavate nel fango e nei canneti. Il coraggio e la forza dimostrata dagli uomini di quello che sarebbe diventato il San Marco divennero subito leggendari, lasciando un’impressionante dimostrazione della determinazione e dello spirito di corpo dell’Unità: nella difesa del Piave il Reggimento non ebbe alcun prigioniero né dispersi e, al contrario, riuscì a catturare oltre 1.200 soldati avversari.

Tutto questo è il Potere Marittimo, ovvero la salvaguardia ogni giorno, in pace e in guerra, dei legittimi interessi della Nazione, sia in ambito continentale sia globale, assicurata attraverso il continuo, incessante battere il mare delle navi. Ieri come oggi e come sempre, imponendo la propria iniziativa nei confronti dell’avversario di turno, si tratti di un nemico palese, di pirati o altro. Il ruolo della Marina quale protagonista decisivo per l’esito favorevole del conflitto e la determinante funzione attribuita dalla Marina alla difesa di Venezia fanno parte di questa straordinaria vicenda millenaria vissuta sui mari, nei cieli, nelle basi e sopra e sotto le onde, nella scia delle secolari tradizioni dell’Italia sul mare.

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FONTE: Logo difesaonline

100 anni fa il sacrificio di Nazario Sauro

100 anni fa il sacrificio di Nazario Sauro: ricordo del primo violatore di porti della Marina Militare

(di Marina Militare)
09/08/16

090816 sauro 1Venezia, 30 luglio 1916, ore 10.00: Nazario Sauro imbarca sul sommergibile Pullino per la sua sessantaduesima azione di guerra. La missione prevede il forzamento del porto di Fiume - allora austriaco - e il siluramento di alcuni piroscafi impiegati dal nemico per rifornire la base di Cattaro attraverso i canali dalmati.

Tutti nella Regia Marina conoscono Nazario Sauro, se non personalmente, almeno per fama: ottimo marinaio, è il pilota esperto delle coste adriatiche in mano all’Austria.

Negli anni in cui ha comandato i piroscafi per le società di navigazione istriane (dal 1905 al 1914) ha studiato “con meticolosa diligenza, con paziente costanza, ogni punto, ogni insenatura, ogni corrente, ogni scoglio, ogni accidentalità, ogni sponda” del litorale istriano e dalmata al punto da redigere un personale portolano in cui ha registrato tutte quelle specifiche che le carte nautiche ufficiali austriache, per questioni di sicurezza, non riportano.

Nativo di Capodistria, “italianissima cittadina dell’Istria” - come diceva l’amico giornalista Stringari, è stato educato in famiglia “all’italianità”, e ha rafforzato poi questi suoi sentimenti patriottici frequentando il locale Circolo Canottieri Libertas, fucina di irredentisti.

Allo scoppio del primo conflitto mondiale, non volendo rischiare di indossare la divisa austriaca e desiderando, invece, di poter vestire quella italiana, si trasferisce a Venezia dove, da attivo interventista, studia la pianificazione di “sbarchi alla Pisacane”, ossia azioni che costringano l’Italia ad entrare nel conflitto.

Figura già nota al governo italiano per aver fornito utili informazioni durante la Guerra di Libia, viene reclutato dalla Regia Marina il 21 maggio 1915, pochi giorni prima della dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria. È un tenente di vascello “speciale”: la sua nomina gli giunge direttamente dall’ammiraglio Thaon di Revel che pone sul capo di Sauro “un berretto trigallonato”. A tutti gli effetti, però, è un ufficiale della Regia Marina, di cui veste la divisa d’ordinanza.

Il suo incarico è quello di condurre, anche in condizioni di estrema difficoltà, “ad occhi chiusi”, il naviglio italiano all’interno dei porti austriaci.
L’apporto di Sauro è giudicato prezioso dal capo di Stato Maggiore della Marina che lo impiega subito, fin dall’inizio delle ostilità.

090816 sauro 3Il 24 maggio, infatti, partecipa al forzamento della base di Monfalcone a bordo del cacciatorpediniere Bersagliere. In servizio sul Marco Polo (giugno 1915), sul sommergibile Jalea (agosto 1915 - foto a dx) e sull’Emanuele Filiberto (fino all’8 gennaio 1916), viola il porto di Sistiana il 7 dicembre 1915. Destinato alla torpediniera 4 PN, la notte del 15 gennaio 1916 dà grande prova di arguzia e perizia marinaresca nel recupero del piroscafo Timavo - bloccato dagli austriaci sull’Isonzo – di cui prende il comando e che conduce lungo il fiume sotto il tiro nemico. Il Timavo sarà destinato al servizio dragamine e, dopo la morte di Sauro, verrà a lui intitolato.

Il 26 maggio forza il porto di Trieste con la torpediniera 24 OS; il suo comandante, il tenente di vascello Gravina Manfredi, ricorderà come, in quella notte “oscurissima” e in quell’atmosfera “fosca, piovigginosa”, la riuscita della missione sia stata dovuta “alla nota pratica e alla coraggiosa serenità del pilota Sauro”, capace di orientarsi “nelle sfavorevolissime circostanze... entro l’anfiteatro uniforme e oscuro della conca di Trieste”.

Dopo l’incursione del 4 giugno con il sommergibile Atropo nel Quarnerolo, dove viene affondato il piroscafo austriaco Albanien, il 12 giugno 1916, a bordo del cacciatorpediniere Zeffiro (foto sotto), Sauro è protagonista della “Beffa di Parenzo”, una delle azioni “leggendarie” del primo conflitto mondiale.
Il 24 giugno forza il porto di Pirano con la torpediniera 19 OS e il 4 luglio entra nella rada di Fiume con il sommergibile Pullino, che colpisce il mercantile austriaco San Marco.

090816 sauro 2In tutte queste missioni, le prime del conflitto e, pertanto, particolarmente difficili, Nazario Sauro ha un ruolo fondamentale: egli conosce i luoghi, le persone, gli usi.
Grazie a lui, e a tutti gli altri irredenti arruolatisi nella Regia Marina, la strategia della guerra in porto può essere sperimentata fin dai primi momenti del conflitto. Sono le siluranti e i sommergibili con a bordo Nazario Sauro, Pietro Palese, Ernesto Giovannini che violano i porti nemici, anticipando le glorie dei Mas.

Il 30 luglio Sauro, decorato di Medaglia d’Argento al Valore Militare, torna come pilota sul Pullino, inviato a silurare nella rada di Fiume i piroscafi adibiti a trasporto truppe e rifornimenti. Il battello, forse a causa della corrente, s’incaglia sullo scoglio dell’isola della Galiola nel Quarnaro; riusciti vani i tentativi di disincaglio e distrutti i documenti segreti, l’equipaggio si allontana su una barca a vela requisita, mentre Sauro tenta di raggiungere la costa a bordo di una piccola lancia a remi. Catturato da una nave austriaca, viene condotto a Pola, processato e giustiziato per alto tradimento il 10 agosto 1916.

Consapevole della sua sorte, affronta il patibolo con fierezza e orgoglio gridando “Viva l’Italia”. Le ultime parole scritte, destinate alla consorte, sono per la sua famiglia e per la Patria a cui ha rivendicato di appartenere: “Cara Nina, insegna ai nostri figli che il loro padre fu prima italiano, poi padre e poi uomo”.

Decorato di Medaglia d’Oro al Valore Militare alla memoria, dal 1947 Nazario Sauro é sepolto nel Tempio Votivo del Lido di Venezia, dedicato a tutti i Caduti della Grande Guerra, e “la sua tomba è rivolta verso l’Istria, il mare Adriatico e la libertà per cui visse, lottò e morì” (Romano Sauro).

FONTE: Logo difesaonline

15 agosto 1943 – I Tre di Capo Spartivento

(di Marina Militare)
02/05/16

020516 storia mmIl compito dell'Ufficio Storico della Marina Militare non è rievocare il passato, ma studiare l'applicazione del Potere Marittimo in ogni sua dimensione. Tra le tante "novità" del XXI secolo che i nostri marinai sono chiamati ad affrontare nel Mediterraneo e a est di Suez, come dicevano gli inglesi, c'è la cosiddetta guerra asimmetrica.

Bene. Non solo non è una novità, ma l'hanno inventata gli italiani. Soltanto bisogna ricordarsene. Talvolta ciò non è facile per la mancanza, oggettiva, di documenti. Per esempio la guerriglia delle motosiluranti della Regia Marina nelle acque siciliane del luglio-settembre 1943. L'unica fonte fu, fino a poco tempo fa, la cosiddetta "Relazione Michelagnoli", stesa a memoria, dopo l'armistizio, dall'allora capitano di fregata Alessandro Michelagnoli, futuro capo di stato maggiore della Marina. Ricordi, date, circostanze si accavallarono così confondendosi. Troppe notti passate in bianco, troppi caduti, troppi avversari. Ed è qui che l'Ufficio Storico interviene, rintracciando atti e circostanze nel suo archivio e in quelli stranieri grazie all'opera dei suoi collaboratori, in vista della prossima redazione di un'opera il più possibile definitiva. Quello che segue è un episodio tra i tanti, ma significativo.

15 agosto 1943, prime ore del mattino. Le motosiluranti MS 31 e 73, al comando del sottotenente di vascello Antonio Scialdone e con a bordo il capo flottiglia, capitano di vascello Francesco Mimbelli, sono ancora una volta in mare per contrastare l'infinita armata anglo-americana, questa volta nelle acque orientali della Sicilia.

Sulla 31, a fianco di Mimbelli, una leggenda vivente ormai da due anni, vi è il comandante in 2ª del Gruppo Flottiglie, l'allora tenente di vascello Gino De Giorgi.

020516 storia mm 3A circa 15 miglia per 75° da Capo Spartivento Calabro, le motosiluranti avvistano due unità identificate, nella notte, come incrociatori. Niente radar, naturalmente, per noi, ma non per loro, che in realtà sono tre: i cacciatorpediniere Troubridge, Tyrian e Tumult, tutti nuovi di zecca e con equipaggi neo imbarcati. Si va all'attacco. Subito dopo il lancio dei siluri i motoristi spingono i 1000 cavalli dei motori al massimo. Ora non è più insidia, scoperta troppo tardi dagli inglesi, ma corsa. Le mitragliere delle due parti, siamo ben sotto i 500 metri in allontanamento, incominciano a sparare e coprono persino il rumore degli Isotta Fraschini. Dalla 31 vedono distintamente due fiammate sulla nave di testa. La manovra d'attacco, affidata a De Giorgi, è definita perfetta dal "duro" Mimbelli, tanto da fargli avere la propria seconda medaglia d'argento al Valor Militare. Tanto perfetta che i britannici credono, come riferirà il loro rapporto di missione, di aver a che fare con un numero doppio di motosiluranti provenienti sia da dritta che da sinistra. Di notte, si sa, tutti i gatti son bigi. La 73 non arriva al lancio e, nonostante una collisione con l'unità gemella, riesce anch'essa a disimpegnarsi. Il Troubridge, colpito dal tiro della MS 31, doma dopo poco l'incendio. Sei giorni di lavori. Se, come si credette quella notte, fosse stato colpito dai siluri, sarebbe affondato.

Mimbelli, Michelagnoli e De Giorgi avevano, quella notte, 107 anni in tre. Il primo comanderà l'Accademia e, in seguito, la Squadra. Il secondo e il terzo arriveranno ai vertici della Marina. Michelagnoli rilancerà la componete anfibia della Marina Militare, passata sotto di lui dalla vecchia funzione di forza di difesa e portata costiera alla moderna dimensione d'altura che la contraddistingue ancora oggi. De Giorgi realizzerà, con lungimiranza e tenacia, la Legge Navale del 1975 madre della flotta della successiva generazione, fin quasi a oggi.

Lunghe carriere dopo quella notte su barche di legno cieche nell'oscurità, ma con equipaggi che avevano fiducia nei loro comandanti.

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FONTE: Logo difesaonline

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