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Restauro del "Da Vinci", via al bando da 80mila euro

Davinci

Il sommergibile diventerà museo, ma intanto bisogna salvare lo scafo. Entro fine mese l'aggiudicazione dei lavori: prima la lotta contro la ruggine e dopo il ripristino degli interni.

La Spezia - Ancora una settimana e poi i lavori per il recupero del sommergibile "Leonardo Da Vinci" avranno un aggiudicatario. Il bando emesso dalla Marina Militare per recuperare lo scafo dell'unità scade infatti il 30 novembre e la base d'asta è di 79.250 euro. La scelta sarà effettuata seguendo il principio del maggior ribasso ma anche contando la promessa di una riduzione dei tempi di esecuzione; avvantaggiate nel punteggio anche le aziende che posseggono il marchio di qualità ecologica dell'Ue e il certificato Emas. E' il primo passo per il recupero del manufatto che in futuro diventerà una delle attrattive del nuovo waterfront della città su Calata Paita. Prima però ci vorranno lunghi mesi di lavori.
Due i lotti in cui saranno suddivise le opere. Il primo lotto consisterà nella messa in sicurezza dello scafo del "Da Vinci", rimasto in "ridotta tabella di disponibilità" per anni all'interno del bacino grande della base navale. Anni in cui non sono state compiute le necessarie manutenzioni visto che il mezzo era destinato al disarmo e alla demolizione come tanti suoi precedecessori. Tuttavia la struttura, dopo un'analisi preliminare, è stata ritenuta idonea a sopportare il restauro ed anche per questo - oltre che per il nome di sicuro richiamo - la scelta è infine caduta sull'ex S520.

Lo scafo che un tempo affrontava le profondità del mare sarà inizialmente lavato ad alta pressione per eliminare il fouling e poi si passerà ai rilievi per capire lo spessore del metallo rimasto dopo "l'attacco" del materiale biologico e la corrosione operata del mare. A seguire, si penserà alla sostituzione delle lamiere nelle zone con corrosione passante e alla chiusura di tutti gli accessi al mare delle parti in libera circolazione per rendere stagne le due zone estreme in prossimità delle casse di zavorra. Infine la nuova pitturazione, fedele all'originale.
Il lotto due invece prevede lavori di messa sicurezza degli interni. Abbattimento di alcune paratie e controsoffitti, riparazioni di altre, eliminazione di chiodi e rivetti ma anche riparazioni di alcuni manufatti; in alcuni casi si prevede che gli arredamenti di bordo non recuperabili vengano demoliti e successivamente ricostruiti. All'interno del "Da Vinci" anche opere in legno da ripristinare, casse di sentina da raschiare, superfici da sabbiare. Infine la pittura anti-sdrucciolo da ridare sui camminamenti. Un lavoro complesso dunque, per quello che dovrebbe diventare un nuovo simbolo della città, che potrebbe essere ospitato direttamente dentro i bacini dello stesso arsenale.

FONTE: Logo Cittadellaspezia

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Che fine hanno fatto i marò

Girone chiede di tornare al lavoro "vero" nelle Forze Armate. Prima della decisione dell’Aja forse arriverà un accordo risolutivo fra Italia e India

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Di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre - i due marò -  non si hanno più notizie da un anno e mezzo, precisamente da fine maggio del 2016, quando la Corte Suprema indiana ha autorizzato il rientro in Italia di Girone.

Un silenzio interrotto, però, proprio da Girone, nonostante il riserbo e la cautela che da sempre il fuciliere del San Marco e il suo collega, Latorre, mantengono insieme alle rispettive famiglie su una questione ancora aperta e delicata.

"Generale Claudio Graziano, mi consenta di congratularmi per il Suo futuro e prestigioso incarico.
Sono certo che saprà, con il Suo mandato, tutelare l’operato e la dignità di tutti noi uomini e donne a servizio dello Stato Italiano e dell'Unione Europea. Il mio auspicio è che presto possa riottenere la mia libertà personale con il mio collega Massimiliano Latorre, poter tornare a operare senza restrizioni come tutti i nostri colleghi delle Forze Armate italiane" ha infatti scritto sulla propria pagina Facebook il marò che, insieme a Latorre, è al centro di un contenzioso con l'India, dove è accusato della morte di due pescatori mentre era in servizio antipirateria a bordo del mercantile Enrica Lexie.

Lo sfogo

Le parole di Girone, che in poche ore hanno ricevuto oltre 130 mila condivisioni su Facebook rimbalzando in rete, sono state interpretate soprattutto come uno sfogo: lo sfogo personale e umano di un fuciliere, che continua a lavorare in ambito militare, ma non più "sul campo".

Girone e Latorre (che ha dovuto seguire un percorso di riabilitazione lungo e tratti doloroso. dopo alcuni problemi di salute), sono circondati dall'affetto e dalla protezione delle rispettive famiglie, che mantengono uno stretto silenzio sulla vicenda, in attesa della sua conclusione.

Un riserbo che mira a non compromettere il delicato lavoro di mediazione che si starebbe portando avanti per raggiungere un accordo con l'India. Nel frattempo, però, Girone deve rispettare una serie di condizioni molto stringenti, imposte dai supremi giudici indiani, prima di consentirne il ritorno in Italia: il fuciliere deve, infatti, presentarsi ad un posto di polizia italiano ogni primo mercoledì del mese e l'ambasciata italiana ne deve informare l'ambasciata indiana a Roma.

Il marò non deve poi manomettere alcuna prova o influenzare alcun testimone del caso. È invece tenuto a dare garanzia che rimarrà sotto la giurisdizione della Corte Suprema indiana. Se una di queste condizioni sarà violata la sua libertà provvisoria verrà revocata.

Girone ha anche consegnato il proprio passaporto, non appena atterrato a Roma a maggio del 2016. Secondo i media indiani, infine, l'ambasciatore italiano a New Delhi si sarebbe impegnato affinché, non appena il Tribunale arbitrale internazionale deciderà in merito alla giurisdizione del caso, Girone (e così pure Latorre) torni in India entro un mese.

Il ricorso al Tribunale Arbitrale

La situazione di empasse che si era venuta a creare dopo l'incidente al peschereccio indiano si è infatti "sbloccata", seppure parzialmente, con il ricorso al Tribunale Arbitrale dell'Aja. Si tratta di un organismo internazionale, fondato nel 1899, chiamato a pronunciarsi nei casi di controversie tra Paesi che riguardano soprattutto i confini terrestri e marini, la sovranità, i diritti umani e appunto la giurisdizione per reati commessi in uno stato straniero.

Nel caso dei marò, il contenzioso riguarda proprio la competenza nel giudicare la colpevolezza o meno di Girone e Latorre reclamata sia da Roma, perché i militari erano a bordo di una nave battente bandiera italiana e in servizio antipirateria sotto egida Onu per conto dell'Italia (godevano dunque della cosiddetta "immunità di servizio"), sia da parte dell'India, perché la Enrica Lexie si trovava in acque contigue indiane, dunque di propria competenza, "dove perlatro è vietato entrare in possesso di armi: i marò facevano, invece, parte di un team antipirateria, con in dotazione armi a protezione del mercantile.

Il caso

Il 15 febbraio del 2012 due uomini a bordo del peschereccio St. Anthony vengono uccisi da colpi di arma da fuoco.

Della loro morte sono accusati Massimiliano Latorre, a capo del team di 6 fucilieri del Reggimento San Marco in servizio antipirateria sulla nave Enrica Lexie, e Salvatore Girone.

Il mercantile viene fatto rientrare in porto e i due marò sono presi in consegna dalle autorità indiane. Inizia un lungo braccio di ferro tra Roma e New Dehli, sulla responsabilità dei due militari italiani, con i rispettivi paesi che forniscono versioni differenti dell'accaduto.

Un'inchiesta condotta da Di Stefano-Capuozzo-Tronconi sostiene l'innocenza di Latorre e Girone, basandosi sulla raccolta e l'analisi di diversi elementi.

Ad esempio, le rilevazioni sulla rotta della Enrica Lexie dimostrerebbero che il mercantile, al momento dell'attacco da parte di pirati, poco dopo le 16.00 del 12 febbraio, si trovava a 20,5 miglia dalla costa indiana. Un secondo incidente, però, si sarebbe verificato alle 21.20, con protagonisti il peschereccio St. Anthony e la nave greca Olympic Flair, all'interno delle 12 miglia delle acque territoriali indiane. La morte dei due pescatori sarebbe avvenuta proprio in questo secondo caso.

Anche un'analisi balistica sul tipo di proiettili che hanno causato la morte dei due pescatori e sulla traiettoria che avrebbero seguito proverebbe che i colpi non sarebbero stati esplosi dai marò italiani. Ci sarebbero poi stati anche tentativi di occultamento e manipolazione delle prove a discolpa dei fucilieri.

Questi, però, sono ufficialmente accusati di omicidio e la Corte del Kerala, dopo aver fatto entrare in porto la Enrica Lexie, li fa arrestare.

Solo dopo che la Corte Suprema indiana sentenzia che la Corte del Kerala non ha giurisdizione, Latorre e Girone vengono trasferiti a New Delhi, presso l'ambasciata italiana, in stato di fermo e senza passaporti. Tra partenze e ritorni, per i due marò iniziano mesi di lunghe attese, fino a quando viene deciso di fare ricorso al Tribunale Arbitrale, perché stabilisca la giurisdizione sul caso.

Nel frattempo Latorre, colto da ictus, ottiene il permesso di tornare in Italia per motivi di salute. Solo dopo diversi mesi sarà raggiunto dal collega Girone, in base all'autorizzazione della Suprema Corte indiana e in attesa del verdetto dell'Aja.

Cosa sta succedendo ora?

La sentenza dei giudici dell'Aja dovrebbe essere emessa alla fine del 2018 o all'inizio del 2019.

La giuria è composta da cinque membri, dei quali due sono rappresentanti dei due paesi coinvolti, dunque uno italiano e uno indiano. Dei tre membri restanti, due facevano già parte della commissione del Tribunale del Mare che si espresse negativamente sul rientro in Italia di Girone, sostenendo la giurisdizione indiana sul caso.

"Per questo ritengo che non si arriverà, in realtà, a un giudizio da parte della corte, ma si cercherà e si sta cercando di trovare un accordo tra Roma e New Delhi" spiega a Panorama.it una fonte vicina al caso. Non sarebbe, dunque, interesse dell'Italia attendere il pronunciamento della giudici, quanto piuttosto lavorare a un'intesa, ora che le tensioni degli anni scorsi sembra si siano sciolte".

A conferma di un clima di rinnovato dialogo c'è stata anche la recentissima visita in India del premier Gentiloni, che aveva già seguito la vicende in qualità di Ministro degli Esteri; i bene informati sostengono che l'argomento sia stato affrontato propèrio in questa occasione.

"Sono convinto che si troverà un modo per non condannare i due marò - spiega ancora la fonte che, data la delicatezza del caso, preferisce rimanere anonima - Ma penso che il diritto indiano, che è emanazione di quello anglosassone, possa fornire qualche appiglio, in considerazione del fatto che si tratta di due militari che erano in servizio per conto di uno Stato, sotto egida Onu e nell'esercizio delle loro funzioni. In caso contrario, se si sancisse che la giurisdizione fosse indiana, è probabile che la Corte Suprema istituisca un tribunale ad hoc, prassi peraltro piuttosto frequente nel diritto indiano e, ancora una volta anglosassone, per accelerare i tempi della giustizia".

FONTE: Logo Panorama

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Che cosa si sta facendo per salvare l’equipaggio del San Juan e cosa può essere successo

Il sottomarino argentino svanito nell’Atlantico da tre giorni. Parla un esperto della Marina militare italiana

San Juan

Fabio Pozzo

Il San Juan, il sottomarino della Marina militare argentina, è disperso nell’Atlantico meridionale da ormai tre giorni. L’ultimo sub-check, la trasmissione concordata per l’ok al comando, risale a mercoledì scorso, quando era a circa metà strada dalla base della Terra del Fuoco lasciata lunedì e i suoi ormeggi abituali di Mar del Plata, dove era atteso per domani. Il mancato successivo sub-check ha fatto scattare l’allarme. Che cosa è accaduto dopo? E che cosa si sta facendo per trovare il San Juan e salvare il suo equipaggio di 44 persone? 

Il capitano di vascello Decio Trinca, capo dell’Ufficio Piattaforma e Sicurezza del Reparto sommergibili dello Stato maggiore della Marina Militare Italiana, sta monitorando la situazione 24 ore su 24, come molti suoi colleghi dei centri operativi di diverse altre Marine militari nel mondo.

Spaccato

Comandante, chi ha dato l’allarme a livello internazionale?  

L’allerta generale è stata lanciata dall’Ismerlo (un organismo della Nato, istituito nel 2003, dopo la tragedia del sottomarino russo K-141 Kursk, proprio per rispondere velocemente a incidenti simili), che ha sede a Northwood, nel Regno Unito. Tecnicamente si parla di sub-miss, vale a dire di un sottomarino che non è più rintracciabile”. 

Dato il sub-miss, che è accaduto?  

“E’ scattata la fase di ricerca coordinata dall’Ismerlo. Sono state inviate due navi e un aereo per perlustrare l’area di missione che era stata assegnata al San Juan e la sua rotta presunta. Sono partiti inoltre dagli Stati Uniti, in quanto più vicini alla zona di ricerche, mezzi e unità tecniche speciali, dotate di Rov, robot sottomarini telecomandati per la scansione 3-D dei fondali e dall’Inghilterra si è mossa una prima squadra di specialisti, subacquei e palombari, addestrati per affrontare questo tipo di emergenze, ad immergersi una volta trovato il sottomarino. Ogni Marina ha il proprio team, il nostro è in stato di allerta alla Spezia, pronto a partire”.  

Che cosa può essere accaduto?  

“Non lo sappiamo”. 

Si legge di incendi, di esplosioni a bordo.  

“Illazioni”. 

Facciamo un passo indietro. Che tipo di sottomarino è il San Juan?  

“E’ un sottomarino lungo 65 metri, convenzionale, vale a dire spinto da un sistema diesel elettrico, con il diesel che carica la batteria del motore elettrico, varato nel 1985 e sottoposto a lavori di mezza vita nel 2014”. 

Un’unità vecchia?  

“Non è un sottomarino di ultima generazione come i nostri U212A (quelli della classe Todaro), ma non si può dire vecchio, soprattutto senza sapere a quali lavori sia stato sottoposto nel 2014, dunque in tempi molto recenti. Potrebbe essere stato completamente rinnovato”. 

Veniamo al sub-check mancato. Il sottomarino come comunica il suo ok?  

“Ci sono vari sistemi. Mezzi di segnalazione come radio boe o fumate ad alta vsibilità rilasciate da bordo, o normalmente telefoni che comunicano tramite i sonar”.

Luogo scomparsa

Dopo l’ultimo sub-check il San Juan non ha più comunicato utilizzato uno di questi sistemi?  

“Non lo ha fatto” 

Il silenzio potrebbe essere causato da un’avaria al sistema di comunicazione?  

“Potrebbe”.  

E il San Juan potrebbe stare navigando in emersione senza poter comunicare, ma non in emergenza ...  

“Potrebbe” 

Diversamente, potrebbe essere finito in guai più seri. Che cosa può essere accaduto? Quali avarie?  

“Un sottomarino può subire le stesse avarie di un aereo. Può accadere di tutto” 

Veniamo alla sua autonomia. Il comando argentino ha dichiarato che a bordo ci sono viveri e acqua sufficienti. Che significa? Per quanti giorni possono bastare per un equipaggio di 44 persone?  

“Solitamente lo standard è di almeno 5-6 giorni. Ma dipende anche dalla situazione di bordo, se ci sono feriti...”. 

E l’aria?  

“Anche per questa voce almeno 5-6 giorni. L’aria viene rigenerata, il sottomarino è un sistema chiuso, come una stazione spaziale della Nasa...”. 

E allo scadere dei 5-6 giorni?  

Be’, non è che finisce di colpo. Diciamo che poi entra in gioco l’addestramento dell’equipaggio, che è stato preparato ad affrontare anche questo tipo di emergenze. Si riducono i viveri e l’acqua, l’aria diventa meno pulita e più pesante...”. 

Ipotizziamo che il sottomarino sia intrappolato sul fondale, in avaria. Si può intervenire in suo soccorso?  

“Certo, ci sono mezzi appositi. Mini sommergibili, campane...”

Fino a che profondità si può riuscire a intervenire?  

“La Marina militare italiana fino a 600 metri di profondità”. 

Le altre?  

“Be’, qui entriamo in una sfera di informazioni “classificate”...”. 

FONTE: Logo Stampamare

 

 

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Le lezioni apprese dai recenti incidenti alle unità della Us Navy

Incidenti navi usa

Negli ultimi mesi la US Navy ha sofferto ben 4 sinistri marittimi con il coinvolgimento di caccia classe Arley Burke che hanno colliso, quasi incredibilmente, con navi mercantili; le relative inchieste ‘’formali’’ condotte in modo approfondito e altrettanto rapido, sui due più recenti eventi, hanno concluso che erano ‘’evitabili’’.

Le relazioni contenute nel dossier della Commissione di Inchiesta, rese subito pubbliche, fotografano i vari eventi, la dinamica, il comportamento umano, le cause, il tutto corredato da considerazioni e conseguenti provvedimenti idonei a correggere i difetti e gli errori riscontrati, e puntuali raccomandazioni o disposizioni per il futuro, affinché non si abbiano a ripetere.

Questo a beneficio della sicurezza marittima, non solo per le navi statunitensi, ma con un valore esteso ed estendibile a tutte le flotte in genere. Conseguenze di errori umani e di alcune negligenze, imputabili ad equipaggi poco attenti e preparati, ma dovute, in buona misura, anche ad errori di condotta della navigazione basilare: da lì l’affermazione del loro Capo di Stato Maggiore che li ha dichiarati ‘’senza spiegazioni e pertanto evitabili’’.

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Davide Cervia, 27 anni di silenzi e depistaggi

misteri di stato

Il giovane militare, superesperto di Guerre elettroniche, non tornò a casa il 12 settembre 1990. Fu visto mentre veniva caricato a forza su un’auto. Gli appelli del papa, i sit-in della moglie al ministero, il processo civile che si apre ora, quasi 26 anni dopo

di Fabrizio Peronaci

La scomparsa a Velletri

Davide Cervia, nato a Sanremo nel 1959, sparì il 12 settembre 1990 a Velletri, all’età di 31 anni. Dopo gli studi superiori, nel 1978 si arruolò come volontario in Marina, da cui si congedò col grado di sergente, nel 1983. Il passaggio dal pubblico al privato, considerato il suo know how, su facile: trovò subito lavoro alla Enertecnel Sud, una società di componenti elettronici con sede ad Ariccia.

Davide

Durante la leva volontaria, aveva frequentato il corso biennale di tecnico elettronico alla Scuola della Marina di Taranto e poi si era imbarcato a La Spezia sulla nave Moc 1204. Nelle stesse officine, partecipò all’allestimento degli armamenti tecnologici sulla Maestrale, prima di conseguire il brevetto di esperto in guerre elettroniche con la sigla ETE/GEe . Davide nonostante la giovane età era già considerato tra massimi esperti in tecnologie belliche al livello Nato. Quella sera non tornò nella sua casa di Velletri e la moglie pensò subito a un sequestro di persona, legato a un traffico di uomini e armi.

La famiglia

Davide Cervia era sposato con Marisa Gentile. Si erano conosciuti su un treno di ritorno da Genova nel 1982 e sposati il 18 settembre dello stesso anno. Dalla relazione sono nati due figli: Erika, che al momento della scomparsa del padre aveva sei anni, e Daniele, di due anni più piccolo. Una famiglia felice. Nel 1988 si trasferirono a Velletri, in contrada Colle dei Marmi. Il padre Alberto (nella foto con Marisa) l’ha sostenuta in tutti questi anni, partecipando anche lui a trasmissioni e manifestazioni per la verità.

Mamma papa

Il primo testimone: un vicino

Il 2 dicembre 1990, a tre mesi dalla scomparsa, si fece avanti il primo testimone oculare, Mario Cavagnero, un vicino di casa Cervia. L’uomo era intento ad annaffiare la siepe del suo podere e raccontò, con le lacrime agli occhi, di aver sentito Davide chiamarlo per tre volte da lontano per chiedere il suo aiuto, e di averlo visto picchiato, narcotizzato e spinto a forza in una macchina verde da alcuni uomini.

Rapimento

A chi faceva notare il ricordo tardivo, Marisa Cervia replicò che il testimone, interpellato sul punto, si era giustificato dicendo che aveva «paura» e che sperava in cuor suo che «qualcuno si affacciasse a chiedergli qualcosa tra gli inquirenti» (la ricostruzione del rapimento in un disegno di Mario Scalia, per Avvenimenti)

Davide nel volo Parigi-Il Cairo

Il 6 gennaio 1991, pochi giorni prima lo scoppio della prima guerra del Golfo, il nome di Davide Cervia apparve nella lista passeggeri di un volo Parigi-Il Cairo della Air France. Il biglietto intestato al superesperto in guerre elettroniche era stato acquistato dal ministero degli Affari esteri transalpino presso l’agenzia di viaggio «Les Invalides».

Aereo airfrance

Il ritrovamento dell’auto e le «due polizie»

Nel marzo 1991 una lettera anonima giunta alla redazione di Chi l’ha visto? (allora condotta da Donatella Raffai, nella foto) segnalò la presenza della Golf bianca di Davide Cervia in via Marsala, nei pressi della stazione Termini. L’anonimo raccontò che a parcheggiare la macchina fu un biondino dai modi molto bruschi. Il recupero dell’auto, parcheggiata subito dopo il sequestro, fu contraddistinto da gravi negligenze, come la parziale distruzione del veicolo, che non consentì il recupero di tutte le tracce possibili (impronte, dna, ecc.).

Maffai

Il padre di Marisa, Alberto Gentile, in una successiva intervista ha ricordato che in quella occasione «un testimone chiamò in trasmissione e dichiarò che un mese prima aveva notato uno strano movimento di polizia intorno ad una macchina come quella di Davide, sempre a via Marsala, con alcuni agenti intenti a fotografarla», tanto che «la signora Raffai» disse al testimone: «Lei quindi ci sta dicendo che ci sono due polizie in Italia, una che si sorprende del ritrovamento, ed una che già lo sapeva?»

Il secondo testimone: un autista del Cotral

Un autista dell’Acotral (oggi Cotral), Alfio Greco, raccontò che quel 12 settembre guidava il pullman sulla Torvajanica-Velletri e, all’incrocio tra la via Appia e via Colle dei Marmi, una Golf bianca condotta da un giovane con i baffi gli tagliò la strada. L’auto, secondo la testimonianza, era tallonata da un’altra Golf verde scuro, con a bordo tre persone, una dei quali, sul sedile posteriore, riconosciuta come Davide Cervia.

Cotral

L’appello di Karol Wojtyla

Il 6 dicembre 1992 Giovanni Paolo II, durante l’Angelus, chiese con voce commossa la liberazione di Davide Cervia. E’ il ricordo più intenso di Erika, che provò una grande emozione nel sentire il nome del papà scandito in televisione dal pontefice. «Chiediamo al Signore che Davide Cervia possa ritornare in seno alla famiglia dove è atteso con ansia - scandì Karol Wojtyla dalla finestra del Palazzo Apostolico - e affidiamo a Maria Santissima la moglie e, in modo speciale, i due bambini, perché possano riavere presto a casa il loro papà».

Papa woitiwa

Il rapporto del Sismi

In un rapporto «riservatissimo» del Sismi (Servizio Informazioni e Sicurezza Militare) datato 1994, dopo una valutazione comparativa degli elementi a sostegno delle due «ipotesi interpretative» (fuga volontaria e sequestro di persona) si conferma la valutazione sulla «credibilità» dell’ipotesi del rapimento del Cervia, «ad opera di società od organizzazioni verosimilmente straniere, per interessi commerciali-militari legati alla sua competenza professionale».

Sismi

La protesta alla Marina militare

Nel sttembre 1994 la famiglia e il «Comitato Pro Davide» occuparono gli uffici competenti del ministero della Difesa e, pochi giorni dopo, i corrispettivi della Marina Militare (nella foto) per ottenere il foglio matricolare di Davide Cervia, completo di brevetti e specializzazioni . «I quattro rilasciati in precedenza - spiega Marisa - erano pieni di imprecisioni e di spazi bianchi e uno diverso dall’altro».

Sede Marina

La voce al telefono

A sette anni dalla scomparsa, nel 1997, una telefonata ruppe il silenzio in casa Cervia. A rispondere fu la moglie (nella foto). All’altro capo del filo, una gran confusione rotta da una voce. Marisa non ebbe dubbi: era Davide, che stava parlando con altre persone, in italiano. La donna tentò in tutti i modi di farsi sentire, ma non ebbe risposta. L’ipotesi è che si fosse trattato di una registrazione.

Mamma Cervia

«Inerzia» nelle indagini

Su istanza della moglie, il 6 luglio 1998, la Procura generale presso la Corte di Appello di Roma (nella foto) avocò a sé il procedimento avviato dalla Procura di Velletri. Le motivazioni precisarono che la decisione poggiava anche sulla nota del procuratore di Velletri del 25 maggio 1998, che aveva preso atto di «una sostanziale inerzia delle indagini dovuta a carenza di organico. Il lasso di tempo trascorso dall’accadimento, l’evanescenza di alcune piste investigative non approfondite nell’imminenza dei fatti e la dichiarata non piena collaborazione da parte di talune Istituzioni» furono posti a sostegno della richiesta di archiviazione.

Tribunale

L’archiviazione a Velletri

Il 5 aprile 2000 Paola Astolfi, giudice delle indagini preliminari del tribunale di Velletri, archiviò il caso come «sequestro di persona ad opera di ignoti»

Archiviazione

Assoluzione per il libro-denuncia

Il 7 maggio 2001 il Tribunale di Civitavecchia decretò l’assoluzione di Marisa Cervia e gli autori del libro «Un giallo di Stato» (1994), Gianluca Cicinelli e Laura Rosati, dall’accusa di diffamazione rivolta loro dai vertici delle forze armate. In una recente interrogazione al presidente del Consiglio e ai ministri della Giustizia e della Difesa (la n. 2-00275 del 14 Maggio 2015) numerosi parlamentari del Movimento 5 Stelle (primo firmatario Vito Crimi) hanno scritto: «La sentenza ha accertato che nonostante non si fossero in alcun modo evidenziate circostanze in tal senso, veniva accreditata dagli inquirenti, che in questa direzione si muovevano, la tesi della fuga per ragioni passionali e non veniva, invece, dato il giusto rilievo alle dichiarazioni di Cavagnero Mario e di Greco Alfio».

Libro Giallodi stato

Il docu-film e l’attentato

Nel pomeriggio del 16 ottobre 2012 , tre giorni prima l’inizio delle riprese del docu-film «Fuoco Amico- La storia di Davide Cervia» (regia di Francesco del Grosso, prodotto da Giulia Piccione, in foto la locandina), la famiglia Cervia subì un attentato intimidatorio: fu danneggiato un locale cucina adiacente l’abitazione principale. In casa c’erano Marisa, i suoi genitori e i figli. Nessuno fortunatamente rimase ferito.

Fuoco amico

In corteo per gli scomparsi

Il 14 giugno 2015, in occasione di una marcia «per la verità e la giustizia» organizzata da Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela (scomparsa nel 1983), Erika Cervia ha sfilato con grande cartello al collo con su scritto: «Davide Cervia / 12 settembre 1990 / Rapito e venduto come un pezzo di ricambio». Nel percorso da piazza Venezia a San Pietro, la ragazza-sandwich con il volto dolente ha commosso tanti partecipanti alla manifestazione, che le hanno espresso solidarietà e fatto coraggio. (foto Matteo Nardone)

Erika Cervia

La mobilitazione

Lo striscione del «Comitato per la verità su Davide Cervia», attivo da molti anni sia nel campo dell’informazione sia in quello delle iniziative istituzionali, appare periodicamente in cortei e sit-in. Tra i promotori del comitato figurano i due autori di libri-denuncia Gianluca Cicinelli («Caso Cervia / Un giallo di Stato») e Valentino Maimone («A.A.A. Vendesi esperto di guerre elettroniche»)

Manifestazione

 

 

FONTE: Logo Corriere romacronaca

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